‘Portrait’ di Joyce Lussu

Joyce Lussu

PORTRAIT (cose viste e vissute)

Transeuropa, 1988

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A mont de Lans, in Francia, nel 1938

Ogni testo di Joyce Lussu è autobiografico perché gli avvenimenti di cui scrive li ha vissuti in prima persona. In questo, oltre alla Storia, narra anche la vita privata documentata da molte foto: la vediamo bambina, poi ragazzina, giovane donna, adulta e infine vecchia. Ciò che la contraddistingue è lo sguardo diretto, quello di chi affronta la vita senza incertezze. Sono immagini che rimandano perfettamente la tempra di questa donna. E diretta è anche la sua scrittura, senza giri di parole e con dialoghi essenziali. Leggerla è come ascoltare dalla sua stessa voce le cose che racconta e per questo motivo trovo particolarmente interessante lasciare il maggior spazio possibile alle sue parole. Come mi piace sempre fare con i libri degli altri.

 

La famiglia e la giovinezza

“Nacqui da poveri ma onesti genitori, nella città di Firenze, una sera di primavera del 1912”.
I genitori erano poveri, anche se provenivano da famiglie di ricchi agrari marchigiani, perché “avevano fin dall’adolescenza contestato i loro padri, le loro culture, la posizione sociale e le loro abitudini quotidiane, giungendo con essi a una rottura totale”.
Joyce ritiene che la vena contestativa dei genitori provenisse dalle donne di famiglia: sia la nonna materna che la bisnonna paterna erano inglesi (“tutte queste inglesi, piovute da un cielo così diverso in quel remoto angolo degli Stati Pontifici che era la zona di Fermo, avevano portato una ventata d’aria antipapista, e idee e abitudini nuove nel pubblico e nel privato, che contrastavano con quelle di una società decisamente cattolica e maschilista”), di cultura liberale e di costumi meno tradizionali di quelli italiani dell’epoca. Non portavano il busto, leggevano libri che non erano religiosi, ma erano mogli fedeli e madri attente. I mariti, beh, quelli erano donnaioli e libertini, marchigiani sedentari.
La nonna materna si è anche separata dal marito e se ne è tornata in Inghilterra.
Il nonno paterno “era un signore alto e bello, con due folte basette che lo facevano assomigliare al Cecco Beppe del «Corriere dei Piccoli»“. Il figlio maggiore gli aveva dato qualche soddisfazione ma il padre di Joyce era, invece, fonte di preoccupazione perché “trovarsi un intellettuale in famiglia, e per di più in rivolta contro la propria classe, era per mio nonno una spiacevole esperienza, e vi si rassegnava con l’apparente bonarietà che gli era solita, ma con l’effettivo cordoglio di un padre che ha generato un figlio storpio”.
Il nonno è stato uno dei proprietari che, a Porto San Giorgio nelle Marche, ha finanziato le prime squadre fasciste contro gli operai e i socialisti.

I genitori di Joyce si erano trasferiti a Firenze. Il padre era libero docente di Filosofia all’Università di Firenze, un incarico che allora non era retribuito, studioso della filosofia positivista, ha tradotto Spencer e Wundt; anticolonialista.
La madre era disegnatrice, pittrice e antimilitarista.
Il clima culturale e di parità respirato sin dall’infanzia in questa famiglia laica ha avuto una grande influenza su Joyce, che era la figlia ultimogenita di tre: nel 1906 era nata la sorella Gladys; nel 1908 il fratello Max Salvadori, storico e antifascista. Lei è nata l’8 maggio 1912.
Sin da bambina Joyce aveva ben chiaro da che parte stare. Ha trascorso l’infanzia in una Italia in cui il Fascismo stava diventando quello che conosciamo e sin da piccola si è scontrata con la violenza squadrista. Come quella volta, nel ’21, quando è stata schiaffeggiata fortemente da un giovane in camicia nera perché non ha voluto dire “viva il fascio e viva Mussolini”:
“Corsi a casa con gli occhi gonfi e il sangue che mi colava dal naso e trovai mia madre; mi lavò il viso con acqua fresca, mi dette una fetta di pane con burro e zucchero sopra e mi ascoltò in silenzio. Poi, mi disse: «Hai fatto bene». Solo dopo molti anni capii quanto doveva esserle costato. Avevo nove anni”.

Nel ’24 il padre è stato portato dagli squadristi alla sede del fascio a Piazza Mentana, picchiato e torturato. Così anche il figlio Max, che lo aveva seguito. Un caso fortuito li ha salvati dalla morte.
Dopo questi episodi la famiglia decise di fuggire in Svizzera. Dapprima abitarono presso una specie di scuola che si trovava tra Losanna e Ginevra, diretta da una cugina inglese della madre; un scuola basata sui principi della non violenza e della fratellanza fra tutti i popoli, la Fellowship School.
Poi, dopo aver peregrinato per la Svizzera italiana, tedesca e francese, ospiti di pastori di varie chiese, hanno affittato per pochi soldi un castello abbandonato a Martheray, vivendo in condizioni spartane.
Joyce tornava in Italia per sostenere gli esami di licenza ginnasiale e liceale, presentandosi da esterna, perché studiava preparata dal padre; o per distribuire stampa antifascista ai compagni di Giustizia e Libertà con i quali la famiglia era in contatto.

In uno di questi viaggi incontrò Benedetto Croce; bussò alla porta di Palazzo Filarmino con poesie, racconti e scritti suoi da fargli vedere. Don Benedetto, come lo chiama, conosceva le traduzioni del padre e l’accoglieva volentieri. Discutevano molto e non si trovavano mai d’accordo, soprattutto di questione femminile e di marxismo, perché “oltre a essere un grande filosofo, Don Benedetto era anche una grande proprietario terriero, non abbastanza dissimile dai miei nonni”.

A diciott’anni si iscrisse all’Università di Heidelberg, in Germania, facoltà di filosofia dove seguì “i corsi dell’esistenzialista Jaspers, del neokantiano Richter e del filologo Günter”.
Era il 1930 e la Germania si trovava a vivere gli ultimi anni della Repubblica di Weimar. Joyce racconta “la Germania nibelungica e wagneriana che trovò il suo vate nei latrati paranoici di un piccolo borghese austriaco, il quale, da plebeo qual era, sciolse subito le corporazioni studentesche e, al posto delle munsuren, offrì ai giovani bene una fresca e gioiosa (frisch und froehlich) guerra di conquista oltre frontiera”.
Dopo la visita di Hitler a Heildeberg nel ’32, delusa dalla miopia degli accademici che giudicavano ragazzate quanto succedeva in Germania, ha abbandonato la Facoltà ed è tornata in Italia.
Nel frattempo il fratello era stato confinato nell’isola di Ponza per attività antifascista.

Emilio Lussu

Joyce, durante la visita al fratello, si assunse il compito di consegnare un messaggio dei confinati direttamente nelle mani di Emilio Lussu, che viveva in clandestinità. Si incontrarono a Ginevra nel 1938 “e lì, era sorto un forte sentimento, che faceva sì che io lo cercassi ancora, per tutte le ragioni possibili. Emilio Lussu non aveva intenzione di formarsi una famiglia, incompatibile a suo parere, con la vita che conduceva, di rivoluzionario militante. Ma io ero invece convinta di essere la compagna adatta per un rivoluzionario militante”.

“Nella deflagrazione interiore innescata dal primo sguardo c’era già tutto: dall’intensa attrazione fisica al sincero rispetto, dal bisogno di affetto alla passione politica. In me aveva agito l’immagine pubblica già nota del prestigioso rivoluzionario; in lui, la sorpresa di trovarsi davanti, latrice di pericolosi messaggi e piani clandestini, un ragazza di buona famiglia, proletarizzata dalla lotta e dall’emarginazione economica e sociale. C’erano tutti gli estremi per un grande amore e una robusta militanza comune”.

Quando scrive della sua relazione con Emilio Lussu Joyce usa sempre parole di grande considerazione, nella condivisone piena della vita clandestina e dell’attività politica e di lotta.
“Emilio [che aveva 22 anni più di lei] mi aveva insegnato molte cose. Aveva aggiunto all’anticolonialismo di mio padre e all’antimilitarismo di mia madre, accompagnato da una forte coscienza della parità tra uomo e donna, una più precisa analisi della lotta di classe e della funzione del proletariato (industriale, agricolo o colonizzato, maschile e femminile) nella trasformazione della società e nella creazione di una nuova classe dirigente. Veniva dalla regione più depressa d’Italia, da un villaggio poverissimo di contadini-pastori. Aveva fatto la prima guerra mondiale in una brigata speciale, di proletari sardi che parlavano una lingua diversa dall’italiano, e che erano stati esposti a tutti i massacri delle prime linee in nome di uno stato che li aveva sempre soltanto sfruttati; e lì, si era convinto che il nemico non era il proletario in uniforme bianca della trincea di fronte, ma il generale, lo stato maggiore, l’industriale e il mercante di cannoni, l’agrario monarchico e cattolico che stavano sempre dietro le spalle. La Brigata Sassari aveva avuto per i sardi la funzione che la fabbrica aveva per gli operai, riunendoli tutti insieme a discutere della loro condizione. E da quella fabbrica che produceva morte e mutilazioni era sorta una coscienza politica comune, il proposito di trasformare la società sarda e italiana”.

Gli anni della clandestinità e della lotta antifascista

In Francia hanno vissuto la vita dei fuoriusciti italiani, partecipato all’attività clandestina dei gruppi di Giustizia e Libertà e Joyce si è anche laureata alla facoltà di lettere alla Sorbonne. Questi anni sono ben descritti in Fronti e Frontiere, uno dei suoi libri più belli secondo me.

Finché nel 1940 i nazisti, dopo aver avuto campo libero nella loro avanzata attraverso l’Europa, entrarono a Parigi da trionfatori, senza trovare nessuna opposizione:
“Robusti maschi addestrati al passo dell’oca, col fragore dei cingoli dei carri armati da cui emergevano superuomini in tute e caschi marziali, dava un’impressione di mortifera potenza.
Le armi scintillanti maneggiate con assoluta sicurezza, i visi senza sorrisi, gli occhi vacui che si volgevano tutti insieme verso un solo punto al comando gridato da un ufficiale, i generali impettiti nelle automobili scoperte, con lo sguardo fisso e dritto, tutti uomini, uomini fusi e identificati con l’arma che portavano, pronti a ammazzare, a consegnare gli inermi ai torturatori, a imbrancarli verso i campi di concentramento. […]
Quando noi valutiamo oggi il militarismo nazifascista, lo facciamo dopo la sua sconfitta, con la sicurezza di chi ha combattuto e vinto. È difficile ricostruire lo stato d’animo di allora, di fronte al nazifascismo permanentemente vittorioso e trionfante, immersi com’eravamo, in Francia, nella disintegrazione militare e politica di una nazione che era apparsa per secoli stabile e compatta”.
Non c’era niente che potesse opporsi a questa invasione. “La società era esplosa”.

L’occupazione della Francia e di Parigi da parte delle truppe naziste ha portato una folla di profughi al sud, tra cui Emilio e Joyce. Ma prima di trovare una qualche organizzazione di resistenza dovettero arrivare a Tolosa. Lì non è stato semplice per Joyce far comprendere che anche le donne sapevano combattere, il pensiero corrente anche nei movimenti clandestini era quello di relegare le donne alle retrovie, un pensiero che è
“il più antico e stabilizzato dei colonialismi, quello degli uomini sulle donne.
Io ero irriducibilmente convinta che alla donna non spettassero le retrovie della storia, ma la prima linea”.
Mentre Emilio svolgeva la funzione politica di collegamento per organizzare la lotta antifascista Joyce è andata in un campo di addestramento in Inghilterra. La sola donna e per di più italiana ad allenarsi alla guerra con i maschi.
“E così, debitamente addestrata da sergenti britannici, tornai con Emilio nell’Europa occupata, a far la guerra contro quello che era ancora il più potente esercito del mondo. E trovai tante donne come me, capaci di combattere e decise a combattere, a usare le armi pur odiandole, a sconfiggere le forze della guerra per non avere mai più guerre. (Eravamo davvero convinti, allora, che quella che combattevamo sarebbe stata l’ultima)”.

Sono rientrati in Italia dopo il 25 luglio ’43, con la caduta di Mussolini, e nel settembre ’43 hanno visto i tedeschi entrare a Roma:
“Erano passati più di tre anni di guerra, da quando li avevo visti sfilare vincitori a Parigi, e adesso, erano molto diversi. A Parigi erano entrati fulgidi e impettiti, con la regìa spettacolare di un militarismo all’apice della sua cultura formale e del suo ordine impeccabile; a Roma entravano come banditi colonialisti di una terra non riconosciuta, abitata da indigeni spregevoli e arretrati”.

Dopo l’armistizio dell’8 settembre ’43 l’Italia era divisa in due e il 20 settembre Joyce partì volontaria verso Benevento, attraversando i territori di guerra ancora occupati dai tedeschi, per un collegamento col governo costituitosi nel meridione liberato dagli alleati.
Dopo una settimana di marcia e di fame e di pericoli finì anche trattenuta dagli angloamericani.

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Armungia, 1949

Durante la missione si accorse di essere incinta. Aveva già interrotto una precedente gravidanza in Francia, durante la guerra, ma questa volta decise di portarla avanti.
Il figlio è nato nel giugno 1944, nella Roma liberata, e due giorni prima della nascita è stato celebrato il matrimonio civile tra Joyce e Lussu per potere riconoscere entrambi il bambino.
Questa è una parte intima dell’autobiografia, uno dei pochi momenti in cui Joyce lascia emergere un senso di difficoltà e di incertezza, assenti in altri ambiti della sua vita.

 

Dopo la guerra

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Con Rossana Rossanda, alla Casa della cultura. Milano 1957

“Mi misi anch’io a ricostruire l’Italia, come suol dirsi”.
Diventata responsabile nazionale femminile del Psi e dell’UDI ha partecipato a numerosi comizi ma non è mai stata morbida verso i settori dove le donne rimanevano escluse, come racconta anche in Padre Padrone Padreterno (qui).
“Il mio lavoro politico nei settori femminili del partito socialista e del partito comunista durò pertanto pochi anni”.

 

“Intanto, nella legalità repubblicana, mi ritrovavo a essere la moglie legittima di un uomo politico di primo piano, che era anche un eccellente scrittore […]. Mi accorsi via via che la società italiana, compagni compresi, mi confinavano in un ruolo riduttivo, predeterminato, che non era stato scelto né da Emilio né da me. Dovunque andassi e qualsiasi cosa facessi, ero la ‘moglie di Emilio Lussu’, una specie di riflesso dai contorni imprecisati, cui si richiedevano, come virtù principali, discrezione, devozione e buone maniere […].
Sgomenta, decisi di fuggire”.

D’accordo con Emilio prese il figlio e se ne andò in Sardegna. Poi divenne attiva nel Movimento per la pace, in giro per l’Europa a Vienna, Mosca, Stoccolma, a combattere la guerra fredda.
Ma si rese conto che, dovunque andasse, si portava dietro il peso del famoso marito

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Con Emilio Lussu, nella casa di Roma, nel 1965

“Dunque, in attesa di rivoluzionare l’intera società, dovevo risolvere il problema personale di non farmi prevaricare e amareggiare dal mondo esterno, che poi si sarebbe riversato anche in quello interno. Mi piaceva, come a Emilio, scrivere e far politica. E per farlo in maniera autonoma, dovevo uscire dall’ombra della grande quercia, trovare un’attività che mi portasse oltre la frontiera della notorietà di Emilio […].
Trovai un mestiere insolito, che era quello di tradurre e far conoscere in Italia poeti rivoluzionari del Terzo Mondo, partendo dal principio che, per tradurli, non occorreva la filologia accademica, ma era necessario immettersi nella matrice storica e nel movimento contemporaneo della loro rivoluzione. Per cui, bisognava cercarli, lavorare con loro direttamente, condividere la loro clandestinità o la loro guerriglia, se queste erano le loro condizioni di vita e di cultura“.

Iniziò, quindi, a girare il mondo: Albania, Turchia, Curdistan, Cuba, Cina, Algeria, Congo, Angola, Mozambico. Posti dove nessuno conosceva Emilio Lussu e lei era la moglie di nessuno.
“La società italiana mi insulta e mi squalifica, mi tratta da subalterna, come una persona che vive del riflesso di un’altra, mi riduce a un’appendice. Perciò sono costretta a reprimere le mie aspirazioni domestiche, e a partire per il Mozambico”.
La cosa curiosa è che sul passaporto aveva sempre scritto ‘casalinga’, come le fece notare il marito un giorno.

I poeti rivoluzionari

IMG_4419La sua carriera di traduttrice è stata atipica perché ha tradotto da lingue che non conosceva: turco, albanese, eschimese, curdo.
“La mia ‘tecnica’ era di andare a trovare il poeta, e di lavorare con lui. C’era sempre qualche lingua intermedia per intendersi, e i poeti sono molto bravi a puntualizzare il perché di una data parola, di un dato accostamento, di una data immagine. Pubblicai migliaia di versi di Nazim Hikmet con l’originale turco a fronte, e i filologi non ci trovarono niente da ridire”.

I poeti che ha tradotto erano tutti impegnati in vicende storiche e quindi, frequentando il loro ambiente e la loro cultura Joyce si è trovata coinvolta in varie avventure in punti caldi del mondo.
Si è recata in Turchia (anche se Hikmet era in esilio e lei lo aveva conosciuto a Stoccolma), e ha organizzato la fuga rocambolesca della moglie e del figlio.

 

Attraverso Hikmet ha conosciuto la poesia curda.
È riuscita ad attraversare zone di guerra in Irak per andare a Selemanyeh, città del nord del Curdistan, a conoscere Jialàl Talabani, dell’ala sinistra del movimento curdo.

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Con Jalal Talabani, nel 1965, durante la distribuzione delle terre ai contadini poveri

Ha proseguito fino a Sangasàr a conoscere il ‘Mollah rosso’ Mustafa Barzani, prestigioso capo militare dei Peshmarga, i partigiani curdi.

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Con Mustafà Barzani, a Ranya, nel Curdistan iracheno

In questo viaggio ha tradotto le poesie del poeta Hagiàe, che l’accompagnava.
Poi è andata a Damasco a portare notizie a Hero, la moglie di Talebani.
Ha conosciuto e tradotto anche il vecchio poeta Gegherxhuìn, che viveva in una cittadina curda al nord della Siria, ai confini con la Turchia e l’Irak.

Poi è arrivata la poesia africana.
Venuta a conoscenza che nel carcere Aljiube a Lisbona era rinchiuso Agostino Neto, il poeta-medico-patriota angolano, vi si è recata e con la sua solita determinazione è riuscita a farsi firmare un contratto per tradurre le sue poesie (durante gli anni di clandestinità in tempo di guerra era stata a Lisbona dove aveva appreso il portoghese e frequentato la facoltà di filologia). Con i fogli di appunti biografici e poesie è tornata in Italia “facendo tutto il chiasso possibile attorno al poeta africano che languiva in carcere in attesa di fucilazione”.
Salazar non amava gli scandali e, per una serie di motivi, dopo due mesi dispose la scarcerazione di Neto.

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A Luanda, con il presidente Agostinho Neto, nel settembre del 1976

“Tornai a Lisbona per conoscerlo. Come capo rivoluzionario, era atipico. Non aveva il cavallo bianco di Barzani, né la voce tonante di Fidel Castro, né la luminosa presenza di Nazim Hikmet. Si teneva un po’ curvo, come se non volesse incombere con la sua alta statura; aveva uno sguardo penetrante, ma sommesso e discreto; parlava sempre a voce bassa, un po’ esitante, non l’ho mai sentito alzare il tono, nemmeno davanti alle grandi folle che più tardi gli si accalcavano attorno, perché rappresentava una speranza e si fidavano della sua saggezza”.
Mentre partecipava all’organizzazione della fuga di Neto per il ritorno in Africa venne espulsa dal Portogallo.
Quando Neto riuscì ad evadere lei andò a cercarlo, prima in Marocco a Rabat dove c’era l’ufficio centrale delle federazione dei movimenti di liberazione delle colonie portoghesi, conoscendo Amilcar Cabral, Marcelino dos Santos e altri dirigenti dei movimenti; poi in Congo, iniziando le peregrinazioni per l’Africa.

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In Guinea Bissau, in zona di guerriglia

Ha marciato con Amilcar Cabral e i suoi guerriglieri nel sud della Guinea-Bissau, ha tradotto testi elaborati durante la guerriglia da anonimi e improvvisati storici.
“La poesia era sempre un’ottima chiave per socchiudere un uscio sulla realtà. Il mio punto di riferimento erano i movimenti di liberazione, il che mi conduceva, con delle lunghe marce nelle file dei guerriglieri, nel cuore della lotta armata e della ricostruzione della società nei territori liberati”.

Tutto questo senza tralasciare la politica in Italia. Si è sentita in perfetta sintonia con il movimento del ’68 e le manifestazioni: in via Veneto è svenuta per la randellata di un poliziotto, lei che ha attraversato guerre e guerriglie senza rimanerne colpita nel corpo. Il 71 “lo strillo femminista, in polemica non solo con i partiti tradizionali, che non avevano saputo proporre alla donna altro che lo stress del doppio lavoro […], ma anche con le lacune ideologiche e pratiche del ’68 e del ’69 […].
L’ondata femminista, arricchì il movimento giovanile di una componente essenziale”.

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Amsterdam, 1982. Dibattito televisivo sul femminismo mondiale con la femminista australiana Germaine Greer

Nella vita privata il ’71 è stato anche l’anno della nascita del primo nipote. E ha continuato a girare il mondo da est a ovest: nei nuovi stati africani; a Cuba per la Tricontinentale; in Cina per capire la rivoluzione culturale; a Hong Kong e a Singapore a conoscere l’altra faccia dell’Estremo Oriente.
Il ’75 è stato un anno molto triste sul fronte privato per la morte di Emilio Lussu e sul fronte politico per il dilagare del terrorismo.
Letture e studi, discussioni, incontri, congressi, dibattiti, interventi nelle scuole, viaggi e la vita nella vecchia casa di campagna a San Tommaso nelle Marche, dove si era stabilita.

Il racconto che Joyce ci ha lasciato della sua vita finisce nel 1988, alla soglia del 2000, con un pensiero di speranza:
“Che cosa ci porterà il 2000? Forse riusciremo a disinnescare tutte le bombe, e a liberarci da tutte le bibbie al lume del buon senso; forse potremo bere l’acqua dei fiumi; e ogni Eva addenterà allegramente, insieme al suo Adamo, succose mele senza additivi chimici né cesio 136 o plutonio 239, senza pericolo di essere cacciati dal paradiso”.

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È morta il 4 novembre 1998 all’età di 86 anni.

 

Su Joyce ha scritto anche Silvia Balestra in Joyce L. Una vita contro, edizioni Baldini&Castoldi, 1996. È un libro composto da diciannove conversazioni incise su nastro, in cui Joyce parla di tutte le cose che ha vissuto, con particolari personali e riflessioni sulla Storia e sulla politica.

7 Comments

  1. Apprezzo molto quando scrivi di questa donna bella e straordinaria, forse troppo bella e straordinaria e oggetto di invidia…. Chissà, forse è per questo che non l’hanno inserita, come scrivevi altrove, tra le donne italiane celebri del XX secolo. Io l’ho scoperta recentemente e ne ho parlato nel mio blog dove ti invito a passare. Siccome io sto curando l’aspetto di traduttrice, sono alle prese con la sua traduzione di Ho Chi Min, Diario dal carcere. Non riesco però a trovare, neppure nel libro edito da Garzanti nel 1968, cui mancano le prime nove pagine, notizie del loro incontro, se mai è avvenuto oppure l’ha tradotto da terzi, cosa che mi sembra strana. Tu hai qualche notizia? Ti ringrazio in anticipo

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      1. Sì, è una ragazza sorprendente tua figlia! 😀 Speriamo sappia qualcosa su questo incontro, se mai c’è stato, tra Joyce e Ho Chi Min. Altrimenti ha tradotto da terzi, presumibilmente dal francese. Ma ricordo che Joyce incontrava i suoi poeti… Per entrare in sintonia con “la loro casa”, insomma per “essere una brava coinquilina”.

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