Dicono di lei: Jane Austen

Tra i romanzi che riuscì a portare a termine non ce n’è uno che sia fallito, e fra i suoi molti capitoli, pochissimi che scendano notevolmente al di sotto del livello degli altri (Virginia Woolf)

images-1

L’unica immagine che abbiamo di Jane Austen è questo schizzo disegnato dalla sorella Cassandra

La ricorrenza dei duecento anni dalla morte (1817-2017) è solo un’occasione in più per ricordare Jane Austen, una scrittrice che continuo a rileggere da quando, ragazzina, mi sono trovata tra le mani, chissà come, Orgoglio e pregiudizio. Ai tempi della mia infanzia era considerato un libro adatto per le femmine, semplice ed educativo (categorie riduttive mi sono resa conto, poi).
È stato una folgorazione! pur senza comprenderne appieno il valore mi ha conquistato e  di seguito ho letto gli altri romanzi dell’autrice. Quelli completi sono solo sei (qui) e da allora li ho riletti più volte e ogni tanto li riprendo ancora, senza annoiarmi mai, sebbene conosca già vicende, personaggi e dialoghi. A differenza di qualsiasi altro libro letto in adolescenza questi, di Jane Austen, mantengono un fascino inalterato anche nella mia più tarda età.
Tra i tanti critici e letterati famosi che si sono spesi a scrivere su di lei e i suoi romanzi, a interpretare il suo mondo e commentare la sua scrittura (ed è impressionante il loro numero e la loro fama) la mia preferenza assoluta va tuttora a Virginia Woolf.

virginia-woolf-1927-2

Virginia Woolf 1882-1941

Quando ho maturato, nella giovinezza, la capacità di leggere Virginia Woolf sono incappata ben presto in quelle frasi dove scrive che la Austen è “la più perfetta artista fra le donne, la scrittrice, i cui libri sono tutti immortali”.
Una scrittrice che scrive di un’altra scrittrice non è certo una novità ma è stato come se la Woolf mi offrisse una chiave per entrare dentro la scrittura di Jane Austen e comprenderne il valore letterario e psicologico che prima avevo solamente intuito.
Non so bene da dove siano nate le mie preferenze ma, nella giovinezza, Virginia Woolf e Jane Austen sono state le scrittrici che mi hanno interessato più di ogni altro autore o autrice.
Le ho conosciute come lettrice, con la grossa differenza dovuta al fatto che di Virginia Woolf ci rimangono tanti documenti, dalle numerosissime lettere ai diari, mentre di Jane Austen c’è molto poco. Questo segna già una disparità, oltre al secolo che le separa.
L’appartenenza a epoche diverse è la prima e più evidente distanza tra loro, ma ve ne sono altre: come l’attenzione di Woolf ai temi storici e politici che invece Austen ha escluso dalle sue opere; le sofferenze psicologiche della prima e l’equilibrio e l’impenetrabilità della seconda; lo stile intellettuale di una e l’apparente semplicità nell’opera dell’altra.
Ma entrambe hanno dedicato la vita alla scrittura e ne hanno fatto una ricerca e una passione; hanno ottenuto un posto di rilievo nella scena letteraria rompendo con gli schemi precedenti, una emergendo dal settecento e l’altra entrando nel romanzo moderno del novecento; hanno creato figure femminili, e anche maschili, indimenticabili e opere che rimangono un riferimento per arte, letteratura e cinema. E per il pensiero. Infine il riconoscimento di Woolf nei confronti di Austen, restituendole quel valore che non le è stato mai dato pienamente, crea un collegamento anche nelle differenze.

Così Virginia Woolf inizia il breve saggio intitolato Jane Austen (pubblicato nel 1925 su The Common Reader):
“Se fosse stato per Cassandra Austen probabilmente non ci rimarrebbe niente di Jane Austen, all’infuori dei suoi romanzi. Infatti soltanto nelle lettere a sua sorella maggiore ella si esprimeva senza costrizioni; solo a lei ella confidava le sue speranze e, se le voci non mentono, l’unica grande delusione amorosa della sia vita; ma Cassandra Austen, giunta alla vecchiaia, e sospettando che, data la grande fama di sua sorella, sarebbe venuto un giorno in cui gli estranei avrebbero voluto spiare e gli studiosi speculare, decise di bruciare, nonostante i suoi sentimenti, ogni lettera che potesse soddisfare questa curiosità, risparmiando soltanto quelle che lei giudicò troppo triviali (nel senso di banali) per interessare i posteri.
Pertanto ciò che sappiamo di Jane Austen si basa soltanto su qualche pettegolezzo, qualche lettera, e i suoi romanzi”.
Un pugno di lettere e qualche pettegolezzo, poco in verità.
Le lettere che sono arrivate a noi sono circa centocinquanta ma ci rimandano una Austen impenetrabile perché non traspare alcun stato d’animo, non emerge alcun pensiero soggettivo ma solo l’adesione a quello che succedeva nella sua realtà quotidiana, una descrizione tranquilla e schematica di tanti piccoli fatti. Che poi, a ben vedere, ci riportano a quello che succede nei suoi romanzi. Da qui possiamo dire che ha tradotto nei suoi racconti le esperienze di vita.
La sua privacy è stata curata in maniera scrupolosa e decisa dalla sorella Cassandra che ha bruciato tutte le lettere (sembra che ne abbia scritto circa tremila) che avevano contenuti personali; da quelle rimaste cerchiamo, ancora, di indovinare la personalità della scrittrice.

I suoi romanzi sono quindi l’unica possibilità per farci un’idea di chi sia stata Jane Austen che, in un’immagine poetica di Virginia Woolf, ha ricevuto alla nascita, come in una favola, una dono ‘magico’ che ha reso la sua scrittura perfetta:
“Una di quelle fate che si posano sulle culle l’avrà probabilmente portata a fare il giro del mondo non appena nata. E quando ritornò alla culla ella ormai sapeva non soltanto come era il mondo, ma aveva anche scelto il suo regno. Aveva fatto un contratto: se le fosse stato permesso di regnare su quel territorio, non avrebbe bramato altro”. 

Il suo regno è stata la scrittura e il romanzo in particolare, per il quale Jane Austen ha rivendicato una funzione insostituibile. In Northanger Abbey la scrittrice emerge dallo sfondo della storia e dice il suo pensiero preciso:
“E mentre le capacità del novecentesimo divulgatore della storia d’Inghilterra o di chi raccolga e pubblichi in un volume qualche dozzina di versi di Milton, Pope e Prior assieme a un saggio tratto dallo Spectator ed un capitolo da Sterne sono lodate da un migliaio di penne, pare esservi quasi un desiderio generale di sminuire l’abilità e di sottovalutare la fatica del romanziere, di disdegnare opere che hanno soltanto l’ingegno, l’intelligenza ed il buon gusto a raccomandarle… in breve opere che sono frutto delle doti maggiori dell’intelletto, in cui la più totale conoscenza della natura umana, la più felice definizione delle sue varietà, le più vivaci effusioni di intelligenza e di humor vengono offerte al mondo nel linguaggio più accurato”.
Jane Austen affonda le radici nel Settecento, quando il romanzo era un genere relativamente nuovo e osteggiato, basti pensare che Coleridge ha scritto nel 1808 che “la lettura abituale di romanzi ha come risultato la distruzione delle capacità mentali”. L’interesse degli illuministi era rivolto ai temi del progresso e della scienza e si può ben dire che è stato anche grazie a Jane Austen se il genere romanzo ha raggiunto l’importanza che sappiamo. Si è affacciata al secolo illustre del romanzo ottocentesco ma è rimasta profondamente antiromantica; il suo modo di scrivere sembra più verista, termine però che non apparteneva al suo tempo, e aborriva sdilinquimenti, svenimenti, esagerazioni dei sentimenti che calibrava nel suo stile privo di retorica e li ‘derideva’, in maniera più o meno evidente.

Quella di Jane Austen è una scrittura continuamente ripulita e rifinita, proprio come quella di Virginia Woolf. Anche questo accomuna le due scrittrici: la riscrittura e revisione continua, la limatura che entrambe hanno continuato a fare sulle parole, riempiendo pagine su pagine.
Mentre questa attività ci è nota per Virginia (perché lo troviamo scritto nei diari e nelle lettere; come pure le biografie stese dal marito Leonard Woolf e dal nipote Quentin Bell ci raccontano come questo persistente impegno intellettuale nella scrittura minasse una salute fisica e mentale fragile e compromessa) ci è meno nota per Jane. Di lei ci rimane solo il prodotto finito, i suoi romanzi di facile lettura.
Se non ci fossero le scritture giovanili “non avremmo mai indovinato quante pagine di fatiche preliminari aveva riempito la penna di Jane Austen”, ha scritto Virginia nel suo saggio. Si tratta di romanzi, racconti, frammenti raccolti in tre volumi sotto il titolo di Juvenilia, scritti dalla Austen tra il 1787 e il 1793 dai 12 ai 18 anni.
Sempre Virginia: “Le opere secondarie di un grande scrittore sono sempre interessanti, perché ci offrono la migliore critica dei loro capolavori. Qui sono più visibili le sue difficoltà, qui è meno abilmente celato il metodo con cui le risolveva. Per cominciare, l’aria scarna e dura dei primi capitoli, ci dimostra che Jane Austen era uno di quei scrittori che nella prima stesura espongono piuttosto sommariamente la loro vicenda, ma poi ripetutamente vi tornano finché questa acquisti rilievo e atmosfera. Non possiamo sapere come sarebbe giunta a questo risultato, mediante quali soppressioni, inserzioni e ingegnosi artifici”.

L’apparente facilità della sua scrittura e lo sguardo neutro che sembra avere quando descrive quello che vede, senza giudizi e moralismi, la rendono inscrutabile. Ma percepiamo la sua presenza dall’ironia e dal sarcasmo che fanno capolino, come fosse nascosta dietro a una tenda a osservare come se la cava il mondo, senza nessuna pretesa di volerlo cambiare ma concedendosi qualche risata. L’attenzione è puntata sui piccoli fatti quotidiani che danno risalto alla natura umana, che sembrano piccolezze tanto da trarre in equivoco anche un grande scrittore come Henry James che, nel 1905 in una sua conferenza su Balzac, disse che “Jane Austen con tutta la sua facile proprietà di stile non suscita in noi curiosità di conoscere i suoi procedimenti o l’esperienza personale che li determinò più di quanto ne susciti un tordo che ci racconti la sua storia da un ramo di un albero in giardino”.
Quale errore! e quale mancata attenzione ai suoi testi che rivelano, invece, come la presunta semplicità sia frutto di anni di scrittura e di ripensamenti e rielaborazioni.
Perché sappiamo, questo sì, che i romanzi di Jane Austen sono stati scritti in vari anni, rimasti a lungo nei cassetti e poi ripresi, prima di essere publicati, quattro anonimi e due postumi.
In un angolo di passaggio della casa, seduta a un piccolo scrittoio, in mezzo ai rumori e alle voci della vita domestica ha continuato a scrivere. Nonostante non avesse Una stanza tutta per sé, come ha rivendicato Virginia Woolf in un altro suo famoso saggio del 1929, lei ha continuato a scrivere e a creare quel mondo della campagna inglese dove delinea rapporti sociali che sembrano schematici, lineari ma in cui l’attenzione alle sfumature costruisce le personalità delle sue figure; dove l’estrema sobrietà delle descrizioni suggerisce più che dire; e il ricorso ai dialoghi fa sì che siano i personaggi stessi a definirsi.
In questo suo modo peculiare riesce a trasmetterci pensieri che rappresentano l’universale e non solo il piccolo mondo di campagna che delimita i confini delle sue storie.
Come ad esempio in Persuasion, il suo ultimo romanzo completo, quando la protagonista Anne Eliott discute con un amico sul pregiudizio della volubilità della donna:
«Non credo di aver aperto un solo libro in vita mia che non accennasse almeno all’incostanza della donna. Le canzoni ed i proverbi parlano tutti della volubilità della donna. Ma forse, voi direte che furono tutti scritti dagli uomini».
«Forse. Comunque, vi prego, nessun riferimento agli esempi contenuti nei libri. Gli uomini hanno avuto ogni vantaggio su di noi nel presentare la loro tesi. Hanno avuto ben maggiori possibilità d’istruzione, la penna è sempre stata in mano loro. Non vi concederò mai che i libri possano dimostrare qualcosa».
Oppure quando, sempre Anne in Persuasion, dice come per secoli le donne hanno solo potuto guardare il mondo e non parteciparvi pienamente:
«Certamente non vi dimentichiamo così in fretta come voi dimenticate noi. Forse è il nostro destino più che un nostro merito. Non abbiamo altra scelta. Trascorriamo il tempo relegate in casa, quietamente, a tormentarci per i nostri sentimenti. Voi siete costretti all’attività. Avete una professione, occupazioni ed impegni di ogni tipo che vi riportano immediatamente nel mondo. i mutamenti e le occupazioni costanti indeboliscono ben presto le prime sensazioni».
Questi sono solo alcuni dei ragionamenti che fanno emergere l’Io della Austen, il suo pensiero, al di sopra di ogni costruzione narrativa. Ho citato Persuasion perché, avendolo riletto pochi giorni fa, ho ben presente i contenuti ma possiamo trovarne ancora sparsi negli altri romanzi, in un dialogo durante un ballo o nel corso di una conversazione in un salotto.

Il dialogo è la caratteristica peculiare dei romanzi di Jane Austen che con l’arte della conversazione ci introduce nelle diverse personalità: “I giri e le svolte del dialogo ci tengono continuamente all’erta”; ed è sempre Virginia Woolf a ricordare come la complessità della natura umana sia resa da
“quei meravigliosi discorsetti, che in una chiacchierata di pochi minuti riassumono tutto ciò che dobbiamo sapere di un ammiraglio Croft o di una signorina Musgrove, quel metodo tachigrafo, un po’ casuale, che però racchiude capitoli interi di analisi e di psicologia”.

Al di là della trama ciò che, per me, desta sempre meraviglia in Austen, soprattutto nell’appiattimento emotivo dei giorni nostri, è la ricchezza dei sentimenti, delle sfumature che rendono ogni racconto un atlante umano.
Jane Austen domina pertanto emozioni assai più profonde di quanto si offrano a prima vista. Ci incita ad aggiungere ciò che manca. Ciò che lei ci offre è apparentemente una trivialità, tuttavia composta di elementi che si espandono nell’immaginazione del lettore e investono di durevole vita quelle scene che esternamente sembrano così triviali. L’enfasi viene sempre posta sul carattere. […]
Possiede la qualità permanente all’opera letteraria. Se scartiamo l’animazione superficiale, la somiglianza alla realtà, ci rimane, fonte di più profondo piacere, una squisita discriminazione dei valori umani. Se scartiamo anche questo, ci possiamo ancora estremamente dilettare in quell’arte più astratta la quale, nella scena del ballo, sa variare le emozioni e proporzionare le parti sicché la scena possa essere goduta, come la poesia, in se stessa”.
E cito ancora Virginia Woolf che, in conclusione del saggio su Jane Austen, non lascia nessun dubbio sul suo giudizio:
“la più perfetta artista fra le donne, la scrittrice, i cui libri sono tutti immortali, morì «proprio quando cominciava a sentire fiducia nel successo»”.

 

Jane Austen è nata nel 1775 a Steventon un piccolo villaggio nel sud-est dell’Inghilterra. Penultima di otto figli, sei maschi e due femmine, fu legata particolarmente alla sorella Cassandra con la quale è vissuta fino alla morte.
800px-William_Austen_family_tree_two_generations.svgLa famiglia Austen, anche se apparteneva alla borghesia di campagna e non era ricca, aveva legami con famiglie dell’aristocrazia ed era quindi nella condizione di scegliere con attenzione chi frequentare, in linea alle regole sociali e ai limiti di convenienza. Da questo contesto Jane ha preso spunto per ambientare gran parte dei suoi romanzi.
Nel 1782 le due sorelle Austen furono mandate alla Abbey School di Reading (alla quale probabilmente la scrittrice si richiama quando in Persuasion descrive la scuola che le sorelle Musgrove frequentano “in collegio a Exeter avevano imparato le solite cose ed ora, come migliaia di altre ragazze, vivevano per esser felici, allegre e alla moda”).
Dopo essersi ammalate di tifo, tornarono in famiglia dove il padre, pastore anglicano e rettore del luogo, si è occupato personalmente della loro istruzione. Tramite lui le figlie hanno potuto accedere a una cultura letteraria non indifferente, grazie alla collezione di 500 volumi e allo studio dei classici, da Shakespeare (dal quale deriva l’amore per i dialoghi), a Milton, alla letteratura del diciottesimo secolo, oltre a una conoscenza del francese e dell’italiano.
Jane ha iniziato a scrivere dal 1787 e ha continuato fino alla morte (per quanto riguarda i suoi romanzi rimando ad una seconda parte).
Sembra esserci stato anche un innamoramento nella sua giovinezza, finito presto in una delusione. Nel dicembre del 1795 ha conosciuto Thomas Langlois Lefroy, il nipote di alcuni vicini di Steventon. Quando la famiglia Lefroy si rese conto che tra i due stava nascendo un legame allontanò il giovane, nel gennaio 1796, ritenendo lei poco adeguata socialmente. Un matrimonio impossibile, quindi, perché il ragazzo dipendeva economicamente per gli studi legali che stava compiendo.
Come non vedere in questa vicenda quanto poi Jane narrerà nei suoi romanzi?
Nel 1800 il padre decise di trasferire la famiglia a Bath (altro luogo dove Jane ha messo in scena le sue storie) ma nel 1805 morì improvvisamente lasciando la moglie e le due figlie in precarie condizioni finanziarie, aiutate dai figli-fratelli.
Nel 1806 si trasferirono a Southampton, da Frank, e successivamente, nel 1809, tornarono vicino ai luoghi d’origine, a Chawton, dove Edward mise a disposizione della madre e delle sorelle un cottage di sua proprietà. Qui Jane visse gli ultimi anni della sua vita.
Dopo l’arrivo a Chawton, riuscì a far pubblicare quattro romanzi ottenendo un discreto successo.
All’inizio del 1816 la Austen cominciò ad avere i primi sintomi della malattia: dolori alla schiena, disturbi gastrointestinali, perdita di peso, debolezza, tensione nervosa (morbo di Addison, dice la medicina odierna).
Nel 1817 la sorella Cassandra, in cerca di una cura, la condusse a Winchester ma in quella città la Austen morì il 18 luglio e venne sepolta nella cattedrale. Aveva quarantadue anni.

9 thoughts on “Dicono di lei: Jane Austen

  1. Jane Austen è spesso associata a un’idea di romanzo superficiale, destinato ad intrattenere le ragazze, fatto di chiacchiere e pochi fatti. Un giudizio terribilmente affrettato, che dimostra quanti pregiudizi ci siano ancora verso le sue opere. Io l’ho adorata da ragazza e ancora adesso, quando ho l’occasione di rileggerla, mi stupisco sempre della profondità e universalità di quello che ha scritto. Bellissimo post, l’ho apprezzato molto.

    Liked by 2 people

    • Una sottovalutazione legata a molti pregiudizi. Soprattutto in Italia Jane Austen è considerata una scrittrice di facile lettura, dai contenuti semplici. A parte alcuni scrittori come Citati, Praz (che ha anche tradotto Emma) e pochi altri, sono soprattutto autrici femminile a parlare di lei. Viene relegata nella letteratura al femminile e sottostimata. Grazie del tuo apprezzamento 🙂

      Liked by 2 people

    • Ciao Pina tutti i romanzi della Austen hanno contenuti che vanno oltre l’apparente facilità di lettura. Ci lasciamo ingannare proprio da questa semplicità senza pensare che è sempre frutto di fatica 🤗

      Liked by 1 persona

  2. Bello il tuo articolo su questa grande scrittrice spesso sottovalutata. Ricordo che a Winchester, anni fa, ero andata alla ricerca della sua tomba nella meravigliosa cattedrale gotica: una disadorna lastra tombale con una lunga epigrafe che ne ricorda la morte precoce e la vita segnata dal dolore e dalla malattia. Ciao.

    Liked by 1 persona

    • Ciao Laulilla e grazie di aver condiviso il tuo ricordo. L’epigrafe dunque non ci rimanda l’idea di ‘una brunetta vivace’ (come hanno scritto alcuni) ma di una vita triste. L’unica cosa certa è che rimane una grande scrittrice

      Liked by 1 persona

      • Cara Gina, il mio ricordo potrebbe anche essere sbiadito, perché ti parlo di un viaggio di almeno vent’anni fa! Per questa ragione ho cercato su quell’enorme memoria collettiva che è il motore di Google , e, digitando “epigrafe Jane Austen Winchester” ho trovato subito questo:
        http://www.toscanalibri.it/it/scritti/in-memoria-di-jane-austen-pensieri-ed-emozioni-sulla-lapide-della-tomba-nella-cattedrale-di-winchester_1624.html.
        Ti dirò, che un pezzo di memoria l’avevo comunque persa e mi è tornata leggendo e, soprattutto vedendo la fotografia della targa in ottone, che non è la lastra tombale, che è scura e si trova invece sul pavimento. La lastra di ottone, in realtà non la ricordavo proprio.
        Sono interessanti anche le parole del giornalista che ha fatto quel viaggio, a proposito delle difficoltà, per una donna della sua condizione, di vedere riconosciuto il proprio merito di scrittrice.
        Guarda come funziona la mia memoria: quando ho letto di queste difficoltà, mi è venuto in mente un bellissimo romanzo, che forse già conosci, ma che ti segnalo ugualmente, nel caso non lo avessi mai letto. È di Melania Mazzucco e si intitola: La lunga attesa dell’angelo. Vi si raccontano gli ultimi giorni di Tintoretto e si ricostruisce, fra l’altro il rapporto che legava il grande pittore a Marietta, la figlia, pittrice a sua volta, costretta a nascondersi e a travestirsi da uomo, perché la sua attività di pittrice non era accettatata neppure nell’ambiente abbastanza libero della Venezia cinquecentesca. Si tratta di un romanzo abbastanza eccezionale, anche per il rigore storico della ricostruzione. Ciao e scusa per la divagazione, ma io sono un po’ anarchica nell’associare ricordi, fatti, letture…

        Liked by 1 persona

      • Quelle che chiami divagazioni sono associazioni che arricchiscono il pensiero! 🙂
        Ti ringrazio di avermi ricordato il libro su Tintoretto. Ho la brutta (forse) abitudine di comprare i libri per poi lasciarli in attesa di lettura. Il libro della Mazzucco, bello grosso, è lì e visto che me lo ricordi e lo citi lo inizierò a breve.
        Interessante il link e dice cose che ho inserito nel mio prossimo scritto sui romanzi di Jane Austen. Spero lo leggerai e mi farai sapere. Grazie, a presto

        Liked by 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...