Luoghi e forme della violenza di genere

Un uomo buono è difficile da trovare
Flannery O’Connor

Ci sono temi sui quali intervengo con convinzione perché li sento affini al mio pensiero e alla mia esperienza. La questione della parità di genere e della violenza sulle donne è uno di questi e oggi ne parlo in un incontro pubblico il cui tema è Come e dove soffrono le donne. Riflessioni su atti persecutori e Mobbing.

Prima di entrare in merito ai contenuti dell’argomento vorrei portare un pensiero sorto in concomitanza di queste giornate in cui ci si occupa della violenza sulle donne. Non ci sono dubbi che rappresentino occasioni importanti per denunciare la gravità di quanto continua ad accadere e riflettere sugli interventi da mettere in campo ma, nello stesso tempo, ho l’impressione, e il timore, che tutto sia fatto rientrare in un sistema che spettacolarizza ogni cosa. Ho visto un proliferare di iniziative in occasione di questo 25 novembre che, ricordiamolo, è la Giornata internazionale contro la violenza maschile sulle donne e, su alcune, mi sono interrogata. Se guardiamo certi cartelloni sembra di assistere a un evento: ai dibattiti e alle manifestazioni si affiancano spettacoli di musica e teatro. Bene, si dice, perché in questo modo si arriva all’attenzione delle persone. Ma c’è un limite da tenere presente: questa attenzione che punta al coinvolgimento emotivo presenta il forte rischio di fermarsi lì e, oltre alla scarica emozionale, di non produrre pensiero strutturato sull’argomento. E non solo tutto resta come prima ma ha anche l’effetto di banalizzare il problema. Se questi passaggi non si traducono in consapevolezza e in progetto politico la quotidianità non viene toccata e non si produce nessun cambiamento.
Quello che voglio dire è che esiste uno scollamento sempre più evidente tra la reale dimensione quotidiana e le giornate ‘particolari’ nelle quali si discute del problema. Il nostro sistema politico e sociale, che rimane di impostazione patriarcale, riconosce l’urgenza di contrastare la violenza sulle donne ma dà l’impressione, anche, che alcune azioni siano svolte in quanto ‘politicamente corrette’ e che non vadano oltre una ipocrisia adulatoria. Lo dimostra la disuguaglianza di genere nel lavoro e nella disparità salariale (a fronte di migliori risultati scolastici le donne, quando entrano nel mondo del lavoro, guadagnano meno e hanno ruoli inferiori), nella ridotta presenza femminile ai posti apicali, nella prevalente disoccupazione femminile, nell’emarginazione dal mercato del lavoro dopo una maternità, nel maggior numero di ore dedicate al lavoro domestico e di cura da parte delle donne. In sostanza nella asimmetria di rapporti di potere. I luoghi dove questa asimmetria è presente sono i luoghi dove soffrono le donne, in quanto soggette a discriminazione. E la discriminazione è una strada lastricata per la violenza.

Non mi soffermo, qui, sulla doppia violenza che le donne subiscono nei conflitti tra stati: quella della guerra e quella sui loro corpi da parte degli uomini. Sappiamo che la violenza delle guerre e del terrorismo dilaga quando non c’è più spazio per la contrattazione, quando non c’è più una mediazione efficace, quando la parola è assente e il linguaggio non svolge la funzione di creare collegamento e confronto.
Questo succede, in misura diversa, anche nella nostra realtà, dove un numero impressionante di donne sono uccise, sfruttate e violentate per mano di uomini. Sappiamo che un motivo importante sta nel fatto che il patto sociale tra uomini e donne è fortemente incrinato perché le donne non partecipano più alla funzione simbolica patriarcale; hanno rotto schemi che contribuiscono a mantenere l’equilibrio della società, che le vedeva/vede in posizione subalterna,  ma la strada da percorrere per un nuovo patto paritario è ancora lunga, la contrattazione e il confronto con il maschile ancora in corso. E questa situazione, in cui le certezze patriarcali del passato si sono sfilacciate e quelle di una società paritaria non ancora raggiunte, lascia ampi margini in cui si genera la violenza. Nei luoghi del quotidiano. Quelli familiari e dei legami ma anche quelli del lavoro.
Oggi noi donne possiamo riconoscere le diverse forme di violenza, anche quella che non lascia segni sul corpo ma che compromette la possibilità di esercitare al meglio le proprie competenze e sviluppare appieno la personalità. E possiamo parlarne e raccontarla perché viviamo in un contesto culturale e in un ambiente che sono progrediti a livello di civiltà e giustizia, dove non è la forza fisica a guidare il mondo, dove possiamo metterci in gioco e dove abbiamo esperienze di fiducia. Non viviamo nell’emergenza, ma in territori dove è garantita la possibilità di esprimersi liberamente.
Vivere in questo spazio ci rende responsabili di agire anche per quelle donne che non possono avere voce.

Vediamo allora alcune situazioni della nostra realtà in cui la discriminazione persiste, a volte in modo evidente e altre in modo mascherato. Conoscere è il primo passo per poter cambiare e ognuna di noi ha un proprio spazio di vita e azione su cui interrogarsi.
Vi racconto quelli che sono i miei ambiti di conoscenza, che mi hanno messo in contatto con situazioni di discriminazione, comportamenti di oppressione e violenza legati al genere:
Il primo è istituzionale e riguarda prevalentemente il maltrattamento e la violenza in famiglia su donne e bambini, così come le diverse situazioni in cui i minorenni sono vittime o esecutori di reato;
il secondo, sempre istituzionale, è di tipo organizzativo;
Il terzo è quello prettamente clinico della psicoterapia.

• I servizi pubblici, sia sociali che sanitari, sono un terreno privilegiato per entrare in contatto con le molte realtà che, in gradazione diversa, hanno a che fare con la violenza di genere che trova terreno fertile proprio nel luogo degli affetti e della cura: la famiglia. Conosciamo ormai sin troppo bene la gravità e i numeri della violenza domestica.
I dati delle denunce ci dicono che nel 98% dei casi la violenza fisica è agita da un uomo contro il 2% di donne, che vi arrivano per reazione ed esasperazione.
Oltre alle donne anche i minori sono oggetto di maltrattamento e violenza e tra loro esiste una differenza di genere in quanto le bambine maltrattate sono superiori di numero ai bambini maltrattati.
Un fenomeno importante, al quale stiamo dando attenzione solamente negli ultimi anni, è quello della violenza assistita dei minori. Si tratta della seconda forma di maltrattamento evidenziata dai dati pubblicati nel 2015 dall’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza.
Il peso intergenerazionale che hanno queste situazioni non viene considerato abbastanza. Se noi pensiamo che “Il tempo giusto per influenzare il carattere di un bambino è cento anni prima della sua nascita” (W.R.Inge) ci rendiamo conto di uno dei motivi più importanti per cui la catena della violenza continua ad allungarsi.
Un’indagine di WeWorld pubblicata nel 2014 sulla percezione che hanno gli italiani della violenza contro le donne ha sondato anche il fenomeno della violenza assistita.
La maggioranza ritiene che la violenza assistita abbia sui minori conseguenze gravi come quelle della madre che la subisce.
Ma, nel momento in cui si tratta di definire che le conseguenze sono quelle di ripetere da adulti le esperienze vissute, manca la consapevolezza. Soprattuto riferita al genere.
Solamente il 34% del campione comprende come una bambina che assiste a episodi di violenza sulla madre ha elevate probabilità di diventare a sua volta vittima di violenza in età adulta, il resto del campione non ne è certo o non lo immagina nemmeno possibile.
Sui bambini di sesso maschile c’è invece maggiore consapevolezza del fatto che, assistendo a episodi di violenza sulla madre, possono diventare, da adulti, degli abusanti.
Nella percezione del fenomeno si rimarca l’esistenza delle differenze di genere in quanto le donne sono più consapevoli degli effetti che la violenza assistita ha sui figli.

Un altro aspetto che il lavoro nell’istituzione permette di vedere è come la cultura sessista sia diffusa largamente in maniera indipendente dal genere e dall’età. Uomini e donne condividono un modo di pensare che privilegia gli stereotipi del maschile e del femminile per cui il comportamento aggressivo di un ragazzo verso una ragazza viene giustificato dalla reputazione di quest’ultima. Resta esemplare, in questo senso, un episodio di cui ho già scritto, e riguarda la richiesta di valutazione clinica di un ragazzo di 15 anni a seguito di denuncia per aggressione nei confronti dell’ex fidanzatina. Quello che sorprende non sono tanto le giustificazioni del ragazzo: «lei mi ha provocato», «non ci ho più visto», «il sangue mi è salito alla testa», che ripetono un pericoloso cliché, comune in questi casi, dove l’orgoglio maschile calpestato diventa motivo valido per passare alle mani; quello che sconvolge sono le dichiarazioni dei genitori e, soprattutto, della madre che, in difesa del figlio, si rifà all’argomento della ‘ragazza facile’, attribuendo la maggior parte di responsabilità di quanto accaduto a lei, primo perché considerata piuttosto ‘libera’ nel comportamento, e secondo perché ha provocato il figlio passando, in compagnia di un altro ragazzo, proprio per la strada dove lui si trovava.
Il terreno della discriminazione e della violenza è fertile perché è coltivato anche dalle donne che si fanno portatrici della mentalità patriarcale e degli stereotipi di genere.

Veniamo alla scuola, altro luogo dove sono presenti le condizioni di discriminazione di genere tra adolescenti, anche se ho potuto constatare, parlando con gli insegnati, come non siano spesso visibili agli occhi degli adulti.
In questi ultimi tempi mi sto interessando di bullismo e di cyberbullismo e sto collaborando con una scuola superiore per sondare l’entità del fenomeno e per programmare interventi idonei. Questo mi permette di fare una riflessione sulla differenza di genere in queste forme di violenza, che hanno un’associazione anche con il fenomeno del mobbing in età adulta e nei luoghi di lavoro.
L’elaborazione dei questionari, applicati a due classi terze di una scuola secondaria, mi conferma l’esistenza del problema in linea con il dato nazionale.
Uno dei primi risultati è che le femmine sono vittime di bullismo e di cyberbullismo più dei maschi (in questo caso perché le classi sono in prevalenza femminili, ma altri risultati lo confermano).
Ci sono inoltre delle differenze nelle forme di bullismo legate al genere e si basano su stereotipi che conosciamo e che vogliono l’uomo forte e la donna bella. Così, in relazione ai ruoli sociali, si modulano anche i comportamenti che sono di aggressività fisica tra i maschi e di pressione psicologica tra le femmine; entrambi i generi condividono l’aggressività verbale.
Sempre tenendo conto della differenza di genere i comportamenti di bullismo sono in correlazione positiva con le molestie sessuali.
Il bullismo sessuale verso le ragazze consiste in una serie di comportamenti:
Verbali, come commenti sessuali e prese in giro sul corpo e sull’abbigliamento;
Fisici, come toccare le parti intime, tenere ferma una persona e costringerla a baciare o altro;
Relazionali, come dicerie e maldicenze su facili costumi per creare cattiva reputazione.
L’inizio si può collocare nell’età della scuola secondaria di 1° grado e, in forma meno estesa ma più intensa, prosegue nella scuola secondaria di 2° grado, anche se ci sono casi che si riscontrano già alle scuole elementari. Le vittime sono soprattutto bambine e ragazze  (sono presenti anche episodi che riguardano i maschi).
Il fenomeno del cyberbullismo sessuale rende più grave la situazione per le ragazze che diventano oggetto di attacchi alla reputazione e vengono derise e denigrate se alcune foto entrano in circolazione. I maschi, per identici motivi, non subiscono lo stesso ostracismo. Questo spiega il fatto che l’autolesionismo e i tentativi di suicidio sono superiori nelle femmine.
Un altro aspetto da rilevare è quello che mentre le bambine e le ragazze agiscono un bullismo interno al genere, i maschi tendono ad estendere comportamenti aggressivi non solo tra loro ma anche alla bambine e alle ragazze.
La domanda da porsi è quindi se possiamo considerare queste prime aggressioni dei ‘maschi in crescita’ verso le ‘femmine in crescita’ come una ‘premessa’ della violenza di genere in età adulta.

• Il secondo ambito in cui mi sono trovata a collaborare a livello istituzionale sul tema delle discriminazioni di genere è quello del CUG (Comitato Unico di Garanzia) istituito dal 2011 nelle Pubbliche Amministrazioni, tra cui quelle Sanitarie.
Il CUG sostituisce, unificando le competenze, il Comitato per le Pari Opportunità e il Comitato paritetico sul fenomeno del Mobbing e si occupa di discriminazioni di genere e multiple sul lavoro, di disagio lavorativo, di molestie sul luogo di lavoro.
Questi tre ambiti hanno dato vita a tre gruppi di lavoro nella mia AULSS:
Conciliazione vita-lavoro
Benessere organizzativo
Pari Opportunità.
La collaborazione con il/la Consigliere di Fiducia, delegato a raccogliere le richieste/proteste/segnalazioni di mobbing o discriminazione, è stata finora di tipo informativo per il personale dell’Azienda. Non sono emersi, negli anni di attività, dati significativi di malessere dovuto a molestie. La domanda che mi pongo è se lo strumento funziona veramente, in quanto sono circa duemila i dipendenti dell’Azienda, suddivisi tra reparti ospedalieri e altri servizi, alcuni con elevato livello di stress, ed è inimmaginabile che non sussistano situazioni di difficoltà.
Comunque uno dei tre ambiti in cui si misura una differenza di genere dettata da un maggior bisogno delle donne rispetto agli uomini è quello della Conciliazione dei tempi di vita-lavoro, perché le funzioni familiari di assistenza e cura sono tuttora esercitati maggiormente dalle donne.
L’altro elemento da tenere in considerazione è quello del Clima organizzativo e dell’ambiente di lavoro. Qui sì, troviamo parecchie situazioni critiche che spesso non riguardano in modo particolare azioni di molestie di uomini nei confronti delle donne ma di una forma di prevaricazione anche all’interno del genere femminile. Un esempio proprio di questi giorni è quello di un’educatrice, che lavora in un contesto dove prevalgono le donne, che mi chiede «Dottoressa, mi sa dire perché le donne sono così cattive?». Oppure dell’infermiera in conflitto con la caposala che le assegna turni più pesanti che ad altri.
Il punto, allora, diventa quello dell’esercizio del potere. C’è differenza tra uomini e donne? Oppure lo stile che anche noi donne continuiamo a mantenere è quello classico del potere maschile? In effetti, sembra che non abbiamo ancora trovato altre forme per esercitarlo in maniera più rispettosa dei diritti di tutti/e.

• Invece la sofferenza femminile legata al mondo del lavoro l’ho incontrata nella mia attività clinica, con donne lavoratrici di tutte le fasce di età che chiedono diagnosi e terapia per vari sintomi psicosomatici legati a turni di lavoro insostenibili; a offese, comportamenti di denigrazione e umiliazione subiti da qualche caporeparto; alla fatica di reggere ritmi che non si conciliano con le esigenze di vita familiare; e molestie sessuali che diventano stalking da parte del diretto superiore.
Questo mi ha portato a interessarmi di Mobbing e dei suoi effetti devastanti.
Ho notato che solamente in alcune di queste donne c’è la chiara consapevolezza di subire comportamenti lesivi dei diritti; in altri casi la sofferenza portata è così intensa da rendere difficile, alla donna stessa, comprenderne le ragioni e metterla in relazione con il clima dell’ambiente di lavoro e i comportamenti che possono ritenersi di mobbing.

Il Mobbing è una forma di molestia o violenza psicologica, esercitata con finalità lesive. Per definirla è importante la ripetitività nel tempo delle azioni persecutorie contro la persona, il ruolo, la funzione. La conseguenza è l’emarginazione o l’esclusione dal lavoro.
Necessita sempre fare una diagnosi differenziale e stabilire se il disagio nasce da conflittualità o mobbing. Tra le due il passo è breve e alla base c’è sempre un gioco di potere. Anche la conflittualità può essere motivo di sofferenza, tuttavia non ha l’effetto del mobbing di compromettere l’esistenza di una persona. Provare che si tratti di mobbing è però difficile in quanto non ci sono danni fisici evidenti; si riscontra, invece, una sintomatologia importante e una sofferenza psicologica di rilievo che può comportare una patologia psichica come il Disturbo dell’adattamento e Disturbo Post Traumatico da Stress.
I dati mostrano una differenza di genere nella reazione a una situazione di mobbing: le donne reagiscono con maggiore attivismo, che si nota nel parlare più velocemente e gesticolare molto, mentre gli uomini tendono a diminuire l’attività e a essere meno efficienti sul lavoro. Nessuna delle due reazioni ottiene una risposta positiva e una risoluzione del conflitto, anzi produce un aumento dei comportamenti persecutori.
Anche nell’esercitare mobbing esiste una differenza tra uomo e donna, in ragione della diversa educazione e cultura acquisita.
L’uomo non usa apertamente la cattiveria ma adotta un comportamento passivo del tipo: ignorare una persona, metterla sotto pressione o assegnarle sempre compiti nuovi e diversi.
La donna invece ha un comportamento di mobbing attivo, cioè usa sparlare dietro alle spalle, far girare pettegolezzi o prendere in giro apertamente
In genere i comportamenti di mobbing avvengono tra persone dello stesso sesso, cioè gli uomini prendono di mira un uomo e le donne una donna. Ma anche qui c’è una differenza di genere in quanto succede più spesso che gli uomini cerchino vittime femminili, piuttosto che il contrario. Probabilmente ciò è dovuto anche al fatto che i ruoli di responsabilità sono ricoperti prevalentemente da uomini. E a queso punto entrano in gioco le molestie sessuali, che non sono definibili come mobbing ma vi sono legate a doppio filo.
Quando parliamo di molestie sessuali intendiamo
“una serie di comportamenti di avvicinamento a scopo sessuale portate avanti da una persona verso un’altra che evidentemente non desidera e rifiuta questo tipo di contatto. Le molestie non sono solo atti, ma comprendono la sfera ben più ampia del linguaggio: parole, battute, apprezzamenti, allusioni pesanti […] oppure proposte, più o meno dirette, spesso accompagnate da minacce di ritorsione in caso di risposta negativa (Ege, 1997).
I molestatori sono soprattutto uomini. È difficile, nella nostra cultura, stabilire quando una molestia sia tale perché usiamo spesso, nella comunicazione, allusioni e doppi sensi e questo genera malintesi.
Perché la molestia non è mobbing?
L’obiettivo del mobber è quello di allontanare ed eliminare la vittima, invece nella molestia l’obiettivo è contrario, cioè avvicinarla ‘troppo’, trattenerla per esercitare un potere, un privilegio, una supremazia a scopo sessuale. Si trasforma in mobbing nel momento del rifiuto e diventa una vendetta.
Il mobbing sessuale è diverso dalla molestia perché non è necessariamente legato all’attrazione verso la vittima ma è un’azione di calunnie, pettegolezzi e diffamazioni sulle abitudini sessuali di quest’ultima. Qui ci troviamo in presenza di problematiche personali irrisolte da parte del mobber.
Il mobbing sessuale ha effetti devastanti perché va a colpire l’identità sessuale della vittima e, di conseguenza, la sua immagine sociale compromettendo la sua reputazione e credibilità.

Un altro molestatore, non necessariamente legato all’ambiente del lavoro o a quello familiare, è lo stalker (‘cacciatore di preda’, letteralmente) che mette in atto comportamenti persistenti e ossessionanti nei confronti della vittima individuata: telefonate, sms a tutte le ore o in quelle più strane, appostamenti o comportamenti minacciosi e lesivi di cose come tagliare le gomme dell’auto, hanno lo scopo di terrorizzare la vittima, di renderla debole e suggestionabile.

Quello che risulta evidente, ragionando su questo argomento, è che nel momento in cui si individua e si interviene su comportamenti di discriminazione, prevaricazione e violenza contro le donne ne compaiono altri, in forme diverse. E questo finché non riusciremo a cambiare il rapporto di asimmetria di potere tra maschile e femminile, a cambiare il tipo di cultura di cui, troppo spesso, anche noi donne siamo portatrici.

 

La frase iniziale “Un uomo buono è difficile da trovare” è di Flannery O’Connor (1925 – 1964). È rivolta al genere maschile o al genere umano? Questa è una bella domanda dal momento che la scrittrice americana, di un cattolicesimo fatto di diamante e non trasgressivo ma reso originale dal suo essere donna, ha messo in evidenza come la violenza sia ineliminabile tra gli uomini. E appartiene anche al genere femminile. Secondo la filosofa Luisa Muraro le donne la devono usare ‘in giusta misura’, perché “Il cielo è dei violenti” (O’Connor ha dato questo titolo al suo romanzo, pubblicato nel 1955, prendendolo da una frase del vangelo di Matteo, 11,12: “Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono”, parole attribuite a Gesù).

 

 

2 Comments

    1. Ti ringrazio Adriana, mi ha scritto parole molto belle. Il fatto è che credo veramente sia necessario intervenire, quando é possibile, con informazioni che possiamo dare.
      Ciao Gina 🙂

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