La solitudine dell’assassino

“Bisogna imparare a rinunciare al dominio, su di sé, sulle cose che ci riguardano, sulle persone che crediamo di amare, sui ricordi che non ci lasciano in pace; siamo acqua che scorre, ma dobbiamo impararlo ogni giorno di nuovo, ogni giorno per la prima volta”

Ho iniziato l’ultimo libro di Andrea Molesini con la sicurezza che mi veniva dalla lettura di suoi precedenti romanzi:
Non tutti i bastardi sono di Vienna, dove racconta la storia di una famiglia nella disfatta di Caporetto e nella conquista austriaca tra il 1917 e 1918;
in Presagio le atmosfere sono rarefatte e il respiro del mondo sospeso in attesa dello scoppio della Grande Guerra;
ne La primavera del lupo la voce di una bambino narra la fuga dalla laguna di Venezia alla val di Sole in Trentino, nel marzo 1945.
Questi libri hanno in comune l’ambientazione geografica in Veneto, la mia regione, e la collocazione temporale nelle due grandi guerre del Novecento, temi che esercitano una forte attrazione su di me.
Ma… qualcosa, con l’ultimo, non ha funzionato e non ho ancora capito se sia stata la mia distrazione o il romanzo in sé e così, dopo le prime pagine, ho cominciato ad arrancare nella lettura, le parole si trascinavano come gambe stanche in salita. Quando sono arrivata alla fine ho tirato un respiro di sollievo.
Poi ci ho ripensato, perché i libri non sono sempre immediati e hanno bisogno di sedimentarsi nei pensieri, di accomodarsi e trovare il loro cantuccio nella mente e nel cuore. Lasciando il tempo trascorrere e mettendo distanza sufficiente dalla lettura, a volte, il libro può restituire qualcosa che subito non si è afferrato.
Così è stato per La solitudine dell’assassino e l’atto di scrivere mi ha portato a ripensare ai temi del romanzo e ai personaggi.

Unknown-1.jpegLa storia ha due protagonisti: Luca Rainer, un traduttore quarantenne, che funge da voce narrante e Carlo Malaguti, attorno al quale converge il racconto, un’ex detenuto, condannato per l’omicidio di una donna.
La scheda biografica di Carlo Malaguti, nella prima pagina del romanzo, lo presenta così:
“Professione: bibliotecario.
Causa della detenzione: omicidio premeditato.
Data dell’omicidio: 7 febbraio 1986.
Pena: ergastolo.
Anni scontati: 21.
La data di nascita denunciava gli 81 anni dell’uomo, che avevano contribuito alla concessione della libertà”.
Il destino mette insieme questi due personaggi per mano della direttrice del carcere che chiama Rainer e lo incarica di aiutare Malaguti a reinserirsi con la ‘scusa’ di scrivere la sua storia, per timore che l’anziano uomo non sia in grado di affrontare la vita esterna e intenda suicidarsi.
C’è anche un editore, Aldobrandi, interessato alla pubblicazione del futuro libro:
“scriva la storia di questo Malaguti, un’idea eccellente, […], in fondo quel che deve fare è tradurre l’anima di quell’uomo, un’anima che conosce il dolore, la caduta, la tenebra”.
Il viaggio che questi due uomini compiono è insieme metaforico e reale.
Un viaggio nel tempo, per capire il passato e comprendere il mistero che si nasconde dietro ai fatti che hanno portato Malaguti nel 1986 a uccidere Marta Vianello, e un viaggio reale, in barca a vela nell’Adriatico da Trieste a Itaca, dove trovano un punto di incontro due caratteri così diversi ma accomunati da una stessa sete di libertà.

Il viaggio nel tempo ci riporta nel 1944, quando Malaguti aveva 18 anni e, per fuggire alla leva, si era nascosto nell’isola di Sant’Erasmo, uno dei teatri della storia:
“Sant’Erasmo è un pezzo di campagna trapiantato nel bel mezzo della laguna di Venezia, con gli orti le viti i frutteti le lepri e i pollai, ma l’epoca era triste, nemica dell’uomo e della cultura”.
Un’isoletta che, essendo poco battuta da fascisti e tedeschi, era un nascondiglio per ebrei, partigiani e chi, come Malaguti, non voleva combattere con i fascisti:
“Io invece mi nascondevo per fuggire la leva. A diciotto anni presentarsi era un obbligo. Non avevo opinioni politiche forti, ma sapevo che i tedeschi erano il male, e io non volevo il male. E non volevo fare la guerra, una guerra che mi aveva già portato via mio padre”.
Qui il giovane Malaguti ha conosciuto l’amore, quello dei diciotto anni:
“Una sola volta ho amato. Una e una sola volta […]. Si chiamava Anna. Aveva la pelle chiara, gli occhi chiari, ma nei suoi occhi c’era il buio, un Maelstrom che faceva spavento […]. Aveva i capelli neri, ribelli, ricci, che si dannava l’anima per pettinare, senza riuscire a domarli. Non c’era niente, in lei, che si potesse domare. Leggeva. Leggeva tutto il giorno. Leggeva i russi, Zweig, i francesi. Leggeva perché leggere tiene a bada la morte, diceva così […].
Anna aveva diciotto anni, come me”.
Ma un giorno Carlo è stato catturato da una pattuglia di SS e sotto tortura ha tradito.
Quarant’anni dopo, nel 1986, l’omicidio di Marta Vianello ricollega tutti i pezzi.
Senza volersi difendere Malaguti ha confessato il delitto e scontato la pena fino a quando, vent’anni dopo, viene graziato.
È a questo punto che entra in scena Rainer.
Tra i due è un gioco come quello del gatto con il topo, chi cerca di stanare e chi si nasconde, ma non sai mai del tutto chi interpreta una parte o l’altra.
E in questa caccia alla verità emergono i temi del romanzo.

Innanzitutto il tradimento.
Malaguti ha tradito sotto tortura e non riesce a perdonarsi; è una ferita aperta che lo accompagna per tutta la vita. Giudica ignominioso questo suo tradimento e non invoca attenuanti, ritiene che solo ricordando, rifiutando l’oblio, possa riscattare il proprio onore. Si chiude, così, in un silenzio volontario:
“Malaguti è uno che ha fatto del silenzio la sua prigione più dura”.
Ma il tradimento ha molte facce, non solo quella di Malaguti. Può essere anche qualcosa di più intimo e quotidiano, come si trova a leggere Rainer in alcune pagine scritte dalla madre:
“Ma che cos’è il tradimento? Io tradisco me stessa ogni giorno. E non so cosa vuol dire la parola. Si tradisce un amico, un amante, un marito, una figlia, un figlio, ma cosa vuol dire? Si tradisce una promessa, ma le promesse sono già un tradimento quando vengono pronunciate, perché il futuro non è nelle conoscenze possibili. E allora cos’è? Perché si passa la vita a tradire, e chi e cosa si tradisce. Si tradisce se stessi. Tutti lo fanno, sempre. Ogni donna tradisce l’adolescente piena di futuro radioso che aveva sognato. E gli uomini non sono da meno in quest’arte”.
Anche questo è tradimento, una parte della vita con cui tutti dobbiamo confrontarci: è l’inevitabile tradimento di se stessi, dei sogni della giovinezza, dello sguardo puro e pieno di bellezza che poi non si riesce a conservare.

La libertà è un’altro tema del libro.
Le prime parole di Malaguti: “Ho vissuto da uomo libero, e la libertà mi ha devastato” e le ultime: “il segreto della felicità è la libertà, e quello della libertà il coraggio” dicono quanto sia difficile la libertà, e con quanta attenzione debba essere usata perché può diventare devastante ma, nello stesso tempo, bisogna correre il rischio e viverla.
Di libertà parla anche la poesia di Rilke La pantera che Rainer, nella finzione del romanzo, ha tradotto e che è il tramite per l’amicizia tra i due uomini.
Rilke ha scritto la poesia a Parigi nel 1907, dopo aver visto questo animale che, dietro le sbarre, si muoveva stanco ma lasciava intuire, nei muscoli, tutta la forza ancora presente del suo corpo flessuoso. Racconta la realtà umiliante della prigionia ma anche come la libertà continui a esistere nel profondo dell’anima.

Poi, i libri.
Il rapporto tra Rainer e Malaguti nasce dai libri: il primo è un traduttore e il secondo è un bibliotecario. Sono due uomini che conoscono i libri e ne discutono con dimestichezza. I libri sono presenti in tutto il romanzo, da sant’Erasmo alla Fortezza, il carcere di Trieste, e nelle case dove lo scrittore ci conduce; rivelano le personalità e i pensieri profondi e raccontano storie. Una di queste, una storia dentro la storia, parla proprio di libri.
È una storia medievale, narrata da Malaguti, sul rogo dei Talmud di Place de Grève dove l’assassinio della cultura è frutto della paura, dell’ignoranza e della violenza del potere nell’illusione di far scomparire le parole che alimentano il pensiero degli uomini.

“Venivano da ogni angolo della Francia, venivano dai porti e dalle montagne, dalla Provenza e dalla Vandea, da Marsiglia e da Bordeaux, dai borghi delle pianure, dai casolari delle foreste […]. Erano carri di quercia, ventiquattro […]
L’estate del 1242 era calda […]
Era una notte di giugno, una notte di pece e di luna, e Parigi era in festa. I carri portavano i diecimila Talmud condannati […]. Le pagine dei libri più preziosi erano fatte con l’utero di vitello, una carne color latte, lo stesso colore dei sudari di preghiera. E la luce violacea della fiamma, che la luna faceva d’ambra e di cuoio, illuminava la folla che gridava anatemi. C’erano i bambini sulle spalle dei vecchi, e c’erano i ragazzi e le donne che incitavano i frati, violenti come porci affamati, a gettare nel fuoco i volumi. L’odore dolciastro della pergamena, quell’odore di pelle e di carne che brucia, che colava come cera fusa, dilagava sopra la Senna fino a giungere alle case, agli alberi, alle torri silenziose […].
Tra gli schiamazzi della folla c’era chi, in silenzio, nascosto, piangeva lacrime tristi. Erano le lacrime degli ebrei, perché qualcuno di loro era andato alla piazza nella speranza che il Dio di Abramo incenerisse quei miserabili e salvasse il sacro testo dalla furia incosciente del popolo analfabeta, il popolo di Gesù. Ma i francescani esultavano, fieri del loro trionfo e il popolo tutto, con loro, esultava […].
Però una leggenda racconta che le lettere del Talmud non bruciarono insieme alla pergamena: si fecero farfalle di fuoco e vagarono nell’aria delle strade fino a disperdersi nella notte. […]. Le lettere, le Alef, le Bet, le Tau, con il loro inespugnabile fuoco semantico, perduravano all’insaputa della folla becera e stolta. Perduravano, segrete e incontaminate, nei sogni dei giusti, vasti come la notte […].
Quel che la fiamma bruciò in quella notte era solo e soltanto la pergamena”.

“Sono le storie a dare colore e respiro alle cose, le storie che si raccontano” e la storia che narra Andrea Molesini è bella, tra storia vera e motivi ideali.
Cosa, quindi, mi ha resa una lettrice disattenta?
La costruzione narrativa innanzitutto: un narratore interno che racconta l’altro e ne svela i misteri.
Per spiegarmi meglio devo dire che, quando ho iniziato questo libro, ero reduce dalla lettura dell’ultimo romanzo di un altro scrittore italiano che ha usato lo stesso approccio narrativo. Ma oggi usano tutti lo stesso schema? mi sono chiesta.
La mia impressione di lettrice è che la trama ne risulti spezzata e, di conseguenza, l’identità dei personaggi poco comprensibile.
Soprattutto il personaggio di Malaguti, in questo romanzo, mi è sembrato costruito da tanti pezzi che non sono riuscita a ricomporre del tutto, con il risultato che non ho sentito nessuna empatia nei suoi confronti, pur comprendendone le motivazioni ideali.
Sono interrogativi, questi, che mi pongo e sui quali sono aperta a tutti i pareri possibili.

 

Andrea Molesini
La solitudine dell’assassino
Rizzoli 2016

 

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