Realismo Magico

Solo attraverso l’arte l’uomo può tornare a provare meraviglia verso ciò che lo circonda a cui l’abitudine lo ha assuefatto; dopo l’infanzia infatti l’uomo non prova più meraviglia e stupore davanti alle cose che lo circondano, verso le quali è come cieco. Ed è qui che entra in gioco l’arte.
Massimo Bontempelli

Realismo Magico
L’incanto nella pittura italiana degli anni Venti e Trenta
Mart Rovereto, 3 dicembre 2017 – 2 aprile 2018

L’esposizione si situa nel filone dell’arte italiana del primo Novecento ed è un proseguimento della precedente mostra L’eterna bellezza. Novecento e Realismo Magico  > qui. Mette in luce, attraverso le opere di artisti che sono stati relegati nell’ombra in quanto operanti in una determinata epoca della storia politica italiana, alcune specificità e sviluppi di una stagione della pittura del nostro paese.
Alcune delle opere sono quindi già viste in quanto presenti nella mostra citata ma anche in altre esposizioni che ho descritto, come quella su Piero della Francesca > qui (perché il ritorno agli antichi maestri è la cifra comune del filone novecentista) e sull’Art Déco > qui e > qui (tendenza che si è sviluppata nello stesso arco di tempo).

Realismo magico è un ossimoro, scrive Valerio Terraroli che con Gabriella Belli ha curato l’esposizione, in quanto mette insieme due tendenze, una realistica e una magica, che per definizione hanno un significato contrapposto.
Il Realismo magico non è uno stile o una corrente ma un modo di sentire, di percepire la realtà e sembra più facilmente definibile per quello che non vuole essere:
si oppone al dinamismo futurista e alla deformazione espressionista ed è lontano da un generico ritorno all’ordine e dalla metafisica, anche se si interseca e si contamina con queste due ultime tendenze.
Si incunea nella storia artistica italiana dalla fine della Grande Guerra e si diffonde negli anni Venti, periodo in cui convivono nell’arte diverse espressioni. A livello europeo coincide con il periodo della pittura di figurazione austriaca e tedesca e verrà assorbito, infine, da una generale tendenza novecentista.

È stato Massimo Bontempelli a coniare la definizione Realismo Magico nel 1927, quindi ben dopo la realizzazione di opere che lo caratterizzano.
“I pittori che più attraggono i nostri gusti di novecentisti, che meglio corrispondono con la loro alla nostra arte, sono i pittori italiani del Quattrocento: Masaccio, Mantegna, Piero della Francesca. Per quel loro realismo preciso, avvolto in una atmosfera di stupore lucido, essi ci sono stranamente vicini” […].
Di qui lo stupore, espressione di magia, vero protagonista di quella pittura del Quattrocento: di qui quelle atmosfere in tensione, ancora più precise e vibranti che le forme della rappresentata materia […].
Quesi due termini della pittura quattrocentesca – precisione realistica e atmosfera magica – aveva tentato di riprenderli il cubismo […]. In nessun’altra arte troviamo nel passato parentele più strette che con quella pittura di cui abbiamo parlato, in nessuna vediamo così in pieno attuato quel ‘Realismo Magico’ che potremmo assumere come definizione della nostra tendenza”

Ma di Verismo magico aveva parlato ancor prima, nel 1923, Franz Roh, riferendosi alla sensibilità artistica dell’arte tedesca del periodo, definizione ben presto virata verso la Nuova Oggettività tedesca.

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Gino Severini, Maternità, olio e tempera alla caseina su tela, 1920

I preludi al Realismo magico sono illustrati nella prima sezione della mostra e risalgono agli anni Dieci con il cambio di rotta rispetto alle Avanguardie e lo sguardo ai classici del Quattrocento italiano:
Giorgio De Chirico si rivolge all’arte antica; Carlo Carrà abbandona il futurismo e costruisce una “magica quiete della forma”; Gino Severini dopo l’esperienza cubista riscopre i maestri dell’arte antica ; Mario Broglio fonda a Roma la rivista Valori Plastici che ripropone i valori del passato.

È possibile rintracciare, nel Realismo Magico, le contaminazioni con i diversi filoni artistici del periodo, come il tempo sospeso di origine metafisica e il primitivismo della forma di derivazione quattrocentesca riproposto dal Novecento.
Gabriella Belli individua, inoltre, nella pittura di Henri Rousseau il seme della nuova sensibilità artistica. Teorizzata come concettuale da Franz Roh l’arte del Doganiere è diffusa in Italia da Ardengo Soffici e Carlo Carrà diventa un convinto assertore del suo primitivismo. È l’incanto e la quiete nelle sue immagini a riproporsi negli artisti nel primo novecento italiano.

La mostra si sviluppa dedicando spazio alle personalità di ciascuno dei pittori del Realismo Magico che seguono percorsi individuali, con scelte artistiche personali, e non diventano mai parte di un gruppo organizzato. In comune hanno la trasfigurazione della realtà, che rimane il punto di partenza, attraverso l’immaginazione e lo stupore che rivelano il mistero dietro il mondo rappresentato.
Ed è sempre Bontempelli a definire le caratteristiche principali di questo sentire
“Precisione realistica di contorni, solidità di materia ben poggiata sul suolo; e intorno come un’atmosfera di magia che faccia sentire, traverso un’inquietudine intensa, quasi un’altra dimensione in cui la vita nostra si proietta”.

I tre principali esponenti di questa stagione della pittura italiana sono Felice Casorati, Antonio Donghi e Cagnaccio di San Pietro.

Felice Casorati (1883-1963), con la poetica degli oggetti e il valore della forma, è considerato uno dei principali artisti del Realismo Magico

“Di fatto io non ho mai capito il movimento “qui déplace les lignes”, e adoro invece le forme statiche: e poiché la mia pittura nasce – per così dire – dall’interno e mai trova origine dalla mutevole “impressione”, è ben naturale che queste forme statiche e non le mobili immagini della passione, si ritrovino nelle mie figure […]. Perciò io sono “lontano dalla vita”. Per questo posso dire che l’architettura del mio quadro mi interessa più che la sua qualità pittorica in senso stretto, e per questo la mia arte è accusata di essere “antipittorica” […]… Mentre è tendenza generale della pittura contemporanea la ricerca dell’espressione attraverso il colore e il segno, io sento invece piuttosto il valore della forma, dei piani, dei volumi ottenuto per mezzo di un colore tonale non realistico e insomma di quella che può definirsi l’architettura di un quadro, in senso peraltro musicale o lirico e non decorativo e puramente formale”.

È un piacere rivedere Concerto, un’opera del 1924 che ho già postato e potete trovare qui.

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Felice Casorati Cintya, olio su tela, 1924-1925. Sul retro della tavola è ritratta Lila Guarino.

Nel genere del ritratto Casorati riprende la posa simmetrica e struttura lo spazio in modo prospettico ispirandosi ai modelli quattrocenteschi.

“Vorrei saper proclamare la dolcezza di fissare sulla tela le anime estatiche e ferme, le cose immobili e mute, gli sguardi lunghi, i pensieri profondi e limpidi”.

 

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Felice Casorati, Gli scolari, olio su tela 1927-1928

La composizione impegnativa accompagna la natura lirica del lavoro dell’artista. È una poetica del quotidiano, dove non manca l’ironia, con gli alunni attoniti davanti agli elementi di studio e la maestra che non li abbandona mai con lo sguardo

 

Antonio Donghi e Cagnaccio di San Pietro rappresentano l’ala più ortodossa del Realismo Magico

Antonio Donghi (1897-1963), pittore romano di grande accuratezza formale, dal disegno preciso e colori luminosi, mostra scarso interesse per i movimenti organizzati anche se segue gli sviluppi artistici del periodo.

Donghi, come Casorati, è affascinato da Piero della Francesca:
“Piero della Francesca oltre a piacermi moltissimo, mi ha impressionato per il fatto di notare, in un pittore di quell’epoca, un realismo così forte” scrive a Ojetti nel 1925.

In Donghi le figure sono sospese e congelate nel silenzio, nell’immobilità e nella incomunicabilità.

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Antonio Donghi, Le lavandaie, olio su tela 1922

La struttura volumetrica ne fa un capolavoro con linee verticali (le due donne perpendicolari tra loro, il lenzuolo strizzato, il bianco verticale) e orizzontali (la cesta ai piedi della lavandaia  e il filo leggermente piegato che dà un tocco realista). Il dato oggettivo della pittura analitica e dei colori smaltati è inserito in una scena di immobilità e magia.

Dagli anni Trenta accentua la maniacale finitura della sua pittura in una gelida fissità, con colori smaltati e brillanti. Come in Donna al caffè del 1931(vedi in Art Déco (II parte)). “Nell’esecuzione ho voluto sempre finire, anche con scrupolosità, sperando che l’osservatore potesse leggere con chiarezza quello che io ho visto e sentito”.

Cagnaccio di San Pietro (Natalino Bentivoglio Scarpa, 1897-1946) è l’artista che ha in comune con la Nuova Oggettività tedesca la luce intensa e impietosa e le atmosfere raggelate. La descrizione iperrealista dei dettagli è evidente nel modo di descrivere con crudezza ogni piega della carne.

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Cagnaccio di San Pietro, Zoologia, olio su tela 1928

 

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Cagnaccio di San Pietro, La sera (Il rosario) olio su tela 1923

Cresciuto nell’isola di Pellestrina mantiene il legame con i pescatori e la gente della sua terra. Gli abitanti di San Pietro in Valle sono protagonisti della sua pittura, descritti con uno stile duro e iperrealista.

 

Alcuni artisti prima di scegliere altre strade, come quella del gruppo Novecento sostenuto e teorizzato da Margherita Sarfatti, dipingono quel senso di incantamento caratteristico del Realismo Magico. In mostra ci sono opere di Ubaldo Oppi, Achille Funi, Piero Marussig, Gian Emilio Malerba, Virgilio Guidi, Gregorio Sciltian e altri.

Gregorio Sciltian (Grugorj Ivanovič Šil’tjan 1900-1895) è un pittore armeno, nato in Russia, che si stabilisce a Roma nel 1923. Il suo riferimento artistico diventa il realismo di ascendenza caravaggesca ma, nelle minuziose descrizioni delle sue nature morte, si ispira anche all’arte fiamminga.

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Gregorio Sciltian, L’uomo che si pettina, olio su tela 1925

Ubaldo Oppi (1889-1942) parte da una formazione secessionista prima di rivolgersi ai maestri antichi italiani.

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Ubaldo Oppi, Ritratto della moglie sullo sfondo di Venezia, olio su tela 1921

Il ritratto è dipinto nel 1921 prima di aderire al gruppo di Novecento di Margherita Sarfatti e sono riconoscibili elementi del realismo magico nei dettagli della figura descritti con precisione, nella luce fredda e nel senso atemporale con la veduta della città sullo sfondo.

 

Carlo Levi (1902-1975), allievo e amico di Felice Casorati, si dedica all’arte e al giornalismo abbandonando la professione di medico nel 1928.

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Carlo Levi, Arcadia, olio su tela 1923

L’influenza di Casorati è evidente nella rielaborazione dei nudi di Meriggio, ma con un’audace ambiguità data dal ragazzino nudo in posa femminea e dagli oggetti con valore erotico simbolico.

 

Sono presenti un buon numero di artisti triestini, imbevuti di cultura mitteleuropea, che guardano alla Nuova Oggettività e al Novecento: Carlo Sbisà, Cesare Sofianopulo, Mario Lannes, Oscar Hermann Lamb, Bruno Croatto oltre al già citato Piero Marussig.

Cesare Sofianopulo (1889-1968) è un pittore triestino di origine greca. Le sue opere attraggono e incuriosiscono per la cifra fortemente simbolica che le contraddistingue e l’atmosfera di mistero accentuata dal realismo dei dettagli.

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Cesare Sofianopulo, Maschere. olio su cartone 1930

Visione pirandelliana della metamorfosi della personalità in una serie di autoritratti.

 

Per finire, un dipinto che ho incontrato alla mostra Art Déco di Forlì e che mi aveva colpito anche allora per la raffinata bellezza e il forte significato simbolico. L’autore è Oscar Hermann Lamb (1876-1947), pittore triestino che in quest’opera mi sembra riassumere le varie influenze artistiche che si sfiorano, si incrociano e si contaminano, da quella secessionista a quella simbolista e divisionista; dalla eleganza raffinata del Déco a quella incantata del Realismo Magico.

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Oscar Hermann Lamb, La coppa verde, olio su tela 1933

 

“Ricchissimo di spunti ancora strettamente legati alla sensibilità dell’uomo contemporaneo, dalla ricerca delle origini alla cura per l’identità, dalla solitudine alienante della vita quotidiana all’angoscia per la perdita di valori e fedi, dalla malinconia dei riti di passaggio alla nostalgia del tempo perduto, dall’attesa di già che è improbabile alla seduzione della vita, il Realismo Magivo ha continuato a vivere, e tutt’ora vive, nell’opera di molti pittori del secolo scorso a dimostrazione di quanto attuale sia ciò che ha rivelato della nostra vita interiore”. (Gabriella Belli in Continuità di un’idea, dal catalogo)

 

Le informazioni provengono dalla mostra e le foto da Internet.

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