Fronti e Frontiere

L’8 settembre è certamente un giorno adatto per ricordare alcune pagine della nostra storia. 
220px-Joyce_Lussu.jpgDi Joyce Lussu ho già scritto precedentemente ma qui intendo raccontare quello che, secondo me, rimane il suo testo migliore: Fronti e Frontiere.
Il libro, pubblicato nel ’45, riporta fatti, persone, dialoghi, riflessioni politiche e non va considerato solo per il suo valore letterario ma documentario. È una testimonianza diretta della seconda guerra mondiale, della vita clandestina e della Resistenza durante l’occupazione nazista in Europa.

La narrazione è autobiografica e storica, arricchita da un’analisi lucida e chiara sulle cause che hanno prodotto il dramma del secolo scorso, quando le forze progressiste avevano iniziato ad avere più spazio in Europa, dopo la Rivoluzione Russa e dopo che la prima guerra mondiale aveva messo fine agli equilibri europei. Per contrastarle e per mantenere il potere le classi capitaliste si servirono di forze antidemocratiche, prime fra tutte il fascismo. Dal 1922 al 1936 in molti stati europei si instaurarono una serie di dittature. Questo avvenne, con nomi diversi, in Ungheria, Bulgaria, Romania, Turchia, Portogallo, Germania, Spagna, Grecia, Iugoslavia. I due uomini che maggiormente rappresentarono queste istanze, dividendo le classi medie e il proletariato dalle forze progressiste, furono Mussolini e Hitler.
Joyce illumina la natura del fascismo come la tendenza alla sopraffazione, agli istinti violenti, a Thanatos, ossia la componente distruttiva dell’uomo alla quale il regime ha dato concretezza, negando la cultura e l’umanesimo verso cui deve volgersi una società più giusta.

La vicenda nel libro inizia nel 1938 con il ritorno di Joyce dall’Africa, dove era stata per alcuni anni dopo l’avvento di Hitler al potere in Germania, motivo per cui non aveva potuto terminare gli studi di filosofia iniziati a Heidelberg.
Il suo nome e quello dei suoi familiari era sulla lista nera del regime, indicati come antifascisti pericolosi, e il console di Aden le annullò il passaporto. Lei riuscì comunque ad imbarcarsi e a giungere a Marsiglia, fidando dell’antipatia per il regime fascista italiano e infatti i gendarmi chiusero un occhio e la lasciarono passare.
Il problema dei documenti è sempre stato presente nella famiglia di Joyce Lussu e anche la condizione di esilio non era per lei nuova, come racconta nella sua autobiografia ‘Portrait’.
L’incontro con Emilio Lussu è avvenuto a Ginevra e poi, insieme come coppia di fuoriusciti, hanno vissuto a Parigi e fatto parte dei gruppi di Giustizia e Libertà:
Giustizia e Libertà era un gruppo molto vivo, con un’accesa discussione interna tra l’ala sinistra classista e l’ala destra radicale-repubblicana; animati però tutti da un robusto spirito giacobino, convinti che una guerra civile fosse l’unica soluzione per abbattere la vecchia classe dirigente, e molto attivi nei rapporti con l’Italia e nell’organizzare gruppi di azione. La prima formazione straniera che aveva partecipato alla guerra civile in Spagna era la colonna Rosselli, di ‘Giustizia e Libertà’ “.
Qui, sempre in fuga dall’OVRA (Opera Vigilanza Repressione Antifascismo), rimasero fino al ’40 quando i nazisti entrarono in città. È stata palese la remissività con cui la Francia si arrese al nazismo, ha scritto Joyce.
Poi la fuga verso Tolone prima e Marsiglia poi, sempre attenti perché la polizia francese, alleatasi coi nazisti, dava la caccia all’uomo.
“Marsiglia, in quell’autunno del ’40, era l’ultimo posto di frontiera dell’Europa dominata dai nazifascisti. Lì si accumulavano, si sovrapponevano e si calpestavano, sospinti dall’invasione tedesca, centinaia di migliaia di profughi di tutti i paesi occupati, slavi e tedeschi, francesi e scandinavi, e ebrei, ebrei, ebrei. Per buona parte di questo profughi, passare il mare era questione di vita e di morte”.
Quindi imbarchi illegali e clandestini: a Marsiglia si formò subito un’attività fiorente di traffico.
“Noi non avevamo nessuna intenzione di lasciare l’Europa, perché il nostro scopo era di partecipare alla Resistenza”.
Ma per molti la sopravvivenza era garantita solamente dalla partenza verso l’America. E quindi bisognava aiutarli a raggiungere Lisbona, via mare, con sempre maggiori rischi.
Soldi versati, navi inesistenti, capitani che per intascare di più imbrogliavano e caricavano un numero eccessivo di persone (come il Bouline, un motoscafo comandato da un belga che all’altezza delle Baleari, troppo carico, aveva imbarcato acqua e, costretto a dirigersi verso la costa francese, venne avvistato e catturato).
La vita da clandestini a Marsiglia costringeva a cambiare continuamente alloggi, a volte senza la sicurezza di un letto dove passare la notte, in situazioni di rischio; oltre al problema dei domicili c’era quello dei documenti falsi, si poteva vivere solo se si era cittadini francesi.
Così Joyce imparò un metodo per falsificare carte d’identità
“in uno sgabuzzino dietro la cucina. Passavo lì tutte le mie giornate, e imitavo pazientemente bolli e timbri senza fine, oppressa dall’ansietà di non fare un lavoro perfetto e di causare così la catastrofe di un compagno. Spesso, dopo ore di attento e minuzioso lavoro, non ero soddisfatta e ricominciavo da capo, per ricominciare poi un’altra volta […].
E la cosa era urgentissima per l’indomani, si trattava di salvare uno, bisognava finire a tutti i costi in giornata. […].
Fabbricavo per lo più carte d’identità francesi, che erano le più necessarie […].
L’Archivio di Giustizia e Libertà procurò centinaia di documenti a compagni di tutte le nazionalità, per i quali era questione di vita o di morte sottrarsi alle ricerche della polizia. Li davamo gratis”.

Per aiutare un gruppo di diciassette compagni, rimasti incagliati a Calanca, a raggiungereIMG_0891.jpg l’America Lussu e Joyce decisero di recarsi a Lisbona “dove c’erano le direzioni delle compagnie di navigazione neutrali che ancora traversavano l’Atlantico, e la rappresentanza del governo americano”.
Per arrivare a Lisbona bisognava però attraversare la Spagna franchista, perché la via del Mediterraneo era diventata impossibile. A piedi da Tolosa hanno attraversato i Pirenei con una guida, poi da Barcellona si sono recati a Madrid e infine superato il confine del Portogallo fino a Lisbona. Viaggio pericoloso e duro, non solo per i controlli e la clandestinità ma anche per le guide più o meno oneste o più o meno paurose. Soprattutto in Portogallo sono incappati in personaggi ambigui che hanno preteso quasi tutti i soldi dando indicazioni sbagliate.
A Lisbona Emilio Lussu ha tenuto i contati con una serie di organizzazioni antinaziste e Joyce, nel frattempo, ha imparato il portoghese e dato esami di letteratura e filologia portoghese all’Università.
Ha accompagnato Lussu a Londra e, mentre lui trattava con il governo inglese, si è addestrata in un campo militare dove centinaia di giovani di tutte le nazionalità si preparavano per essere poi paracadutati nelle zone di guerra per unirsi ai partigiani.
Poi l’avventuroso rientro a Marsiglia dove riprese a fare documenti falsi per i profughi.
Fino a che, nel 42, i tedeschi occuparono tutta la Francia ed entrarono a Marsiglia
“Ma quando fecero il loro ingresso a Marsiglia con grande scalpiccio di stivaloni e rotolio di carri armati, erano già ben diversi dagli orgogliosi conquistatori che avevano sfilato a Parigi sotto l’Arco di Trionfo. La popolazione li guardava con altrettanto odio, ma con meno terrore. La loro occupazione non era la conseguenza di un successo, ma di uno scacco. Le uniformi erano più trasandate, i volti meno spavaldi, l’ordine meno marziale. E tutt’attorno vi era adesso, invisibile ma presente, l’organizzazione della resistenza”.
“La città pullulava letteralmente di tedeschi. E presto, con l’arrivo della Gestapo, cominciò il terrore. La casbah del Vecchio Porto era diventata un centro di resistenza. Una mattina, senza preavviso, i tedeschi e la polizia di Vichy ordinarono l’evacuazione immediata delle 40.000 persone che vi abitavano e le distribuirono in vari campi di concentramento; poi fecero saltare l’intero quartiere con la dinamite, dopo aver saccheggiato liberamente le abitazioni”.
L’ordine di censire tutta la popolazione rese impossibile rimanere in città. Si spostarono quindi a Cannes e poi trasferirono la loro base a Lione.

Tra i tanti incontri ricordati da Joyce alcuni mi sono rimasti appiccicati addosso.
Come il duca di Grande-Manche che abitava nel più vecchio quartiere della città, nel sottotetto di un posto decadente e puzzolente. In quella casa passarono l’inverno ’42-’43, a contatto con la resistenza francese e di un gruppetto di compagni di GL.
“Il duca di Grande-Manche, detto anche Mostacciolo, cominciava presto la sua giornata. Si alzava, anche d’inverno, prima delle cinque, divorava con grande appetito i resti di rutabaga della sera innanzi, se ce n’erano, e poi, calcato sulla testa il berretto basco e infilata la giacca da fatica, si caricava sulle spalle la scala di legno, afferrava il secchio con gli stracci, la paglia di ferro e la cera da parquet, e partiva per il suo lavoro.
Era un toscano ex impiegato postale, esiliato in Francia dove aveva svolto diversi lavori fra cui quello di lavatore di vetri e lucidatore di pavimenti. Con lui c’erano la moglie Libera, veneta di famiglia socialista, la madre Rosina e il figlio Carlo di 5 anni.
Libera era vissuta in Francia sin dall’infanzia e parlava un colorito idioma italo-franco-veneto, assolutamente originale. E mentre Libera gallicizzava l’italiano, Mostacciolo toscanizzava decisamente il francese […], salutava per la via gli amici con un «A tutt’all’ora!» di così convinta intonazione toscana, che il più intransigente dei cruscanti l’avrebbe messo sul dizionario.”

Ma il regime di occupazione era sempre più duro e vi furono arresti. L’OVRA ricercava Lussu e la polizia di Vichy arrestava gli antifascisti italiani e li consegnava ai tedeschi o all’OVRA: Silvio Trentin, Saragat, Fausto Nitti e il vecchio Modigliani sono solo alcuni dei nomi citati da Joyce.
Una delle basi per tenere i contatti tra Svizzera e Francia si trovava in una cittadina delIMG_0885.jpg confine svizzero-francese, Annemasse, presso una donna, Maria Biasini, attorno alla quale operava un gruppetto di compagni di GL:
“una romagnola che discendeva da generazioni di focosi e intransigenti repubblicani. All’età di nove anni, aveva salvato della catastrofe il gruppo repubblicano del suo paese, quando la polizia fascista era venuta a perquisire la casa di suo padre, e lei, che stava a letto malata, aveva avuto la presenza di spirito di alzarsi, raccogliere le armi nascoste in casa e ficcarle sotto il materasso. Durante la guerra di Spagna, era riuscita a far passare parecchie armi dalla Svizzera in Francia, per inoltrarle ai rivoltosi spagnoli: usciva passeggio con la bimba di pochi mesi nella carrozzella, scambiava qualche frase amabile con i doganieri, e continuava la passeggiata in territorio svizzero; al ritorno la bambina era in braccio, e la carrozzella piena di rivoltelle e di bombe a mano. Adesso, dalla caduta della Francia, aiutava ebrei e prigionieri evasi a passare clandestinamente in Svizzera”.

La narrazione delle azioni che venivano intraprese per tenere i contatti con i compagni di GL e per far fuggire quelli in pericolo non ha mai toni drammatici ma, a volte, addirittura esilaranti, anche se di alcune persone incontrate Joyce racconta la morte finale nei campi di concentramento. Mantiene un tono leggero, ostenta la sicurezza di chi non si perde d’animo pur nel pericolo. Anche quando lei e Lussu sono stati sospettati, presi e interrogati, nel racconto mostra un grande sangue freddo e capacità di giocare sulle debolezze e sulle relazioni umane, aiutata dalla conoscenza delle lingue.

Dopo il 25 luglio ’43 e le dimissioni di Mussolini decisero di tornare in Italia, anche se in realtà non era cambiato niente, “non era la fine del fascismo, ma soltanto di Mussolini”, e l’alleanza con i tedeschi continuava, “gli ordini di Badoglio ricalcavano quelli di Mussolini. L’OVRA continuava a cercare gli antifascisti, i carabinieri, sempre reali e IMG_0893benemeriti, ad arrestarli, le guardie di finanza a sparare lungo il confine”.
Lussu, non fidandosi di Badoglio, decise di rientrare clandestinamente, mentre Joyce con un passaporto è stata fermata a Mentone come molti altri italiani. Ha trovato bambini soli i cui genitori erano stati arrestati e, tra loro, le figlie di Emilio Sereni
“Il regime di Badoglio aveva poco da invidiare a quello di Mussolini […].
Quando vidi Lussu egli mi raccontò amaramente la ignominiosa storia della fuga e dei tradimenti dei capi dell’esercito, del rifiuto di armare il popolo che reclamava le armi, dei nostri cannoni pronti a sparare sul popolo ma non sui tedeschi”.

Poi l’8 settembre e la firma dell’armistizio ma
“come la caduta di Mussolini ad opera del re non aveva significato la fine dl fascismo, così l’armistizio firmato dal re non poteva portare né pace né guerra onorevole. E vi erano diciotto divisioni tedesche in Italia”.
I sei partiti antifascisti (liberale, democratico cristiano, democratico del lavoro, d’azione, socialista e comunista) si erano costituiti in Comitato di Liberazione Nazionale contro i tedeschi e i fascisti italiani.
I tentativi del CLN di mandare messaggeri alle truppe alleate, che avanzavano nel sud Italia, attraverso il fronte erano falliti tre volte e Joyce si propose volontaria pensando che a una donna potesse riuscire il passaggio delle linee.
La missione aveva due obiettivi:
uno militare, chiedere lancio d’armi per le prime formazioni partigiane del nord che dovevano affiancare gli eserciti alleati nell’Italia liberata del sud;
e uno politico, tre dei sei partiti del CLN chiedevano la decadenza del re e del governo dopo la vergognosa fuga da Roma.
IMG_0886.jpgDa sola affrontò il viaggio a piedi verso il centro degli Appennini; l’arrivo a Sulmona, poi a Benevento, dove si combatteva e dove i bombardamenti alleati avevano distrutto mezza città, tra morti e macerie, case distrutte, persone affamate, nascoste in gallerie buie per timore dei tedeschi e delle bombe; la marcia attraverso zone occupate dai tedeschi; attraverso la montagna per superare i posti di blocco.
Su per la montagna di Solofra (“quassù, ’n coppa ’n coppa, i tedeschi non ci vengono”); l’arrivo a San Severino distrutto in buona parte dal bombardamento, e di americani ancora niente; e quindi via verso Montoro “per boschi e fratte, salendo sempre più in alto”. Ma a Montoro c’erano ancora i carrarmati tedeschi pronti a sparare, le donne rifugiate in casa mentre gli uomini che non erano riusciti a fuggire sui monti erano stati tutti rastrellati e portati via.
Sempre marciando per i monti l’arrivo a Cervanico, ma anche lì c’erano ancora i tedeschi IMG_0887.jpg
“Gli americani erano ormai per me una specie di miraggio irraggiungibile. Nella mia mente annebbiata dalla stanchezza e dalla fame, mi vedevo correre per tutta l’eternità di villaggio in villaggio, cercando gli americani e trovando i tedeschi”.
A Cervanico “salii in alto sopra sul bosco, per rendermi conto del luogo e della situazione. Si vedeva tutta la piana di Salerno fino al mare. Si combatteva. Gli alleati stavano attaccando. Uno sbarramento continuato di polvere e di fumo tagliava la pianura in tutta la sua larghezza, marcando la linea del fuoco. Ceramico era sotto il tiro dei cannoni e la terra tremava.
Il fracasso era assordante. I cannoni della marina inglese tuonavano dal mare. A ovest, verso Acerno, tuonavano i cannoni americani. Ai piedi del colle, i mortai tedeschi. In alto, sopra di me, le artiglierie leggere spostate sulle alture. E la linea del fuoco era così vicina, che s’udiva il crepitio delle mitragliatrici, e i colpi secchi della fucileria. Ogni tanto una granata passava fischiando sopra la mia testa”.
IMG_0888 (1).jpgRiprese la strada delle montagne, lontano dai sentieri, in mezzo a fratte fittissime, letti pietrosi di torrenti e poi dove i pendii erano arsi, bruciati dalle bombe; salite e discese, cambi di rotta, per tenersi lontana dalle batterie tedesche.
Obiettivo Giffoni.
Quando finalmente è arrivata al campo americano venne guardata con sospetto e trattata con freddezza. Trattenuta e portata a Paestum dove era il comando della Quinta Armata si è trovata prigioniera degli alleati e sottoposta a interrogatori da parte di ufficiali dei servizi segreti americani e inglesi (scandalizzati che non fosse monarchica, ha scritto anche con nota ironica). Dopo 4 giorni ha iniziato lo sciopero della fame e dopo due è stata portata ad Agropoli per un altro interrogatorio dell’Intelligence Service.
Dopo qualche giorno un capitano inglese andò da lei: era il fratello, Max Salvadori, che non vedeva da sei anni. Combatteva con l’uniforme britannica perché essendo nato a Londra aveva doppia nazionalità, italiana e inglese, e si era arruolato nella Special Force dell’esercito inglese col nome di Sylvester. Avendo saputo che una signora italiana dalle idee molto estremiste, che aveva passato le linee, era trattenuta dal comando alleato aveva pensato che fosse Joyce. Riuscì a portarla via, a Capri dove si trovava Benedetto Croce con numerosi altri esponenti dell’antifascismo.
“L’arrivo a Capri dalla zona di guerra fu per me una sorpresa. A Capri, pareva che la guerra non ci fosse”, era tutto molto elegante e di lusso. Lei che aveva “visitato i gironi dell’inferno” si trovava in un altro mondo, che non era stato spazzato via come il resto.
Fece incontri con gli alleati per organizzare i lanci di armi alle formazioni partigiane (il primo avvenne sul lago di Bracciano) e riunioni a Napoli con il Partito d’Azione, dove gli alleati le sembrarono degli occupanti colonialisti.
Conclusa la missione decise di tornare a Roma.
Il fronte era in movimento e i territori attraversati per giungere fin lì ora erano in mano agli alleati “I tedeschi si ritiravano quasi senza combattere. Gli americani facevano la guerra da signori. Bombardavano le località fino a che i tedeschi non si decidevano ad andarsene, e quando i tedeschi se ne erano andati, dopo qualche ora arrivavano in autocarro, fra l’esultanza della popolazione liberata dai nazifascisti e dai bombardamenti”.
Arrivata alla linea di confine dove i tedeschi c’erano ancora, al di là del ponte a Guardia, riprese la strada delle montagne, sempre sulle vette, stavolta non più da sola ma con laIMG_0892.jpg guida di un ufficiale italiano. Diretta al Massiccio del Matese incrociò un gruppo di soldati tedeschi prepotenti e ubriachi ma li sorprese parlando tedesco e affrontandoli senza timore. Continuò il viaggio tra incontri folcloristici e rischi vari, attraversando centri devastati dalle bombe e territori che i tedeschi avevano riempito di mine.
Infine l’arrivo a Roma.

 

Joyce Lussu
Fronti e Frontiere
Mursia, 1969

7656466

 

I disegni sono tratti dal bellissimo libro illustrato ’45 di Maurizio A.C. Quarello, edizione orecchio acerbo 1917

14 Comments

    1. Hai ragione Pina e mi rendo conto dell’impegno di tempo che richiede una lettura lunga però la Storia, come la raccontano autori e autrici come Joyce Lussu, non può essere ridotta, mi sembrerebbe di banalizzarla. Grazie delle tue osservazioni e ogni volta che ci penso mi meraviglio di quante cose ha fatto questa donna.

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    1. Grazie e pensa che la segnalazione della sua scarsa visibilità me l’ha passata mia figlia, una giovane donna di trent’anni. Nel corso dei suoi studi l’ha incontrata chiedendosi perché non si parla di lei. Eppure è la traduttrice di Hikmet. Questo ci dimostra, una volta in più, che ci sono sempre ombre nella storia. Magari tra qualche decennio (quando sulla sua vena diretta e critica cadranno delle ombre oppure verrà considerata proprio per questo) tornerà ad essere ricordata per il valore che la sua vita ha avuto.

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  1. Buongiorno, mio figlio sta studiando la storia dell’immigrazione. Ha bisogno di un esemplare di quel libro. Avreste per caso una copia pdf? Non lo trovo da comprare su nessun sito, nemmeno le biblioteche ne hanno una copia!! Grazie mille.

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      1. Grazie mille per la risposta. Purtroppo non se lo vende più su Amazon. Non l’ho trovato in vendita da nessuna parte. : /

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