Van Gogh – Tra il grano e il cielo

“Preferisco dipingere occhi umani che cattedrali”

E dopo Van Gogh entro in merito alla mostra di Vicenza.
Confesso che mi ci sono recata con qualche perplessità, non per le opere di Van Gogh che per me è sempre una meraviglia vedere, ma per l’organizzazione da molti considerata tra le più commerciali che operano nell’ambito delle mostre d’arte in Italia (un ‘mostrificio’ lo chiama qualcuno). Le ragioni sono il costo elevato e il sistema di allestire mostre facili e superficiali. Ma su questo argomento continuerò in altro momento, per adesso approfitto della mia visita per raccontare le opere che ho visto.

Provengono dal Kröller-Müller Museum di Otterlo, nei Paesi Bassi, che possiede la seconda più ampia collezione di opere di Van Gogh dopo il Van Gogh Museum di Amsterdam.
Sono 110 tra quadri e disegni su carta, esposti cronologicamente per cui è possibile seguire il percorso di vita e di creazione dell’artista negli ultimi dieci anni della sua vita, cioè da quando decise di dedicarsi alla pittura, nel 1880, alla sua morte nel 1890.
La parte più consistente e dettagliata riguarda gli anni olandesi, dal 1880 al 1885, e in queste sezioni troviamo tantissimi disegni che illustrano la formazione di Van Gogh.
La fase francese non mi è sembrata invece esposta in modo chiaro: vi sono alcune opere dei mesi trascorsi a Parigi, dal 1886 al 1887, a quelle della Provenza fino al 1890.

Anni olandesi
Gli anni olandesi coprono i primi 5 anni della carriera artistica di Van Gogh, dalla decisione di diventare pittore e dai primi disegni agli acquerelli e infine al colore.
Il 1880, alla fine dell’anno, Van Gogh si iscrisse a un corso di disegno all’Accademia di Belle Arti di Bruxelles.
Aveva 27 anni quando ha iniziato a praticare l’arte, per cui vi si è dedicato con un impegno intenso e costante in modo da recuperare il tempo perso. Uso di proposito la parola praticare perché l’arte era nella sua mente da prima e il suo sguardo era già quello di un artista, anche se non ne era consapevole, come risulta evidente in questa lettera del maggio 1876 a Théo
“Ti ho già detto della tempesta alla quale ho assistito di recente? Il mare era giallastro, specialmente verso riva; all’orizzonte una striscia di luce sovrastata da nuvole nere dalle quali la pioggia si riversava a scrosci obliqui. Il vento sollevava la polvere dal sentiero bianco fin sulle rocce del mare, piegando i cespugli di biancospino in fiore e le violaciocche. Sulla destra si stendevano i campi di frumento nuovo e verde, in lontananza la città sembrava un’acquaforte di Albrecht Dürer: una città con torri, mulini, tetti di ardesia e case costruite in stile gotico, e sotto il porto, fra due moli che si pingono verso il mare”.

Due aspetti erano ben chiari in lui: l’esercizio costante del disegno, considerato elemento primario per l’arte; lo spirito religioso e sociale della compassione verso chi lotta per la sopravvivenza in condizioni dure.
Poco incline alle regole accademiche si è orientato verso i maestri, copiando le loro opere, e ai modelli in studio ha preferito il disegno dal vero con persone della realtà, uomini e donne intenti nei lavori quotidiani.
Nei primi due anni dal 1880 al 1881 a Etten, nel Brabante settentrionale dove vivevano i genitori, si è applicato nel disegno di figure, volti, paesaggi. Vi si è dedicato con ostinazione e lavoro continui. Il disegno è stato il suo apprendistato da artista, nell’esercizio della realtà di ciò che vedeva, nella quotidianità in cui era immerso. Nella vita.
“Si tratta per me di imparare a disegnare bene, a dominare sia la matita sia il carboncino sia il pennello, e una volta raggiunto questo farò delle buone cose, non importa dove”,
lettera a Théo, 24 settembre 1880

Il tema del seminatore è il più celebre del primo periodo, ripreso anche negli ultimi anni di vita.
Il suo modello è stato da subito Il seminatore di Millet che ha copiato e nel quale ha voluto rendere la fatica del lavoro manuale, non idealizzato ma crudo nei segni che lascia sul corpo.

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Due zappatori (da Millet) , ottobre 1880

Questo disegno, per il quale ha usato matita nera e carboncino, è stato fatto quando ha iniziato a frequentare l’Accademia a Bruxelles. Molto dell’esercizio di Van Gogh è stato copiare opere di artisti che ammirava, come Jean-François Millet, pittore francese che aveva ritratto scene di vita contadina.

L’abitudine di girare tra gli operai e i poveri proveniva dal periodo in cui aveva esercitato la sua missione religiosa come predicatore, soprattutto tra le classi lavoratrici nel distretto minerario del Boriage in Belgio. Le atmosfere fredde, la povertà e il senso di umiltà e rassegnazione li ha tradotti nei disegni del periodo olandese
Van Gogh si è concentrato sull’umanità dei singoli e non della moltitudine e ha disegnato perlopiù figure solitarie, con uno sguardo ravvicinato. Ciò che ha fatto è stato rendere visibili gli invisibili, i poveri, quelli che stavano nell’ombra della vita. E i toni scuri, che il carboncino rende ancora più cupi, danno l’idea del sentimento di sofferenza e di durezza delle condizioni di vita che conducevano.

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In questi studi di figure solitarie Van Gogh ha iniziato a creare uno sfondo.
Oltre al gesso nero e il carboncino ha usato anche l’acquerello.

I disegni di questo periodo ritraggono figure in interni di case a Etten. Si tratta di persone singole, occupate in attività domestiche come la donna che cuce, l’uomo accanto al camino, la mamma col bambino. Figure statiche, ferme, riprese in un gesto, un movimento.

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Donna che cuce, ottobre-novembre 1881

In Donna che cuce le pennellate si sono fatte più ampie e i contrasti di luce maggiori rispetto ai primi disegni.

 

A dicembre 1881 si trasferì all’Aia dove rimase fino al 1883.
Dissapori familiari lo avevano allontanato: i genitori giudicarono come insana e vergognosa passione il suo innamoramento per una cugina vedova che lo aveva rifiutato.
All’Aia ha frequentato lo studio del pittore paesaggista Anton Mauve, apprendendo l’uso all’acquerello e della pittura ad olio. Il suo obiettivo era sempre quello di migliorarsi.

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Natura morta con cappello di paglia, fine novembre-metà dicembre 1881

La composizione della tela è semplice e Van Gogh ha utilizzato poco colore. È rimasto soddisfatto di questi primi risultati nella pittura ad olio.

All’Aia ha conosciuto Sien Hoornik, un’ex prostituta incinta, che è diventata la sua compagna e ha posato per lui. Nei due anni che trascorse all’Aia Van Gogh ha disegnato una serie di figure silenziose, e solitarie che danno l’idea di rassegnazione e passività nella durezza della vita. I temi sociali erano molto evidenti nella rappresentazione di questa umanità dolente.
Nel settembre 1883, a seguito del contrasto con la famiglia che osteggiava la sua relazione con Sien, ha lasciato l’Aia.
Dopo tre mesi trascorsi a Drenthe, dove ha dipinto soprattutto paesaggi, si trasferì dai genitori a Neunen, dove il padre dal 1882 svolgeva la funzione di pastore. Qui rimase per circa due anni, fino al 1885, nonostante i contrasti con il padre.
E lì ha realizzato una serie di disegni e di tele con tema il tessitore, in quanto nella zona il lavoro di tessitore era diffuso, combinato con quello di agricoltore.

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Telaio con tessitore, aprile-maggio 1884 olio su tela

Van Gogh lavorava direttamente nella casa dei tessitori dove la stanza era occupata tutta dal grande telaio e la distanza era quindi molto ravvicinata, come si vede anche dai disegni. Questa, tra le tante, è l’opera maggiormente rifinita. Ciò che Van Gogh ha inteso rappresentare non è tanto il lavoro quanto il telaio in se stesso, un oggetto che mangia la presenza dell’uomo che, in molti altri disegni, sembra quasi un’ombra.
“Quando si osserva quella mostruosa cosa nera di quercia coperta di polvere con tutte quelle asticelle, in netto contrasto con lo sfondo grigiastro contro cui si trova, allora, là, al centro di esso siede un nero essere scimmiesco, spiritello o fantasma che sia, che muove quelle asticelle dalla prima mattina alla sera tardi”.
(lettera a Van Rappard

 

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Sempre presente è il tema del contadino culminato con la rappresentazione dei raccoglitori di patate.
Le figure e le teste in mostra sono esercizi e studi preparatori.

 

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Testa di contadina con cuffia bianca, marzo 1885

La donna ritratta in questo dipinto a olio si chiamava Gordina de Groot. Si tratta di uno studio preparatorio per quello che è definito il quadro più significativo del periodo olandese I mangiatori di patate.

 

I mangiatori di patate (non in mostra), dipinto tra aprile-maggio 1885 rappresenta l’opera più significativa e conclusiva del periodo olandese. Dal punto di vista personale questo periodo è segnato dal dolore della perdita del padre, morto improvvisamente a marzo dello stesso anno per un infarto.
Alcuni studi di contadini sono stati assemblati in Unknown.jpegquesta tela, una delle rare composizioni di tante persone, e rappresentati nel momento i cui si nutrono di ciò che hanno coltivato.
La rappresentazione della dignità umana di persone che vivono del proprio lavoro è il messaggio di alto valore morale di Van Gogh. Ricordiamo che apprezzava Germinale di Zola e in questa, come nelle altre opere, ha inteso esprimere un sentimento di empatia verso gli umili e gli esclusi.
“Bisogna dipingere i contadini come se si fosse uno di loro, come se si avessero i loro stessi sentimenti e pensieri. Come se non si potesse essere diversi da ciò che si è” ha scritto nel 1885.
I giudizi negativi sono durati anche fino alla metà del Novecento da parte di alcuni critici tra i quali Francesco Arcangeli che ha definito I mangiatori di patate opera dallo “stilismo sgrammaticato”.

Anni francesi
Nel 1886 raggiunse il fratello Théo che viveva e lavorava a Parigi, una Parigi che si stava trasformando per opera di Haussmann e Napoleone III. Vi rimase quasi un anno, fino al 1887.
Qui apprese molto a contatto con le correnti dell’arte moderna e con le avanguardie e inoltre si appassionò all’arte giapponese.
Le opere di questo periodo risentono dell’influsso impressionista e post-impressionista.
Ma Van Gogh non si trovava in sintonia con la vita della città e soprattutto del mercato dell’arte, dei soldi, delle rivalità tra artisti. Anelava al sole e alla luce del Sud della Francia dove decise di trasferirsi.

Giunse ad Arles nel 1888 e vi rimase per quindici mesi, fino al 1889. Qui ha realizzato circa duecento quadri e scritto duecento lettere indirizzate per la maggior parte al fratello Théo.
Per Van Gogh questo sud della Francia era come il Giappone: “questo paese mi sembra bello quanto il Giappone per la limpidezza dell’atmosfera e gli effetti brillanti del colore” ha scritto all’amico Bernard e, ancora, alla sorella Willemin nel 1888 “Io qui non ho bisogno di dipinti giapponesi, infatti mi ripeto continuamente che qui sono in Giappone”.

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Salici potati al tramonto, marzo 1888 olio su tela su cartone

In questo dipinto è evidente il passaggio tra l’impressionismo di Parigi e l’antinaturalismo del periodo provenzale. Quest’opera sembra una celebrazione della luce infuocata del sud con il giallo luminoso e dominante. La profondità del paesaggio è data dalle sagome dei nudi alberi invernali in prospettiva e dalla linea azzurra che separa terra e cielo.

 

 

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Il ponte di Langlois ad Arles, maggio 1888

Questo dipinto proviene dal museo di Colonia. Ci sono diverse versioni precedenti del ponte di Langlois, situato a sud di Arles. Nel tema del ponte Van Gogh ha trasmesso la nostalgia per la sua terra d’origine. In alcuni dipinti ha messo i colori più freddi del nord a differenza di questo dove la luce è dominante.

 

E poi la solitudine e il sogno di creare una comunità di artisti, un atelier del Sud; e Gauguin con il quale la convivenza è durata due mesi ed è finita con una lite e il taglio dell’orecchio. È stato Van Gogh? o è stato Gauguin, capace spadaccino, come dicono altri? Non sappiamo cosa sia successo ma è certo che prima del Natale del 1888 tra i due è stata rottura e tra gennaio e maggio 1889 Van Gogh è colto da una serie di crisi che lo hanno portato ai primi ricoveri ad Arles. Fino a che l’8 maggio 1889 prese il treno per andare a ricoverarsi a Saint-Rémy-de-Provence in una casa di cura per malattie mentali.
Il giorno successivo al ricovero ha scritto subito una lettera a Théo
“Volevo dirti che credo di aver fatto bene a venire qui, innanzitutto perché vedendo la realtà della vita dei pazzi o svitati vari in questo serraglio mi sta passando quel timor vago, la paura della follia. E pian piano posso arrivare a considerarla una malattia come un’altra. Poi il cambiamento di ambiente, per quel che mi immagino, mi farà bene. Per quanto ne so, il medico è incline a considerare quello che ho avuto una crisi di natura epilettica”. Nella sua diagnosi il dottor Urpar aveva scritto che Van Gogh era stato “affetto sei mesi fa da mania acuta con delirio generalizzato”.
Van Gogh ha due esigenze prioritarie: capire cosa gli è successo, e quindi è attento a confrontare le diagnosi dei medici, vivamente discordanti; e poi dipingere e dipingere” (P. Dragone), l’unico modo che aveva per superare sogni infranti, disillusioni e affronti subiti.
Di questo periodo abbiamo i dipinti del giardino dell’istituto.

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Il giardino dell’istituto  Saint-Rémy, maggio 1889, olio su tela

Dopo un mese di ricovero ottenne il permesso di uscire dalle mura dell’istituto e dipinse paesaggi con ulivi. Quello che si nota in queste opere è la pennellata che si è fatta più ricurva dopo il ricovero.

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Ulivi, novembre 1889, olio su tela

Questo dipinto si trova a Edimburgo

 

Da febbraio ad aprile 1990, nell’istituto di Saint-Rémy dove si trovava ancora, ha attraversato un periodo di quella che chiameremo oggi una profonda depressione. È di maggio il dipinto Vecchio che soffre o Alle porte dell’eternità, dove ha ripreso il disegno di un vecchio eseguito nel 1882 quando si trovava all’Aia. Come non pensare al suo stato di prostrazione profonda? Nelle opere viene sempre proiettata la vita.

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Vecchio che soffre (Alle porte dell’eternità) maggio 1890 olio su tela

 

Ad Auvers-sur-Oise, un villaggio a nord-est di Parigi, dove Van Gogh si è recato dopo la dimissione dall’istituto di Saint-Rémy a maggio 1990, ha dipinto quadri indimenticabili dai colori forti e materici, dalle pennellate contorte e con un grafismo che ricorda sempre l’arte giapponese.

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Campo di papaveri, giugno 1890 olio su tela

Questo campo di papaveri è stata la prima immagine, tra le opere di van Gogh, che ho visto giovanissima. L’ho copiata e ricopiata, allora, e naturalmente sono felice di averla vista dal vivo. È conservata all’Aia.

 

Più di settanta sono state le opere che Van Gogh ha dipinto nei settanta giorni trascorsi ad Auvers tra cui questo paesaggio sotto la pioggia, ispirato a Hirosighe, con i segni dell’acqua che cade dal cielo. È stato eseguito dieci o quindici giorni prima di morire.

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Paesaggio con la pioggia, Auvers luglio 1890 olio su tela

 

In una delle ultime lettere a Théo, il 23 luglio 1890, ha scritto:
“Ebbene, nel mio lavoro ci rischio la vita e la mia ragione vi si è consumata per metà…”

Sono stati i tormenti interiori a portarlo al suicidio quando il 27 luglio 1990 è riuscito a trascinarsi all’albergo ferito da un colpo di pistola? Oppure, come hanno scritto nel 2011 due storici d’arte americani, è stato colpito per sbaglio da un ragazzo sedicenne, René Secrétan, che amava sparare agli animali? “Vincent spirò il 29, con accanto il fratello. Nessuno pensò ad un’autopsia: a trentasette anni, un povero pittore ‘pazzo’ aveva posto fine ai suoi giorni”  (P. Dragone).

Vincent aveva vissuto la sua vita, un tempo breve nel quale era riuscito a creare molto
“La vita non è lunga per nessuno, e il problema è solamente – farne qualcosa”, aveva scritto il 4 aprile 1885 al fratello Théo.

Van Gogh
Tra il grano e il cielo
Vicenza, Basilica Palladiana
7 ottobre 2017 – 8 aprile 2018

Le informazioni sono prese dalla mostra curata da Marco Goldin ma in larga parte mi sono riferita anche al libro
Vincent Van Gogh – I miei quadri raccontati da me
a cura di Piergiorgio Dragone,
Donzelli editore 2017.
Le foto le ho prese da Internet.

 

 

12 thoughts on “Van Gogh – Tra il grano e il cielo

  1. Interessante il percorso di questa mostra, che hai presentato come sempre in modo eccellente. Non ricordavo la teoria dell’omicidio accidentale, che rimane comunque un’ipotesi se non ho capito male… Nel senso che non esistono prove convincenti a favore, mentre si sa con certezza quanto soffrisse di depressione l’artista, ricoverato più volte in ospedale e seguito da medici (incompetenti) nell’ultimo periodo della sua tormentata vita.

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    • Sono stati due storici dell’arte americani, Steven Naifeh e Gregory Smith a scrivere nell’ultimo capitolo della biografia “Van Gogh. The life” che il sedicenne ha colpito l’artista con un colpo di pistola partito per sbaglio. I due americani hanno studiato Van Gogh per dieci anni con l’aiuto di venti collaboratori. Scrivono che il ragazzo sedicenne amava vestirsi da cowboy s sparare agli animali. Quel 27 luglio era in giro per i campi con il fratello. Sempre secondo i due studiosi Van Gogh non ha fatto nessuna denuncia perché la morte gli sembrava un sollievo. Ci sono altri elementi che indicano a favore della tesi dell’incidente.
      Però non sapremo mai quale sia la verità. Comunque in tasca, quando è stato ferito dalla pallottola, Van Gogh aveva una lettera per il fratello dove c’era scritta la frase che ho citato “Nel mio lavoro ci rischio la vita è la mia ragione vi si è consumata per metà “.
      Ciao Alessandra

      Piace a 1 persona

      • Comunque l’ipotesi del suicidio rimane ancora quella più accreditata.
        Anche la lite con Gaugin e il taglio dell’orecchio rimane un episodio oscuro.
        Ma, al di là di tutte le ipotesi sui fatti successi, restano le documentazioni che ha lasciato Van Gogh, mi riferisco anche a quelle scritte oltre alla pittura: una meraviglia per noi.
        Ciao Alessandra

        Piace a 1 persona

  2. Pingback: Van Gogh – Tra il grano e il cielo — Pensieri lib(e)ri | In tasca una poesia

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