Straniero

“Straniero: rabbia strozzata in fondo alla gola, angelo nero che turba la trasparenza, traccia opaca, insondabile. Figura dell’odio e dell’altro, lo straniero non è né la vittima romantica della nostra pigrizia familiare né l’intruso responsabile di tutti i mali della città. Nè la rivelazione attesa né l’avversario immediato da eliminare per pacificare il gruppo. Stranamente, lo straniero ci abita: è la faccia nascosta della nostra identità, lo spazio che rovina la nostra dimora, il tempo in cui sprofondano l’intesa e la simpatia. Riconoscendolo in noi, ci risparmiamo di detestarlo in lui. Sintomo che rende appunto il ‘noi’ problematico, forse impossibile, lo straniero comincia quando sorge la coscienza della mia differenza e finisce quando ci riconosciamo tutti stranieri, ribelli ai legami e alle comunità”

Nel suo saggio (qui), oltre a ripercorrere la storia europea dall’antica Grecia a noi, Kristeva cerca di delineare la figura dello straniero, o meglio il significato dell’essere straniero in un paese altro, che accoglie ma rimarca anche la distanza.
L’attenzione di Kristeva allo straniero si fonda su due motivi:
la sua esperienza di esiliata, che le ha dato la liberazione politica, familiare, personale e intellettuale ma ha comportato anche il vissuto di estraneità (qui);
la conoscenza della storia di Francia, una nazione che ha ricevuto da secoli influenze ed etnie diverse che l’hanno resa un caleidoscopio del Mediterraneo.
Se i suoi riferimenti culturali sono soprattutto francesi lo sguardo è però rivolto all’Europa nel tentativo di comprendere quale integrazione economica, politica, sociale sia possibile nella nostra epoca.
Il pensiero corre subito all’ondata migratoria che viene considerata come una crisi esistenziale per l’Europa di questo XXI secolo. È da tenere presente che quando è stato scritto il libro, e anche la revisione più recente, ogni singolo stato europeo gestiva a modo proprio la questione dell’immigrazione e dello straniero. È solamente da pochi anni, infatti, che Bruxelles ha sviluppato una politica comunitaria per affrontare l’urgenza migratoria. Ciò rende ancora più attuali le riflessioni di Kristeva che con le conoscenze letterarie, filosofiche e psicanalitiche, aiuta a contrastare la demagogia e la banalizzazione della questione.

Il confronto con lo straniero mette alla prova l’individualismo particolaristico e intransigente dell’uomo moderno. Questo individualismo, figlio del nazionalismo dei secoli XIX e XX, rende le persone gelose delle proprie differenze nazionali e soggettive, intolleranti all’assorbimento dell’estraneità.
Tendiamo a rifiutare ciò che è dissimile e a guardare lo straniero con diffidenza anche se viviamo in un mondo dove siamo tutti migranti, dal momento che viaggiamo molto per lavoro e per studio. Invece di considerare la questione solo da un punto di vista economico e giuridico dovremmo interrogarci anche su quale sia l’origine dell’angoscia dello straniero; chiederci che capacità abbiamo di accettare ‘altri’ e diversi modi di essere, soprattutto oggi che la condizione di stranieri si è modificata e si impone con violenza.

I volti dello straniero

La prima diversità è quella fisica, la più visibile.
Ma, se ci pensiamo, è proprio la diversità dei volti, della pelle, degli occhi, delle labbra che ci conferma “l’inesistenza della banalità tra gli umani”. L’umanità non si può ridurre in tratti unici e questa dovrebbe essere una ricchezza da apprezzare piuttosto che da temere.

Poi ci sono i comportamenti. Guardiamo gli stranieri che vivono nei luoghi della nostra quotidianità e giudichiamo i loro atteggiamenti come espressioni di indifferenza, insolenza e spensieratezza (mi viene da pensare alle voci che nella nostra Italia girano sui profughi, stranieri per eccellenza: non fanno niente, hanno i telefonini, sono più contenti di noi, non hanno nessuna umiltà per l’aiuto che ricevono, …). Abbiamo la sensazione che vivano una felicità speciale, che sembra prevalere malgrado tutto.
Ma… “Ci sono stranieri felici?”.
Oppure: c’è felicità nell’essere straniero?
È la felicità dello strappo, dice Kristeva, perché qualcosa è stato superato: un confine, un viaggio, un pericolo, la morte, l’abbandono. È l’orgoglio e la forza di non soccombere, nonostante tutto. Nonostante tutte le parole di troppo che feriscono, il disprezzo o la condiscendenza che incontrano.
Lo straniero è uno ‘scorticato’: sanguina nel corpo e nell’anima e nasconde sotto la pelle e l’anima anestetizzata tutta la sofferenza. Che forse non sente più o fa finta di non sentire mettendo la maschera dell’indifferenza. Quell’indifferenza che sembra renderlo inaccessibile agli attacchi e che irrita ancora di più gli autoctoni.
Ma la forza dell’indifferenza e la resistenza sono state messe alla prova dal passaggio di uno o più confini, si sono indurite in una corazza di difesa.
“La dura indifferenza è forse soltanto il volto confessabile della nostalgia”, la nostalgia di chi è sempre altrove e non appartiene a nessun luogo: non ancora fisso qua e non più laggiù.

È libertà? Sì, certo ma “l’assoluto di questa libertà si chiama però solitudine”.
La solitudine è legata anche al silenzio, perché non poter parlare la propria lingua materna, non saper esprimere la propria volontà e i propri pensieri riduce al silenzio. Non poter dire quello che si pensa veramente, perché non si conoscono tutte le parole, lascia solo una risposta possibile «non è questo».
“Allora, quando si è senza radici, a che giova parlare a coloro che credono di tenere i loro personali piedi sulla loro personale terra?”
Tra due lingue: il silenzio. Silenzio che svuota la mente e i corpi.

“«Vivere l’odio»: lo straniero si rappresenta spesso così la sua esistenza […]. Sentire costantemente l’odio degli altri, non avere altro ambiente fuori di quell’odio”.

“Lo straniero è colui che lavora”. Con ostinazione, trova nella fatica del lavoro il valore perché non ha nient’altro, non ha nulla se non questo. E non è venuto per perdere tempo.
“Alla seconda generazione, è vero, capita che questi forsennati rallentino il ritmo. Sfida ai genitori sgobboni o scimmiottamento necessariamente esagerato dei costumi indigeni, i figli di stranieri si situano spesso e d’acchito nel codice della ‘dolce vita’, del lasciarsi andare, se non della delinquenza”.
I terroristi che scuotono le città europee vi sono cresciuti e sono figli dell’immigrazione:   “I fondamentalisti sono più fondamentali quando hanno perduto ogni legame materiale, si inventano un ‘noi’, un puro simbolo che, in assenza di suolo, si radica nel rito sino a giungere alla sua essenza, al sacrificio”.

La malattia e il malessere accompagnano l’esser straniero perché originano da un corpo altrove, da una parola assente, da una identità frammentata. Traversare una frontiera e ritrovarsi all’estero, staccarsi dalla famiglia, dalla lingua, dal paese sembra rendere tutto possibile. All’inizio. Con i vincoli familiari e linguistici saltano anche i tabù sessuali.
“Non v’è luogo in cui si somatizzi meglio degli ambienti stranieri, tanto l‘espressione linguistica e passionale può trovarsi in essi inibita. La malattia sarà tanto più grave quanto più la liberazione sessuale sarà stata facile ma bruscamente interrotta (abbandono da parte del partner, separazione, infedeltà, ecc.). La pulsione scatenata non trova più allora il freno degli interdetti o delle sublimazioni precedenti ma attacca ferocemente le cellule”.
“Begli scherzi ci gioca la rimozione! Si crede di averla giocata e invece sta perfidamente spostandosi, più in basso, alle frontiere tra psiche e soma, là dove le chiuse del godimento si inceppano e l’erotismo scatenato si vede costretto a ricorrere a nuovi limiti, quegli degli organi che così cedono”.

Come si può essere stranieri?

Lo straniero è colui che è espropriato dell’identità di cittadino.
“La nozione di straniero possiede in effetti ai giorni nostri un significato giuridico: essa designa colui che non ha la cittadinanza del paese che abita”.
Colui che vive la condizione di essere differente all’interno di un insieme che si forma proprio sull’esclusione dei dissimili.
“Se risaliamo indietro nel tempo e nelle strutture sociali, lo straniero è altro rispetto alla famiglia, al clan, alla tribù; si confonde in principio col nemico. Esterno anche alla mia religione, ha potuto essere il miscredente, l’eretico. Non avendo fatto atto di sottomissione al mio signore, è nativo di un’altra terra, straniero al regno o all’impero” e oggi è chi non ha la stessa nazionalità dello Stato in cui si trova.

“Lo straniero si definisce in primo luogo secondo due regimi giuridici: jus soli e ius sanguinis, il diritto secondo la terra e secondo il sangue”:
quindi sono considerati appartenenti al medesimo gruppo quelli che nascono sul medesimo suolo (come negli Stati Uniti) o quelli che sono figli di genitori indigeni (in Europa abbiamo forme giuridiche miste).

Se la regolamentazione politica e la legislazione definiscono gli stranieri in base a questi regimi giuridici, i movimenti filosofici (lo stoicismo, il cosmopolitismo) e religiosi trascendono invece la definizione politica dell’uomo a favore di quella morale.
Questo doppio sguardo pone la questione: diritto dell’uomo o del cittadino?
“La difficoltà che il problema degli stranieri genera parrebbe situarsi tutta nell’impasse della distinzione che separa il cittadino dall’uomo: non è forse vero che, per stabilire i diritti propri degli uomini di una civiltà o di una nazione – anche la più razionale e la più coscientemente democratica – si è costretti a privare di questi diritti i non-cittadini, cioè altri uomini? Questo procedimento significa – ed è questa la sua conseguenza estrema – che si può essere più o meno uomini nella misura in cui si è più o meno cittadini, che colui che non è un cittadino non è del tutto un uomo. Fra l’uomo e il cittadino, una cicatrice: lo straniero”.
Nelle democrazie moderne ci sono misure comuni rispetto ai diritti degli stranieri, anche se sussistono differenze. In pratica i diritti civili non sono dissimili per il cittadino e lo straniero ma restano nettamente distinti i diritti politici e questo porta all’esclusione degli stranieri da ogni decisione riducendoli a oggetto passivo.
Un diritto al ribasso, quindi.
Una questione spinosa quella dei diritti, dei regolamenti e decreti!
Basta dire che all’emarginazione simbolica e giuridica corrisponde una tendenza da parte dello straniero di non accettare la legge del paese ospitante. Le infrazioni, come la mancanza di permesso di soggiorno, le contravvenzioni diverse alla legislazione del lavoro ecc. sono “dovute a necessità materiali (lo straniero che non può rientrare nel suo paese deve sopravvivere a ogni costo in quello di cui è ospite) ma anche in un rifiuto della simbolica della legge, nonché della cultura, della civiltà del paese ospite. I valori culturali, simbolici ma anche legali sono rimasti laggiù, nell’altro paese […].
Fra la massa – che va crescendo nel mondo moderno – degli stranieri che non desiderano o non possono né integrarsi né ritornare al loro paese, si sviluppa una nuova forma di individualismo: «Io non appartengo a nulla, ad alcuna legge, io aggiro la legge, me la faccio da solo».
In questo senso, lo straniero è un ‘sintomo’ (Danièle Lochak): psicologicamente, egli significa la nostra difficoltà di vivere come altri e con altri; politicamente, sottolinea i limiti degli Stati-nazione e della coscienza politica nazionale che li caratterizza e che noi tutti abbiamo profondamente interiorizzato, al punto da considerare come normale che ci siano degli stranieri, cioè persone che non hanno i nostri stessi diritti”.

Stranieri a noi stessi

È stata la psicanalisi a dare una diversa interpretazione dell’alterità e a dire che lo straniero non né una razza né una nazione, né una religione.
La scoperta freudiana dell’inconscio ha una derivazione umanistica e romantica. Se teniamo presente queste origini ne comprendiamo la portata.
Con la scoperta dell’inconscio abbiamo compreso che l’alterità è in noi, non è negli altri e non è una patologia ma una parte integrante dell’uomo. Nella prospettiva di Freud, ma anche della letteratura, il confronto è con l’estraneità che portiamo nascosta dentro di noi, che ci costituisce; la proiettiamo e la perseguitiamo sull’altro, fuori di noi, quando non siamo più in grado di riappacificarci con essa e di affrontarla.
Come non ritrovare in questo le radici del Romanticismo?
Se noi comprendiamo che la psicoanalisi è “un viaggio nell’estraneità dell’altro e di se stessi” troviamo la strada verso “un’etica del rispetto per l’inconciliabile”.
Il riconoscimento di sapersi stranieri a se stessi è la strada che porta a ‘sopportare’ uno straniero.
L’incontro con lo straniero è difficile perché va incluso in quelle forme del ‘perturbante’ (che Kristeva chiama ‘inquietante estraneità) che Freud ha concepito come una parte arcaica dell’uomo e che corrisponde alla difficoltà di esprimere l’innominabile, le passioni, le pulsioni che rimuoviamo; che indica l’impossibilità di pensare la morte e le situazioni che vanno oltre la padronanza di noi stessi; è come il trauma che travolge i confini dell’IO, provoca choc, stupore, angoscia in questa apertura o visione verso il nuovo, lo sconosciuto. Perché lo sconosciuto è tutto ciò che si teme, sul quale l’immaginazione prolifera e scarica il rimosso:
“Di fronte allo straniero che rifiuto e al quale insieme mi identifico, io perdo i mei limiti, non ho più contenente”.
“La forma brutale e catastrofica che può assumere l’incontro dello straniero va inclusa tra quelle conseguenze generalizzanti che sembrano derivare dalla riflessione freudiana sullo scatenarsi dell’inquietante estraneità. Test del nostro stupore, fonte di depersonalizzazione, noi non possiamo sopprimere il sintomo che lo straniero provoca; possiamo solo ritornare su di esso, elucidarlo, ricondurlo alla fonte delle nostre depersonalizzazioni essenziali e soltanto così placarlo.
Ma l’inquietante estraneità non può essere evacuata”.
Quindi non resta che accettare lo straniero che è dentro di noi perché quando lo fuggiamo o lo combattiamo lottiamo contro il nostro inconscio. Perché se l’estraneità è dentro di me, siamo tutti stranieri o non lo è nessuno.

Non ci sono conclusioni, né soluzioni se non accompagnate da una evoluzione delle mentalità.
Nelle ultime pagine del suo libro Kristeva parla della difficoltà della Francia a far coesistere la propria cultura di origine e alternarla con quella degli altri sapendo che “una nuova omogeneità è poco probabile, e forse poco auspicabile”.
Possiamo benissimo trasportare queste riflessioni all’interno dei nostri confini, perché in Italia viviamo la stessa fatica di coabitare in un paese in via di integrazione con l’Europa e nello stesso tempo di coesistere con popolazioni profondamente diverse per etnie, religione, mentalità:
“siamo condotti, per la prima volta nella storia, a vivere con i diversi scommettendo sui nostri codici morali personali, senza che alcun insieme capace di inglobare le nostre particolarità possa trascenderle”.
Accettiamo quindi questa diversità di cui siamo portatori nella nostra umanità e discutiamo, senza timore, di diritti, nazionalità, doppia nazionalità, norme, doveri dove la clausola della reciprocità diventi una regola e accanto alle esigenze economiche venga dato spazio a quelle psicologiche e umane.

 

Julia Kristeva
Stranieri a noi stessi.
L’Europa, l’altro, l’identità
Donzelli Editore 2014

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