Revolutija

“Nei profondi nascondigli dell’arte si trovano i segreti dei fatti dei colpi di Stato, della riorganizzazione della vita delle persone…”
ha scritto Kazimir Malevich in ‘Cosa è stato nel febbraio 1917 e nel marzo 1918′, riferendosi al legame profondo che esiste tra arte e rivoluzioni. E, nella mostra che vengo a  raccontare, Rivoluzione Russa e Arte formano il binomio perfetto a renderci partecipi di quanto, cento anni fa, ha determinato una delle grandi svolte della storia. Le opere esposte sono una narrazione preziosa delle trasformazioni e degli avvenimenti ma anche degli stati d’animo che gli artisti, protagonisti di quegli anni, hanno saputo ricreare sulla tela con una grande varietà e ricchezza di stili.
Una narrazione lunga vent’anni, con capolavori provenienti dal Museo di Stato Russo di San Pietroburgo, curata da Evgenija Petrova e Joseph Kiblitsky:
REVOLUTIJA
da Chagall a Malevich da Repin a Kandinsky
MAMbo – Museo d’Arte Contemporanea di Bologna
12 dicembre 2017 – 13 maggio 2018

 

La storia la conosciamo, sappiamo che niente comincia all’improvviso e che la rivoluzione del 1917 è preceduta da eventi tragici successi tra il 1900 e il 1915. Ci sono entusiasmi e tensioni che pittori come Repin e Serov sanno rendere in forme e colori.

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Il’Ja Repin “Che vastità!”, olio su tela 1903

Repin dice di aver dipinto un momento, un’impressione della sua vita personale. Ma la valenza sociale dell’opera viene riconosciuta dai suoi contemporanei che vi vedono una metafora dell’atmosfera di fiducia, speranza, coraggio dei giovani russi in quell’inizio del XX secolo così pieno di tensioni. La gioisità dei due giovani in mezzo alle onde impetuose ci introduce in un pezzo di storia burrascosa e piena di stravolgimenti.

Pochi anni dopo Repin dipinge “17 ottobre 1905”: dopo scioperi di massa, iniziati nel 1903, lo zar Nicola II promette al popolo diritti “fondamentali incrollabili della libertà civile”

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Il’Ja Repin, 17 ottobre 1905, olio su tela 1907 (1911)

Repin scrive di voler dare spazio nel suo dipinto “in particolare (a) studenti, studentesse, professori e operai con le bandiere rosse, entusiasti, che cantano le canzoni rivoluzionarie. In primo piano è stato alzato sulle spalle un uomo amnistiato e la folla composta da migliaia di persone si muove nella piazza della grande città nell’estasi dell’esultanza generale.

Nel 1905 la dispersione di una dimostrazione pacifica da parte delle truppe dello zar ispira questa tela di Serov che, in segno di protesta, rifiuta l’onorificenza di membro dell’Accademia delle Belle Arti. Il titolo del quadro è volutamente sarcastico.

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Valentin Serov “Soldatini, bravi ragazzi, dov’è ora la vostra gloria?” Goauce e pastello su cartone, 1905

“Gli eventi del 9 gennaio si sono riflessi in maniera cupa nei nostri cuori. Alcuni di noi sono stati testimoni di come nelle strade di Pietroburgo le truppe uccidevano persone indifese e nella memoria si è fissata l’immagine di quell’orrore di sangue…Noi artisti siamo molto afflitti dal fatto che la persona (il gran principe Vladimir) che detiene il comando supremo di queste truppe, che hanno versato il sangue di nostri fratelli, allo stesso tempo sia a capo dell’Accademia di Belle Arti” Valentin Serov, da una lettera all’Accademia di Belle Arti, gennaio 1905

 

Nella scena artistica russa è prevalsa per lungo tempo, dall’XI secolo fino all’inizio del XVIII, la pittura di icone. L’integrazione con la cultura europea avviene solo tra la fine dell’800 e l’inizio del 900 dal confronto con le varie forme d’arte – impressionismo, post-impressionismo, cubismo, astrattismo – e mentre De Chirico dipinge assolate e vuote piazze italiane, Picasso realizza le scene dei Balletti Russi e, ancora, il ritorno all’ordine, l’astrattismo, il futurismo e il surrealismo… anche la Russia dà vita a una grade varietà stilistica. Quella che vediamo nelle opere di Revolutija.
L’arte in Russia tra le due Rivoluzioni (1905-1917) è, quindi, rappresentata da diverse correnti e personalità artistiche che riflettono gli umori della società: chi non vuole nessun cambiamento politico e sociale si riconosce nelle tradizionali forme artistiche figurative; chi protesta contro l’assenza di libertà e di diritti si riconosce nei programmi di rinnovamento dell’arte.

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Filipp Maljavin, Due ragazze contadine, olio su tela, anni dieci del Novecento

Anche se la forma è figurativa non c’erano mai stati, prima, dipinti di questo tipo. Maljavin è un innovatore in questo senso e ha dipinto, con uno stile vicino ai fauves e con colori fiabeschi, un ritratto della bellezza e della forza selvaggia del popolo. Esalta il rosso che è, da sempre, il colore della Russia.

Diversi e più classici sono invece i ritratti di Boris Kustodiev che rappresentano la vecchia Russia, quella della piccola borghesia.

Ci sono poi artisti vicini al cubofuturismo, come Natan Al’tman

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Natan Al’tman, Ritratto di Anna Achmatova, olio su tela 1915

Un ritratto della poetessa Anna Andreevna Achmatova che il pittore aveva conosciuto a Parigi nel 1911. La giovane donna dal profilo scolpito, alta e longilinea, nella posa di trascurata eleganza è la rappresentazione della donna emancipata e creativa. È raffigurata pensosa e triste e, quel 1915, è per lei un anno triste per il marito in guerra. I colori intensi del vestito e dello scialle e lo sfondo di cristalli luccicanti, in stile Cézanne, simboleggiano il mondo interiore della Achmatova, astratto, moderno e raffinato. Nota e amata in Russia fino alla svolta della rivoluzione, che poi descriverà come un “poema senza eroe”.

 

Anche il genere del Nudo fa parte dei programmi artistici dell’avanguardia russa ed è visitato con una pluralità di stili.
Da quello classico di Zinaida Serebrjakova in Banja del 1913 a quello ben diverso di Valentin Serov in Ida Rubinštein.

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Valentin Serov, Ida Rubinštein, olio e carboncino su tela, 1910

Eseguito nel 1910 a Parigi è il ritratto di Ida L’vovna Rubinštein, famosa ballerina.
Di lei il pittore dice “La monumentalità è presente in ogni suo movimento: è semplicemente un bassorilievo arcaico risuscitato”.
Ascetismo e asprezza della figura spigolosa e dei colori rappresentano la psicologia della donna.
Ma il dipinto osa troppo per l’epoca e viene tolto dalle esposizioni russe. Serov si rifiuta di vestire la figura, come gli viene consigliato “La mia Ida Rubinštein, povera, nuda, la mandano via dal museo e la cacciano in strada”.
Lo stile di Serov anticipa la pittura astratta e non-oggettiva che da lì a pochi anni farà la sua comparsa.

Lo stile ‘brutale’ nell’arte dei primi del 900 con le proporzioni distorte, le forme goffe e squadrate, le sagome semplificate, i visi uguali e indifferenti, i colori vivaci è ben rappresentato da Natal’ja Gončharova che, con il compagno Michail Larionov e altri, si avvicina al neoprimitivismo ispirandosi alla cultura nazionale russa delle icone, dei tagliatori di legno, dei ricami e delle stampe popolari.
I neoprimitivisti russi si riuniscono ne Il fante di quadri, un’associazione e un marchio che prende il nome da una mostra organizzata a Mosca nel 1910. Il significato del nome non indica il mazzo di carte ma una persona che non merita fiducia, un truffatore e un imbroglione, a significare l’atteggiamento ironico e trasgressivo verso l’arte tradizionale del tempo.

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Natal’ja Gončarova, Lavandaie, olio su tela 1911

Composizione neoprimitivista che rappresenta le figure come in un rituale antico. Alcuni vedono l’influenza di Gauguin in questo stile della Gončarova che, di sicuro, si rifà all’arte popolare russa, alle ‘donne di pietra’ trovate nella steppa del Sud.

 

L’arte russa è influenzata anche dal futurismo, scrive Malevich, anche se le opere futuriste in Russia sono poche perché gli artisti russi privilegiano la linea dell’assurdo e dell’alogismo.

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Kazimir Malevich, Composizione con la Gioconda (“Eclisse parziale”), carta (collage), olio, matita su tela / 1914

Come in questa tela dove l’assurdo si manifesta in forma di gioco intellettuale, di sperimentazione e la Gioconda viene ridotta in piccola dimensione e le vengono sovrapposti i rettangoli nero e bianco, precursori del futuro suprematismo.

Nella ricerca di  una nuova forma di rappresentazione del mondo, in cui sono impegnati gli artisti e intellettuali russi di quell’inizio secolo, Malevich fa la scelta più radicale, quella dell’astrazione, fa un salto oltre i confini del visibile.

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Kazimir Malevich, Quadrato rosso (realismo pittorico di contadina in due dimensioni) olio su tela 1915

Con Quadrato rosso e Quadrato nero Malevich inizia il periodo del suprematismo: trasforma in immagine-segno la realtà tridimensionale circostante in cui non è più il soggetto l’elemento principale ma il colore, la forma e il ritmo.“Ogni figura concreta può essere sostituita da una non oggettiva”

Molti considerano il suprematismo di Malevich troppo stravagante, ma ci sono anche diversi artisti che lo seguono. Tra loro: Ol’ga Rozanova, Ljubov’ Popova, Aleksandr Rodcenko (in mostra).

La non-oggettività russa è ricca di significati e gli artisti la interpretano in modi diversi. Come Pavel Filonov, un pittore filosofo che, nelle sue opere, fa coincidere il non-oggettivo e il figurativo. Interessato ai problemi del mondo percepisce la tragedia in arrivo con la Prima Guerra Mondiale

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Pavel Filonov, Il banchetto dei re, olio su tela 1912-13

Dipinto un anno prima dello scoppio della guerra è un concentrato di disgrazie della Russia. Le figure grottesche sono immerse nelle tenebre e incarnano la disperazione del vivere.
Ekaterina Serebrjakova, la moglie di Filonov scriverà nel suo diario nel 1936 (quando, con Stalin al potere, l’artista verrà censurato): 
“… Ieri la ‘trojka’ […] ha chiesto a Pavel Nikolaevich di staccare dalla parete Il banchetto dei re, di metterlo sul cavalletto per studiare il metodo di lavoro. Per questo io dico: eccoli, sono tutti qui – Hitler, Chamberlain, Mussolini e tutti i fascisti del mondo…”

Negli anni della Grande Guerra il pensiero comune sull’insensatezza di quel disastro si esprime in forme stilistiche differenti, dal figurativo al non-oggettivo, dall’orrore alla idealizzazione. E i versi di Vladimir Majakovskij nella poesia A rispondere! del 1917 pongono domande che sono il nucleo della sollevazione rivoluzionaria
“Quando finalmente ti alzerai in tutta la tua altezza
Tu,
Che hai dato loro la tua vita?
Quando finalmente gli butterai in faccia la domanda:
Per cosa combattiamo?”

Arrivano gli anni della Rivoluzione nell’inverno del 1917-18, della vivacità, delle iniziative, delle speranze e della vitalità. Ma alla rivoluzione segue la guerra civile dal 1918 al 1921 accompagnata dalla delusione politica, dalla fame, dalla malattia e dal freddo.

Tra gli ottimisti Chagall propone il tema della libertà dopo la rivoluzione: “La rivoluzione mi ha scosso con tutta la sua forza, impadronendosi della personalità, del singolo uomo, del suo essere, traboccando dai confini dell’immaginazione e irrompendo nel mondo sentimentale delle immagini, che diventano a loro volta parte della rivoluzione” (Marc Chagall, L’angelo sopra i tetti, 1989). La sua scelta artistica spazia nella poesia e rappresenta quel mondo circoscritto che conosce, dando vita a un universo umano completo, fatto di colori intensi e forme scomposte 

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Marc Chagall, La passeggiata, olio su tela 1917

Una tela dove le metafore raccontano come all’amore la terra non basti. Vediamo uno Chagall che guarda al futuro con ottimismo e che esprime sia l’amore per la moglie Bella che la speranza per la rivoluzione. Ma sono così tante le fantasie a cui questo dipinto dà vita, stimola così intensamente l’immaginazione da far nascere una varietà di possibili interpretazioni che richiederebbero uno spazio a sé. In questo, mi limito a dire che è bellissimo vedere il dipinto dal vivo. 

 

Boris Grigor’ev esprime il presentimento della catastrofe in un ciclo di opere chiamato “Raseja” dove il soggetto principale sono i contadini, con lo sguardo fisso e severo che non rivela speranze, e la terra, un paesaggio con colline e i covoni. Grigor’ev non vede nella rivoluzione un cambiamento per la situazione dei contadini

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Boris Grigor’ev, Terra contadina (dal ciclo Raseja) olio su tela 1917

“Nei giorni della rivoluzione, quando le persone hanno smesso di osservarsi, quando si sono aperti al cento per cento, mettendo a nudo senza vergogna la carne umana fino alla bestialità, ho provato a vedere il popolo intero, a trovare le sue fonti” Boris Grigor’ev, Ricordi 1918

 

Tra i pittori che dipingono il passaggio da una vita all’altra c’è Boris Kustodiev che ritrae per il pubblico soggetti gioiosi, per i quali è conosciuto come un ottimista, e in privato quadri dove esprimere dolore e amarezza per quanto sta succedendo.

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Boris Kustodiev, Festa in onore del II Congresso dell’Internazionale comunista del 19 luglio 1920. Dimostrazione sulla piazza Uritskij, olio su tela 1921

Il pittore disegna dal vero osservando, nei suoi giri in macchina, i fatti della vita cittadina, i particolari e li inserisce in questo quadro che esprime l’atmosfera di esultanza dalla quale si è lasciato cogliere.

 

Per sfuggire alla fame e al freddo molti si recano in Bielorussia e anche Marc Chagall torna a Vitebsk, sua città natale. Invita Malevich ad andare con lui.
I due artisti, entrambi noti e apprezzati, sono agli antipodi come scelte pittoriche. Tra i due stili è il suprematismo di Malevich a rispondere maggiormente alle esigenze del periodo e a rappresentare la trasformazione politica e sociale in quanto non-oggettivo e antiborghese. Invece a cosa potevano servire le mucche volanti di Chagall? Cosa portavano le sue fantasie alla rivoluzione e alla nuova situazione sociale?
Chagall non discute con i suprematisti e il governo della sua città e torna a Mosca, dove ritrova la fame e il freddo e la desolazione.

 

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Kazimir Malevich, Quadrato nero – Croce nera – Cerchio nero, olio su tela 1923 circa

In questo trittico l’artista utilizza figure geometriche semplici. La croce, il quadrato e il cerchio sono le forme elementari del suprematismo di Malevich che, derivandole dall’arte russa e dalla tradizione delle icone, mantiene il legame con il passato.

 

A metà degli anni ’20 subentra una nuova esigenza di arte, subordinata all’ideologia socialista. È necessario un nuovo linguaggio artistico per rappresentare i cambiamenti avvenuti, non si può certo continuare a dipingere in uno stile borghese! 
“Non è possibile ora dipingere un nostro stacanovista nella posa di un commerciante o di un fabbricante […] e l’artista deve vedere questo portamento ed essere in grado di mostrarlo” (Aleksandr Dejneka).
Così l’arte comincia ad essere considerata funzionale al nuovo sistema e deve riprodurre l’entusiasmo e lo slancio per il mondo socialista.
Anche Malevich riflette sullo ‘stile dell’epoca’ e sulla necessità del quadro tematico e, infine, rientra nei confini della riconoscibilità anche se la sua priorità è sempre l’arte che può solo raffigurare la sensazione ma non la realtà stessa. Lavora molto in questo periodo e tenta una lingua espressiva che chiama supronaturalismo: cambia la direzione del suprematismo ma non tradisce il suo stile. Realizza, tra la fine degli anni ’20 e l’inizio degli anni ’30, un ciclo di immagini contadine in cui esprime la loro condizione pesante, espropriati oltreché della terra anche della libertà di spostarsi.
Nel 1925 viene privato del sussidio e vive in ristrettezze tali da non poter far partecipare le sue opere alle mostre estere.
In Torso giallo esprime lo stato d’animo di quegli anni

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Kazimir Malevich, Presentimento complesso (Torso in camicia gialla), olio su tela 1932 circa

Sul retro del dipinto, in cui il giallo della camicia è come un grido mentre la casa rossa sullo sfondo rafforza la desolazione, si trova scritto “complica[to] presentimento/ 1928-32/ La composizione si è formata/ di elementi, dalla sensazione/ di vuoto, solitudine, disperazione del vivere/ […]/ Kuntsevo.” Malevich si paragona a Giordano Bruno e si sente un rivoluzionario dopo che la Russia, con Stalin, è virata verso la dittatura.

 

Anche per Filonov le cose vanno male, le sue opere non vengono accettate alle mostre e sono criticate perché rappresentano una realtà arida al posto delle immagini entusiaste e ottimiste che devono dare lustro alla nuova società. Per adeguarsi e cercare di sopravvivere accetta di dipingere un ritratto di Stalin che però viene giudicato troppo realista e privo dell’enfasi e dell’idealizzazione necessaria.

Dopo la morte di Lenin è necessaria una nuova ideologia e il potere di Stalin ha bisogno di consenso. Il dissenso non è tollerabile e viene pretesa la celebrazione. L’arte deve seguire questa direzione e rappresentare i temi della nuova storia: il lavoro, lo sport, le cerimonie. La positività degli eventi deve essere illustrata in chiave figurativa, portata sulla tela in modo facile da cogliere. I personaggi devono esser riconoscibili per potersi identificare e non astratti, come nell’opera di Malevich slegata dalla storia e dalle vicende politiche e ispirata a forma pura.
A testimoniare questo cambio di rotta ci sono le opere di Aleksandr Samochvalov

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Aleksandr Samochvalov, Il Komsomol militarizzato, olio e tempera su tela 1932-1933

In questo quadro di grani dimensioni Samochvalov raffigura i giovani comunisti che si preparano alla difesa del paese.

 

Nel 1932 vengono raccolte in una mostra al Museo Russo opere di Malevich, Filonov e altri pittori a celebrare la grande ricchezza artistica della Russia. Dopodiché tutte le opere, artistiche, letterarie, teatrali, musicali che non corrispondono alle nuove direttive vengono censurate e nascoste nei magazzini dei musei.
L’arte russa dei primi anni ’20 del Novecento viene cancellata verso il 1932, anno che segna la fine dell’avanguardia artistica della nazione.
Avanza il realismo socialista che celebra il potere operaio e l’arte scivola verso la propaganda.

 

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Vera Muchina, Modello per “L’operaio e la kolchoziana” bronzo 1936

 

Le opere nascoste dopo il 1932 sono riemerse e visibili al pubblico solo dagli anni 80.

Concludo esprimendo il piacere provato nel visitare questa mostra dove la Storia raccontata dall’Arte è resa in maniera precisa, viva e coinvolgente. Una delle cose che mi hanno colpito è anche la presenza di un certo numero di opere femminili che mostra come le donne non sono presenti solo come modelle e soggetti da ritrarre, in questa complicata stagione dell’avanguardia russa, ma anche artefici riconosciute nella scena artistica.

 

29 Comments

  1. Premessi i doverosi complimenti a questo tuo post dedicato ad una mostra splendida, mi pare di intuire, e che non fosse per la logistica ( a me) infausta io stessa sarei felice di visitare, si dà il caso che proprio oggi alcuni miei colleghi mi abbiano parlato dell’influenza delle avanguardie anche in molte delle inquadrature de La corazzata Potemkin di Ejzenštejn (le scene di massa, la forte valenza pittorica di alcune inquadrature, l’esaltazione delle macchine). Gli anni Venti in Russia sono tutto; poi, come dici tu stessa, l’arte degenera- fatalmente- nella propaganda, come purtroppo accade in tutti i regimi totalitari.
    A tale proposito mi permetto di segnalarti il deliziosamente caustico Propaganda monumentale , a cui NonSoloProust dedica un godibilissmo post:
    https://nonsoloproust.wordpress.com/2010/11/03/propaganda-monumentale-vladimir-vojnovic/
    Ciao 🙂

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    1. Grazie per i tuoi complimenti e per le tue osservazioni e grazie anche per il post che hai linkato. Mi anticipi sul tema dell’arte della propaganda russa perchè (se riesco) vorrei scrivere proprio di un’altra mostra che ho visto in merito dove c’erano anche spezzoni di film e il cinema, come strumento di propaganda, era essenziale. Ejzenstein era della giovane generazione che aveva spazzato via la vecchia guardia russa e che considerava il cinema non come un intrattenimento ma per la sua valenza sociale ed educativa. Utilizzava effetti di montaggio e costruzione delle senso utili a veicolare emozioni. Anche questa generazione ha dovuto, in seguito, accettare le reti rigide dello stalinismo

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  2. Posso solo complimentarmi. E sperare che la mia terribile pigrizia non mi faccia perdere questa mostra, avendo con una certa frequena l’occasione di transitare dalle parti di Bologna. Complimenti davvero per questa restituzione. .

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  3. bellissimo post; mi piacerebbe molto vedere la mostra – la consolazione è che almeno con questo tuo scritto ne posso immaginare la portata. mi piace proprio l’impostazione, cioè percorrere la storia attraverso l’arte e viceversa, in un momento di svolta epocale. nel tuo post c’è grande accuratezza e chiarezza, complimenti!

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  4. La mostra appare molto interessante, anche per l’eccezionale qualità delle opere esposte, raggruppate secondo un percorso visivo molto stimolante. Dura fino a maggio, quindi rimane un po’ di tempo per vederla. Grazie delle preziose indicazioni e complimenti per l’accuratezza della tua presentazione. Un saluto.

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  5. I miei complimenti più sinceri, continuo a dirtelo: ” Sei una miniera preziosa”
    Appena mi sarò ristabilita, sarò pronta per visitare questa mostra, grazie all’interesse e alla curiosità che il tuo scritto è riuscita a suscitarmi
    Un caro saluto
    Adriana

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  6. Che splendida mostra! La sto scoprendo adesso con questo tuo bellissimo post! Farò di tutto per andarci, mi interessa molto, anche perchè è proprio in sintonia con alcune letture che sto facendo e ho intenzione di fare. In fondo, da Palermo a Bologna c’è l’aereo e per Repin, Serov – che adoro – e per Malevich (che non adoro, mi lascia perplessa ma voglio poter vedere in originale)… questo ed altro 🙂
    Grazie! 🙂

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    1. Oltre a quelli che hai nominato ci sono altri artisti e artiste da scoprire. Anzi, tutto un mondo è da scoprire. Malevich ha portato all’estremo la sua astrazione ma il suo percorso viene descritto bene nella mostra e lui ne è uno dei protagonisti più noti. Grazie e un caro saluto

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  7. Ma dai, l’ultima opera che presenti, “L’operaio e la kolchoziana”, è stata usata come logo dalla Mosfilm, la più celebre compagnia cinematografica sovietica. Non avevo la minima idea che fosse una statua realmente esistente al di fuori del logo! 🙂

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    1. Ed è proprio una statua. L’ho messa alla fine della mia descrizione ma in mostra la incontri appena entri. Niente da dire, è bella ed entusiasma (come era probabilmente il suo scopo). Grazie del passaggio 😊

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  8. Sempre restando più o meno nei dintorni del tema, ti segnalo la bella mostra Russia on the road (1920-1990) che ho visitato nel 2015 al Palazzo delle Esposizioni a Roma, anche quella meritava parecchio. Sicuramente la conosci e l’avrai visitata anche tu, ma nel dubbio spero di far cosa gradita mettendo il link alla pagina d’archivio, in cui è presente anche una buona galleria di immagini

    https://www.palazzoesposizioni.it/mostra/russia-on-the-road-1920-1990

    P.S. Anche io avevo riconosciuto con piacere la statua-logo della Mosfilm, che mi è sempre piaciuta ma che nemmeno io sapevo di chi fosse 🙂

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    1. Ti ringrazio molto della segnalazione e no, non ho visto quella mostra. Roma purtroppo è un po’ furi dal mio raggio d’azione e mi perdo tante belle cose. Ma ho guardato con interesse la pagina di archivio del link.
      Il bronzo è l’opera più famosa della scultrice Vera Muchina ed è diventata simbolo dello stato sovietico. Si tratta di un modello per il padiglione sovietico all’Esposizione universale del 1937 a Parigi. Si era tenuto un concorso a porte chiuse nel 1936 e ha vinto lei con questo progetto.
      È stato usato acciaio inossidabile per la sua realizzazione, un gruppo in metallo alto 24 metri.
      Ciao 🙂

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  9. Ho letto recentemente un saggio di Todorov sullo stato dell’arte negli anni della rivoluzione. Spicca la figura di Malevich, che, come molti altri artisti, stenta ad affermare e difendere la propria autonomia..
    Ne ho parlato qui: http://ilcavallodibrunilde.blogspot.it/2017/12/larte-nella-tempesta.html
    Ciao e complimenti per la documentazione di una mostra che mi sarebbe piaciuto vedere ma che una caviglia rotta mi impedisce di visitare.. 🙂
    Giacinta

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    1. Cia Giacinta mi dispiace per la tua caviglia ma spero di averti potuto offrire qualche bella immagine della mostra. Ti ringrazio della segnalazione del saggio di Todorov e ho letto con interesse il tuo post
      Gina

      Piace a 1 persona

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