Da “le cose che fa fare l’amore” al “mondo pazzo di giustizia”. Milano. Robecchi.

Questa estate ho letto di fila, uno dopo l’altro, tutti e quattro i romanzi di Alessandro Robecchi, senza mai un momento di noia, anzi con un crescendo di interesse fino all’ultimo libro. Il protagonista è un po’ così, sempre indeciso su quello che vuole fare, ma la miscelazione con altri personaggi crea una gran bella dinamica; la città in cui tutto si svolge è Milano; i temi sono di costume e di denuncia sociale e portano l’attenzione dentro ambienti ai margini, come i campi rom, le periferie desolate dove le ragazze finiscono a fare le prostitute, i quartieri dove vivono gli immigrati, le case occupate dove i sogni sono calpestati. Luoghi di varia umanità che offrono anche ‘materiale’ di spettacolo e commercio per la TV spazzatura.

Il protagonista numero uno, quello che tiene il filo conduttore delle varie storie è Carlo Monterossi, sceneggiatore di un programma popolare di successo, in una TV privata, che gli rende tanti soldi, fama e rigurgiti di coscienza.
Ha il talento di cacciarsi nei guai e di voler fare il detective dilettante “uno che poi, non bastasse la sfiga di incappare in storie assurde, cerca pure di fare giustizia, ‘sto cretino. No, non come il giustiziere della notte, che anzi è un borghese tranquillo e benestante, ma con la pretesa di aggiustare tutto scegliendo cosa è giusto e cosa no”.

Il compagno di avventure è Oscar, personaggio indecifrabile di cui non si sa granché, se non che si trova al confine tra “cronaca, indagine e militanza”; uno che sa tutto e riesce a scoprire tutto “che riesce a muoversi su quella linea ombrosa, volatile, che passa all’incrocio tra la legge e la giustizia”.
Oscar è una “specie di Corto Maltese metropolitano”,
“un po’ cronista, un po’ esploratore, un navigante che bordeggia il codice penale, una specie di Zorro dei quartieri alti, bassi, medi. È un investigatore senza clienti, ecco”.

Poi abbiamo i poliziotti, quelli veri che vivono a contato quotidiano con il degrado e le passioni tristi.
Il migliore, quello che secondo me risulta il personaggio più  riuscito della serie, umano dietro ai suoi mascheramenti di durezza, è il vicesovrintendente Ghezzi, uno che non ha mai fatto carriera, poco amato dai capi.
“Anche lui, il Ghezzi, un paio di volte c’è cascato dentro, in quel senso della giustizia un po’ bislacco e da dilettante […]. Cioè che la legge e la giustizia non sempre coincidono, anche se questo il Ghezzi non lo può dire, visto il lavoro che fa…”.

Le figure femminili sono presenti ma restano personaggi secondari.
C’è Katrina la portinaia-governante di Carlo che parla con la Madonna di Medjugorie formato calamita, come Don Peppone parlava con Cristo; c’è l’enorme Katia Sironi, l’agente di Carlo che con le sue risate roboanti fa traballare tutto ciò che le sta intorno; c’è Flora De Pisis la caricatura di qualcuna delle nostre presentatrici di TV spazzatura (io ho un nome in mente, voi pensate al vostro); e c’è Rosa la moglie di Ghezzi, una signora Simenon in chiave piccolo borghese milanese che nell’ultimo romanzo acquista uno spazio tutto suo.

E poi man mano si aggiungono altri personaggi, romanzo dopo romanzo.

Infine Bob Dylan, la colonna sonora di tutta la serie: con i suoi versi accompagna ogni passione e vicenda umana di Carlo Monterossi
“per lui Bob Dylan è più di un cantante, è una specie di talismano, una guida spirituale e un amico di vecchia, vecchissima data”.

Questa non è una canzone d’amore, Sellerio 2014

4060-3.jpgCarlo Monterossi ci rivela subito il suo dubbio ‘amletico’ (si fa per dire): ti “immergeresti in un badile di merda per venticinquemila euro?”. Venticinquemila euro a puntata per trentotto puntate all’anno, per scrivere la sceneggiatura di un programma nato da una sua piccola idea “Crazy Love – si chiama così, il barile di merda […].
Come sarebbe, si era detto una sera, se l’industria del pettegolezzo mondiale si concentrasse sul mondo reale, sugli ordinari abitanti del paese, su quella che ci ostiniamo a chiamare ‘la gente normale’”.
Il suo lavoro consiste nel “‹pettinare› le storie. Nel gergo della Grande Fabbrica della Merda, ‹pettinare› vuol dire adattare la storia al suo ‹specifico televisivo›. Abbellire il brutto, drammatizzare il banale, eccitare l’ordinario. Basta poco. Basta prendere la commessa del grande magazzino, che sia belloccia, inventarle un piccolo passato di modella, carriera che sarebbe stata luminosa se… la malattia della madre… il fratello tossico… il padre schiacciato dal trattore… ed ecco una bella pettinata drammatica”.
Dalla prima all’ultima puntata (mi viene naturale chiamare così questi romanzi) troviamo un Monterossi che si fa ricco con un mestiere che gli provoca una costante sensazione di schifo. Cioè tradurre il mondo reale in una pagliacciata che distragga le persone, che le faccia ridere; che poi è un ridere delle proprie piccolezze e della propria normalità, perché la gente prova una curiosità morbosa per le miserie private e guardandole scotomizza le proprie. La banalità della vita, che la letteratura riesce ad esaltare e a far diventare grandezza universale, la TV dello scandalo e dello spettacolo la riduce a ‘merda’.

Sarà per i rigurgiti di coscienza o sarà per i suoi ideali frustrati, Monterossi è uno che si caccia nei guai e in questa avventura i guai sono tanti: un incidente in cui muore una donna, due assassini che diventano assassinati, un furto, un diario che svela qualche motivazione; una sparatoria per le strade di Milano; senza farsi mancare un incendio in un campo rom e un gruppo di neo nazisti. Un sovraffollamento, insomma, di temi sociali, ingiustizia, politica, violenza. Praticamente di tutto. Le tracce da seguire sono più di una e portano tutte alla stessa persona, il cattivo, che poi si scopre avere dietro un cattivo più cattivo ancora.
Qui ci sono tre squadre che vanno alla caccia degli stessi uomini, partendo da motivi diversi.
Poi c’è sempre Monterossi che trova il modo di acquietare la sua coscienza dando la mano a qualcuno, in questo caso una ragazza che ha la vita alloggiata nel “vicolo della desolazione”.
Una fine corale mette a posto ogni pezzo e costruisce un quadro come quelli di Brueghel dove i vizi umani stanno tutti lì, uno accanto all’altro (il paragone si ferma qui).
Ci sono scene esilaranti e una delle migliori è nell’ufficio del commissario quando Nadia, una specie di hacker amica di Carlo, racconta le sue indagini e ricostruisce i fatti lasciando giudice e poliziotti con “le mascelle che cascano per terra”, umiliati da lei una semplice “nativa digitale. Nativa precaria”.

Il personaggio che racconta l’illusione d’amore è Marzia Senzapane, di anni ventisei “spesi male e malissimo”. È lei che si canta una canzone d’amore che d’amore non è.
Una “Cenerentola che spazza la strada/nel vicolo della desolazione”:
“Is Cinderella sweeping up / on Desolation Row” canta Bob Dylan in Desolation Row.

“Anche questo fa fare l’amore…” è il refrain del romanzo e della trasmissione spazzatura.
Ma se ti fa andare in galera al posto di uno che ti promette il paradiso, – pensa a un certo punto Monterossi – ti fa picchiare come un tamburo, crocifiggere all’altare del sacrifico, questo non è amore e bisogna dirlo ben chiaro a tutte le Marzie che ci sono, che si fanno menare per il naso e diventano vittime prima nella loro vita reale e poi nelle riviste e nelle trasmissioni “per fare numero in prima serata, per alzare l’ascolto, per aumentare il prezzo degli spot…”

Scritto quasi come una sceneggiatura, coinvolge anche se ci sono troppi teatri d’azione.

 

Dove sei stanotte, Sellerio 2015

81BGYDTaQ+L.__BG0,0,0,0_FMpng_AC_UL320_SR228,320_.jpg.pngCi troviamo a Milano in preparazione dell’Expo 2015 e il salone del Mobile diventa uno dei luoghi chiave, con architetti famosi che si chiamano Archistar, le sedie sono “sistemi di seduta” e le festicciole sono eventi.
Ma il luogo dove si svolge la maggior parte delle avventure è in un’altra parte di Milano, al quartiere Corvetto,
“per Carlo il Corvetto era un’uscita della tangenziale, e ora scopre che è un mondo. Maggioranza islamica, minoranza latina, italiani poveri, quelli che non c’è riforma che tenga”
Qui vivono i latinos, e tra la loro variopinta comunità ci sono i più bei personaggi del romanzo: Carmen e El Papa, una coppia di sudamericani. Lei, quadrata come un cubo e amante della Orquesta de Willie Colón, nata a Lima da buonissima famiglia e finita a innamorarsi di un ‘loco’, idealista, marxista, un cabrón, ma l’hombre de su vida. El Papa lo chiamano tutti, un tupamaro stanco. Fuggitivi da vent’anni, da cinque a Milano, Corvetto.

C’è un furto, che in realtà è un ritrovamento casuale di un computer dimenticato in aeroporto a Osaka, e due omicidi. La vicenda riguarda il tentativo di fare denuncia sociale di quella che viene chiamata ‘architettura urbana della repressione’
“tutti i prodotti di questo design repressivo, loro li chiamano dissuasori, ma anche contratti, progetti, forniture per le grandi città… lo sapete che Londra spende più di sei milioni di sterline per non far sedere i pachistani per strada? Che Parigi sta montando dissuasori su tutte le gradinate della metropolitana, quelle da cui esce aria calda, per non farci dormire i barboni? E così anche Stoccarda, e Vienna, e Milano… Il design della repressione è un mercato in grande espansione…” .

E poi in questo romanzo c’è l’amore, accompagnato dalle strofe del sempre presente Bob Dylan
“With all these promises you left for me
But where are you tonight, sweet Marie?”.
Da Absolutely sweet Marie: “Con tutte le promesse che mi hai fatto / Ma dove sei finita stanotte, dolce Maria?”

Di rabbia e di vento, Sellerio 2016

41i39-Gv7DL._SY445_QL70_.jpgQuesto è stato il primo libro della serie che ho letto e dopo poche pagine ho pensato:
«Ma che bello questo giallo, pieno di luoghi comuni! Il poliziotto sveglio e quello tardo, la moglie Rosa che pare la signora Simenon in salsa periferia milanese; il ricco Monterossi con pseudo-governante-badante che parla alla madonna di Medjugorie; il quasi clochard buono e mite, etiope mezzo italiano, frutto della colonizzazione; la puttana dalla vita triste. Insomma, tutte queste figure sono mescolate così bene tra loro che ti scappa ogni tanto una risatina e un po’ di commozione».
A metà libro è impossibile lasciarlo, devi sapere come va a finire con questa banda di improbabili, squinternati detective. E l’identità dell’assassino non è il principale obiettivo, vuoi conoscerla certo, ma ti intriga maggiormente seguire le azioni di ‘loro’, quelli che gli danno la caccia e hanno la calamita per i guai: Oscar che porta rogne, il Monterossi un “impiccione generoso” con “un’idea di giustizia che nemmeno nei fumetti” e il Ghezzi con i suoi travestimenti. Se lo dicono anche: “che siamo gente speciale per far casino”, questo trio di quasi-amici. E le donne ci sono sì, ma sono sempre figure di completamento perché questa è una bella serie al maschile, senza essere maschilista.

“Che strano il vento a Milano” è il refrain che accompagna questa vicenda.
Una vicenda di soldi facili e di vite finite male. Una storia della Brianza: Desio, Meda, Seveso sono le zone dove ci porta Robecchi.
E il vento, questo vento così strano a Milano, fa da contrappunto alla rabbia, con i versi di Dylan in sottofondo. “Una rabbia sorda e cattiva, come un’onda che sale piano, che non minaccia, che non gorgoglia, sale e basta”, provocata da una morte ‘brutta’.

 

Torto marcio, Sellerio 2017

41gXFck7dXL.jpgDa dove cominciare?
Dalla commozione e dalla sensazione di piacere nello stesso tempo che mi ha lasciato questo quarto romanzo di Robecchi?
Ho chiuso l’ultima pagina pensando che è un bellissimo poliziesco italiano, o noir, o romanzo di costume o di denuncia sociale. Direi che è il migliore della serie.
C’è sempre un intreccio di storie dove i personaggi che già conosciamo si incontrano. Ma qui la protagonista è Milano e soprattutto la Caserma, un quartiere vicino a San Siro; e la storia passata dei nostri anni di Piombo.
I personaggi più interessanti non sono i detective dilettanti Monterossi e Oscar, ma i poliziotti Ghezzi, Carella e la squadra. Stavolta non è il ricco salotto di Monterossi ma la piccola casa di Ghezzi a diventare la centrale delle indagini, con la signora Rosa che assiste in diretta, dalla sua cucina. E l’azione migliore non è il furto del gioiello antico nei quartieri alti ma la storia dei tre omicidi dei sassi, che ci porta a piazza Selinunte, alle case occupate, alla varia umanità; da via Magenta, dove i ricchi sono ricchi da prima del Manzoni, alla Caserma dove la casa è un lusso.
Anche la trasmissione, che Monterossi sta finalmente per lasciare, vira dagli amori tribolati, dal sesso e dalla “pornografia dei sentimenti” alla cronaca nera e alla paura della criminalità: “Sta trasformando il programma da passerella di amorazzi banalmente indecenti a tribuna del popolo offeso e minacciato dalla criminalità”. “Dateci un nemico da odiare, dicono” a gran richiesta e l’industria delle spettacolo accontenta.

Quando ho letto questo romanzo, in agosto, stavano succedendo i disordini a Roma per lo sgombero di un palazzo in via Curtatone e, nei giorni seguenti, anche di Piazza Indipendenza. Sgomberi che riguardavano persone e famiglie di rifugiati e richiedenti asilo provenienti da Eritrea ed Etiopia.
Ho discusso, in quei giorni, ho dibattuto: come è possibile essere arrivati a quel punto?
E leggendo delle case occupate e di uno sgombero anche nel libro, ho pensato che il romanzo incontra la realtà. Anche se qui si parla di Milano credo che il problema della casa e della povertà non cambi molto da una città all’altra.
La mia attenzione è quindi rimasta agganciata a quello che succede alla Caserma, teatro di politica e rivoluzione, di rassegnazione e delinquenza, di “welfare alternativo… si potrà dire? Insomma, nella sfiga nera che c’è là chi non è delinquente si aiuta un po’ “.

Un’indagine sociale ho trovato, che riporto qui tale e quale.
“La Caserma è quel labirinto di palazzi stanchi, luridi, invecchiati male, scrostati che circonda piazza Selinunte, zona San Siro, avamposto della marmaglia urbana, caldo d’estate, freddo d’inverno, scale che sanno di broccoli e di curry, quando va bene”.

“Venuto su tra il ’35 e il ’47, quel quartiere lì non lo avevano fermato nemmeno la guerra e i bombardamenti […]. Un quadrilatero, un rombo, a guardarlo sulle mappe, di case e case e case intorno alla piazza. Unica riforma, il teleriscaldamento per tutti quegli alloggi, che aveva prodotto un enorme camino al centro di piazza Selinunte”. 

“Le case popolari intorno a piazza Selinunte erano una specie di roccaforte operaia, una volta, roba del Pci, case per lavoratori, nuclei famigliari, proletariato del dopoguerra che puntava a diventare piccola borghesia, senza farcela quasi mai […].
Sono più di seimila appartamenti, di piccole o medie metrature, infilati in tanti parallelepipedi, niente di ricercato, ma insomma, un tetto sulla testa, costruiti molto prima del boom economico.
Oggi ci stanno i vecchi abitanti, quasi sempre soli, più raramente in coppia.
«E quando dico vecchi intendo proprio vecchi», dice Perini, «pensionati con la minima, gente che campa con cinquecento euro al mese, e se li spende quasi tutti in medicine».
Poi c’è l’immigrazione. Quella del sud è del tutto assorbita, è roba vecchia.
«Sì, c’è ancora qualche famiglia che fa clan, ma io li considero milanesi… e anche di loro quelli rimasti lì sono i vecchi… Poi ci sono gli stranieri, quasi tutti Nord Africa, come dappertutto, prima sono arrivati marocchini e tunisini, poi un po’ più da sud, ma ci tengo a dire che anche loro non sono un problema… anzi […]. Quelli che ci abitano non sono quasi mai un problema, è gente che si fa la sua vita e tira avanti come può… Ho visto famiglie con due o tre bambini in quaranta metri quadri, dignitosissimi, i padri lavorano, i ragazzi vanno a scuola, almeno quella dell’obbligo… non è mica un reato essere poveri».

«Ma… le graduatorie? L’Aler?».
«La situazione ufficiale è questa: molte case sono vuote perché devono essere ristrutturate e per ristrutturarle non ci sono i soldi, quindi le chiudono… ma piuttosto che dormire alla stazione, o in macchina, meglio una topaia, no?, ed ecco fatto… Sì, i lavori si fanno, ma sono più di quaranta casermoni, finito uno, ora che arrivi all’ultimo, il primo sta da capo… è come svuotare il mare col cucchiaio. Alcuni di quei palazzi hanno quasi un secolo, sono del ’35, e non è che li aveva fatto Renzo Piano, eh!».
«La situazione non ufficiale, invece?».
[…]
«Io dico che si lascia correre per non peggiorare la situazione. Il difetto vero che ha chi abita lì è di essere povero… uno con la moglie incinta e due bambini cosa fai, lo cacci fuori? E dopo? Quando lo abbiamo fatto, che non si poteva evitare, abbiamo avuto lacrimogeni e quelli che tiravano i sassi, e se c’è di mezzo la casa con chi credi che stia quello con la donna incinta e due marmocchi, mica con noi, sai?».
«Politica?».
«Una volta c’era il comitato inquilini , ma parlo di venti trent’anni fa… Adesso ci sono ancora piccole associazioni, brava gente… poi c’è quello che si chiama collettivo per il diritto alla casa, saranno trenta-quaranta, quasi tutti giovani che hanno occupato o che stavano lì da prima… sono gli unici che quando occupano lo dicono, fanno i cartelli, dicono che loro mettono a posto e l’Aler no, e un po’ hanno pure ragione…».
[…]
«L’Islam?»
[…]
«Islam quanto ne volete, barbe e donne velate, sì, anche tutte coperte. Ma casini grossi mai. L’Imam del posto è uno perbene, amico del prete della parrocchia, insomma, se cercate quelli dell’Isis lì per me non ci sono».

È Ghezzi a entrare negli appartamenti della Caserma, a conoscere chi ci abita.
“Ghezzi pensa che lì dentro, attorno a quel tavolo, c’è qualcosa che somiglia alla rabbia. Ma non una rabbia furente, fumante, non ira, no. C’è la sorda rabbia dei vinti, di quelli che non hanno niente da perdere, di quelli che hanno capito come va il mondo e che quasi sempre va contro di loro”.

Questa è una storia in cui alla fine “hanno tutti torto. Sì, è una storia in cui hanno tutti torto marcio”, chi voleva fare la rivoluzione e invece ha creato ingiustizie, chi si ribella perché deluso da un sistema che lascia morire ogni speranza, chi deve fare un lavoro che  alla fine non porta maggior giustizia.
“C’è tutto, lì dentro, le ingiustizie di quegli anni folli” e di questi di adesso.

La trama? Da leggere, solo da leggere. Parla di cose che non abbiamo rielaborato in maniera sufficiente per comprenderne il peso che grava ancora oggi, in Italia, sulla  scena sociale, politica e umana.

E per quello che ho letto e per i fatti dei nostri tempi credo che la conclusione migliore sia la seguente:
“Un’ingiustizia è un’ingiustizia, grande, piccola, minuscola. È roba che brucia. Eppure. Eppure sa che c’è nella richiesta di giustizia qualcosa che stona sempre, che distinguere la sete di giustizia dalla voglia di forca è sempre un’operazione ardua […]
Il mondo pazzo di giustizia. Proprio così”.

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