Julia Kristeva

“Lei è una dei cento più grandi intellettuali a livello mondiale e questo suscita non solo rispetto ma anche una certa curiosità cui si mescolano desiderio e attrazione”
(Samuel Dock)

Julia Kristeva è un’interprete del pensiero del nostro tempo che non mi stanco di leggere. Ogni tanto mi ritrovo in mano uno dei suoi libri perché sono una fonte continua di pensieri, suggerimenti e riflessioni non solo nel mio campo, quello psicologico e psicanalitico, ma anche in quello letterario e del linguaggio, sociale e politico. Alla base di questa attrazione c’è una ragione ben precisa ed è la sua capacità di analizzare esperienze, integrando diversi ambiti del pensiero, senza ‘imporre’ modelli da seguire.
“Sono un’umanista che ha letto Freud, e investo sugli esseri umani, sulla gente, le loro sciagure e le loro gioie mi toccano, le vivo per procura” ¹, ha detto di sé.
L’ho conosciuta prima di tutto in veste di psicanalista e poi ho scoperto che prima ancora è stata (ed è) linguista e semiologa, oltre che scrittrice.
“Capivo che trasformare la lingua equivale a trasformare gli uomini. Che non si può cambiare una società, domandare più solidarietà se la mentalità non viene cambiata (…).
La trasformazione che la scrittura opera nel testo della lingua modifica la mentalità, modifica i corpi e i sessi e, a partire da lì, questa esperienza assolutamente intima si ripercuote sulla società stessa. In questo ho trovato un punto di congiunzione davvero appassionante tra la linguistica, la psicanalisi, la ricerca letteraria e il progetto sociale” ¹.
Non saprei se, fra queste attività, ce ne sia una che prevale; convivono in una personalità che esce dagli schemi e in cui la teoria abbraccia la vita. Da questo punto di vista non si può dire che Kristeva rispecchi la figura classica di psicanalista, perché si offre allo sguardo pubblico, raccontando della sua esperienza umana senza veli. Non scrive solo del suo percorso intellettuale ma anche di sé come figlia, moglie, madre, amica; diversamente da come siamo abituati quando si parla di psi-, generalmente molto riservati e chiusi in uno spazio che lascia fuoriuscire poco oltreimages-2 ai titoli professionali e alle teorie di riferimento. Lei no, è ‘generosa’ (e sicura) nel proporsi, al di là di modelli convenzionali di comportamento in questo settore.
Di recente ho acquistato l’ultimo libro, uscito in Italia nel 2017 a pochi mesi dall’edizione francese. Un libro-intervista che è una sorta di autobiografia, e si intitola La vita, altrove ². Le lunghe conversazioni, da gennaio 2015 a luglio 2016, dello psicologo clinico Samuel Dock con Kristeva costruiscono un dialogo serrato e molto dettagliato sul panorama culturale, il pensiero intellettuale e sulle esperienze più personali.
Non è il primo libro-intervista che la riguarda. E non è 9788870185461_0_240_0_0quello che preferisco. Ho amato soprattutto un vecchio libricino dal titolo Il rischio di pensare ¹, uscito in Francia nel 2001 e in Italia nel 2006 che raccoglie due interviste a distanza di dieci anni, nel 1988 e 1998, nelle quali Kristeva si racconta. Mi sembra più immediato e meno tortuoso in certi passaggi rispetto al più recente.
Ricordo anche un altro libro di interviste, uscito nel 2015, Del matrimonio considerato come un’arte dove Kristeva e Sollers dialogano sul loro matrimonio. Ma di questo scriverò un’altra volta perché l’argomento merita un’attenzione a parte.
Ci sarebbe molto da dire sulle riflessioni e sulle teorie di Julia Kristeva perché, leggendo i suoi testi, si ha l’impressione di venire presi da un turbinio di nomi, conoscenze, riferimenti che lasciano in parte sbalorditi e in parte confusi. La mia intenzione è quella di trascrivere qualcosa della sua storia e del suo pensiero nei contenuti che ho colto di maggiore interesse e comprensione facendo, inevitabilmente, una sintesi. Non mancherà occasione di riprendere altri temi ai quali Kristeva ha dedicato ricerca e lavoro.
Dalle interviste che ho citato traggo dunque i riferimenti per raccontarla, usando il più possibile parole sue.

La Bulgaria e la famiglia

È nata a Sliven in Bulgaria nel 1941 e ha vissuto l’infanzia e la giovinezza nel blocco comunista, in un paese dei Balcani. Un’esperienza che descrive non facile anche se protetta da genitori attenti e affettuosi.
La Bulgaria compare sempre nelle sue interviste
“La Bulgaria è il paese delle rose, giacché una vallata coperta di rose, posta tra due montagne, l’attraversa da est a ovest (…). Un paese profumato, dunque, ma anche un paese dalla straordinaria memoria culturale. La Bulgaria ha dato i natali ai due ideatori del’’alfabeto slavo, i fratelli Cirillo e Metodio. Nel nono secolo questi due monaci hanno creato l’alfabeto che non ha solo permesso l’avanzata del cristianesimo nei territori slavi, ma anche la fondazione di uno stato importantissimo nel Medioevo (…).
La Bulgaria è il solo paese al mondo a celebrare una festa della cultura che, inoltre, è una festa dell’alfabeto in onore dei due santi letterati (…).
Durante tutta la storia questo radicamento culturale, al contempo assai fisso e spirituale, è stato visto come una importante forma di resistenza contro diversi tipi di occupazione, in particolare quella turca che è durata cinque secoli (…)” ¹.

Il padre Stoyan Kristen “orfano della guerra balcanica (…) fece il seminario e poi medicina.
Se inserite in un computer questi due dati, la religione e la medicina, il risultato della loro combinazione sarà certamente uno psicanalista. Sono dunque il semplice prodotto di questa eredità paterna” ¹.
L’incorporazione del maschile paterno risalta nelle interviste di Kristeva.
“Un credente dallo spirito libero” lo definisce, critico verso il regime comunista bulgaro che limitava le scelte di vita, anche culturali. Ha indirizzato la figlia allo studio delle lingue straniere
“Diceva che il suo scopo nella vita era «far uscire le sue figlie dal ventre dell’inferno», sinistra metafora del nostro paese. «Non vi è altro modo se non imparare le lingue. È chiaro, occorre che voi parliate delle lingue straniere. E che siate indipendenti economicamente, certo» (…).
Secondo il modello greco-latino, desiderava che coltivassi me stessa, che avessi una vita interiore ricca e un corpo armonioso” ². Usa il termine ‘pneumatica’ per dire l’importanza di avere cultura in modo da potersi opporre al pensiero unico.

La madre, invece, compare meno nei suoi racconti “Mia madre non è un personaggio. È riuscita a rendersi invisibile, cosa che io percepivo in lei come una necessità matematica (…). Il suo silenzio complice non era altro che un intervallo, lasciava tutto lo spazio a noi altre, lo sento ancora, lo cerco sempre” ².
Ricorda che uno dei motti della madre era “Non vi ho covate, vi ho dato le ali”.
Aveva fatto studi di biologia ma aveva scelto di dedicarsi alle figlie e alla famiglia “Di fatto, mia madre mi ha semplicemente trasmesso che la femminilità ingloba la reliance materna senza frustrazione e senso di colpa” ².
In un passaggio dell’ultima intervista Kristeva parla del tentativo di evitare l’ombra materna allontanando la maternità da sé. Perché dietro la prodigiosa capacità di dominio della madre ha visto, in una illuminazione della coscienza, una depressione bianca. Questa depressione latente veniva neutralizzata dall’intelligenza e dal contesto familiare.
È stata l’analisi a permetterle poi di affrontare l’ombra e di vivere la maternità.

(…) I miei genitori cercavano di dare a mia sorella e a me una cultura che loro vivevano come forma di resistenza al dogmatismo che si era abbattuto nel paese” ².
L’amore per le lettere è stato trasmesso dai genitori attraverso la lettura. Leggere era fondamentale. E ‘un bambino legge se lega con qualcuno che ama leggere’ ha scritto Daniel Sibony.

La sorella Ivanka Stoïanova, minore di 3 anni, è stata concertista e storica della musica.

Al dipartimento di filologia romanza all’Università di Sofia Julia ha studiato “francese come prima lingua, inglese come seconda e letterature comparate per coronare il tutto” ².

La Francia

Una borsa di studio l’ha condotta a Parigi nel 1965, la vigilia di Natale.images.jpeg
Kristeva portava l’avanguardia russa, il pensiero dei formalisti russi in una Francia in cui si stava sviluppando la ricerca sulla lingua “e portava già il nome di strutturalismo” ¹.
Inserita da subito nella vita culturale parigina, dentro un labirinto di correnti linguistiche e letterarie, di frequentazioni e legami con personalità come Jean-Claude Chevalier, Roland Barthes, Lucien Goldman, Claude Lévi-Strauss, Jaques Deridda, Jean Genet, Michel Foucault, Philippe Sollers (che ha sposato); ha partecipato alla rivista Tel Quel e al Partito Comunista, al maggio 68 e alla vita intellettuale del tempo.
In quegli anni il grande interesse per la Cina, che nasceva dall’impressione che la storia cinese potesse avere trasformazioni interessanti e utili per pensare a costruire una società più solidale in Francia, l’ha portata in quel paese, nel 1974, con una delegazione di compagni di Tel Quel. Dal viaggio è nato un libro Donne cinesi, nel 1975.
“Volevo sapere se un ‘socialismo cinese’, attento alla differenza nazionale, fosse possibile; e soprattutto come le donne (…) potessero o meno modulare sul patto sociale” ².
Ma “come nei paesi dell’Est, le donne non occupavano posti di primo piano nella società se non per essere meglio sfruttate. Non le si valorizzava in quanto donne, piuttosto come forza lavoro supplementare” ¹.
Questo viaggio sembra avere contribuito alla decisione di distaccarsi dalla politica e orientarsi “definitivamente verso il microcosmo della ‘cura attraverso la parola’ (…). Ho preso le distanze dalla politica e dalla Cina, e ho optato per la talking cure del dottor Freud” ².

La psicanalisi

Kristeva ha scoperto Freud e la psicanalisi in Francia, grazie a Sollers. Ha frequentato i seminari di Lacan e in seguito ha iniziato l’analisi con una “freudiana vera”, la dottoressa Ilse Barande, psichiatra e psicanalista, membro della società psicanalitica di Parigi, intraprendendo così “il cammino dell’inconscio” ².
Il suo primo supervisore come allieva all’Istituto di psicanalisi è stato poi André Green “è lui che mi ha insegnato la psicanalisi” ².
“La psicanalisi rappresenta con ogni evidenza la svolta, dopo l’esilio e l’incontro con Philippe” ².
“A partire dal momento in cui ho iniziato la pratica analitica la mia scrittura è cambiata. La cura addomestica il linguaggio quotidiano. L’analisi ci dà accesso alla nostra memoria infantile e arriviamo a trovare le parole per l’innominabile, il sensibile, la passione (…).
Nel corso dell’analisi si diventa qualcuno che sa provvisoriamente, qualcuno che non saprà mai abbastanza, ma che può accettare il disegno di una verità provvisoria, sempre a venire, e tuttavia netta, sopportabile. Questa posizione facilita anche il rischio della scrittura” ¹.

Insegnamento, scrittura e clinica

L’esilio, la psicanalisi, la maternità, il femminismo sono temi che incontriamo nei testi di Kristeva.
E la sua teorizzazione del dialogismo, dell’intertestualità e della reliance.
Gli anni 80 sono stati un periodo fecondo dal punto di vista accademico e letterario.
Oltre ad insegnare Linguistica all’Università di Parigi VII ha iniziato dal 1976 a insegnare al dipartimento di lingue romanze della Columbia University.
Si è divisa tra due continenti, tra insegnamento, pubblicazioni e attività clinica.
I riconoscimenti mondiali sono numerosi e pure le lauree honoris causa in una decina di università sparse nel mondo.
É diventata membro dell’Accademia delle scienze americane e della Britsh Academy.
È stata anche la prima vincitrice nel 2004 del premio Holberg (istituito per ovviare all’assenza delle scienze umane nelle categorie del Nobel).
Il 18 febbraio 2015, in Francia, è stata nominata commendatore della Legione d’onore per l’insieme della sua opera di semiologa, psicanalista, letterata.

Molti suoi saggi sono nati dai temi affrontati nei seminari e nelle lezioni all’Università e mantengono una forma dialogica nella scrittura. Trattano temi di linguistica, letteratura e psicanalisi. Senza dimenticare uno sguardo attento sull’attualità mondiale:
“La situazione attuale oscilla tra due tendenze. Da un lato, il nichilismo che suggerisce: ‘Non c’è nulla di sacro, non culliamoci nelle illusioni’ – cui si può aggiungere una certa forma di materialismo scientista e positivista. Dall’altro, il ritorno al religioso, in cui il bisogno di credere fondamentalmente umano – è assurdo contrastarlo, poiché la partecipazione al senso fa parte di ciò che l’essere parlante ha di più specifico – è capitalizzato da religioni che lo rinchiudono i dogmi. Dogmi che diventano integralisti, come si vede oggigiorno in particolare nell’Islam. Tra questi due abissi la vita è stretta, ma penso che l’esperienza analitica – e in certo qual modo l’esperienza estetica – consista nel conservare il bisogno di senso, la necessità stessa di illusione, senza intrappolarli in assoluti o istituzioni” ¹.

Ha scritto su autori come Mallarmé, Celine e Proust.

Le opere di Kristeva sono sempre tra l’analisi e la letteratura:
1980, Poteri dell’orrore. Saggio sull’abiezione;
1983, Storie d’amore;
1987, Sole nero. Depressione e melanconia.
In questa trilogia, considerata una pietra angolare della sua opera, ha scritto dell’abiezione, dell’amore (come cura analitica) e della depressione.

Nel contesto dell’inquietudine generata dallo straniero ha scritto nel 1988 Stranieri a se stessi.
“Dal momento che siamo costretti a viaggiare molto – molti a causa delle proprie attività professionali – siamo ormai tutti migranti in un universo sempre più aperto. il globo è aperto… al timore dello straniero. La ‘questione dello straniero’, come la si definisce, si può certamente affrontare da un punto di vista economico, giuridico e sociale (sono numerosi gli specialisti che vi si dedicano), ma, al contempo, anche in modo più personale e radicale. Ho proposto una sorta di meditazione che consiste nell’interrogarsi su quale sia l’origine dell’angoscia dello straniero, al di là della preoccupazione economica, della rivalità tra cittadini e migranti, della disoccupazione, della violenza delle periferie, e così via. In questa prospettiva, quella di Freud ma anche della letteratura, ci confrontiamo con l’estraneità (étrangeté) che si cela in noi e che ci costituisce: quando non siamo più in grado di riconciliarci con essa, la proiettiamo sull’altro. Facciamo portare ad altri tutta l’insopportabile estraneità che ci abita: perseguitiamo fuori di noi la nostra estraneità piuttosto che affrontarla dentro di noi. Che cos’è il perturbante (inquiétante étrangeté) così come l’ha concepito Freud? Rimanda all’arcaico, quello a cui accennavamo prima, ovvero alla difficoltà di esprimere l’innominabile, le passioni, le pulsioni che rimuoviamo (…). Indica l’impossibilità di pensare la morte e le situazioni che vanno oltre la padronanza di noi stessi (…).
Queste interrogazioni mi hanno prima indotta a passare in rassegna le rappresentazioni dello straniero nella storia della nostra civiltà. Approfitto, del resto, dell’occasione che mi offre per dire che se spesso siamo pronti a criticare l’Occidente per i crimini che ha commesso (in particolare il colonialismo, l’orrore delle persecuzioni degli stranieri in periodi diversi, e così via), dimentichiamo spesso che è all’interno della cultura occidentale che si sono potuti elaborare un pensiero dell’altro e i tentativi di accogliere gli altri, con tutte le difficoltà e gli insuccessi che conosciamo, ma anche con delle soluzioni possibili. È in quest’ottica che ho interrogato il pensiero dei Greci sullo straniero, così come il cristianesimo, il giudaismo, il Rinascimento e il diciottesimo secolo sino a Freud. (…).
Mi sembra necessario insistere non solo sul diritto, ma anche sul dovere dello straniero di inserirsi in quello che Montesquieu chiamava l’esprit général. Da qui deriva la concezione francese della laicità che, in effetti, valorizza la coesione del tessuto nazionale. Il ruolo dello straniero (…) non è quello di rinchiudersi nella propria differenza, ma è anche quello di apprezzare e di riconoscere tale coesione nazionale, di associarvisi e di operare per la stabilità” ¹.

Del 1993 è il saggio Le nuove malattie dell’anima, con la domanda se lo spazio psichico non stia scomparendo in questa epoca di supremazia dell’immagine che porta ad un appiattimento delle differenze e delle emozioni, dei valori e della capacità di rappresentazione.
“Effettivamente sono convinta che nel lettino ci siano nuovi pazienti, che non sono gli 000-par2408978108522408276_1_730_575stessi che Freud ha ascoltato, benché ci sia un’evidente continuità. Perché questa sorpresa? A mio avviso è dovuta al fatto che la società è cambiata, che le persone non vivono con le stesse inibizioni né gli stessi conflitti psichici. L’ascolto stesso degli analisti è cambiato. In questo contesto, mi sembra che siano sorte nuove malattie dell’anima che consistono nel fatto che molte persone hanno difficoltà a rappresentare i loro conflitti, le loro passioni, il loro dramma, il loro traumatismo (…).
Il non poter rappresentare i propri conflitti conduce al passaggio all’atto. Atti di violenza – la violenza urbana ne è un esempio – o tentativi di soffocare il conflitto irrapresentabile nella droga, o di abreagirlo in malattie psicosomatiche. L’analisi è chiamata ad aiutare alla rappresentazione” ¹.

Dall’interesse per il femminile è nato il trittico del genio femminile:
nel 1999 su Hannah Arendt,
nel 2000 su Melanie Klein,
nel 2002 su Colette.
“Ho cercato dei risultati femminili ottenuti da donne che avevano toccato i territori a me più noti: psicoanalisi, letteratura, filosofia. Individualità straordinarie, temerarie, perturbanti, capaci di risvegliare valori straordinari” ².

I romanzi nascono dalle esperienze di vita e assumono la forma del genere poliziesco “capace di rendere conto in modo preciso degli stati di abbattimento (perchè niente è più deprimente del crimine) e della volontà degli esseri umani di uccidere l’altro – l’enigma fondamentale di fronte la quale rimaniamo stupefatti d’orrore. Il giallo è al contempo un genere ottimista perché afferma che dopo l’omicidio si può condurre l’indagine e quindi si può vederci chiaro” ¹.
I samurai
, 1990
Le vieil homme et les loups
, 1991
Una donna decapitata
, 1996
Meurtre à Byzance
, 2004
Thérèse mon amour
, 2008
L’Horloge enchantée
, 2015

“La letteratura spesso ha preceduto la psicanalisi nell’esplorazione della vita umana. L’ha precorsa spingendosi talvolta molto più lontano” ¹.

 

E ancora una volta non sono riuscita a rendere più breve il mio testo! Ma, veramente, su Julia Kristeva ho limato e tagliato con la sensazione continua di impoverire il suo pensiero.

———

 

¹ J. Kristeva, Il rischio del pensare. Il melangolo 2006
² J. Kristeva, La vita, altrove. Donzelli 2017

7 thoughts on “Julia Kristeva

  1. Non sai quanto sei riuscita ad affascinarmi col tuo articolo; questo, è per me un territorio tutto da esplorare, che mi attira prepotentemente. dalla tua presentazione emerge una figura attraente, tutta da esplorare. per chi, come me, non la conosce, da dove consigli di partire, tenendo presente la non conoscenza approfondita della psicanalisi?

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    • Ciao. scusami se rispondo solo ora ma ho avuto la mattina impegnata. Mi fa molto piacere che apprezzi questo testo su Kristeva e ti ringrazio. Quello che mi piace di questa studiosa è il suo fare incursioni in vari ambiti e lo si vede nei suoi saggi e romanzi. Per conoscerla io partirei da ‘Il rischio del pensare’ perché delinea il suo percorso intellettuale. Oppure da uno dei libri sulla trilogia del genio femminile: Arendt, Klein e Colette. Nei saggi di psicanalisi usa un linguaggio teorico che, se non sei avvezza, può risultare pesantino. Anche Stranieri a se stessi è molto interessante.

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  2. Un altro articolo bello e interessante, cara Gina. Non sempre è possibile tagliare e limare oltre una certa misura, soprattutto volendo rendere conto di un’opera complessa come questa, in cui la poliedricità degli interessi per ogni genere di scrittura si esprime attraverso un numero imponente di opere. Complimenti, allora, e bando a qualsiasi recriminazione!

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    • Ti ringrazio e apprezzo la tua condivisione su questo aspetto della scrittura che non sempre è possibile condensare. Il pensiero mi viene ogni volta che scrivo qualcosa e sono in continua ridefinizione e limatura. In bilico tra il voler dire e l’esigenza di limitare perché è necessario tener conto anche del contesto. Ma sono poi d’accordo con te: bando alle recriminazioni!

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  3. Una personalità interessante, anch’io non la conoscevo. L’hai presentata e resa benissimo nel tuo articolo. Mi piace quando scrive che è importante conservare il bisogno di senso senza finire per questo intrappolati in dogmi assoluti o istituzioni. Appare interessante anche il saggio dedicato all’inquietudine generata dallo straniero, che mi piacerebbe approfondire. Ho poi notato che ha dedicato degli scritti alla figura di Hannah Arendt: un altro valido motivo, a mio parere, per avvicinarsi alla sua opera.

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    • Una delle cose che mi sono chiesta, quando ho pensato a scrivere di lei, è: ‘ ma in Italia quanto è conosciuta?’.
      Poco mi verrebbe da dire, dopo aver consultati alcuni colleghi e altre persone che definirei grandi lettori/lettrici. Solo un mio amico, che insegna filosofia all’università, mi ha risposto ‘Chi? La filosofa?’.
      Questo per dire che la conoscenza del suo pensiero è limitata a settori del sapere; credo che quello della linguistica e delle semiologia sia uno degli ambiti in cui è più famosa, per le ricerche con Barthes e, in Italia, con Eco sul dialogismo e l’intertestualità.
      E per stare su quello che hai colto confermo che Stranieri a sé stessi è molto interessante così come la trilogia del genio femminile.
      Grazie Alessandra e ciao

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