Il cecchino paziente (o il writing)

«Il writing è l’unica arte viva. Oggi, con Internet, pochi tratti di spray possono diventare un’icona mondiale tre ore dopo essere stati fotografati in un sobborgo di Los Angeles o di Nairobi… Il writing è l’opera d’arte più onesta, perché chi la fa non la sfrutta. Non ha la perversione del mercato. È uno sparo sociale che colpisce al nocciolo. E anche se poi l’artista finisse per vendersi, l’opera fatta in strada è sempre là e non si vende mai. Forse si distrugge, ma non si vende»

“Erano lupi notturni, cacciatori clandestini di muri e superfici, bombardieri impietosi che si spostavano nello spazio urbano, cauti, sulle suole silenziose delle loro scarpe da ginnastica”: sono i writers e di uno, in particolare, racconta Arturo Pérez-Reverte.
Sniper è il suo nome e il suo tag è un cerchio bianco con la croce, un mirino telescopico, da cecchino.
Non si conosce la vera identità di Sniper e la storia si svolge nella sua ricerca.
È lui, quindi, il protagonista di questo giallo?
Oppure Lex, l’Io narrante, che lo insegue?
O, meglio ancora, è il writing, questa forma d’arte di protesta e guerriglia urbana?
Tra questi tre elementi si snoda un racconto che inizia in modo lento ma poi aggancia la curiosità fino alla fine. Una trama ben congegnata e originale sia per il tema che per la dinamica dei rapporti tra i personaggi che, ora l’uno ora l’altro, prendono la scena in una azione che si sposta continuamente e che si rivela diversa da come si supponeva all’inizio.
Non delude, Pérez-Reverte: nella realizzazione della storia dove tutti i tasselli, alla fine, sono messi nel posto giusto; nella costruzione dei personaggi, particolari quanto basta a renderli interessanti; nella trasposizione della realtà in un libro che ce la restituisce affascinandoci.

La trama è, apparentemente, semplice ma sono gli esiti a stupirci.
Non rivelo niente che possa togliere il piacere del finale ma riassumo brevemente il contesto e i personaggi principali per lasciare spazio al writing, documentato da Pérez-Reverte in modo interessante.

Lex, diminutivo di Alejandra Varela, una ragazza “navigata da dieci anni di mestiere e trentaquattro di vita” riceve un incarico: trovare il writer più famoso per proporgli l’offerta di una casa editrice di successo, cioè un catalogo completo della sua opera in vari volumi.
Lex è brava nel suo campo; specializzata in arte moderna, con lavori presso case editrici quotate, si è costruita una buona fama e una ricca agenda con personaggi ed editori di tutti i paesi:
“nel gergo editoriale, uno scout è qualcuno incaricato di scovare autori e libri interessanti. Una specie di battitore colto, qualificato, con un buon olfatto: uno che frequenta le fiere internazionali del libro, sfoglia i supplementi letterari, tasta il polso alle classifiche dei più venduti, viaggia in cerca di novità interessanti e cose del genere”.
Sniper è invece “l’artista più famoso e ricercato dell’arte urbana, a metà tra Bansky e Salman Rushdie… Una leggenda vivente (…). In più di vent’anni, da quando ha iniziato come semplice writer, quasi nessuno l’ha visto in faccia… Marchio registrato, e punto: Sniper. Il cecchino solitario”. L’identità misteriosa di Sniper ci fa venire subito in mente Bansky al quale Pérez-Reverte si riferisce, per l’anonimato e la fama internazionale:
“c’è un inglese, Bansky, che ha fatto qualcosa di simile (…) mascherare la sua identità per attirare prima l’attenzione dei cittadini e poi quella del mercato”;
“in fondo, nessuno vuol sapere chi è. Si resterebbe delusi dandogli una faccia e un nome. Così ciascuno può immaginarlo come gli pare. Mantenendo il segreto, se ne sentono parte…
i writers hanno bisogno di leggende così. E tanto più in questi tempi di merda”.

Una introduzione dotta al writing o graffitismo ce la fornisce Lex che ha scritto la tesi per il dottorato di Storia dell’Arte alla Complutense di Madrid.

“I graffiti: una crittografia moderna.

I graffiti attuali sono la branca artistica o vandalica, dipende dai punti di vista, della cultura hip hop applicata alle superfici urbane. La definizione include sia la semplice firma, o tag, fatta a pennarello, sia opere complesse che entrano di diritto nel territorio dell’arte; anche se i writers, qualunque sia il loro livello quantitativo o qualitativo, di solito considerano ogni azione di strada come un’espressione artistica. Il nome proviene dalla parola italiana graffiare, e nella versione contemporanea ha fatto la sua comparsa nelle grandi città degli Stati Uniti alla fine degli anni Sessanta, quando gli attivisti politici e le bande giovanili usarono i muri per manifestare la loro ideologia o marcare il territorio. I graffiti si sono sviluppati soprattutto a New York, con il bombing di muri e vagoni del metrò con nomi e soprannomi. Alla fine degli anni Sessanta, il graffito era solo una firma e divenne di moda tra gli adolescenti che iniziarono a scrivere i loro nomi dappertutto.. Questo rese necessaria un’evoluzione dello stile allo scopo di differenziarsi, cosicché si aprirono numerose possibilità artistiche con varietà di lettere, opere e luoghi scelti per dipingere. Pennarelli e spray facilitarono l’attività. La reazione delle autorità rafforzò il loro carattere illegale e clandestino, facendo diventare i writers molto più territoriali e trasgressivi (…).
In Europa, i graffiti arrivarono dagli Stati Uniti, all’inizio molto vincolati alla cultura musicale, con cui intrattengono strette relazioni: rock, heavy, musica nera. La Madrid degli anni Ottanta fu il nucleo primigenio del graffitismo autoctono spagnolo, in cui emerse la IMG_2415figura leggendaria di Juan Carlos Argüello, un rockettaro del quartiere Campamento che si firmava Muelle; morì di cancro a ventinove anni e la maggior parte dei suoi graffiti (a Madrid se ne conservano soltanto due: uno in un tunnel della ferrovia di Atocha e l’altro al numero 30 di calle Montera) venne eliminata dai servizi di pulizia municipali; ma la sua attività ispirò una moltitudine di seguaci, che agli inizi degli anni Novanta si sarebbe estesa con carattere quasi virale a partire da Madrid a Barcellona, aprendo la strada a uno stile di graffiti più complesso, direttamente influenzato dalla cultura hip hop americana (…).
L’interazione fra le diverse manifestazioni dell’arte urbana tende a rendere confusi i limiti tra il graffitismo e altre attività plastiche realizzate open air nelle città. Essenzialmente, sebbene spesso i materiali e le forme coincidano, perfino influenzandosi reciprocamente, ciò che differenzia il graffitismo puro da altre attività vincolate all’arte urbana, più o meno tollerate o addomesticate, è il suo aggressivo carattere individualistico, di strada, trasgressivo e clandestino. Nelle dichiarazioni di alcuni dei writers più radicali appare con straordinaria frequenza perfino l’espressione ‘fare danni’…”

La caccia a Sniper, il protagonista occulto, ci fa incontrare personaggi fuori dagli schemi che raccontano questa forma d’arte. Un racconto in bilico tra realtà e fantasia, tra fatti documentati e episodi inventati. Così è per Muelle e Sniper.
Il primo, reale:
“era molto severo. Molto nobile. Muelle ci ha detto una cosa che non abbiamo mai dimenticato: «Restituiamo alla città l’ossigeno che le rubano gli spray che non fanno pittura». Per lui era anche una questione di rispetto. Sapere dove potevi scrivere e dove no. I graffiti sono un mondo fuori dalla legge, ma hanno leggi che tutti conoscono. Rispettare monumenti pubblici, sapere che non si crossa sul pezzo di un altro writer a meno che tu non voglia iniziare una guerra…”
Il secondo, il nostro personaggio misterioso, invece:
“non rispettava quasi nessuno, e non gliene importava una mazza se crossavano lui”.
Sniper detta le regole nel mondo del writing, basta che lanci un’idea su Internet o tramite passaparola o sms e mobilita i writers di tutto il mondo. Trasforma in vero e proprio evento le sue proposte, con legioni di ragazzi che, armati di spray e marker negli zainetti, si lanciano nelle strade seguendo le sue indicazioni, spesso rischiose.
Il grado estremo di difficoltà e pericolo è un valore aggiunto. La trasgressione e l’adrenalina creano un cameratismo tra tutti che fa dire
“Là fuori (…) ti senti meno sola. Meno nessuno”.
È anche una forma di identità:
“Dopotutto, si scrive sui muri per essere qualcuno” spiega SO4, un writer di Madrid;
“Dipingo per sapere chi sono e da dove passo”;
«Comunque scrivere sui muri non ha sesso (…). Il bello dei graffiti è che sono una delle poche cose in cui puoi non sapere se dietro c’è un tizio o una tizia…».

Il writing ha anche un suo gergo:
“Treni su treni, vagoni del metrò dipinti da una estremità all’altra. End-to-end, si chiamava, lo sapevo. Nella lingua graffitara, significava dal muso alla coda. Dipingere vagoni dall’altro in basso, finestrini inclusi, lo chiamavano top-to-bottom. I writers avevano un gergo specifico nutrito all’inglese e dalla lingua locale, preciso quanto quello militare, o quello marinaro”

Le tracce del writer misterioso portano da Madrid a Lisbona, da Verona a Napoli.
Quando Lex è a Lisbona, la città più tollerante per i graffiti, ascoltiamo l’esperienza che ci racconta il Direttore del dipartimento di Conservazione del patrimonio culturale del IMG_2422comune
«Quando abbiamo restaurato il Chiado, distrutto dall’incendio del 1988, abbiamo capito che o ci guadagnavamo il consenso dei writers, oppure la pulizia delle facciate sarebbe stata un incubo. E siamo scesi a patti con loro: zone consentite, palazzi antichi… Noi davamo agevolazioni, allentavamo la repressione, e loro accettavano di non poter dipingere dovunque (…). 
Non ha fatto sparire i selvaggi, ma molti writers hanno preso lisbonne_graffiticoscienza, e il vandalismo si è un po’ attenuato… Abbiamo anche creato per loro uno spazio in una strada che chiamano la Calçada da Glória, dove dipingere liberamente i loro pezzi (…). 
Un altro esperimento l’abbiamo fatto con il parcheggio del Chão do Loureiro, nell’Alfama. Abbiamo invitato cinque writers a decorarlo, e adesso è una meta turistica obbligata. È diventato un luogo di culto (…)». IMG_5910Portugal_Lisbon_Lisboa_Lisbonne_Chão do Loureiro parking_graffiti.jpg
Quelle iniziative avevano dato a Lisbona un prestigio internazionale come capitale dei graffiti e andavano a beneficio dei writers di qualità. Tipi come Nomen, Ram, Vhils o Carvalho, che avevano iniziato facendo bombing su treni e metrò, erano adesso rispettati dal Comune, esponevano come artisti ufficiali e guadagnavano soldi (…).
«La nostra idea è sempre la stessa: spezzare il rapporto graffiti-vandalismo con strade alternative. Anche se alcuni si rifiutano di accettare le regole e fanno bombing su qualunque cosa gli capiti a tiro».

Ma Sniper sviluppa un’azione più radicale perché “il potere cerca sempre di addomesticare ciò che non può controllare” e l’unico modo per sfuggire al mercato è quello di rimanere sul terreno dell’illegalità.
“Un sacco di volte gli ho sentito dire che l’arte ha un lato pericoloso, perché imborghesisce e fa dimenticare le origini. Il marchio di legittimità, ripeteva, frega qualunque artista bravo. Si impossessano di te per sempre, come vendere l’anima al diavolo o come venderti il culo in un parco. E non si può stare con un piede dentro e uno fuori. Illegale, era la sua parola preferita (…).
Tutta questa monnezza, diceva lui, che un’istallazione ufficiale sia considerata arte e un’altra non ufficiale non lo sia… Chi mette l’etichetta? Se hai qualcosa da raccontare, devi raccontarlo dove lo vedano, con l’arte. E per Sniper ogni arte consisteva nel non essere catturata. Nel dipingere dove non devi. Nello scappare dalle guardie e non farti prendere (…).
Una volta ha detto che, per le autorità, i graffiti distruggono il paesaggio urbano; però noi dobbiamo sopportare le scritte luminose, le insegne, la pubblicità, gli autobus con i loro cartelli e messaggi stupidi… Si impadroniscono di ogni superficie disponibile, mi ha detto. Perfino i lavori di ristrutturazione dei palazzi vengono coperti con teloni pubblicitari. E a noi negano lo spazio per le nostre risposte. Perciò l’unica arte che concepisco, ripeteva, è fottere tutto questo (…).
Se vuoi chiamarla ideologia, magari lo è. Per questo non ha abbandonato i graffiti aggressivi, né il suo modo di operare (…).
Si è imbattuto nei graffiti come altri si imbattono in una pistola carica. Quello che lo eccita è sparare (…)

Quando incontriamo Sniper (perchè alla fine arriviamo a conoscerlo anche noi!) ascoltiamo il suo pensiero sull’arte moderna e la profonda critica al sistema che lo fa rimanere ai margini.

«Detesto quelli che dicono ‘artista’ dandosi importanza. Inclusi gli idioti che chiamano aerosol art il writing e compagnia bella (…).
Io non faccio arte concettuale, né arte convenzionale. Io faccio guerriglia urbana (…).
L’arte serve soltanto quando ha a che fare con la vita. Per esprimerla o spiegarla».

«Immagina una città senza poliziotti né critici d’arte né gallerie né musei… Alcune strade dove chiunque possa esporre ciò che vuole, dipingere ciò che vuole e dove vuole. Una città di colori, di impatti, di frasi, di pensieri che farebbero pensare, di messaggi reali di vita. Una specie di festa urbana dove tutti siamo invitati e mai nessuno rimanesse escluso… Riesci a immaginarlo?»
«No»
Il sorriso ampio e franco tornò a illuminargli il viso.
«Mi riferisco proprio a questo. Questa società ti lascia poche opzioni per prendere le armi. Così io prendo bombolette di pittura… Come ti ho detto prima, il writing è la guerriglia dell’arte».
«È un approccio troppo radicale» protestai. «L’arte ha ancora a che vedere con la bellezza. E con le idee».
«Non più… Adesso l’unica arte possibile, onesta, è un regolamento di conti. Le strade sono la tela. Dire che senza graffiti sarebbero pulite è una bugia. Le città sono avvelenate. Macchia il fumo delle macchine e macchia l’inquinamento, dappertutto è pieno di cartelli con gente che ti incita a comprare cose o a votare per qualcuno, le porte dei negozi sono piene di adesivi di carte di credito, ci sono cartelloni stradali, pubblicità di film, telecamere che violano la nostra intimità… Perché nessuno chiama vandali i partiti politici che riempiono i muri con la loro spazzatura prima delle elezioni?».

«Crediamo che l’arte renda il mondo migliore e la gente più felice. Che renda tutto più sopportabile. E invece è falso (…).
I greci hanno marcato l’armonia e la bellezza, gli impressionisti hanno scomposto la luce, i futuristi hanno fissato il movimento. Picasso ha sintetizzato il molteplice… Adesso, però, l’arte ci rende più…».
Si fermò cercando la parola.
«Stupidi?» proposi.
Mi guardò riconoscente. Perfino stendersi a dormire in una vasca da bagno, disse, viene considerata un’esperienza artistica. Era eloquente il caso di Marina Abramović a New York, tre anni prima, seduta a un tavolo di fronte a una sedia vuota dove i visitatori si accomodavano a turno. L’artista se ne stava perfettamente immobile e in silenzio, ed era rimasta così sette ore e mezza al giorno, finché era durata la mostra.
«Ricordati di tutti quei cretini che scoppiavano a piangere o vivevano esperienze spirituali seduti di fronte a lei… Oppure, per fare un altro esempio, pensa a Beuys e al suo ‘Come spiegare la pittura di una lepre morta’… Lo conosci?».
«Certo. Seduto su una sedia in una galleria di Düsseldorf, con la testa imbrattata di miele e fissando una lepre morta che teneva tra le braccia… Ti riferisci a quello?».
«Sì. Quel tipo ha detto che l’idea era, da un parte, esprimere la difficoltà di spiegare l’arte attuale, e dall’altra segnalare che gli animali sono più intuitivi degli esseri umani. Di tanto in tanto si alzava, faceva un giro per la sala e di fronte ai quadri mormorava alla lepre parole incomprensibili… Così, per tre ore. Naturalmente, il pubblico era entusiasta (…).
Perfino l’arte di strada è stata trasformata dai Comuni in parco a tema. Quella nozione imbecille di partecipazione pubblica, così socialmente corretta, ha finito per diventare un divertimento fra i tanti, con la gente che si lancia dalle rampe e cose del genere. Una baldoria impune…».

«L’arte moderna non è cultura, solo moda sociale. È un’ enorme menzogna, una finzione per privilegiati milionari e per gli stupidi, e molte volte per privilegiati milionari stupidi… È un business e una falsità assoluta».

«Io non cerco di denunciare le contraddizioni del nostro tempo. Cerco di distruggere il nostro tempo».

Chi è il protagonista del libro? Sniper o Lex o il writing?
Io ho trovato il mio e…
… no, non delude mai Pérez-Reverte!

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Arturo Pérez-Reverte
Il cecchino paziente
Rizzoli, 2014

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

5 thoughts on “Il cecchino paziente (o il writing)

  1. Che intrigante! Non l’ho letto, anche se Perez-Reverte lo conosco bene, ho letto vari suoi romanzi e mi sono piaciuti tutti, primo in ordine di gradimento La pelle del tamburo. Questo mi ha molto incuriosito, per l’ambiente, per la trama che mi pare, come sempre con questo autore, ti tiene incollata alle pagine. Sono contenta che tu ne abbia parlato e di certo lo metto nella lista. Ciao!

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  2. Anche per te, quindi, Pèrez-Reverte, non delude mai! Sa mettere insieme realtà e finzione e costruire bei personaggi e scenari. Questo sui writers mi ha affascinato proprio per l’argomento e, alla fine, comprendi anche il titolo.
    Buona lettura 🤗

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    • Il club Dumas, La tavola fiamminga, La pelle del tamburo. E dopo questi anche Il cecchino paziente.
      La saga del capitano Alatriste, invece, la conosco meno perché mi sono fermata al primo libro che non mi ha appassionato.
      Grazie a te 🙂

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