La simmetria dei desideri

“La storia dietro quella fotografia è la storia della nostra amicizia. Di noi quattro. Non so con certezza come sia iniziata. E non so con certezza cosa l’abbia tenuta insieme fino a oggi. E non so con certezza se proseguirà, ora che le nostre vite stanno cambiando. In effetti, l’amicizia è una faccenda strana, secondo me. Sono ormai cinque anni che traduco dall’inglese articoli accademici di argomento umanistico o sociale, e non ho ancora trovato un articolo che analizzi la questione in profondità. Certo, oggi tutto dev’essere statistico ed empirico, mentre è difficile quantificare e calcolare distanza e vicinanza, fedeltà e tradimento, amore e nostalgia. E forse non è neppure necessario”. 

la_simmetria_dei_des_3ecb62.jpgLa simmetria dei desideri di Eshkol Nevo è uno dei romanzi più belli che ho letto sull’amicizia tra uomini, negli ultimi anni.
In genere pensiamo all’amicizia raccontata al femminile ma con questo libro scopriamo che pure l’universo maschile pesca nel mare profondo dei sentimenti, anche se non usa manifestarlo.
La storia è ambientata in Israele, tra Haifa e Tel Aviv, ma potrebbe essere qualsiasi altro luogo del mondo occidentale perché racconta l’amicizia come un’oasi di momenti personali e introspettivi che non vogliono simboleggiare qualcosa di nazionale; descrive i cambiamenti dei personaggi quasi ignorando i fatti drammatici successi nel tempo e nel paese in cui vivono,
“ma questa è proprio la definizione di amicizia, no? Un’oasi che ci permette di dimenticare il deserto… o… una zattera le cui assi si tengono unite. O… un piccolo staterello circondato dai nemici” .
È possibile che niente penetri nel mondo interiore di questi ragazzi?
In realtà alcuni episodi risalgono dalle smagliature delle storie personali, come la notte trascorsa da Yuval durante il servizio militare nel periodo dell’intifada, ma rimangono in sottofondo.
Al centro della storia ci sono i legami costruiti nel tempo lungo dall’adolescenza alla giovinezza e cementati dalla scadenza delle partite di calcio dei Mondiali.
La trama è tenuta insieme da un’idea di Amuchai, uno dei quattro amici, che propone di “scrivere su un bigliettino dove sogna di trovarsi fra quattro anni. Dal punto di vista personale, professionale. Da tutti i punti di vista. E ai prossimi Mondiali apriremo i biglietti e vedremo cos’è successo nel frattempo”.

Devo dire che questo è un libro che mi ha conquistato poco a poco e non sono riuscita a considerarlo solo some un romanzo ma sempre con l’attenzione allertata per i diversi livelli di lettura. Quello dell’amicizia è il tema più evidente, ha la funzione di tenere insieme la trama, ma ci sono tanti altri strati, sovrapposti e intrecciati, da scoprire, e diverse possibili riflessioni da fare. Qui non racconto proprio la storia, che invito a leggere, ma mi soffermo sulle relazioni, sui sentimenti messi in evidenza, sulla tipologia delle persone descritte. Sarà che mi è venuto spontaneo ritrovare situazioni e figure nella mia storia, tra le mie amicizie, come se fossi riuscita dare un volto conosciuto ai personaggi di Nevo. Credo che questo possa succedere a molte persone che si trovano  leggere questo romanzo.

Amicizia
“Questa danza ininterrotta di avvicinamenti e allontanamenti è proprio il cuore del movimento tra amici”. 

Le voci narranti sono due: Yuval racconta la storia che viene riletta e commentata da Yoav, soprannominato Churchill.
Gli altri due amici sono Amichai e Orif.
Il legame tra loro è intenso come può essere solo quello che nasce da giovani: “evidentemente non è un caso se la maggior parte delle amicizie nasce al liceo o durante un viaggio. Ci vuole una generosa porzione di tempo libero per avvicinarsi”. Da adulti è più difficile costruire un rapporto stretto perché ci sono “troppe cose da spiegare, invece di esser capito al volo” (inoltre, aggiungo, ci troviamo, col tempo, troppo abbozzolati nelle abitudini che formano una rete, un filtro dalle maglie sempre più strette che non lascia passare cose o persone che non rientrino nel consolidato schema di vita e di pensiero).
Yuval, Churchill, Amichai e Ofir sono legati l’uno all’altro e ciò che succede, in qualche modo, influenza tutti.
I codici di amicizia sono regole non scritte per cui ognuno sa cosa si può dire e cosa no, cosa conta per l’uno e per l’altro dei tanti piccoli gesti quotidiani che sembrano insignificanti come: non è importante chi telefona per primo, basta farlo; non si mente a un amico; si commenta ma poi si lascia a lui la decisione. Tutte cose che si conoscono solamente perché sono state costruite insieme.
Certo non mancano i dissapori e le liti.
Come tra Yuval e Churchill che si trovano divisi dall’amore per la stessa donna, Yaara. O come Amichai e Ofir che discutono su tutto con toni inaspriti, ma nelle partite settimanali di squash convogliano tutta la tensione nel cercare di fare punti e battersi, scaricando così i nervi uno contro l’altro, senza farsi male.

Ma la vera fortuna è esserci l’uno per l’altro quando un dolore colpisce, quando il bisogno chiama.

“Dapprincipio avevo cercato di farlo parlare.
Hai voglia di parlare?, gli chiedevo.
Vorrei, ma…, si strappava le parole di bocca,… fa male.
Vuoi bere qualche cosa?
No.
Mangiare?
No, fratello, grazie.
Allora cosa… cosa posso fare per te?
Niente. Siediti… siediti qui con me”. 

Tipi psicologici
“Per quattordici anni il nostro quartetto ha rappresentato il mondo intero. Terra, fuoco, acqua e vento”. 

Sono diverse le personalità dei quattro amici, in alcuni aspetti opposte e in altre complementari.

Yuval e Churchill, i narratori della storia e i primi due personaggi che conosciamo, sono come le facce di una medaglia, come l’ombra e la luce, gli opposti che alla fine si toccano.
Churchill “è l’epicentro”, è un leader naturale, deciso e sicuro nelle sue scelte, conquista le ragazze con il suo fascino e vive storie d’amore. A Churchill “la vita in generale non faceva paura; lui l’affrontava a petto scoperto, con ampi gesti delle braccia e con le stringhe slacciate”.

Yuval invece è “come un fiumiciattolo tranquillo (ma c’è chi direbbe un rigagnolo)”. È il ragazzo con gli occhi che pensano; uno di quei tipi “bassi e tristi, di quelli che alle feste s’incollano al muro e durante la ricreazione, a scuola, leggono storie di fantascienza, di quelli che conoscono a memoria la formazione della squadra Maccabi Haifa, incluse le riserve, ma non sono mai stati a una partita, di quelli che ridicolizzano tutto con parole difficili, ma se solo una ragazza gli rivolge la parola cominciano a balbettare”. Yuval fantastica sugli amori del passato piuttosto che cercare di amare veramente.

Amichai è l’uomo dalle spalle grandi, solido; è quello delle responsabilità ma dietro la prosaicità ha idee ed è capace di realizzarle. “Ha un corpo solido, la cui postura rivela che è in grado di sorreggerti, e ha gli occhi colore della terra, occhi che molte donne potrebbero amare. Ma lui, lui ha sempre amato solo la sua Ilona la piagnona”.
Amichai è un uomo che ama la sua donna e mostra che l’amore in una coppia è fatto di tutto e di niente, è nutrito da correnti segrete, incomprensibili e invisibili anche agli amici più intimi.
Non possiamo pensare ad Amichai senza Ilona. Quando ha raccontato agli amici di avere conosciuto “una ragazza stupenda. Bellissima. Brillante. Appassionante” loro si sono messi in ghingheri per conoscerla e hanno visto solamente una ragazza ossuta, con lo sguardo torvo, il viso pallido e lentigginoso, i capelli sottili e ispidi, con un portamento curvo e pantaloni da vecchia; che non rideva delle battute e non si mostrava impressionata da loro; distaccata e interessata solo ai suoi libri e alle sue ricerche di psicologia. Eppure per Amichai rappresenta l’amore e la forza che lo sostiene.

E infine Ofir il creativo, il pubblicitario che a un certo punto abbandona tutto perché è pericoloso vivere sempre di corsa, inseguendo le pretese ingiuste di un mondo che cancella anche il sentimento di umanità per il profitto.
Ofir è il vento che cambia direzione, che si sposta, che sceglie altri modi di vivere, pienamente consapevole degli errori di un sistema che porta a tradire se stessi
“Ecco, proprio questo è il problema con il modo di vivere occidentale, ci ha spiegato Ofir in tono tranquillo. Ci poniamo delle mete, e ne diventiamo schiavi. Siamo talmente impegnati a realizzarle, che non ci rendiamo conto che nel frattempo sono cambiate”.

Le donne
Ci sono naturalmente anche le donne, nella storia. Sono le compagne e le mogli che nel momento in cui entrano in contatto con il gruppo di amici ne alterano gli equilibri e possono determinare cambiamenti.

La prima è Ilona la piagnona, nume tutelare di Amuchai. È la donna razionale e un po’ fredda che sublima le pulsioni nel pensiero intellettuale. Mai intrusiva ma sempre presente, seduta in un angolo con uno dei suoi libri, non partecipa alle conversazioni e raramente interviene, sopporta gli “amici e le loro idiozie in silenzio”.
Sembra animarsi di vita solo quando compare Maria, la compagna che Ofir ha portato con sé dall’India.
Maria è la donna dai lunghi abbracci, materna e accogliente. È l’unica che va a sedersi vicino a Ilona perché le “pareva un po’ strano che ci fosse una persona seduta con noi in sala che nessuno coinvolgeva nella conversazione”. Da quel gesto e dalle confidenze “fra di loro è scoppiata quella scintilla che rende due persone veramente amiche”.
Amichai si meraviglia quando vede ridere la moglie e pensa “sono anni che cerco di renderla felice senza riuscirci, poi un bel giorno ci piomba in casa questa Maria e senza nessuno sforzo le tira fuori tutta questa allegria”. A volte basta un attimo, un incontro, uno sguardo e cambia tutto: la visione della vita, delle persone. È quello che succede a Ilona. Ma se cambia Ilona cambia anche Amichai.

Infine Yaara, tra Yuval e Churchill.
Yaara è la ragazza che affascina gli uomini, sicura della propria femminilità. Churchill dà un’ottima interpretazione di lei, unica figlia femmina adorata e viziata dal padre e dai fratelli:
“In tutto ciò c’era qualcosa che rendeva Yaara profondamente sicura della propria femminilità, e padrona di un concreto bagaglio di conoscenze su cosa conquista gli uomini. Eppure la situazione ne rimpiccioliva anche la statura. La bloccava nel ruolo di geisha. E la riportava sempre lì, legata da fili di seta, anche quando un parte di lei voleva tutti i costi fuggire.
A casa la chiamavano Yaarina. Lei seguiva corsi sul genere, parlava d’indipendenza, femminismo e realizzazione di sé, aveva opinioni precise su qualunque argomento, ma loro continuavano a chiamarla Yaarina e a trattarla con una venerazione che sfiorava il disprezzo.
Lei non se ne accorgeva”.  (Ci sarebbe un capitolo da aprire sull’importanza di un padre che ama la figlia, che la guarda con occhi adoranti e le offre un mondo di autostima del suo essere donna; con l’altra faccia della medaglia naturalmente, se non c’è una madre a equilibrare il tutto).

La depressione come presagio di pensieri ansiosi
“C’è qualcosa di sballato, in me. Qualcosa di essenziale è sballato […].
Qualcosa di fondamentale è sballato in ciascuno di noi, no?, ho commentato io. Per il semplice fatto che siamo esseri umani”. 

In tutto questo non ho potuto non vedere che la psicologia è negli interstizi della storia, non solo nella descrizione dei personaggi e delle dinamiche relazionali ma anche nella costruzione delle storie familiari e, sparsi qua e là, nei testi che Yuval traduce. E non sono riuscita a sottrarmi all’indagine psicologica sulle scelte della vita, a vedere in ognuno dei personaggi dei vuoti e dei pieni, difese e risorse.
Il riferimento più evidente è Ilona soprannominata la piagnona, docente di psicologia che fa ricerca e legge continuamente libri come La depressione come presagio di pensieri ansiosi. Si tratta della sua professione ma vien fuori che lei stessa è tendente alla depressione, con pensieri tristi e mancanza di senso, tanto che il marito Amichai è sempre vigile ai cambiamenti dei suoi stati d’animo.
Amichai ha invece un atteggiamento compensatorio e rifugge nella positività; sublima i suoi impulsi negativi in attività concrete e si prende cura di Ilona per impedire che cada nel buco nero che riconosce in lei.
L’altro personaggio in positivo è Churchill che si mostra uomo forte e sicuro e non intende confrontarsi con i sentimenti tristi, li sfugge con le donne e con l’ambizione di diventare famoso in campo giudiziario.
Ofir invece, a un certo punto, è sopraffatto dall’ansia e deve modificare gli schemi di pensiero e il modello di vita
“Sono crollato perché avevo toccato il fondo del barile. Ero arrivato in fondo al barile perché mi avevano succhiato fuori tutto. E mi avevano succhiato fuori tutto perché facevo parte di un sistema brutale che usa le parole solo per vendere. E quel sistema… Non agisce da solo, lo capite? Fa parte di una società che è… tutta quanta brutale. Comincia tutto dall’Occupazione, dal fatto che dominiamo un altro popolo, e prosegue… nelle cose più piccole…”.
Anche Maria ha sofferto di depressione quando abitava in Danimarca, un posto dove il sole non illumina abbastanza il mondo, e se ne è andata a cercarlo in India cambiando la sua vita. Lei e Ofir si riconoscono nel bisogno di cambiamento.
Ma chi descrive la depressione è Yuval. Lui conosce il male oscuro, sa cosa significa trovarsi nel fondo del pozzo: la perdita di ogni significato di vita; la fatica di ogni piccola azione; il gorgo risucchiante della solitudine. Il degrado del senso del gusto diventa il sintomo e il simbolo della perdita di ogni piacere di vivere.
E quando succede niente aiuta, neppure la filosofia:
come ha fatto Kierkegaard ad alzarsi improvvisamente una mattina e scoprire l’amore incondizionato di Dio?
e come è avvenuta la svolta di Heidegger, quando ha cominciato a parlare di riflessione, osservazione interiore e apertura all’esperienza, tornando ai pensatori presocratici? come è riuscito a conciliare queste teorie con l’adesione al partito nazista?
Yuval una risposta non riesce a trovarla.

Il rapporto con il passato e con il padre
Yuval, a un certo punto, racconta della traduzione che sta facendo di un brano di psicologia. Trovo molto interessante questo passaggio perché introduce un concetto: quello che è comunemente chiamato destino è in realtà qualcosa che viene costruito pian piano dalla nascita, nei rapporti familiari; è come mettere mattone su mattone finché  si costruisce un muro e questo muro sarà molto diverso a seconda della qualità dei materiali e della tecnica usata.

Yuval, quindi:
“S’intitola ‘Ritorno al futuro’, ho spiegato. È il riassunto di un discorso tenuto qualche anno fa dal presidente dell’associazione psicologi canadesi, Jeremiah Miller, in occasione del loro incontro annuale. Sostiene che nella psicologia moderna c’è una lotta nascosta fra la scuola americana che guarda al futuro, e la scuola europea che si rivolge, a grandi linee al passato. Quando uno psicologo americano osserva un uomo la prima cosa che si domanda è: dove mira ad arrivare quest’uomo? Se è uno psicologo europeo a osservarlo, la sua prima domanda sarà: da dove viene?
Ma c’è un legame fra le due cose, no?
È proprio quello che afferma Miller. Che bisogna trovare una sintesi. O meglio, che i canadesi devono trovarla.
Perché proprio i canadesi?
Lui ritiene che gli Stati Uniti siano un’entità relativamente giovane, con un passato breve, al quale, almeno in parte – ad esempio, il comportamento verso gli indiani – non hanno interesse a riferirsi. Gli europei, d’altro canto, si cullano nel loro glorioso passato, nei ricordi dei giorni in cui costituivano il centro culturale del mondo occidentale, e per questo faticano a guardare avanti. Di conseguenza solo i canadesi, che riuniscono in sé le due culture, sono abbastanza liberi da poter proporre una sintesi vera. […]
Io sto con gli europei. Non si può sfuggire al proprio passato. Guarda quell’idiota del tuo amico. Si comporta esattamente come suo padre. In quest’ultimo anno ha persino cominciato a somigliargli fisicamente, a Michel. La stessa stempiatura. La stessa andatura ondeggiante che si era ripromesso di non adottare. Quanto ha parlato del fatto di essere diverso, e invece ha finito col seguire le sue orme”.
Non si può sfuggire al proprio passato e tendiamo a ripeterlo inconsapevolmente come Churchill che, cercando di allontanarsi dal comportamento del padre Michel, non si accorge che lo sta ripetendo in pieno. Nel passato ci sono molte delle risposte che cerchiamo per come stiamo vivendo il presente. Nei rapporti che ci hanno resi quello che siamo possiamo trovare i nodi irrisolti e, comprendendoli, anche una spinta al cambiamento.

Yuval si definisce “privo di sprone. Sono un cavallo che resta nel box, che preferisce osservare gli altri cavalli che competono piuttosto che partire al galoppo” e di ciò conosce le cause. Giacciono nel passato familiare e nelle relazioni dell’infanzia che hanno costruito la sua personalità “l’autocontrollo, che ha caratterizzato le relazioni familiari in casa nostra, in me si è trasformato in apatia generale. Il fatto che da bambino non sono stato abbracciato a sufficienza ha bloccato in me il desiderio di agire”.
Anche il rapporto di Yuval con il padre è fatto di presa di distanza e riavvicinamenti
“Ho trentadue anni. Ho passato gli ultimi dieci tentando disperatamente di esser diverso da lui, mi sono trasferito a Tel Aviv perché non mi capitasse, Dio me ne scampi, di ereditare la tipografia e diventare una copia di mio padre, sviluppando la sua diffidenza, la sua austerità, il suo manifesto disprezzo per qualunque cosa non rechi profitto.
Eppure quando ha detto quella breve frase di apprezzamento mi sono riempito di un raro palpito di soddisfazione”. 

Amichai il padre l’ha perso da giovane e gli è rimasto un vuoto nella vita per cui appena raggiunta la giovane età ha realizzato il desiderio di paternità, costruendo una famiglia sua a 25 anni.

La storia di Ofir, fatta di tentativi di avvicinarsi a un padre assente e continuamente critico verso di lui, sembra costruita come un caso clinico.
Ofir “non rinunciava mai a provarci” e il padre non rinunciava mai a deluderlo. O meglio, si deludevano a vicenda.
“Quando Ofir era ragazzino e i suoi genitori erano ancora sposati, il padre gli aveva proposto diverse volte di accompagnarlo. Ma Ofir preferiva sempre restarsene a casa a giocare a Scarabeo con la mamma; anche dopo, quando gli erano nate due figlie dal terzo matrimonio, il padre aveva continuato ad andare su quel campo aperto da solo; faceva volare il suo modellino da solo, ascoltando le urla eccitate di bambini non suoi”. 
Così Ofir cerca di recuperare, da adulto, il rapporto non vissuto con il padre nell’infanzia, perché troppo impegnato a saturare una madre probabilmente insoddisfatta.
Ma quando i rapporti si sono strutturati e irrigiditi in modelli di comportamento infantili non riesci a cambiarli, devi riuscire ad accettarli per poterli rielaborare, devi saper comprendere che il tempo non torna più e trovare strade altre. L’esempio dell’aeroplanino è perfetto: Ofir da adulto ne compra uno e si reca su quel campo dove si rifiutava di andare da bambino e dove sa di trovare il padre. L’epilogo è l’aeroplanino del figlio che si scontra e distrugge quello del padre. Un incontro impossibile.
“Ofir, poveraccio, è rimasto a svolazzare per aria come un aeroplanino modello, al di sopra del baratro che l’aveva sempre diviso da suo padre, condannato a chiedersi se la grande campagna sarebbe riuscita dove erano falliti tutti gli altri tentativi, e poi perché diavolo c’era stato bisogno di quella campagna, perché mai suo padre non gli voleva bene e basta?” 

 

Un romanzo con molte chiavi di lettura, quindi ma alla fine: esiste una simmetria dei desideri?
La simmetria, che l’autore paragona alla bellezza del giardino di Bah’ì, è quella del desiderio che un amico realizza per l’altro, vicendevolmente. E questo è possibile, solamente quando si costruiscono relazioni che mettono in gioco affetti, sogni e dolori; quando i legami resistono agli ostacoli che la vita presenta: esserci l’uno per l’altro, anche con la sola presenza, quando le parole non bastano. Può durare nel tempo un’amicizia così?

 

Eshkol Nevo
La simmetria dei desideri
BEAT, 2017

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5 thoughts on “La simmetria dei desideri

  1. La tua analisi precisa come un coltello affilato presenta un romanzo che credo potrebbe piacere molto anche a me. Un po’ mi ricorda “Accadde il primo settembre” di Rankov che ho letto recentemente (per l’amicizia tra uomini); anche se questo credo vada più in profondità, attraverso la stratificazione narrativa. Me lo segno perché mi attira davvero. Ciao, Pina

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  2. Nella società individualistica e consumistica di oggi , che ha toccato purtroppo anche la sfera delle amicizie , questo libro è la dettagliata recensione tua , potrebbe e mi auguro che possa far riflettere qualcuno …. abbiamo bisogno di vere amicizie.

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