Van Gogh

“Vivo dunque come un ignorante, che sa con certezza solo una cosa: devo portare termine in pochi anni un compito determinato; non c’è alcun bisogno di affrettarmi oltre misura, perché ciò non porterebbe a niente – devo occuparmi del lavoro con calma e serenità, il più regolarmente e ardentemente possibile; il mondo non mi interessa nulla, se non fosse che ho un debito nei suoi confronti, e anche l’obbligo – perché ci ho camminato sopra per trent’anni – di lasciargli in segno di gratitudine qualche ricordo sotto forma di disegno o di quadri – che non sono stati fatti per piacere all’una o all’altra tendenza, ma per esprimere un sentimento umano sincero”
Vincenti Van Gogh, Lettera a Théo, 1883

L’intenzione era quella di scrivere una breve premessa prima di inoltrarmi nelle opere di Vincent Van Gogh in mostra a Vicenza. Ma, poi, le parole hanno preso il sopravvento, per cui questa introduzione è diventata qualcosa a sé e ho deciso di farne un’anticipazione sulla figura di Van Gogh come uomo oltreché artista.
Devo dire che c’è molto di personale nei suoi confronti perché è stato il primo artista che ho amato e che mi ha introdotto alla pittura; con lui ho iniziato ad usare i colori e, per un periodo della mia giovinezza, ho copiato il suo stile nei miei tentativi artistici. O, per meglio dire, ho cercato di imitare “i suoi tanti modi di porre la materia del colore sulla tela” (P. Dragone).
L’impatto che i dipinti di Van Gogh hanno sulle persone è potente. Le sue opere traboccano di una forza espressiva che va oltre la bellezza, è uno squarcio nell’anima. Questo è stato quello che mi ha attratto quando, ragazzina della scuola media, ho visto alcune sue riproduzioni. Forse erano nei libri di scuola, non ricordo come ne sono venuta in possesso, e le ho copiate. Ero brava in disegno sin da piccola ma il colore e la pittura li ho scoperti con Van Gogh. Da lì è nato un amore spontaneo che è proseguito quando ho conosciuto la dimensione umana oltre che artistica. E sono naturalmente rimasta affascinata dalla tragicità che traspariva dalla sua figura.
Quando poi ho scoperto che era amato da una moltitudine di persone mi sono interessata alle ragioni di questo grande successo. Che sono due, essenzialmente:
il mito dell’artista pazzo ma geniale, disperato ma creativo, fiero ma isolato e in lotta con la vita;
i meriti artistici messi in evidenza dalla ricerca documentale.
Il Mito dell’eroe tragico è quello che attrae maggiormente nell’idea di Van Gogh: un ribelle, privo di ogni ipocrisia, che si è dedicato totalmente alla pittura, la sua passione più pura; il suo genio non è stato riconosciuto in vita e, soprattutto, è morto precocemente e in maniera tragica. Van Gogh, con la sua vita tormentata, ha quindi tutte le caratteristiche del fascino dell’eroe.
I meriti artistici sono diventati evidenti nei decenni dopo la sua morte e oggi, quasi universalmente, sono riconosciuti dagli storici dell’arte. In questo lavoro hanno avuto un ruolo importante le numerose lettere scritte da Van Gogh in vita che documentano l’autenticità delle sue opere e il percorso creativo.
Sulla fortuna postuma di Van Gogh un ruolo determinante l’ha avuto la cognata Johanna Bonger (qui la recensione su un libro che ne racconta la storia: https://ilmestieredileggereblog.wordpress.com/2017/10/02/la-vedova-van-gogh-camilo-sanchez/)

Ma non è tanto il mito dell’eroe tragico quello che mi interessa qui quanto la dimensione di sofferenza che ha vissuto e che ha tradotto nella sua pittura. Ha dato immagini, forme e colori a una condizione tormentosa che possiamo conoscere anche dalle sue parole scritte. Non è stata possibile, per quanto mi risulti, una diagnosi precisa delle crisi che lo hanno colpito negli ultimi anni di vita. O meglio, sono state date tante definizioni, tra cui quella di epilessia dal medico che l’aveva in cura, poi addirittura di schizofrenia senza mai giungere a nessuna certezza.
Ma, in fondo, non è veramente questo che importa, non è trovare una categoria diagnostica per quello che è stato il male di vivere di Van Gogh. Anche se una considerazione vorrei farla in merito alle lettere e alle parole con cui ha saputo raccontare di sé: non si può fare a meno di notare come l’esame di realtà non sia mai venuto meno in lui, così come la capacità di analisi e riflessione; nello stesso tempo risaltano alcuni tratti di personalità come l’impulsività, lo scarso controllo delle emozioni, il bisogno di appartenenza e di identità e la frustrazione di un mancato rispecchiamento.
Ho trovato illuminanti le considerazioni della psicanalisi in merito alla personalità e al genio di Van Gogh e in particolare mi riferisco qui alla psicanalista Cecilia Alvarez che guarda a un episodio iniziale della storia dell’artista per comprendere il suo modo di ‘sentire’ la vita.
Van Gogh è nato il 30 marzo 1853, esattamente un anno dopo che la madre aveva partorito un figlio nato morto al quale aveva messo nome Vincent. Sulla stele funeraria del bambino morto, vicina alla canonica della famiglia, si legge “Vincent Van Gogh, 30 marzo 1852”. E crescendo, Vincent-il-vivo leggeva il suo nome e la data del suo compleanno su questa lapide di morte. Come non pensare ai fantasmi che si creano quando si comprende che la tua esistenza è in sostituzione di un’altra? Il bambino di sostituzione porta con sé un grande peso nella vita, aggravato dall’identico nome, e un destino che gli riserva la parte dell’ombra (Annie Ernaux ha scritto in forma letteraria  il peso dell’ombra dell’assente nel romanzo L’altra figlia) Da qui la ricerca della propria identità, sempre in bilico con l’identità di qualcun altro, e di un senso autentico di vita. Vincent non è stato un bambino facile da subito e oggi guarderemo con occhi diversi ai comportamenti che la madre Cornelia Carbentus Van Gogh lamentava con preoccupazione “Vive in modo diverso dai suoi coetanei […] Penso sempre che ovunque sia e qualunque cosa faccia, possa rovinare tutto con la sua eccentricità e le sue strane idee”. E, in effetti, sappiamo dalle lettere che Van Gogh si è sempre tormentato con il dubbio di capire se poteva riuscire in qualcosa. Le sue lettere sono una sorta di autobiografia e documentano criticità e passaggi della sua vita e un gran bisogno di appartenenza e legame, mai pienamente soddisfatti.

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Vincent van Gogh a 19 a. nel 1873

Una delle lettere che mi ha colpito profondamente e che mi ha convinto ad allungare questa introduzione è stata scritta tra il 22 e il 24 giugno 1880. Il destinatario è il fratello minore Théo, identificato come confidente e punto di riferimento affettivo ed economico in ragione del fatto che Vincent si è sempre sentito un corpo estraneo in seno alla famiglia, soffrendone per il bisogno di legame di cui sentiva il vuoto dentro di sé.
La famiglia ha sempre un ruolo determinante per le persone e se guardiamo ai rapporti tra Vincent e il padre scopriamo che non erano troppo buoni; questo figlio aveva continuato  a cambiare attività senza decidere quale strada proseguire. Dopo vari lavori, anche nel mercato d’arte, Vincent aveva pensato di diventare pastore, proprio come il padre. Ma le regole e la disciplina dello studio non facevano per lui e aveva ripiegato nel mestiere di predicatore, svolto per un un paio d’anni nel distretto minerario del Borinage, in Belgio. Svolgeva la sua missione con un fervore religioso giudicato eccessivo dal padre e dalla famiglia che, preoccupati, tentavano di dissuaderlo dal proseguire. Vincent era sempre alla ricerca di un’identità definita, per dare un senso alla sua esistenza sostitutiva, senza mai riuscire a farlo del tutto anche se si coinvolgeva in maniera totalizzante in ciò che faceva.
A conclusione della fase missionaria la decisione di Vincent è stata quella di iscriversi all’Accademia delle Belle Arti di Bruxelles, dando inizio alla sua arte.

Ma veniamo alla lettera del 1880, quando da Cuesmes, in Belgio, ha scritto al fratello pensieri che esprimono il lavorio interiore, il tormento, la frustrazione e la speranza nella decisione di diventare un artista. In questa lunga lettera, di cui inserisco solo alcune parti, colpisce la profonda capacità di introspezione e la chiarezza con la quale Van Gogh rifletteva sui nodi della sua vita, quelli che lo accompagneranno negli anni.

Cusmes, 22-24 giugno 1880

“Caro Théo,

… senza volerlo, sono diventato per la famiglia più o meno una specie di personaggio impossibile e sospetto, in un modo o nell’altro: uno che non ispira fiducia; in cosa potrei dunque essere utile a qualcuno?
Perciò credo che, prima di tutto, la decisione più vantaggiosa e ragionevole da prendere sia quella di andarmene e di tenermi a debita distanza: come se non esistessi.
[…]
Sono un uomo passionale, capace e incline a fare cose piuttosto insensate, di cui poi mi pento un po’. Mi capita di parlare o di agire un po’ troppo impulsivamente, mentre sarebbe meglio attendere con pazienza. non credo di essere il solo a cadere in simili imprudenze. stando così le cose, che dovrei fare, considerarmi un uomo pericoloso e incapace di alcunché? Non credo. Si tratta piuttosto di cercare con ogni mezzo di trarre vantaggio da queste passioni stesse. Ad esempio, per citare una passione fra le altre, ne ho una quasi irresistibile per i libri, e sento il bisogno di istruirmi di continuo, di studiare, proprio come ho bisogno di mangiare il pane quotidiano, tanto per fare un esempio. Questo lo potrai capire. Quando mi trovavo in un altro ambiente, un ambiente di quadri e di cose d’arte, sai bene quanto mi fossi appassionato a quell’ambiente, arrivando a entusiasmarmi.
[…]
Ti ricordi forse in che misura abbia saputo (ed è possibile che ancora oggi lo sappia) chi fossero i Rembrandt, o i Millet, o i Jules Dupré, o i Delacroix, o i Millais, o i Maris. Bene, anche se ora quell’ambiente intorno a me non c’è più, quella cosa che chiamiamo anima si dice che non muoia mai e viva sempre e cerchi sempre e sempre, e sempre ancora.
[…]
Ho dunque studiato abbastanza seriamente i libri che avevo a portata di mano, quali la Bibbia e la Rivoluzione francese di Michelet, e poi, l’inverno scorso, Shakespeare e un po’ V. Hugo e Dickens, e Beecher Stowe; inoltre recentemente Eschilo e molti altri autori un po’ meno classici, ma comunque dei piccoli maestri.
[…]
Ora, da circa cinque anni – non so esattamente quanti anni siano – mi ritrovo più o meno senza un posto preciso, errante qua e là. Ora voi dite: da un certo punto in poi sei peggiorato, ti sei spento, non hai fatto niente. Ma è del tutto vero?
È vero che a volte mi sono guadagnato il mio pezzo di pane e che a volte un amico me l’ha dato per pietà; ho vissuto come ho potuto, nel bene e nel male, così come veniva; è vero che ho perduto la fiducia di molti, è vero che la mia situazione finanziaria è in triste stato, è vero che l’avvenire è piuttosto buio, è vero che avrei potuto fare di meglio, è vero che ho perso tempo solo per guadagnarmi il pane, è vero che i miei stessi studi sono in uno stato piuttosto triste e desolante, e che ciò che mi manca è infinitamente più di quanto non abbia. Ma questo si chiama peggiorare, si chiama non fare nulla?
[…]
Ora, uno dei motivi per cui mi trovo oggi fuori posto, il motivo per cui per anni sono stato fuori posto, è che ho davvero idee diverse da quelle dei signori che assegnano i posti alle persone che la pensano come loro.
Non è una semplice questione di abbigliamento, come mi è stato ipocritamente rimproverato, è una questione più seria, te lo assicuro.
[…]
A cosa potrei essere adatto, a cosa potrei essere utile e servire in qualche modo, come poter conoscere di più e approfondire questo o quell’argomento? ecco ciò che mi tormenta di continuo; poi, nel disagio, ci si sente prigionieri, esclusi dal partecipare a un’opera o all’altra, e ciò che è necessario diventa inaccessibile. Per questa ragione si vive nella malinconia, si sente il vuoto là dove potrebbero esserci amicizia e affetti veri e profondi; si avverte un terribile scoraggiamento che corrode la stessa energia psichica, e la fatalità sembra ostacolare gli istinti affettivi: così ti assale una marea di disgusto. e allora ti dici: «fino a quando mio dio?».
[…]
Ora, in certi momenti può accadere di essere un po’ astratti, un po’ sognatori, c’è chi diventa un po’ troppo astratto, un po’ troppo sognatore: questo forse accade anche a me, è una mancanza mia personale. Ma, dopo tutto, chi non ne ha. Ero assorto per una ragione o per l’altra, preoccupato, inquieto, ma da questa situazione ci si riprende. Il sognatore talvolta cade in un pozzo, ma poi si dice che ne risalga. L’uomo astratto è presente a se stesso a momenti, come per compensazione. Talvolta è una persona che ha una sua raison d’être per questo o quel motivo, non sempre immediatamente visibili, e che dimentica, entrando in un suo mondo astratto, per lo più involontariamente. Come chi, a lungo sballottato su un mare in tempesta, giunge finalmente a destinazione; come chi, dopo aver dato l’impressione di essere incapace di fare qualcosa, e incapace di occupare un qualsiasi posto, una qualsiasi funzione, finisce col trovarne una e, divenuto attivo e capace di agire, si dimostra completamente diverso da com’era sembrato in un primo momento.
Ti sto scrivendo un po’ a caso quel che mi esce dalla penna, sarei ben contento se in qualche modo tu riuscissi a vedere in me qualcos’altro che una specie di fannullone. Perché c’è fannullone e fannullone, non sempre sono tutti uguali.
C’è chi è fannullone per pigrizia e debolezza di carattere, di basso profilo: vedi un po’ se sia giusto ritenermi tale. Poi c’è l’altro: quello che è fannullone controvoglia, che dentro di sé è divorato da un grande desiderio di azione, che non fa nulla, perché non può fare nulla, perché è come prigioniero di qualcosa, perché non ha ciò che gli sarebbe necessario per essere produttivo, perché la fatalità delle circostanze lo porta a essere così. Una tale persona non sempre è consapevole di quel che potrebbe fare, ma lo sente d’istinto: sono capace di qualcosa! sento di possedere una raison d’être! So che potrei essere un uomo del tutto diverso! A cosa dunque potrei essere utile, a cosa potrei servire? C’è qualcosa dentro di me, ma che cosa? Questo è un tipo di fannullone completamente diverso: se credi, considerami tale. Un uccello in gabbia a primavera sa benissimo che c’è qualcosa per cui sarebbe adatto; sente benissimo che c’è qualcosa da fare, ma non può farlo: non ricorda con chiarezza di cosa si tratti; ne ha un’idea vaga e dice a se stesso, «Gli altri fanno il nido, fanno i piccoli e allevano la covata»; allora batte la testa contro le sbarre della gabbia. Ma la gabbia resta lì, e l’uccello è pazzo di dolore. «Ecco un fannullone», dice un altro uccello che passa, «uno che vive di rendita». E tuttavia il prigioniero vive, non muore; nulla di ciò che accade dentro appare fuori: sta bene, è più o meno felice alla luce del sole. Ma viene la stagione delle migrazioni. Colmo di malinconia – eppure – dicono i bambini che lo tengono in gabbia – non gli manca nulla! – guarda fuori il cielo gonfio, carico di tempesta, e sente crescere dentro di sé un senso di ribellione contro il destino. Sono in gabbia, sono in gabbia, e non mi mancherebbe nulla? Siete matti! Avrei tutto ciò che mi occorre? Ah, per favore, la libertà! Essere un uccello come gli altri!
Questo tipo di fannullone assomiglia a questo tipo di uccello sfaccendato.
E gli uomini sono spesso nell’impossibilità di fare qualcosa, prigionieri in non so quale gabbia orrenda, orrenda, spaventosamente orrenda. C’è anche – lo so – la liberazione, la liberazione tardiva. Una cattiva reputazione, a torto o a ragione, mette l’uomo a disagio. La fatalità delle circostanze, la sventura: questo rende prigionieri. Non sempre si sa bene cosa sia ciò che rinchiude, che costruisce muri, che seppellisce: eppure, le sbarre, le inferriate, i muri, confusamente li conosciamo. […]”.

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Autoritratto come pittore, dic. 1887 – febb. 1888. Van Gogh ha iniziato a dipingere autoritratti a Parigi, dove ne ha portati a termine ventotto, tra cui questo. In totale ne ha dipinti quarantatré. Ogni sua fase di cambiamento o evoluzione è segnata da autoritratti, come una sorta di autoesplorazine nel tentativo di definirsi con maggior chiarezza. Questo è un autentico capolavoro per la stesura, con i tratti spezzati di tanti colori della testa, barba e baffi.

 

La più accurata selezione italiana di documenti è composta da 265 lettere e 110 schizzi originali, autorizzata dal Van Gogh Museum:
Vincent Van Gogh, Scrivere la vita 
a cura di Leo Jansen, Hans Luijten e Nienke Bakker
Donzelli, 2013

Nel 2017 è uscito anche il volume
a cura di Marco Goldin e Silva Zancanella
Vincent van Gogh. 100 lettere
Linea d’ombra

14 Comments

  1. Bello e intenso questo tuo intervento, da cui traspare, in effetti, l’amore che provi verso questo artista e che condivido appieno. Riprendo le tue parole: “Le sue opere traboccano di una forza espressiva che va oltre la bellezza, è uno squarcio nell’anima. ” per dire che è proprio così, e che il suo messaggio è universale e atemporale. Le lettere sono testimonianza di vita, di affetti, di debolezze… C’è una documentazione ampia da percorrere per avvicinarsi con consapevolezza a questo artista e conoscerlo nel profondo del suo intimo. Grazie per avere segnalato la mia recensione, un piccolo tassello… ciao, Pina

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    1. Grazie Liliana (ho detto giusto?) oltre ai dipinti di Van Gogh sono stata presa proprio dalla sua scrittura. Van Gogh era un uomo colto, un lettore e sapeva trasmettere il suo pensiero e il suo sentire nella scrittura

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      1. Si , Liliana . Non capisco quasi niente di arte , ma conosco e capisco molto bene l’emozione , la passione dell’altro . Perché agisce sulla mia pelle . E tu la trasmetti ! Brava

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  2. Post meraviglioso, dedicato a un pittore che non si può fare a meno di amare. Per la sua potenza espressiva, come dici, per quel fervore interiore che trapela da ogni sua opera. Ciò che hai scritto del suo temperamento, attingendo da osservazioni storiche e psicoanalitiche, rispecchia incredibilmente la natura del suo segno zodiacale. Il bisogno di sentirsi riconosciuti e apprezzati, la passionalità, l’impulsività, gli eccessi d’entusiasmo seguiti da rovinosi scoraggiamenti, sono tutti aspetti tipici dell’Ariete. Pensa che trauma dev’essere stato, per un segno che avrebbe avuto bisogno di rivestire un primato assoluto fin dalla nascita, percepirsi come il sostituto di un altro che non c’era più. Poi l’individualismo, il modo originale di essere, hanno comunque trovato modo di esplicarsi nella pittura, ma a prezzo di quanta sofferenza, di quanta incomprensione, di quanta solitudine…

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    1. Grazie Alessandra, sarà che l’Ariete è anche il mio segno e mi rende facile sentire empatia per Van Gogh e i suoi entusiasmi ed eccessi. Li ho provati tutti ma ho un’età e un’esperienza che mi ha resa razionale e cauta, senza tuttavia togliere passione per alcuni aspetti della vita. Il tormento e la solitudine di van Gogh li sento tangibili nei suoi colori materici, pesanti a volte. il suo male di vivere mi fa pensare ad altri che l’hanno vissuto e un pochino, se lo percepiamo, è anche nostro

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      1. Ho una grande ammirazione per gli Arieti, uomini o donne che siano, perché li avverto capaci di vivere, nel bene e nel male, tutte le loro pulsioni, mentre io, essendo Capricorno – segno di Terra, ho sempre delle fastidiose zavorre che mi frenano… Un abbraccio 😉

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      2. Per rimanere in tema astrologico ti rivelo che il mio ascendente è Vergine e questa lotta tra razionalità e impulsività, tra controllo e istinto è continua. Non so se sia una zavorra, di sicuro mi sento presa tra due poli.
        Anche l’astrologia è un bel modo per parlare di noi stessi. Ciao 🙂

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      3. Non male come combinazione, mi sembri ben bilanciata. Quando l’Ariete prorompe, la Vergine trattiene, controlla, modera. Ho notato che l’astrologia può anche dare indicazioni molto valide, ma solo se trattata in modo rigoroso, con anni di studio e sperimentazione pratica, altrimenti rischia di rimanere indecifrabile, o peggio di scadere nell’effimero, nel superficiale. Ciao, alla prossima.

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