Il paradosso dell’infanzia

Quando mi è stato chiesto di tenere una relazione al Corso di formazione per tutori volontari di minori di età (*) su Situazioni di disagio, forme di maltrattamento e bisogni dei minori ho pensato che, prima di definire il Maltrattamento secondo le linee guida dei manuali e di considerare il Trauma che ne deriva, mi interessava portare alcune riflessioni sulla cultura dell’infanzia che si è andata costruendo negli anni fino ad arrivare ai giorni nostri.
Quello che incontro nella mia quotidianità mi fa pensare che spesso ci fermiamo alle forme più gravi di aggressioni verso i bambini/e ma sospendiamo il pensiero su aspetti che la consuetudine porta a considerare normali, senza accorgerci che sono il substrato su cui poggiano gli episodi che fanno rabbrividire. Svolgo la mia professione nel Servizio Sanitario Nazionale e mi occupo di diagnosi e cura di bambini e adolescenti in situazioni di criticità, comprese quelle delle separazioni familiari, ed è questo preciso contesto a rendermi attenta e consapevole che non solo nelle situazioni di patologia ma anche in quelle della cosiddetta normalità i bisogni dei bambini e degli adolescenti sono spesso disattesi. Non tanto per cattiva volontà ma per le contraddizioni che sono parte del nostro modo di pensare, ed è su queste che ho introdotto la mia relazione al Corso per tutori. Qui nel blog pubblico la prima parte.

La parola Minori, con la quale si intende definire i bambini e gli adolescenti, è una parola che contiene in sé molte delle contraddizioni che andremo a vedere.
‘Nessuno è minore’ si diceva un po’ di anni fa per indicare che i bambini e le bambine sono soggetti di diritto a livello paritario degli adulti ma, nello stesso tempo, sappiamo anche che dipendono da loro e non sono autonomi. Tra questi due margini, parità e dipendenza, trovano spazio le ambiguità sul tema dell’infanzia, sospesa tra immagine ideale e bisogni disattesi oltreché palesemente calpestati.
C’è, quindi, un paradosso di cui dobbiamo diventare consapevoli se vogliamo avere uno sguardo obiettivo sullo stato dell’infanzia: una cultura dell’infanzia e una legislazione avanzate coesistono con sentimenti anti-infantili. Tra questi due poli si situano i bisogni che, ricordiamolo, sono sempre teorizzati dagli adulti.
Se vogliamo anche solo farci un’idea (comprendere è una parola difficile da pronunciare quando si tratta di atti contro i minori) del perché continuino ad esistere forme brutali di maltrattamento dobbiamo approfondire il significato di questi tre aspetti: cultura dell’infanzia, sentimenti anti-infantili e bisogni dei minori. I primi due apparentemente sembrano disgiunti ma in realtà sono le due facce della stessa, classica medaglia; il confronto tra i due ha portato alla definizione dei bisogni.

L’infanzia nella storia dell’uomo
La prima questione è capire da dove nasce la cultura dell’infanzia come la intendiamo oggi e per questo dobbiamo fare un passo indietro nella storia.
Anche solo una breve passeggiata nel passato ci fa scoprire immediatamente come l’infanzia non avesse gran valore un tempo. La storia racconta situazioni che per noi oggi sono inconcepibili (anche se, andando a vedere nel resto del mondo, inconcepibili non lo son poi tanto).

Consideriamo l’elevata mortalità infantile nelle epoche precedenti alla nostra. Non era solo dovuta a malattie, come oggi siamo portati a credere, o a una medicina meno efficace.
Nel Medio Evo i neonati non erano considerati preziosi, anzi spesso erano un ingombro, un sovrappiù, in una società precaria dominata da carestie, siccità, epidemie e guerre. E venivano uccisi direttamente, non esistevano regole o tutele; oppure si ricorreva all’abbandono, che era una pratica comune. C’erano addirittura documenti scritti che stabilivano quali erano i bambini da buttare e quelli da tenere, che scelta fare insomma, e l’indicazione era così selettiva che molti paesi del centro Europa risultavano popolati da una grandissima maggioranza di maschi.
Nelle epoche successive, fino anche all’800, i neonati venivano non proprio abbandonati liberamente ma piuttosto ‘dimenticati’ qual e là, a migliaia, nei fossi e per le strade. E comunque morivano con facilità.
Nel 1780 su 21.000 bambini nati a Parigi solo 1.000 sono stati allattati al seno, gli altri venivano dati a balia. Questo significava ammucchiarli su carretti per trasportarli e succedeva anche che qualcuno venisse perso per strada mentre altri morivano perché  dimenticati dalla famiglia d’origine e nessuno se ne prendeva più cura.
Nel 1600-1700 la morte di un bambino era un fatto irrilevante e molti medici neppure si muovevano se venivano chiamati per un bambino malato (naturalmente l’appartenenza sociale faceva anche qui la sua bella differenza). Inoltre i genitori spesso non erano presenti quando il piccolo morto veniva interrato (Banditer E., L’amore in più, 1980).
Questo per togliere il velo al mito dell’amore materno, come ci dicono gli storici Banditer e Ariés.
Per quanto riguarda le abitudini di vita consideriamo che l’infanzia finiva a 6 o 7 anni al massimo, quando il bambino passava dall’ambito della famiglia alle mani paterne e veniva educato al lavoro.
Nella quotidianità inoltre non c’era distinzione tra adulti e bambini e anche la promiscuità sessuale era la norma. Questo in tutti i livelli sociali.

La scoperta dell’infanzia, o l’invenzione per alcuni, possiamo farla risalire all’Illuminismo, il secolo della ragione, alle teorie di Rousseau e di altri studiosi. Da qui è iniziata la costruzione del ‘bambino’, tra utopia e realtà, tra mito e quotidianità.
L’idea dell’infanzia ha poi raggiunto il suo apice tra il 1850 e il 1950 e in questo secolo sono cambiate molte cose: l’età è stata prolungata oltre i 7 anni, si sono stabiliti i diritti dei bambini, si è introdotta l’idea di pudore e riservatezza sessuale, nuove abitudini e un nuovo sentimento dell’infanzia. Si è costruita, insomma, l’idea dell’infanzia come la conosciamo oggi.
Anche se non dobbiamo dimenticare i paradossi che sono continuati a esistere, come l’atrocità del lavoro dei bambini in pieno 800 e le pratiche punitive corporali, tremende, a casa e a scuola. La letteratura ci offre uno spaccato per capire le storie di sofferenza dell’infanzia nell’800 (secolo, come abbiamo visto, in cui una cultura diversa aveva già cominciato a diffondersi), l’abbandono o l’affidamento di bambini a parenti crudeli, e il loro sfruttamento come ladruncoli, nella prostituzione o come manodopera: David Copperfield e Oliver Twist di Charles Dickens in Inghilterra ne sono un perfetto esempio; oppure la terribile storia de L’uomo che ride di Victor Hugo, in Francia. I Fratelli Grimm,

Illustration for Hansel and Gretel by Natascha Rosenberg, httpwww.natascharosenberg.com.jpg
Illustrazione di Natascha Rosenberg

a loro volta, hanno raccontato una storia di abbandono con la fiaba di Hansel e Gretel, ripresa dai racconti popolari che riportavano gli usi di quella Germania antica. In Italia pensiamo al libro Cuore di De Amicis, anche se è una forma edulcorata dell’infanzia povera.
La letteratura ha rivolto quindi lo sguardo alla fragilità dell’infanzia e alla scarsa considerazione che le si dava rilevando, in questo modo, la necessità di una diversa attenzione ai bisogni.

Nel Novecento a dare maggior importanza ai bisogni dei bambini/e e a cambiare il pensiero e la cultura sulla condizione infantile, sono state determinanti le scienze umane: psicologia, psicanalisi, pedagogia e sociologia. Ognuna di queste discipline, con le sue specializzazioni, ha teorizzato come la cura, l’educazione, la tutela nella fase di crescita fossero basilari per la formazione dell’uomo e della donna adulti.
Oggi sappiamo che sono necessarie ai bambini determinate condizioni di vita, sia dal punto di vista fisiologico che affettivo e relazionale. Si parla di bisogni primari intendendo le condizioni di sussistenza (respirare aria pulita, mangiare cibo sano, ritmo sonno-veglia, vivere in un ambiente pulito,…) e secondari o superiori per quelli dell’anima (sicurezza, appartenenza, stima e autorealizzazione).

I bisogni nella psicologia
Nella prima metà del Novecento si è messa a punto una nuova considerazione dei bisogni dell’infanzia, come fase di sviluppo di particolare importanza, non solo del corpo ma anche della relazione.
In campo psicologico e psicoanalitico la formulazione dei bisogni della persona in crescita è stata frutto di studi e ricerche.
deprivazione-materna-rene-spitz-1-1.jpgUno dei primi ricercatori ad utilizzare il metodo diretto dell’osservazione del bambino è stato René Spitz (1887–1974), psicoanalista austriaco naturalizzato americano.
Spitz ha iniziato le sue ricerche nel 1935 con l’osservazione diretta di due gruppi di bambini:
quelli che erano in orfanotrofio, quindi separati dalle madri e privi di contatto umano (un infermiere doveva occuparsi contemporaneamente di almeno sette bambini);
quelli in carcere con le loro madri che quindi potevano occuparsi di loro ogni giorno.
Spitz ha dimostrato che la depressione infantile è legata alla deprivazione materna ed emotiva. I bambini separati dalla persona che si prende cura di loro sviluppano una sintomatologia che si fa più grave quando la separazione è protratta oltre cinque mesi.
Gli studi di René Spitz sono stati i primi a dimostrare che il contatto e la relazione sono essenziali, per lo sviluppo dei bambini, tanto quanto il nutrimento fisico. Ci sono voluti almeno dieci anni perché gli altri studiosi si orientassero in tal senso.
A metà degli anni 50 del Novecento un altro psicologo statunitense, Harry Frederick Unknown-1 16.24.42.jpegHarlow (1905-1981), ha svolto ricerche sull’affettività arrivando alla conclusione che la tendenza a mantenere una vicinanza con le figure di attaccamento è innata e che la ricerca di contatto, conforto e protezione è superiore alla ricerca di pulizia, di scarica della libido e di nutrimento. Gli esperimenti con le scimmie dei macachi (autonome nel giro di qualche giorno e con comportamenti di attaccamento, come l’allattamento e la ricerca di contatto fisico, simili a quelli umani) sono stati di una evidenza commovente oltreché una dimostrazione scientifica.
Ci sono molte varianti nell’esperimento ma la sostanza è che le scimmie neonate preferivano stare vicine alla sagoma di metallo ricoperta da un panno morbido piuttosto che a quella fredda che forniva il latte.
Arriviamo a John Bowlby (1907-1990), psicologo e psicoanalista britannico, che ha elaborato una delle teorie psicologiche di rilevante importanza: la Teoria dell’Attaccamento. Si è interessato in modo particolare agli aspetti che caratterizzano il legame madre-bambino e ai legami affettivi all’interno della famiglia dimostrando che il legame di attaccamento è un bisogno innato.
“La tendenza a mantenere la vicinanza o l’accessibilità a qualcuno considerato come più forte e più saggio, e che, se responsivo è profondamente amato, rappresenta una parte integrante della natura umana che svolge un ruolo vitale per tutta la durata della vita” (John Bowlby, Attachment across the life cycle, 1991)

Questi studi e ricerche hanno contribuito a dare un volto diverso all’infanzia e favorito una cultura più attenta ai bisogni.

Diritti dei bambini nel 900
Anche in ambito legislativo, nel Novecento, sono stati fatti rilevanti progressi per il riconoscimento dei diritti del bambino. Il percorso seguito è legato agli eventi storici e sociali e a una accresciuta consapevolezza dei bisogni.

La prima Carta dei diritti dei bambini l’abbiamo avuta a Ginevra nel 1924. Dopo la devastazione del primo conflitto mondiale si è pensato ai ‘bisogni materiali’ dei bambini che, con questa dichiarazione, sono diventati oggetto di tutela in senso assistenziale.
Il 20 novembre 1959 è stata a approvata a New York la Dichiarazione dei diritti del fanciullo. La Dichiarazione includeva diritti non previsti nella precedente Carta. Il bambino era ancora oggetto di tutela, ma c’era anche la considerazione della sua soggettività e sono stati introdotti i diritti sociali (come quello all’istruzione e il divieto al lavoro minorile) come anche quelli del benessere emotivo.
Nel 1989 la Dichiarazione di New York dei diritti del Fanciullo è stata revisionata.
I bambini e gli adolescenti, dai 0 ai 18 anni, sono diventati veri soggetti di diritti: titolari dei diritti sociali (come nel 59) ma anche di diritti civili. Il bambino è stato considerato un cittadino in crescita. È evidente il cambiamento di ottica e l’ampliamento dei diritti.
La cultura dell’infanzia alla quale ci riferiamo oggi è quella della Convenzione dei diritti dell’infanzia di New York del 1989, ratificata in Italia dalla L. 176 del 1991.

Infanzie
Ma la realtà del nostro tempo, in materia di infanzia, è un terreno disomogeneo dove ci sono avvallamenti, deserti, montagne, campi ben coltivati; luoghi idilliaci e posti infernali. Questa immagine mi sembra possa raffigurare quella che è la geografia sociale nella quale si trovano a vivere diverse infanzie, molto differenti da una zona all’altra del mondo; pensiamo alla Siria o all’Africa sub sahariana e ai paesi europei e occidentali.
Mix _Osman Sagirli, campo profughi di Atmh, Bimba spaventata che si arrende, rep, 31mar15Del Medio Oriente ho sempre davanti agli occhi la fotografia, del 2015, della bambina siriana di quattro anni che alla vista del teleobiettivo del fotografo ha alzato le mani. Nata durante la guerra non ha visto altro che armi e violenza per cui il gesto di arrendersi di fronte a un adulto che ha in mano qualcosa è automatico. E questa è un’immagine di infanzia dei nostri giorni.
Un’altra è quella del corpicino di Aylan Kurdi un bambino di tre anni, morto scappando dalla guerra nel 2015, sulle rive di Bodrum. Con lui è morto anche ilUnknown-2 19.13.45.jpeg fratellino di cinque anni.
Sono bambini che vivono in un mondo dove noi parliamo di tutela dell’infanzia mentre la loro continua a essere una vita a rischio.
Qualcuno pensa che sono storie lontane dalla nostra realtà e che rinforzano la differenza tra uno stato democratico e stati invece dittatoriali dove la guerra è di casa.
Ma veniamo, allora, alla nostra civiltà per capire come il paradosso esista anche qui, pur se in forme diverse.
In Italia le leggi sui diritti dei bambini sono le stesse in tutto il territorio nazionale. Ma abbiamo tessuti sociali molto diversi e le realtà dell’infanzia si declinano in tanti modi.
Andiamo, ad esempio, nella periferia di Napoli e ripensiamo a Fortuna Loffredo, la bambina Unknown.jpegdi sei anni morta precipitando dall’ottavo piano di un palazzo di Caviano il 24 giugno 2014, e al piccolo Antonio Giglio che un anno prima, il 28 aprile 2013, all’età di tre anni è morto precipitando dalla finestra dello stesso palazzo: storie di abusi e violenze ripetute (qui).
Possiamo dire che è frutto di un tessuto sociale e culturale profondamente degradato, ma come spieghiamo quello che ancora sta avvenendo in tutto il territorio del nostro paese, dal sud al nord?
Nel 2014 a Milano l’educatrice di un asilo nido è finita agli arresti domiciliare per aver picchiato e insultato bambini da uno a tre anni. La quarantenne direttrice del nido d’infanzia chiudeva la bocca ai bambini con il nastro adesivo, li costringeva a mangiare quello che avevano rigurgitato o sputato. Il tutto ripreso dalle telecamere.
E prendiamo il caso, dai giornali nel 2017, dei bambini maltrattati in una scuola dell’infanzia di Corleone. Una maestra di 54 anni è stata sospesa per un anno per aver maltrattato i bambini della sua classe. I video mostrano schiaffi alla nuca e minacce pesanti.
Dalla famiglia alla scuola, dal sud al nord, la tutela dei bambini non è una cultura acquisita.
Quanto è tuttora profondo il divario tra il mito dell’infanzia felice e protetta e una realtà che si presenta frastagliata come una costa rocciosa e battuta dal vento?

Il paradosso dell’infanzia
Concluderei questa prima parte con la riflessione su altri paradossi dell’infanzia che hanno a che fare con il suo progressivo scomparire a fronte dei discorsi sull’aumento di tutele e diritti.
Prendiamo l’uso delle tecnologie che ha reso la linea divisoria tra adulti e bambini sempre meno chiara e netta Se nella seconda metà del Novecento c’era la Televisione, con la sua facile accessibilità a tutti, a mettere adulti e bambini sullo stesso piano, negli anni 2000 abbiamo Internet e gli strumenti tecnologici. Questi ultimi segnano un divario all’incontrario addirittura: bambini competenti e adulti molto meno.
L’idea di pudore, parola desueta al giorno d’oggi, ma che dobbiamo riconsiderare perluluweb.jpg riflettere sulla scomparsa della linea di separazione tra adulti e bambini sul mercato mediatico. Prima con la TV, poi con l’impero dei mass media e ora con Internet e i social network abbiamo immagini di propaganda di ragazzine di 11-12 anni rappresentate come oggetti erotici. Inoltre il mondo della moda si rivolge sempre più alle bambine e ai bambini vestendoli e rappresentandoli come piccoli adulti, dove non sono il gioco e il divertimento a emergere ma l’eleganza, il marchio, la rappresentanza. Quasi un’iniziazione ai modelli adulti dell’apparire e del consumare, della sessualizzazione e dei ruoli: i bambini vengono già incanalati verso i bisogni economici e sociali.
E ancora, i giochi non sono più quelli spontanei ma quelli indotti e il mercato ha trovato nell’infanzia una importante fascia economica in cui investire.
Infine ci sono i sentimenti chiaramente anti-infantili: dai ristoranti agli alberghi ai condomini che non vogliono bambini; allo scandalo di allattare in pubblico; alla frettolosità della vita, ai limiti sempre più stretti di relazione dialogo e attenzione ai bambini.

Alla fine quello che ho proposto in questa prima parte non è altro che una serie di interrogativi. Penso sia però necessario prenderli in considerazione prima di avventurarsi nel territorio minato del maltrattamento perché se non comprendiamo quello che dell’infanzia scompare e quello che rimane, corriamo il rischio di non capire che le radici della violenza stanno nella parte in ombra della nostra quotidianità.

(*) I Tutori volontari di minori di età sono persone disposte ad assumersi la tutela legale di un bambino o adolescente i cui genitori siano deceduti o non in grado di esercitare la responsabilità genitoriale, oppure di minori stranieri non accompagnati.

 

Le foto sono tutte prese da Internet.

 

13 Comments

    1. Grazie Alessandra. Sono circa 35 gli anni di lavoro nell’istituzione pubblica. Mi sono specializzata nel settore dell’età evolutiva e da una decina di anni in quello del maltrattamento e dell’affidamento dei figli nelle separazioni. Direi che ne ho viste tante di situazioni e ti posso dire che la realtà supera la fantasia.
      Per questo ho bisogno di bellezza e la cerco nell’arte e nella scrittura. Ciao

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    1. Grazie Pina, tra tutti gli ambiti della salute mentale quello che riguarda i minori dovrebbe essere un tantino più tutelato di come è oggi perché i bambini saranno gli adulti di domani. Purtroppo le carenze di personale nel Servizio Sanitario fanno sì che ci si possa occupare solo di obblighi di legge e di casi gravi tralasciando, ormai da un bel po’ di anni, quello che sarebbe un vero intervento preventivo.

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    1. Ti ringrazio molto e apprezzo il tuo interesse. L’argomento dell’infanzia richiederebbe approfondimenti maggiori che però sono, in genere, riservati ad ambiti ristretti. Per questo, quando ho l’occasione, pubblico qualcosa in merito sul mio blog, in modo che sia visibile a chi è interessato e non rimanga chiuso nelle sedi ristrette di convegni o corsi.

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      1. Fai benissimo e lo trovo molto utile. Come mamma relativamente da poco tempo, mi trovo spesso a farmi molte domande e raramente trovo risposte soddisfacenti. Penso che manchi l’educazione alla genitorialità e tocca arrangiarsi confidando nella propria sensibilità e buon senso, cercando di filtrare i messaggi contraddittori che arrivano.

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  1. Complimenti sinceri per il tuo articolo che mette in primo piano un problema davvero drammatico e spesso, troppo spesso, lasciato all’indifferenza.
    Questo tuo articolo dovrebbe essere divulgato in tante realtà sociali, penso in questo momento anche all’ambiente formativo della scuola.
    Se ti può interessare nel mio blog, parecchi mesi fa, ho pubblicato il post “infanzia tradita”, storie angoscianti e purtroppo vere
    Un caro saluto e un augurio di un felice fine settimana
    Adriana

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    1. ciao Adriana, sono andata a leggere ‘Infanzia tradita’ sul tuo blog e ho molte cose da dire. Non credo sia possibile scriverle tutte ma conosco benissimo l’argomento perché per circa vent’anni, prima di occuparmi di maltrattamento, ho fatto proprio diagnosi su bambini e adolescenti inviati dalla scuola per determinati comportamenti. Il tuo è un tono molto critico e ci sono alcune inesattezze per come sono poste alcune questioni.
      Rispondo solo su alcuni punti:
      le diagnosi non si fanno assolutamente in dieci minuti ma richiedono più sedute, anche usando diverse metodologie;
      la scuola è uno degli invianti più frettolosi ed esigenti e i servizi sono saturi di visite da fare per la richiesta di certificazione della scuola, richieste che spesso nn sono diagnosticatili per nessun tipo di disturbo;
      gli insegnanti protestano quando rimandiamo loro un bambino senza ‘etichetta’, vogliono la certificazione con l’insegnante di sostegno e vogliono il farmaco;
      non viene utilizzato il DSM per i bambini ma si fa un uso maggiore di un altro sistema diagnostico che è l’ICD-10, che permette maggiori possibilità e in ogni caso queste categorie diagnostiche sono imposte per legge nelle certificazioni che chiede la scuola.
      Il problema è complesso soprattutto nei rapporti tra scuola e servizio sanitario. Non nego che ci siano professionisti che per facilitarsi il lavoro usano troppo le categorie e i farmaci ma ce ne sono altri/e che svolgono il loro lavoro con consapevolezza.
      Sono pienamente d’accordo su un aspetto: oggi ci stiamo ingozzando di sigle per disturbi dell’infanzia che non sono tali. La sindrome ADHD per esempio è, a mio parere una grande truffa. E i disturbi dell’apprendimento? Sembra che oggi quasi tutti i bambini ne soffrano! Ma se dici agli insegnanti che forse basterebbe andare più lentamente con l’apprendimento della scrittura e utilizzare anche i vecchi sistemi ti dicono che non è possibile e che deve esserci qualcos’altro.
      Mi fermo qui perché mi rendo conto di avere scritto anche troppo. Ma in conclusione ti ringrazio per lo stimolo che mi hai dato. L’argomento che hai trattato nel tuo articolo mi sollecita profondamente e mi rendo conto che a seconda della prospettiva la questione si complica
      ciao Gina

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      1. Sono perfettamente d’accordo con te che ci sono psicologi e neuropsichiatri infantili che fanno egregiamente il loro lavoro.
        Purtroppo nel mio quotidiano lavoro d’insegnante che vivo da tanti anni, ho vissuto esperienze veramente deliranti e assurde con diagnosi purtroppo fatte in soli quindici minuti( esperienza vissuta personalmente).
        So benissimo che una diagnosi richiede tempo, serietà e accurati strumenti diagnostici, ma per quanto riguarda la mia esperienza non sempre è stato così
        Sono fermamente convinta che qualche insegnante dimentica chi ha di fronte, negando il diritto all’espressione della creatività che consiste anche nell’offrire ad ogni alunno molteplici opportunità d’apprendimento.
        E basta con le semplici etichettature…
        Sono tutti figli di questo strano virus contagioso come il disturbo d’attenzione?
        Un caro saluto e un augurio di un felice fine settimana
        Adriana

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  2. bello . Gran coraggio nel mettere la foto del bimbo morto annegato, sulle spiagge turche . Io non riesco proprio a guardarla , mi fa piangere 😔. Una bel viaggio nel tempo . Ben raccontato . Brava

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    1. Ti ringrazio. Per quanto riguarda la foto del piccolo Aylan è diventata ormai un simbolo e credo che l’abbiamo vista ormai tutti tra Tv e social, con questo effetto terribile di assuefazione al dolore.
      Per me è stato un colpo al cuore vedere anche quella della piccola bambina siriana con le mani in alto

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