Il circolo delle ingrate

«Indipendente, indipendente» ripeté zio Joachim spazientito, «ancora questa parola sciocca. Ma cos’hai in testa, figliola, cos’hai in quella tua bella testolina di donna, fatta apposta per appoggiarsi alla spalla di un brav’uomo?».
«Oh, la spalla di un brav’uomo» disse Anna scrollando le proprie. «Io non voglio appoggiarmi alla spalla di nessuno. Voglio che la mia testa stia su da sola, bella dritta…».

Impressioni differenti e altalenanti mi hanno accompagnato durante la lettura e un pensiero soprattutto: se questo fosse stato il primo libro letto di Elizabeth von Arnim non credo che avrei proseguito con altri. Lo scrivo con la sicurezza di fondo che lei rimane una scrittrice che apprezzo, per i temi che propone e per le figure femminili che racconta.
Però in questo romanzo mi sono sentita un tantino annoiata nella prima parte e, anche se il tocco lieve e ironico non manca nelle descrizioni (come quella del giovane Kluntz “Un’altissima opinione di sé e una scarsissima quantità di cervello; una volontà debole e istinti forti”), la vicenda si sviluppa senza vigore.
image_book.php.jpegIl titolo in italiano Il club delle ingrate è accattivante e suggerisce una storia di relazioni al femminile non ‘ingentilite’ dai buoni sentimenti, ma con tante ombre. In realtà l’originale è The Benefactress. Fare del bene sembra quindi essere il tema principale che nel titolo italiano evidenza l’altro lato della medaglia: l’ingratitudine!
Vediamo brevemente la trama negli aspetti essenziali, senza entrare nei dettagli che costruiscono le vicende del libro e che lascio a chi intende inoltrarsi nella lettura.
La protagonista è Anne, una bella ragazza di 25 anni che vive tra Londra e il Devonshire con il fratello e la cognata Susi. Anne e il fratello appartengono a una classe sociale più elevata di quella di Susi che è… solo ricca, ma di famiglia priva di raffinatezza e cultura. Ha i soldi, insomma, e nessun altro fascino. Si dà tanto da fare, poveretta, per farsi accettare nell’ambiente dell’aristocrazia, ma viene sempre bellamente snobbata e deve mandar giù molti rospi. A differenza di Anne, alla quale basta un sorriso per incantare tutti.
La benefattrice del titolo però non è Susi, che spende i suoi soldi per mantenere la cognata, per pagarle istitutrici, comprarle vestiti e mandarla alle occasioni mondane, tutto con lo scopo di trovarle un marito (che Anna rifiuta ripetutamente); Susi, che permette al proprio marito di vivere la vita che vuole, isolato nel castello di famiglia (ristrutturato con i soldi della moglie) in meditazione sulla riva del fiume, a fare il filosofo. No, non è Susi che fa tutto questo per garantirsi un posto in società, che è concreta e non ha ideali se non quello di diventare parte di una élite: “non aveva alcuna simpatia per gli slanci caritatevoli, guardava da sempre con avversione agli ideali”.
Vedremo che è Anne colei che vuole fare del bene.
Anne soffre del suo stato di dipendenza (anche se l’accetta con leggerezza) e sogna di poter vivere in autonomia. Soprattutto senza mariti attorno! Mal sopporta l’idea di doversi sposare per svincolarsi dalla cognata con il solo risultato di passare da una tutela all’altra:
“Perchè una donna dovrebbe essere perennemente guidata e sorretta? Perché non può occuparsi della propria vita camminando con le proprie gambe? Perché deve sempre appoggiarsi a qualcuno?”.
Questo, in sostanza il vero tema del libro.
Le capita un colpo di fortuna, come solo nei romanzi succede. Lo zio materno Joachim le lascia in eredità una tenuta vicino a Stralsund, in Pomerania, una regione (a quel tempo) della Germania del nord che si affaccia sul mar Baltico. Un posto “dove condurre una vita degna”. E lei vi si reca con un progetto che cercherà di realizzare: ospitare delle donne oneste e indigenti perché possano vivere senza dover dipendere da altri. Lei “offriva una casa solo a donne di buona famiglia” per viverci in tranquillità, trovando come obiettivo di vita la lotta contro la necessità che obbliga le donne a dipendere da qualcuno.
Arrivati a metà libro la faccenda si fa interessante e la curiosità comincia a fare capolino. Chi saranno queste donne? Come andrà a finire?
Ci rendiamo conto da subito dell’ingenuità del progetto perché la riconoscenza è una merce rara. Soprattutto quando si è debitori verso qualcuno si tende a trovarlo detestabile e a provare avversione: “L’amore del debitore per il creditore è il più raro dei sentimenti”.
Il progetto inizia con il reclutamento delle bisognose e l’arrivo delle prime tre di dodici ipotetiche beneficiate. E ci bastano. Perché non è così semplice ‘fare del bene’ alle persone.
Ciò che si crea, nella casa tra bosco e mare, è un microcosmo dove sono riproposti i comportamenti delle classi sociali di appartenenza, dove l’aristocrazia impoverita disprezza la borghesia senza cultura; dove i pregiudizi alimentano rancori. No, non è per niente semplice per la nostra bella Miss compiere del bene. E poi, a complicare i piani, fa il suo ingresso anche l’amore che subito Anne non vuole accettare, perché la vita che si è immaginata è quella di una donna indipendente economicamente e affettivamente. Non è mai l’amore romanzato e idilliaco, quello che von Arnim propone nei suoi romanzi, né istintivo e passionale ma cauto e meditato.

Questo romanzo è stato scritto nel 1901 ed è semiautobiografico. Al momento in cui l’ha scritto Elizabeth von Arnim, il cui vero nome era Mary Annette Beauchamp (nata in Australia nel 1866 in una famiglia della borghesia coloniale inglese, morta nel 1941 a Charleston, negli Stati Uniti), era sposata con il conte tedesco Henning August von Arnim-Schlagenthin, figlio adottivo di Cosima Wagner. Si erano conosciuti in Italia, sposati a Londra nel 1891 e, dopo un breve periodo a Berlino, trasferiti a Nassenheide, in Pomerania dove c’era la residenza della famiglia von Arnim.
Il primo libro, Elizabeth and her German garden pubblicato nel 1898, aveva ottenuto molto successo  fruttando un mucchio di soldi. Soldi che erano andati al marito per legge, perché le donne non potevano disporne. Il marito era un uomo facilmente preda dell’ira e severo che è stato anche incarcerato per truffa. Esperienze che la scrittrice ha tradotto nel romanzo The Benefactress, il suo quarto libro. Aveva 35 anni e già 4 figlie. L’anno dopo la pubblicazione di The Benefactress è nato il quinto figlio, il maschio tanto atteso dal marito.
Una donna sicuramente fuori dal comune che, in quell’inizio Novecento nella Germania imperiale, ha descritto con occhio critico e poco benevolo la cultura del tempo, mettendo in rilievo tutte le limitatezze e le incongruenze di una società ignorante e tradizionale.

Nel romanzo ben descrive il pregiudizio verso gli ebrei, che poi sappiamo sfocerà in odio razziale organizzato.
Il buon parroco del villaggio, “il più mite degli uomini”, si trasforma quando parla degli ebrei
“anche solo a nominare la parola ebreo, veniva colto da una furia cieca.
«… Ma qui, qui in mezzo a noi, dappertutto, a prendere i soldi dalle nostre tasche, anzi, il pane dalle nostre bocche, ci sono gli ebrei».
Impossibile descrivere il tono di odio misto a pura con cui fu pronunciata quella parola.
Anna lo fissò sconcertata. «Gli ebrei?» ripeté. A casa uno dei suoi migliori amici era ebreo, una persona deliziosa…
«E non solo i soldi dalle nostre tasche e il pane dalle nostre bocche« proseguì il parroco … «ma anche il sangue… il sangue dalle nostre vene».
… Negli occhi dell’uomo brillava una strana luce che fece venire in mente il fanatismo, la crudeltà, il Medioevo”. 

Il giudizio sulle donne, poi! Gli uomini del posto, siano servitori, parroci, uomini ignoranti o di cultura, ne parlano con disprezzo e l’atteggiamento conseguente è di svalutazione e nessun rispetto.
“Riteneva, non meno di Delliwg, che neppure la migliore delle donne valesse un uomo medio; e una volta rimossa qualunque differenza di nascita, posizione o patrimonio, ecco che rimaneva pur sempre e solo una donna, una creatura fatta per essere conquistata e assoggettata al comando maschile. Ma essendo egli giovane e poetico, il suo pensiero differiva un poco da quello di Dellwig: se per costui la donna era una serva, per Klutz era un bel balocco da ammirare”.

“ «Immagino che non abbiate mai desiderato di essere nato donna» chiese Anna, apparentemente con un certo interesse.
Axel rise.
«Anche solo nominare la faccenda vi fa ridere» constatò Anna alzando lo sguardo. «Non ho mai conosciuto un uomo che avrebbe voluto esserlo. Mentre ho conosciuto un’infinità di donne che avrebbero dato qualsiasi cosa per essere nate uomo».
«E voi siete una di queste?»
«Sì (…) È orribile sentirsi deboli…».

In realtà, alla fine, è il coraggio di una donna a ridare forza a un uomo. Nell’evidenza che la realtà è ben diversa dal sogno, più crudele e spietata, non resta da dire che:
“Tra tutti i doni degli dèi, quello più necessario non era la felicità – oh, che sogno sciocco e infantile! Come poteva esistere la felicità finché c’erano uomini malvagi? – bensì il coraggio”.

“La morale di questa storia (…) è semplicemente che tutte le donne – alle Weiber – stanno meglio sposate. «Le loro aspirazioni (…) possono essere talmente elevate da fare onore al più nobile spirito maschile, e in effetti le aspirazioni della nostra graziosa padrona erano la quintessenza della nobiltà d’animo. Ma la carne delle femmine è assai debole. Non sa reggersi da sola. Non può portare a compimento le aspirazioni create dalla sua stessa anima. Necessita di una guida costante. È una materia eccellente, ma pur sempre una materia grezza (…). Ti dico che è solo materia grezza. Che non serve a nulla finché la mano del padrone non l’ha plasmata in una forma» “.

No, non è uno dei libri di Elizabeth von Arnim che preferisco. Amo di più quelli degli anni 20, dopo che ha cominciato a vivere con maggior libertà, tra viaggi, amicizie, libri, amanti e un nuovo matrimonio (anche questo però infelice). Ma nonostante la scrittura prolissa e una sorta di ingenuità nella trama, ci sono aspetti di questo romanzo che apprezzo e che mi hanno tenuta legata fino alla fine: descrizioni di personaggi e situazioni che, seppur mancano della arguzia di quelli degli anni più tardi, sono sempre pungenti; inoltre si sente l’urgenza di un tema della prima fase del femminismo, quello dell’uguaglianza economica delle donne in un ambiente che ancora negava il loro valore politico e sociale. Non dimentichiamolo.

Elizabeth von Arnim
Il circolo delle ingrate
Bollati Boringhieri, 2012

6 thoughts on “Il circolo delle ingrate

  1. Devo ancora iniziarlo, e il fatto di sapere che non è all’altezza degli altri mi lascia un po’ delusa. Penso comunque che come approccio possa andare bene, sapendo poi che il resto dell’offerta sarà ancora più apprezzabile 😉

    Liked by 1 persona

    • Ma certo Alessandra che va bene! Ha scritto molti libri Elizabeth von Arnim e sai che potrai trovarne altri. Ma in fine dei conti anche questo è un romanzo che va letto. Per conoscere l’autrice ma anche per comprendere un certo tipo di cultura e società (mi viene anche da dire che certe cose non sono molto cambiate oltre la patina superficiale del politically correct). Ti ringrazio del passaggio e attendo la tua opinione quando leggerai il romanzo. Ciao

      Liked by 2 people

  2. Sì, infatti credo che il pregio di questo romanzo (e mi azzardo a dirlo sulla base della tua esaustiva recensione) sia nel mettere a fuoco una mentalità, una società. Tra l’altro, come ben dici nel commento, cara Gina, non è che le cose siano poi così diverse al giorno d’oggi.

    Liked by 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...