L’Europa, l’altro, l’identità

“Il problema, ancora e sempre utopico, si pone di nuovo oggi, di fronte a un’integrazione economica e politica su scala planetaria: riusciremo intimamente, soggettivamente, a vivere con gli altri, a vivere da altri, senza ostracismo ma anche senza integrazioni livellanti?”

In un tempo che brucia in fretta ogni momento, che procede con una velocità che era inimmaginabile nel secolo appena trascorso, questo saggio di Julia Kristeva potrebbe aa7f316b0fa8f92e66a40e7621453f99_w600_h_mw_mh_cs_cx_cy.jpgsembrare non più attuale, perché è stato scritto quasi 30 anni fa (pubblicato in Francia nel 1988 e in Italia nel 1990). Confesso che questo pensiero mi ha attraversato, ma è stato anche ben presto superato per la qualità, l’ampiezza delle riflessioni  e la capacità di comprendere un problema prima del suo inasprirsi, contenute in questo libro complesso e denso di informazioni che si situano in diversi ambiti del pensiero umano – storico, letterario, filosofico e psicologico – sul problema dello straniero.
“Il mio libro invita a pensare il nostro modo di vivere da stranieri e con gli stranieri, ricostruendo il destino dello straniero nella civiltà europea”:
dalla Grecia arcaica ed ellenistica, dove lo straniero rimane sempre altro rispetto al cittadino, al primo cosmopolitismo politico degli stoici che affermano l’universalità umana fondata sulla comunità della ragione (“Homo sum, umani nihil a me alienum puto”, “sono un uomo e nulla di ciò che è umano mi è estraneo”, Terenzio);
dal popolo ebraico alla cristianità di San Paolo (che trascende la Città come luogo di ‘cittadinanza’ in una nuova dimensione: l’Ecclesia, una comunità universale di tutta l’umanità e dove l’appartenenza sta nel riconoscersi in Cristo);
da Dante, l’esiliato per eccellenza, alle figure del Rinascimento, a Macchiavelli e Rabelais passando per Erasmo, fino all’Io universale di Montaigne;
dalla ricchezza di idee dell’Illuminismo alla Rivoluzione Francese fino a Montesquieu con la sua celebre riflessione: ‘Se sapessi di qualcosa che fosse utile a me ma riuscisse dannoso alla mia famiglia, lo scaccerei dalla mia mente. Se sapessi di qualcosa che fosse utile alla mia famiglia ma non alla mia patria, cercherei di dimenticarla. Se sapessi di qualcosa che fosse utile alla mia patria e nuocesse all’Europa, oppure utile all’Europa ma capace di nuocere al genere umano, lo considererei un delitto’;
concludendo con Freud, il cosmopolita “che rivela che lo straniero non è fuori di noi, al contrario il perturbante è parte di noi”.

L’interesse di Julia Kristeva (qui) per l’estraneità e lo straniero ha radici personali, perché lei stessa ha vissuto, nella giovinezza, la condizione di esiliata e il sentimento di non appartenenza. Ha scelto di riconoscersi in una identità intellettuale e questo le ha permesso di superare la condizione di straniera in una nazione diversa da quella di nascita. In una intervista del 1988 (Il rischio del pensare) ha raccontato:
“Questa condizione di esiliato che pare anche mia non è per me una meta, ma un prezzo per giungere a ciò che, alla fine, credo d’essere: un intellettuale. Che cosa significa essere un intellettuale? Per schematizzare, rapidamente, si tratta di una persona per la quale il sorgere e l’esposizione delle idee, la discussione, gli scontri e le controversie sono la vita stessa. In questa corsa all’idea non mi riferisco alla qualità dei risultati, ma semplicemente all’intensità con cui mi sento coinvolta in questo campo. Vi sono certamente sensazioni, amori, passioni, e solo Dio sa quanto tutto questo sia importante per me, ma è comunque la vita intellettuale a dare il tocco finale all’insieme […]. Credo che sia perché, fondamentalmente, appartengo a questo mondo delle idee che non faccio parte di una nazione o di un qualche altro insieme […].
Per me l’alchimia dello sradicamento dal passato è avvenuta, senza alcun dubbio, grazie alla psicanalisi”.
Il percorso che ha scelto per parlare del problema dello straniero è, quindi, teorico e culturale e da questa posizione solleva molte domande che non trovano risposte facili.
Qualcuno dirà: “a che serve frugare negli archivi del pensiero e dell’arte per trovare risposte a un problema che è tutto sommato pratico, se non addirittura triviale?”.
Ma se non usiamo questi processi del pensiero che hanno fatto evolvere la razza umana, se non ci immergiamo in essi, se non preserviamo la distanza culturale, rischiamo di restare impantanati nelle nostre paure, che poi diventano ciò che Hanna Arendt ha chiamato ‘banalizzazione del male’.

Ho trovato particolarmente interessante la presentazione che l’autrice ha scritto per la nuova versione del testo italiano, edito nel 2014, dal titolo significativo e quanto mai attuale
Noi europei, in controcorrente rispetto al culto identitario.
Da sola vale la lettura ed è una riflessione sull’Europa che si trova di fronte a una nuova sfida identitaria e che deve trovare in se stessa quelle risorse che le vengono dalla ricchezza e dagli orrori del passato.

A distanza di anni Kristeva si presenta “di nazionalità francese, di origine bulgara, d’adozione americana, oggi cittadina europea”. E sottolinea questo essere cittadina europea perché crede nell’Europa e nella sua cultura : “Io sostengo che senza l’Europa sarà il caos!”.
Nella cultura europea vede una possibilità per affrontare la sfida odierna che la società si trova davanti.
La cultura europea è ricca di lingue, nazioni, conquiste (dalla libertà alla secolarizzazione al femminismo) e, proprio per queste diversità, accoglie da sempre lo straniero e si confronta con esso. Perché, nelle nostre culture nazionalistiche, siamo e siamo stati tutti stranieri l’un l’altro e da secoli abbiamo dovuto confrontarci con grandi e piccole estraneità, dalla lingua, ai costumi, alla religione. La storia dello straniero nella civiltà europea è di lunga data, come ho sintetizzato all’inizio, ed è questa storia a creare la cultura che può dare una risposta, laddove dobbiamo amaramente constatare che “i politici fanno fatica a strutturare questa realtà aleatoria che emerge dalla diversità dei popoli europei scossi dai flussi migratori della globalizzazione”.
Inoltre i “tecnocrati dell’Unione europea non sembrano accorgersi che una cultura europea esiste davvero, come insieme composito di culture e di lingue nazionali”.
E questo insieme composito pone il tema dell’identità, che è un interrogativo più che una certezza perché cambia ed evolve
“esiste una identità, la mia, la nostra; ma essa può essere costruita all’infinito.
Alla domanda «Chi sono io?» la miglior risposta europea non è, con tutta evidenza, la certezza, ma l’amore per il punto interrogativo.
Forse è così perché l’Europa ha ceduto alla barbarie fino al crimine, ma avendola proprio per questo analizzata meglio di chiunque altro, l’Europa porta al mondo una concezione e una pratica dell’identità come di un’inquietudine interrogante. Un NOI europeo sta emergendo. NOI ci troviamo in un momento in cui è possibile assumere il patrimonio europeo rappresentandolo come un antidoto alle chiusure identitarie: le nostre e quelle di tutti coloro che ci circondano […].
L’Europa ha bisogno delle culture nazionali valorizzate, per realizzare nel mondo quella diversità culturale di cui abbiamo dato il mandato all’Unesco. La specificità culturale delle nazioni è il solo antidoto al male della banalità, ossia la nuova versione della banalità del male”.
È questo il nuovo umanesimo che si è costituito sul continente europeo, cioè
“la ricostruzione continua delle nostre identità, dei nostri valori, delle nostre situazioni personali, storiche, sociali […]. L’umanesimo è un femminismo, è una sollecitazione costante al risveglio dell’esperienza interiore, con e nonostante l’iperconnessione, all’interazione con la vulnerabilità, all’accompagnamento della mortalità […].
Ancor più che i politici, sono gli intellettuali europei, gli artisti e gli scrittori, a portare una pesante responsabilità del disagio europeo, nel momento in cui sottovalutano o dimenticano il compito di una simile continua ricostruzione […].
La tolleranza e la fraternità sono necessarie ma non sufficienti […]. Alla luce della filosofia delle scienze umane scaturite dalla secolarizzazione, la laicità repubblicana invita credenti e non credenti a considerare che, se ‘nessuno è depositario della verità’, è dovere di ciascuno riconsiderare i propri ideali e oltrepassare i dogmi fratricidi […].
Per fronteggiare i due mostri che minacciano il pianeta globalizzato, vale a dire una politica asserragliata dall’economia e dalla finanza e l’autodistruzione ecologica, l’esperienza culturale, e in particolare la risposta che essa saprà dare alle contrazioni identitarie, occupa una posizione decisiva”.

In questa prima parte ho fatto una estrema sintesi della storia europea in merito al problema dello straniero e ho lasciato spazio al significato di una Europa che deve trovare nella sua cultura e nel legame comunitario la forza per sostenere la nuova sfida mondiale.
Ma chi è lo straniero? È sempre un nemico? E quali diritti riconosciamo: umanità o cittadinanza, diritti politici o civili, jus soli o jus sanguinis? Nella seconda parte, a breve, riprenderò questi temi sollevati e discussi da Julia Kristeva nel suo libro.

Julia Kristeva
Stranieri a noi stessi.
L’Europa, l’altro, l’identità
Donzelli Editore 2014

 

5 thoughts on “L’Europa, l’altro, l’identità

  1. mi trovi completamente d’accordo che il problema delle integrazioni vada affrontato prima di tutto e soprattutto col pensiero, con la cultura e la conoscenza storica. E Kristeva ha ragione quando dice che è proprio nel multiculturalismo dell’Europa che si può provare a superare l’arroccamento sulle posizioni di estrema difesa identitaria. i popoli sono destinati a mischiarsi: la cultura ci può aiutare a trovare modi che non siano cruenti.
    Anche a me sembra un testo molto attuale.

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  2. Sì, hai ben compreso che dentro la nostra storia di europei dovremmo avere gli strumenti per riuscire a vivere con l’altro. E se la politica non tiene conto di questo sarà più difficile.
    Se riusciamo a rispettare le differenze tra noi europei e le nostre singolarità possiamo accettare quelle degli altri popoli. Ciao

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  3. Ho letto il libro sul matrimonio. Senza dubbio interessante; ho particolarmente apprezzato le argomentazioni di lui, ti parrà strano, ma lei, forse per la “forma – intervista” mi è sembrata muoversi con minore lucidità; le argomentazioni di lui mi sono sembrate più filosoficamente interessanti. Ti ringrazio del consiglio: è una bella e stimolante lettura, in ogni caso! 🙂

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    • Sì, ci sono passaggi nelle interviste a Kristeva che sembrano contorti e ragionamenti non lucidi, come dici. Il suo sembra un pensiero irruente, pieno di riferimenti, che si muove in tanti ambiti e a volte risulta poco comprensibile. Un pensiero polifonico.
      Però ad un certo punto mi sembra si raccogliere delle perle. Grazie a te e mi fanno piacere le tue osservazioni 🙂

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