Differenti identità

“Voglio che le persone mi guardino con gli occhi giusti”

Inizio con due storie. Storie vere, dei nostri giorni.
Le ho ascoltate in un incontro pubblico sui temi di omosessualità, pregiudizi e famiglia.
Le esperienze di vita dicono, meglio di qualsiasi teoria, cosa comporta essere omosessuale in una società che ancora non si è pacificata con i diversi orientamenti; quali conseguenze implica essere rifiutato e corretto oppure accettato e accolto per il proprio sentimento di identità.
Omofobia e famiglia: storie di genitori e figli è il titolo dell’incontro a cui ho partecipato con il compito di definire il contesto nel quale le due testimonianze si inseriscono, cioè quello di varianza di genere e dei suoi tanti significati, da una prospettiva psicologica.
Le storie sono narrate da donne, ma riguardano anche gli uomini. Storie di sofferenza e liberazione, vissute da due punti di vista: di chi è figlia e vive la consapevolezza dell’omosessualità e di chi è genitore e si trova ad accoglierla o rifiutarla. Delle storie ho cambiato solamente i nomi e le ho riassunte per come le ricordo.

La figlia
Marta chiamo questa ragazza di età compresa tra i 30 e i 35 anni. Racconta la sua storia in modo preciso ma, nonostante la voce sicura e l’atteggiamento determinato, non nasconde l’emozione che scorre sotterranea.
Era alle soglie dell’adolescenza quando si è accorta che il suo interesse era rivolto alle bambine e non ai maschi.
C’erano state precedenti avvisaglie? Forse, nel suo comportarsi da maschiaccio, nella scelta dei giochi. Ma chissà! si può ben dire che questi comportamenti non sono dei precisi predittori dell’orientamento sessuale.
Fatto sta che in prima superiore, quella che per molte è l’amica del cuore per lei è stata la fidanzatina. La loro frequentazione molto intensa, le telefonate e le uscite sempre insieme hanno cominciato a insospettire genitori che avevano invece una visione più tradizionale dei rapporti.
Ciò che l’ha umiliata di più, ricorda Marta, è stato il fatto che i genitori hanno ascoltato di nascosto le sue telefonate. Questa intrusione le ha provocato vergogna e rabbia insieme.
Ma fin qua, si potrebbe pensare, non c’è niente di nuovo perché l’atteggiamento indagatore di molti genitori, prima dell’avvento di social e internet, li spingeva a leggere di nascosto i diari segreti e ascoltare le telefonate da casa, origliando oppure da una seconda linea. Proprio come è successo a lei. Quello che in questo caso è andato oltre al comportamento consueto è stata la presa di posizione molto rigida della famiglia, con la decisione di chiudere ogni contatto della figlia con il mondo esterno, allontanarla da scuola e portarla lontano quasi mille chilometri, presso parenti che vivevano in un’altra città.
Isolata e senza nessuna possibilità di comunicazione.
L’occasione di una visita medica l’ha fatta tornare dopo un certo tempo nel luogo dov’era vissuta e il desiderio di riprendere la sua vita ha portato Marta alla decisione di mentire e nascondere il suo orientamento. Per sopravvivere. Ha quindi ripreso la scuola vivendo una doppia vita per sette lunghi anni: figlia brava e normale agli occhi dei genitori, una relazione con una ragazza portata avanti di nascosto.
Il diploma e il lavoro le hanno permesso l’autonomia di non mascherare più chi voleva essere. Ma, a quel punto, i genitori l’hanno accusata di aver mentito loro per tanti anni e i rapporti si sono rotti irrimediabilmente. Deteriorati al punto che genitori e figlia si trovano su fronti contrapposti: sentinelle in piedi i primi, mentre Marta è attiva nei circoli e nelle iniziative dei diritti degli omosessuali della sua città.

La madre
Un giorno Andrea, il figlio quindicenne, ha detto mamma siediti, ti devo far leggere una cosa.
Si trovavano in cucina, racconta Dina, e si aspettava qualcosa di simpatico perché lui scorreva il dito sul telefonino; pensava a un video o a una foto che li facesse ridere, scherzare.
– Ecco mamma, leggi.
Lei ha cominciato a leggere, con un sorriso sulle labbra. Dopo le prime frasi non ha capito più niente, le si è creato il vuoto in testa, le parole sembravano accavallarsi una sull’altra, il sorriso trasformato una smorfia.
– Cosa vuoi dire Andrea? Cosa significa? Non capisco.
– Mamma, sono gay.
Il pianto gli è partito improvviso, uno scoppio inatteso che le ha mosso qualcosa dentro. È stato quel pianto a farle capire che era tutto vero e soprattutto ha compreso che non poteva continuare a rimanere ferma. Doveva alzarsi e abbracciare quel figlio che sentiva così disperato.
Con le lacrime, nell’abbraccio della madre che lo stringeva tenendolo al sicuro come quando era piccolo, sono uscite anche le parole, quelle che prima erano congelate, impronunciabili.
– Stai tranquillo, Andrea, non è successo niente, è tutto come prima.
– E il papà? Come faccio a dirlo al papà?
– Ti aiuto io, vedrai che insieme affronteremo tutto.
E così è stato. La rivelazione al padre. Un dialogo più intenso e nuove confidenze.
L’accettazione, dice Dina, è la parola che più di ogni altra esprime il sentimento che ha provato: accettazione di un figlio, in questa nuova rivelazione di lui.
Andrea ha detto una frase per farle capire quanto era importante parlare di come si sentiva veramente, ha detto: voglio essere guardato con occhi che vedano quello che sono.
La preoccupazione, la paura, non sono mancate perché i pregiudizi sono tanti e la gente non è molto comprensiva, spesso è crudele. I problemi si moltiplicano per un omosessuale, dalla casa al lavoro, diventa tutto più difficile.
– Parliamo con uno psicologo? per capire meglio, per sapere come affrontare questa vita    che improvvisamente si è mostrata diversa da come credevamo. Come mai non ci siamo accorti di niente, prima? Non c’è mai stato nessun segnale che ci facesse pensare a quello che nostro figlio ci ha rivelato.
Andrea è andato da uno psicologo e ha ritrovato le parole, ha ripreso la sua vita in mano, ha proseguito la scuola, ha parlato agli amici del suo orientamento. Ora ha diciotto anni e sta bene, è un ragazzo come tutti, ha amici, studia, pensa al futuro che vuole costruire.
Anche i genitori si sono rivolti a uno psicologo per affrontare quel cambiamento della loro vita. Perché il cambiamento c’è stato, di prospettive future, di rapporti attuali. Ma Andrea rimane il figlio amato.

Il sentimento di partecipazione è stato intenso durante l’ascolto di Marta e Dina.
Da parte mia non ho potuto non ripensare alle storie ascoltate nel chiuso della stanza di psicoterapia e poter così collegare quei fili che uniscono diverse situazioni.
La risposta di Marta alla domanda su cosa potrebbe aiutare ad affrontare il problema in modo diverso è significativa. Non è stata una risposta immediata, è venuta dopo parecchi minuti e altri interventi. È stata pensata in profondità, assaggiata e masticata, prima di  venire pronunciata: sapere che ci sono altri e altre come te, che non sei la sola a provare quello che provi e che non sei sbagliata.
Ecco partirei da qui per dire quanto è importante oggi parlare di argomenti che accumulano secoli di pregiudizi, abbattere il muro del silenzio che circonda molte vite.
Ritengo che ogni persona che crede nei diritti di tutti debba spendersi e far sentire la propria voce per superare i muri e opporre resistenza alle false informazioni.

Una ricerca ISTAT del 2012 (qui) , l’ultima fatta sulla popolazione italiana, rileva che circa il 75% delle persone tra i 18 e i 74 anni non è d’accordo con le affermazioni “l’omosessualità è una malattia”, “l’omosessualità è immorale”, “l’omosessualità è una minaccia per la famiglia”; tuttavia, il 55,9% si dichiara d’accordo con l’affermazione “se gli omosessuali fossero più discreti sarebbero meglio accettati”, mentre per il 29,7% “la cosa migliore per un omosessuale è non dire agli altri di esserlo”. A fronte di una accettazione della normalità dell’omosessualità perdura quindi il disagio a confrontarsi con i diversi orientamenti e la richiesta che tutto passi sotto silenzio e che la discrezione sia preferibile.
Proprio ciò che invece deve essere combattuto: l’invisibilità e il mascheramento, in quanto si è visto essere fattori di stress.
La possibilità di condividere le esperienze, di confidarsi e confrontarsi costituisce un fattore di minority stress, cioè un fattore di riduzione del danno psicologico e di protezione verso disagio, depressione, sintomatologie e problemi sociali.
La manifestazione di visibilità è una variabile che influisce sull’intensità del minority stress e uno degli strumenti per la dichiarazione del proprio orientamento sessuale è il coming out.
Il coming out è, nella vita degli adolescenti omosessuali, un passaggio esistenziale, un compito di sviluppo che apre la strada verso una migliore autostima.
“Il coming out è un atto di trasformazione sociale e di cambiamento di contesto” (in Omosapiens, 2006).
Tutto il contrario della maggior discrezione richiesta, quindi.
Una persona che tiene nascosto il proprio essere è sottoposta a uno sforzo continuo, anche se il ‘vantaggio’ è quello di non diventare oggetto di disprezzo e di omofobia. Ma il prezzo che paga è alto perché non potrà mai avere esperienza di riconoscimento e accettazione per quello che è. Se la capacità di nascondersi garantisce la sopravvivenza, come ha detto un ragazzo, rende anche limitante e invalidante lo sviluppo della propria personalità perché rappresenta una rinuncia continua all’autenticità. Dover nascondere continuamente aspetti di sé è un’esperienza dolorosa.
Per Marta è stato necessario mentire per sopravvivere e portare avanti la propria vita,  mentre Andrea esprime perfettamente l’esigenza di autenticità quando dice: voglio essere guardato con occhi che mi vedano per quello che sono.

Ma nella realtà troppo spesso l’adolescente omosessuale si trova a doversela cavare da solo.
La stessa ricerca ISTAT che ho citato prima dice che solo una minoranza degli omosessuali/bisessuali italiani parla della propria condizione con i genitori: nel 21,2% dei casi la madre è a conoscenza dell’omosessualità/bisessualità del figlio, nel 24% il padre.
Le famiglie non conoscono, non capiscono e spesso rifiutano l’orientamento del figlio e della figlia. Come è successo a Marta.
Ma ci sono anche famiglie come quella di Andrea che si interrogano e non chiudono la porta nel momento in cui un’altra realtà, diversa da quella che credono, viene rivelata.

I genitori nei casi di varianza di genere dei figli devono fare un lavoro doppio per quanto riguarda il concetto di ‘lutto evolutivo’.
Normalmente i genitori, nel passaggio dell’adolescenza del figlio, vivono il lutto tra il figlio ideale e il figlio reale e già questo richiede un processo non semplice di rielaborazione dei legami e di cambiamento. Con figli che vivono identità di genere diverse, si aggiunge un altro lutto, quello dello stigma sociale al quale i genitori sono impreparati.
Il lavoro psicologico con i genitori ha il senso, quindi, di aiutarli ad accettare la possibilità che il figlio sia diverso da come lo avevano immaginato e a cercare uno spazio sicuro nel quale costruire una nuova relazione per rafforzare il legame.
In conclusione è utile precisare che gli interventi non sono volti alla correzione della varianza di genere ma all’accompagnamento in un processo di esplorazione in cui il genere è una parte di un tutto e non il focus; il genere è una delle possibili espressioni dell’identità di una persona, in cui il maschile e il femminile sono situati agli estremi di un continuum lungo il quale ci sono numerose varianti.
In tutto ciò non è da dimenticare che viviamo in una società con una visione dicotomica con la quale bisogna sempre fare i conti.

9 Comments

  1. dalla lettura dei due casi, mi pare che, come anche per molti altri aspetti della vita, molto dipende dal rapporto che si costruisce in famiglia. se c’è dialogo, i ragazzi si aprono e cercano appoggio e questo sicuramente favorisce la loro sicurezza e aumenta le possibilità di affrontare anche l’esterno. Se ci si trova di fronte un muro, tutto è più difficile e le soluzioni si cercano al di fuori della famiglia. Purtroppo non sempre le si trovano.

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    1. La maggior parte degli adolescenti si trova da sola a fare i conti con i problemi e una minoranza si confida in famiglia sui temi dell’identità. Le famiglie pure sono sole e impreparate, non sanno come affrontare il problema. D’altra parte la società non aiuta e oggi abbiamo anche chi si schiera contro l’educazione sessuale e all’affettività a scuola, luogo che potrebbe essere di confronto. Grazie delle osservazioni Pina

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  2. La prima storia è terribile e fa male; la seconda un po’ ci consola. Purtroppo la strada dei diritti civili è sempre durissima e in salita, soprattutto in questo nostro paese sempre più intollerante e aggressivo, troppo rabbioso e quasi incapace di affrontare con serenità di ragionare civilmente. Che tristezza! Ciao, Gina,

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    1. Sì hai detto bene, la prima storia è pesante e chi si trova a farvi fronte deve avere spalle grosse.
      Ascoltare la madre raccontare la sua esperienza è stato poi come riuscire a respirare dopo aver trattenuto il fiato. Ascoltare entrambe è stato un bagno di umanità.
      Bisogna fare resistenza all’intolleranza e al pregiudizio, ne sono convinta. Ma è scoraggiante confrontarsi con la cattiveria, anche se sai che è generata da paura e ignoranza. Ciao e grazie dei pensieri

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  3. Credo che il problema sia ancora più a monte: certo, questioni come le identità di genere sono più delicate e dolorose, ma in fin dei conti la logica non è molto diversa da quella che regola ogni altro aspetto dell’esistenza: la non omologazione è percepita come errore, deviazione, incrinatura anzichè arricchimento

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    1. Ciao Rain. Hai ragione, senza ombra di dubbio. Quello che ho scritto nel mio articolo riguarda l’identità di genere perché questo era il tema che mi sono trovata a trattare. Ma so bene che ogni diversità, di qualunque tipo, fa paura. Fa paura a chi la vive e a chi non intende mettere in discussione le sue certezze.
      Sono tanti i modi che hanno le persone di viversi diverse. Personalmente credo che siamo tutti differenti ma tendiamo, per bisogno di sicurezza, ad acquisire quella omologazione che tu citi. La differenza la fa la consapevolezza e proprio quell’incrinatura che gli altri vedono come deviazione è invece una miniera preziosa. Solo che è anche tanto dolorosa e porta un senso di solitudine.

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      1. Ci vorrebbe un radicale cambiamento culturale, ma ho l’impressione che stiamo andando esattamente nella direzione opposta…

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      2. In una direzione diversa, forse. Opposta… non credo. Io sono del parere che è necessario fare e dire tutto ciò che è utile per ridurre l’arretramento culturale e sociale. Ci sono molte persone che contribuiscono a questo

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      3. Concordo: per “opposta” non intendevo infatti “a ritroso” ma come evoluzione in virtù però di valori contrapposti a quelli attuali

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