Joyce Lussu

”Ma anche le storie più moderne, dei lavoratori e non solo dei dominatori, sono sempre carenti per ciò che riguarda la presenza delle donne nell’una e nell’altra classe […]. Si pubblicano nel mondo occidentale moltissimi libri sulla donna, ma sempre di ordine sociologico, psicologico o biologico. E mai storico. E le storie generali non integrano l’analisi della metà femminile nel divenire delle società, o fanno pochi accenni, non sempre attendibili. Se è vero che la storia del passato ci deve servire per capire il presente e costruire il futuro, è una lacuna molto grave”
Joyce Lussu

Un giorno di qualche anno fa mia figlia minore mi ha chiesto se conoscevo Joyce Lussu (1912-1986) e cosa sapevo di lei. Era rimasta incantata da questa donna che aveva incrociato durante le ricerche per la sua tesi di laurea, conosciuta come traduttrice di Agostinho Neto e della poesia angolana nel periodo della decolonizzazione portoghese.
Ho risposto che sapevo solo che il suo nome figurava nella traduzione italiana delle poesie di Nazim Hikmet e che era stata la moglie di Emilio Lussu.
«Ma hai letto qualcuno dei suoi libri?» ha proseguito mia figlia «sai che ha fatto questo e quest’altro?».
No, non lo sapevo.
Sono andata a cercare il suo nome nei libri di carta che citano le donne che hanno partecipato alla costruzione della nostra democrazia. Non l’ho trovato; neppure un accenno tra le centinaia di altri nomi. Eppure si tratta di libri che privilegiano la presenza femminile nella storia:
Il secolo delle donne, Laterza 2001 (ma, essendo un breve testo tematico, i nomi non sono tantissimi);
Il Novecento delle italiane, Editori Riuniti 2001 (qui la cosa si fa interessante perché l’indice dei nomi è ben fornito, ma quello di Joyce manca);
Donne della Repubblica, Il Mulino 2016 (anche lì nessun accenno).
In tutti questi libri è, invece, citato il marito Emilio Lussu, a ragione certo perché è stato una figura determinante nella lotta contro il nazifascismo e uno dei primi ministri della Repubblica, ma… pure Joyce è stata “antifascista altrettanto impavida, intellettuale brillante ed eccezionale figura di rivoluzionaria” (Chiara Cretella) (http://www.rosettamartellini.it/joyce%20lussu%20cretella.htm).
Soprattutto mi ha lasciata fortemente perplessa la totale assenza del suo nome dai 247 citati nei tre volumi di Italiane, edito nel 2003 per volontà del Dipartimento Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri diretto allora da Stefania Prestigiacomo.

Mi chiedo ancora come mai una donna come Joyce Lussu sia dimenticata e non considerata tra le tante meritevoli come lei di essere ricordate. Ma la patria può essere una madre maligna e il carattere di Joyce, ribelle e allergico alle formalità, può avere fatto la sua parte. Come scrive ancora Chiara Cretella “Joyce Lussu è stata sicuramente una delle donne più importanti del nostro Novecento, ma paga lo scotto della sua femminilità e forse anche di un marito eccellente: per questo una pesante rimozione l’ha praticamente cancellata sia dai libri di storia che da quelli di storia della letteratura. Come se non bastasse i suoi testi meravigliosi e attualissimi non vengono ristampati e sono ormai introvabili”.

Oltre a Wikipedia, e pochi articoli di giornale per ricordarla, troviamo scritto di lei nella Enciclopedia delle donne:  www.enciclopediadelledonne.it/biografie/joyce-salvadori-lussu/ ;  

e nel sito dell’ANPI: www.anpi.it/donne-e-uomini/1426/joyce-lussu.

Mia figlia, vista la sorpresa che ho espresso nel non trovare traccia di Joyce nei testi, IMG_2974.jpgchiamiamoli così, più ufficiali e nel trovare irreperibili le sue opere nelle librerie ha ribadito: «Sono anni che te lo dico!». Essendo bibliotecaria mi ha quindi procurato i libri di carta tramite il circuito delle biblioteche e altri testi in ebook, ed ha aggiunto «è la sua vita, la cosa migliore di lei».

Ho cominciato a leggere…

Tutti i libri di Joyce contengono notizie autobiografiche e storiche, perché è vissuta immersa negli avvenimenti del Novecento, non solo italiani ma internazionali. Sono quindi tante le cose che si possono dire di lei e delle sue azioni ma, tra tutte, scelgo una presentazione che mette in evidenza il suo pensiero femminista, che rivendica per le donne il posto che  a loro spetta nella storia e nella politica. Mi sembra un inizio doveroso visto che lei stessa rischia di essere cancellata dal ricordo e dalla stessa storia che ha contribuito a costruire.

C’è un pensiero che fa parte del suo bagaglio culturale e di vita, con il quale è entrata nel mondo adulto e l’ha percorso a testa alta, e che è alla base di ogni sua azione:
“che la donna ha le identiche capacità dell’uomo di realizzarsi come essere umano;
che si acquista dignità sviluppando l’intelligenza e non circondandosi di oggetti costosi;
che la cultura e la coscienza politica sono la stessa cosa;
che bisogna guadagnarsi il pane al più presto per non dipendere da altri;
che i rapporti amorosi con l’altro sesso non hanno nessuna connessione coi problemi economici e la sicurezza sociale, che sono straordinariamente belli e importanti e coinvolgono, non solo le sensazioni e i sentimenti, ma anche tutte le componenti morali, politiche, ideali ecc. della personalità”.

Questo brano, come i successivi, sono tratti da Padre Padrone e Padreterno, un libro  che mette in evidenza il pensiero femminista di Joyce e la sua volontà di non farsi escludere, perché donna, da nessuna delle attività militari e politiche.
“Nella lotta attiva contro il fascismo nel periodo clandestino, e poi nella lotta armata, debbo dire di avere incontrato un numero pari, a occhio e croce, di uomini e di donne. […]
Debbo aggiungere che il fatto di essere donna, anche in guerra, non mi ha mai creato particolari difficoltà o vulnerabilità. Sul piano fisico, se la donna ha in generale, per motivi sociali e storici, i muscoli meno sviluppati di quelli dell’uomo, ha però una resistenza allo sforzo e alla fatica prolungata non certo inferiore, nemmeno quando è incinta (ho fatto gran parte della guerra con un figlio in corpo); sul piano morale, il clima di parità civile e di rispetto reciproco tra militanti è ovviamente assai diverso da quello della società borghese. […]. Come combattente, non valevo ne più ne meno di un uomo. Avevo fatto tre mesi di addestramento militare in Inghilterra, in un campo non lontano da Londra, dove si preparavano i commando di varie nazioni, che poi sarebbero stati paracadutati nei rispettivi paesi occupati dai nazisti. Tra i rischi che correvo c’erano anche quello dello stupro e della tortura, ma erano rischi identici a quelli che correvano gli uomini, e non solo i combattenti”.

Il pensiero di Joyce Lussu è stato per la partecipazione delle donne a tutti i settori della società, senza isolamenti e senza guardare alla questione femminile separata da quella della lotta politica di classe.

Ed ora un episodio che non lascia dubbi sugli aspetti della sua personalità.

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Distretto militare di Cagliari. Consegna della medaglia d’argento al valor militare

“Feci in Italia tutta la campagna ’43-’45 nelle formazioni ‘Giustizia e Libertà’, e alla fine lo stato italiano mi riconosce il grado di capitano nell’esercito patrio, e una medaglia d’argento al valor militare con una motivazione favolosa. Le autorità di Cagliari, mia residenza, volevano mandarmi la medaglia a casa ‘brevi manu’, ossia alla chetichella, senza pubblica cerimonia. Ma io, codice civile e militare alla mano, protestai che non avevo nessuna intenzione di rinunciare alla cerimonia, e che la volevo in piena regola, con plotone d’onore, presentat’arm, banda militare e presenza del generale comandante la piazza, nonché delle autorità civili. Mi fecero aspettare alcuni anni, ma alla fine la cerimonia si dove’ fare, come prescritto dalla legge. Mi misi un vestito rosso, sfilai davanti ai soldati tirati a lucido e schierati impeccabilmente e alle tribune delle autorità, e arrivai al centro dello spiazzo dove mi attendevano il generale e il suo aiutante di campo, che reggeva in una mano il cuscino con la medaglia e nell’altra il foglio con la motivazione. La lesse […].
Poi al momento di appuntare la medaglia al petto (circonferenza toracica un metro e dieci centimetri), ebbe quell’attimo di confusione che non giovò all’eloquenza del successivo discorso […]. Quando fu per concludere si confuse di nuovo e invece di dire, come certamente era sua intenzione, che la patria è al di sopra del sesso, dice che il sesso è al di sopra della patria”.

Da questo racconto, che suscita qualche risatina, risalta la determinazione con la quale Joyce si è posta di fronte alle autorità; l’ironia palese e la derisione dell’imbarazzo maschile verso una donna che non si è sottomessa alle consuetudini e ha sempre voluto giocare sullo stesso campo, ad armi pari con gli uomini; l’audacia, senza nessuna ombra di titubanza, nelle sue azioni.
Ha incarnato pienamente lo spirito indomito femminile affrontando da protagonista le sfide della sua epoca, determinata nel non lasciarsi mettere da parte in quanto donna e con la convinzione che le donne devono essere presenti sulla scena storica.

Un altro episodio per confermare la sua chiarezza di idee e determinazione che sicuramente non l’hanno agevolata nella considerazione di molti.

“Siccome ero un’oratrice semplice e persuasiva, venivo chiamata nelle città e nei paesi dalleuid_14df6840fce.450.0.jpg sezioni, circoli, Camere del lavoro ecc. per spiegare alle folle degli elettori che il partito socialista, accanto al partito comunista, rappresentava gli ideali della Resistenza e la futura trasformazione della società”.
Quando arrivava trovava il posto del comizio stipato di uomini
“«Bene, compagni» dicevo io «dato che in sezione lo donne non le volete, vi saluto e vado a riprendere il treno» e mi avviavo verso l’uscita. «Come, non le vogliamo» balbettava il segretario nel silenzio piombato di colpo; «mia moglie è tesserata, le ho portato la tessera a casa; le mogli di parecchi compagni sono tesserate». «E se sono tesserate, perché non vengono in sezione? Nemmeno oggi che parla una donna?». Un coro di giustificazioni rispondeva alla domanda: le donne stavano badando ai bambini piccoli, o preparando il pranzo domenicale, erano andate a messa, non s’intendevano di politica, non amavano uscir di casa, non erano abituate a trovarsi in mezzo agli uomini […].
Per placarmi, terrorizzati all’idea che il comizio saltasse esponendoli alle beffe degli avversari, i compagni tiravano fuori l’argomento che più mi faceva infuriare: che io ero una donna eccezionale, che ero un caso a parte ecc. «Eccezionale un corno» tuonavo «Siete voi che chiudete in casa le vostre donne, che impedite loro di fare quello he faccio io. Adesso glielo vado a chiedere, se non preferirebbero essere qui!». «Ma è troppo tardi, imploravano, l’ora del comizio è scaduta». «Io non vado su quel palco, se non ho una donna alla mia destra e una donna alla mia sinistra. Perciò, se volete che parli, accompagnatemi alle vostre case. Se ci sono bambini, o ce li portiamo appresso, o il padre se ne occuperà per un paio di ore».
Così ricattati, i compagni mi accompagnavano dalle loro donne, che in generale erano felicissime di piantare tutto e venire con me. Meno felici erano i compagni, e non pochi dichiaravano che non avrebbero più votato per dei partiti che sfasciavano le famiglie. Il giorno dopo bisognava mandare un dirigente a riparare i guasti che avevo fatto, assicurando i capifamiglia che mai e poi mai le sinistre avrebbero messo il dito tra moglie e marito”.

Questi sono solo alcune delle vicende che Joyce racconta, in tono vivace, della sua storia in guerra e in politica, ma ve ne sono molte altre che lasciano a bocca aperta perché Joyce era una donna che non le mandava certo a dire. Il libro da cui sono tratti i brani è Padre Padrone Padreterno edito da Mazzotta nel 1976. Un breve testo che intende ricostruire la presenza delle donne nella storia e, anche se risente del clima dell’epoca, vivace e di rivendicazione femminista, è denso di riflessioni attuali.

I prossimi testi di cui intendo scrivere sono l’autobiografia Portrait in cui Joyce racconta i fatti e le scelte della sua vita e Fronti e Frontiere,  che per me è la sua opera migliore.

Le foto si trovano in rete.

 

10 Comments

  1. La sua Storia del Fermano mi è tornata alla mente, perché, molto giovane, avevo assistito, a Torino, alla presentazione di quel libro; ricordo anche che Joyce Lussu era presente (non più molto giovane) e aveva parlato di questo suo lavoro. Non so che fine abbia fatto quel volume (era il primo di un progetto editoriale che ne prevedeva due) che nell’occasione avevo acquistato. Non credo di aver mai posseduto il secondo. Intellettuale di grande cultura e intelligenza, che hai fatto benissimo a ricordare, perché l’essere donna l’aveva sicuramente messa in ombra, rispetto a quel marito, di cui continuava a portare il cognome. Un saluto, Gina.

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    1. Quindi l’hai ascoltata dal vivo! Mi chiedo come sarebbe stato conoscerla nella realtà. Mi sarebbe piaciuto. Già leggendola si ha l’impressione di dinamismo e di chiarezza di idee tali che non devono sempre essere facili nel confronto ma stimolanti.
      Colgo il tuo accenno sul cognome del marito che continuava a portare per esprimere il dubbio e la curiosità in merito al fatto che non abbia tenuto il suo di cognome. Forse perché è di una generazione diversa e allora non si poneva neppure la questione? Secondo me aveva un’ammirazione tale per il marito e una condivisone degli ideali che ha fatto suo del tutto il suo nome. Ciao

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      1. Sì, l’ho vista dal vivo, ma ne ho un ricordo sbiadito, perché molto lontano, Il libro era stato presentato non in una libreria, come usa oggi, ma in un istituto di cultura europea che faceva capo ad alcuni prestigiosi esponenti del partito socialista torinese, ancora non craxiano. Ricordo quell’incontro e soprattutto il dibattito che ne era scaturito, sullo studio della storia locale nelle scuole, cosa che mi aveva resa un po’ perplessa, perché in una città di forte e recentissima immigrazione meridionale, accettata a stento, come era allora Torino, lo studio della storia locale rischiava di diventare un ulteriore elemento di discriminazione. Era ancora una donna bella, un po’ appesantita per l’età, molto interessante da ascoltare, che a sua volta ascoltava volentieri osservazioni e obiezioni. Ignoravo tutto di lei e credevo che fosse una sorella di Lussu, ma in seguito mi era stato detto che invece era la moglie, da tempo legata al poeta indiano Nazim Hikmet. Credo che il mantenimento del cognome, certamente dovuto all’affetto e all’ammirazione che continuava a legarla al marito, fosse dovuto anche a ragioni più pratiche, poiché si era fatta conoscere e stimare universalmente come Joyce Lussu da troppo tempo per riuscire a imporre il suo cognome originario. Così accadeva anche a Natalia Ginzburg, originariamente Natalia Levi, nonché ad altre donne di una certa notorietà che, nonostante l’approvazione del nuovo diritto di famiglia, si erano sentite obbligate a usarlo ancora.
        Ciao!

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      2. Verso gli anni 80 si era interessata e aveva pubblicato testi su temi e miti popolari, delle Marche (la sua regione) e della Sardegna (la regione del marito). Lei è stata la traduttrice di Nazim Hikmet e lo ha fatto conoscere in Italia. Poeta turco in esilio. Non stava con Hikmet anche se lui ha avuto molte donne ma Joyce, nelle 19 conversazioni registrate con Silvia Balestra, parla del suo rapporto con Lussu come esclusivo non per un senso morale ma proprio per il legame tra loro. Ciao, è sempre interessante lo scambio che si viene a creare 🙂

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      3. Lo ha spiegato Joyce stessa, mi dispiace di non potervi dire esattamente dove, al momento non lo ricordo. Così, a memoria: “Il nome di nascita non lo scegli, un marito si”. E’ certamente vero che il legame tra i due era tale da giustificare quella scelta. Joyce spiegò espressamente come ad un certo punto decise di non essere più “la signora Lussu”, pur volendone mantenere il nome: negli anni cinquanta iniziò l’attività di traduttrice, che svolse in modo assolutamente personale, senza conoscere la lingua originale! Si mise a girare il mondo, andando a conoscere il poeta, ci viveva assieme, e con l’ausilio di una terza lingua come tramite (lei parlava inglese, francese, tedesco e portoghese) arrivava a stendere il testo in italiano. Tradusse dal turco, dal vietnamita, dall’albanese, dall’eschimese..! Emilio Lussu non era un uomo comune e Joyce non era una donna comune, questo è sicuro

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    1. Ci sono persone che vengono dimenticate facilmente ma una donna come lei, una vita come la sua, mi riesce difficile comprendere come mai sia così messa da parte. Non è mai stata una persona da mettersi in secondo piano ma, anche nella scena internazionale, si è sempre distinta. Secondo mia figlia una presenza che a molti è sembrata ingombrante e… antipatica. Non si amano le donne belle, sicure e di talento, neppure oggi che pensiamo superate tante barriere.

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