Una storia europea chiamata Rivoluzione

“Cento anni dopo cosa è la Rivoluzione d’Ottobre? Un simbolo, uno spartiacque o una data scomoda, che con difficoltà sollecita la memoria europea? Noi pensiamo che sia una chiave d’accesso per descrivere la storia d’Europa. E costituisca per questo una data del nostro calendario civile.
L’esperienza della Rivoluzione d’Ottobre – per quanto abbia generato, con l’espansione del movimento comunista, conseguenze a livello globale – è stata soprattutto un’esperienza europea, che ha impresso il suo marchio su tanta parte della storia delle passioni politiche e civili di noi europei e sui percorsi che abbiamo tracciato per definire dove iniziava e dove finiva l’Europa” (Chiara Missikoff)

Dopo Revolutija, che mostra come l’arte si sia fatta interprete sensibile di aspettative, tensioni e trasformazioni di quanto è accaduto un secolo fa, descrivo un altro IMG_0196.jpgpercorso espositivo che ha messo in luce gli aspetti ideali e ideologici che hanno caratterizzato la comunicazione negli anni della Russia sovietica e, attraverso le figure chiave, le parole d’ordine, le idee trasmesse, l’immaginario che l’ha accompagnata.
1917-2017 Una storia europea chiamata Rivoluzione ha presentato una selezione di manifesti e cartoline, pubblicazioni e pellicole del cinema russo – che fanno parte della Collezione Alberto Sandretti, conservata presso la fondazione Giangiacomo Feltrinelli – dal 7 novembre 2017 al 7 gennaio 2018 alla Fondazione Feltrinelli in Viale Pasubio a Milano. Sono riuscita a visitare l’ultima parte, prima della chiusura, e ho letto i testi che storici e studiosi della Russia sovietica hanno scritto nel piccolo catalogo della mostra (da questi provengono citazioni e riflessioni che seguono).

La cornice in cui si inserisce questo percorso è la ricerca dell’identità europea e della sua storia: “la storia come modo di pensare i nodi del presente, ma anche per ricostruire il senso della sua genealogia”, scrive Massimiliano Tarantino.
Cos’è stata la Rivoluzione russa e cosa ci ha lasciato?IMG_4813.jpg
“Il 1917 è un anno fondante del processo storico mondiale e in particolare europeo” perché quella rivoluzione, che era stata tanto attesa da un pensiero radicale antisistema lungo più di mezzo secolo in Europa, si è attuata in un territorio che era rimasto in ritardo rispetto al progresso degli stati europei, un territorio che viveva ancora di strutture feudali e che “recupera il suo ritardo con la modernità grazie a un evento cruciale quanto repentino, una modalità che poi diventerà cifra distintiva di tutto il Novecento”.
Il confronto e il dialogo tra Russia ed Europa c’è stato sempre, prima e dopo il 1917, ma è soprattutto dopo che si è fatto inquieto e spesso conflittuale, e ha costruito la storia moderna e contemporanea, ha costruito l’Europa moderna politica e geografica, con tutto quell’avvicinarsi e allontanarsi di confini, e per questo non dobbiamo pensare alla rivoluzione russa come storia di IMG_4807.jpgaltri. “La rivoluzione del 1917 si presenta, fin dall’inizio, come una vera storia europea” ribadiscono Marcello Flores e Gian Pietro Piretto, perché è proprio con la rivoluzione che la Russia è entrata in Europa a far parte della sua storia. All’inizio Lenin e i dirigenti bolscevichi intendevano la rivoluzione d’ottobre del 1917 come un primo passo necessario per favorire la rivoluzione in Europa – come effetto domino doveva estendersi ad altri stati – ed è dopo lo scoppio della guerra civile, nel 1918, che la rivoluzione è diventata propriamente russa e gli intrecci con l’Europa si sono fatti più complicati.
Un’esperienza, quella socialista, che è durata settant’anni, fino al 1989 e1991 – gli anni della crisi e del crollo del comunismo – e che, anche se non è più di attualità politica, rimane un’eredità storica alla quale sono rivolti sguardi differenti, a seconda che provengano dall’interno o dall’esterno.

Lo sguardo ‘dall’interno’, di Boris F. Martynov, mette in luce la razionalità e l’irrazionalità sempre presenti a complicare il dibattito sui fatti successi nel 1917 in Russia. Un dibattito che ritiene non finirà mai e che implica “accettare la nostra storia così com’è. Con i suoi lati luminosi e quelli bui”.
“Il mondo moderno ha ereditato il sistema istituzionale creato per molti aspetti dalla potente Unione Sovietica. La realizzazione di questa missione davvero globale non comportò solo fallimenti, ma anche grandi successi della nostra Patria: la vittoria sul nazismo e la conquista dello spazio, il contributo al mantenimento della pace a livello mondiale e all’eliminazione del colonialismo, alla riduzione delle armi di distruzione di massa e alla nascita della discussione sulla ridefinizione del concetto di ‘diritti dell’uomo’ in termini sociali ed economici. Gli eventi del ’17 in Russia aiutarono il mondo a liberarsi del predominio delle grandi potenze e a diventare ai nostri giorni davvero multipolare”.

Lo sguardo dall’esterno, quello che l’Europa ha rivolto alla Russia, è intrecciato da osservazioni acute e intelligenti ma anche, scrive Marcello Flores, da “una caterva di visioni semplificate e banali, fossero esse di condanna o di elogio”.
Per un decennio dopo la Rivoluzione di Ottobre lo sguardo europeo è stato di due tipi: quello duplice dei movimenti operai e dei partiti socialisti e quello dei pochi ‘viaggiatori’ che si recarono sul posto.
I partiti socialisti e comunisti europei hanno mostrato entusiasmo per la rivoluzione e dinamismo nel cercare di portarla in Europa. Ma dopo il II Congresso del Comintern, che costruì regole rigide e organizzazioni verticistiche, il movimento operaio si divise tra i sostenitori di Mosca e i critici, soprattutto dopo la morte di Lenin e il potere di Stalin.
I primi viaggiatori che riportarono uno sguardo dalla Russia furono soprattutto inglesi: nel 1920 sono stati Il filosofo e matematico Bertrand Russel e il romanziere e saggista Herbert G. Wells. Russel tendeva a giustificare la miseria e la durezza della vita sovietica con la crudeltà del passato e così pure Wells, riportando la miseria e le privazioni, rilevava il ruolo dello zarismo e della guerra ritenendo il bolscevismo inevitabile.
La curiosità di conoscere come si stava sviluppando questo ‘esperimento’ ha condotto nel 1925 in Urss l’economista John Maynard Keynes che riportò due osservazioni: il leninismo come un miscuglio di religione e affari e la critica verso l’indottrinamento e l’autoritarismo.
A quel punto il “mito della rivoluzione” era ormai stabile nell’immaginario europeo e mondiale: l’URSS era il primo Paese ad avere vinto il capitalismo e la proprietà privata e a rafforzare questo mito era il fatto che le potenze mondiali erano ostili e non tolleravano i cambiamenti sociali avvenuti.
Tra la fine del 1926 e l’inizio del 1927 si recarono in Russia anche lo scrittore austriaco Joseph Roth e il filosofo tedesco Walter Benjamin. Quest’ultimo rimase dentro la cultura della rivoluzione e criticò Roth che, invece, si mostrò critico.
Quindi, a dieci anni dalla Rivoluzione, nel 1927 hanno cominciato a emergere opinioni divergenti tra chi giustificava e legittimava gli avvenimenti russi e chi invece ne prendeva le distanze, tra i delusi che abbandonavano il sogno comunista e i nuovi adepti.
Nel 1929, quando la crisi economica strinse l’America, la Russia fece invece un enorme balzo avanti nella industrializzazione e nella meccanizzazione diventando, anche politicamente, l’unica potenza in grado di contrapporsi al fascismo e al nazismo avanzanti in Europa. Ed è nato così un nuovo mito: quello del progresso e dell’antifascismo russo. Anche se questi furono gli anni del Grande Terrore gli intellettuali democratici e i partiti socialisti guardarono alla Russia con fascinazione (e quelli che si allontanarono, come André Gide, vennero criticati ferocemente).
Un breve periodo interruppe quest’idillio, in occasione del patto russo-tedesco nel 1939, ma dopo un paio d’anni, con l’aggressione nazista all’Unione Sovietica, il mito si è riformato.
Lo sguardo europeo all’URSS si è poi complicato, frammentato ed è diventato conflittuale nel periodo della guerra fredda con la divisone del mondo in due blocchi contrapposti. Ma l’anno della svolta, il punto di non ritorno, è stato il 1956.

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La mostra, per raccontare il confronto tra la Russia e l’Europa, è stata costruita in tre percorsi: le idee, l’economia e la propaganda.

Le idee

La rivoluzione russa, a differenza delle rivoluzioni dell’Ottocento che l’hanno preceduta, ha resistito diventando così un incubo per gli altri stati europei ma anche un riferimento IMG_0195per il mondo socialista. Per affermare il proprio progetto politico la Rivoluzione doveva comunicare l’idea del passato e quella del futuro. Per questo ha usato linguaggi e codici che si rifacevano alla tradizione ma anche alla creatività dei nuovi artisti.
Le idee da trasmettere erano:
· la Pace, manifestata come necessità da Lenin e dai rivoluzionari bolscevichi contro lo zar e la Duma che avevano mandato 18 milioni di uomini in guerra, togliendoli al lavoro e lasciando le famiglie in miseria;
· Il Popolo, come protagonista della storia e del proprio destino;
· La Terra a tutti, senza più padroni e senza più servi;
· Il riscatto delle Donne che avevano maturato una nuova coscienza del proprio ruolo, non solo di mogli e madri ma anche di lavoratrici, partecipi della scena pubblica e titolari di diritti.

L’economia

Dopo la Prima Guerra Mondiale era necessario un rinnovamento dell’assetto economico per sostenere l’accresciuta produzione industriale e i due modelli erano gli Stati Uniti da una parte e dall’altra la Russia.
Con la crisi americana del 29 si è guardato al modello russo con maggior interesse, anche se misto a timore. La Russia aveva avviato un grande processo di modernizzazione ridefinendo i rapporti tra Stato ed economia, le pratiche di lavoro in rapporto alla vita IMG_0197.jpgquotidiana.
Nel blocco tra le due potenze, proprio in mezzo, si collocava l’Europa che guardava all’industrializzazione capitalista americana ma anche alla produzione sovietica in cui l’uguaglianza sociale sembrava garantire efficenza produttiva.
L’industrializzazione massiccia è stata rappresentata con manifesti di fabbriche e strutture stilizzate di grandi proporzioni; la coltivazione della terra con trattoristi e donne sorridenti. E qui si inserisce il terzo filone della propaganda, mezzo per idealizzare idee ed economia della nuova società socialista.

La propaganda

La propaganda è diventata l’arte del regime che “con le sue opere deve far apparire l’Urss come ‘il paese più felice del mondo’. Le immagini di famiglie sorridenti, di donne che si fanno forti dei loro IMG_0193.jpgnuovi diritti acquisiti, di un popolo che guarda fiducioso al proprio futuro, sono gli snodi della costruzione di un’utopia che ingloba i connotati dei destinatari di quelle immagini in un più grande universo collettivo, indirizzando il nuovo uomo e la nuova donna dell’Unione Sovietica verso comportamenti idonei allo sviluppo della macchina statale” (Chiara Missikoff)

Il cinema ha svolto un ruolo di primo piano.
“Il cinema sovietico ha in larga misura determinato la nostra visione del cinema come arte per le masse e forgiato una nuova visione del mondo” scrive Federico Rossin,  raccontandone l’importanza e delineando la sua eredità in Occidente.
Il cinema è stato visto da Lenin e dai capi del partito bolscevico, sin dall’inizio della rivoluzione, come uno strumento di enorme potenzialità educativa e di propaganda politica. Nella Russia del 1919 la popolazione era composta da molte nazioni ed etnie e, in queste, l’analfabetismo era diffuso. Come spiegare la Rivoluzione al popolo? Le nuove tecnologie potevano essere i “mezzi per trasformare una società retrograda” e sin dai primi anni 20 “si decise di determinare per ogni proiezione pubblica una quota obbligatoria di film a scopo didattico e di propaganda”.
La generazione più giovane di registi rifiutò il cinema inteso come spettacolo di intrattenimento, dove lo spettatore era soggetto passivo, a favore di un cinema in cui “lo spettatore fosse un partecipe soggetto pensante, stimolato continuamente nell’occhio (il cine-pugno per scuotere il pubblico), nel corpo (la teoria dell’estasi raggiunta attraverso la forma) e nel cervello (il cinema intellettuale). Le emozioni andavano studiate e veicolate attraverso calcolati effetti di montaggio, e la costruzione del senso doveva nascere dal combattimento contro la falsa immediatezza del naturalismo borghese […] La forma filmica diventava così il grimaldello con cui aprire il ricco scrigno ideologico della Rivoluzione alle genti di tutte le Repubbliche dell’Urss” (F. Rossin).
Il cinema poteva costruire nuove mitologie culturali e tradurre nell’immaginario la retorica del lavoro. La lotta di classe era un aspetto centrale e teoria e prassi erano collegate dalle immagini, dalle sequenze durante il processo di montaggio, dalla scelta dei piani, dal movimento.
Lenin il 27 agosto 1919 aveva nazionalizzato l’industria cinematografica e lo Stato ne era diventato l’unico proprietario.
“Con l’arrivo al potere di Stalin i cineasti d’avanguardia avranno di fronte a sé solo due scelte obbligate: l’integrazione organica dentro le nuove strutture del dominio (e della riorganizzazione coattiva del lavoro), e l’autodissoluzione nel silenzio e nell’utopia produttiva” (P. Bertetto). Il che ha significato la riduzione della straordinaria inventività di cui aveva dato prova il primo cinema sovietico a macchina di propaganda: negli anni 30-40-50 è stato il realismo socialista a imporsi.

IMG_4854.jpgIl sistema di iconografia sovietica si è costruito sulla antica cultura visuale russa. Le icone o immagini sacre (obraz) e le stampe popolari del XVII secolo (lubok) sono state riprese e trasformate nella cartellonistica di propaganda, nella fotografia e nell’arte di massa. Immagini non narrative ma rappresentative di un’idea, di un concetto semplice da trasmettere.
È il 1934 l’anno in cui è stato proclamato il realismo socialista. Gli anni trenta sono stati gli anni di Stalin che ha inteso chiudere tutte le arti, la cultura e la società in una rappresentazione della realtà non veritiera ma trasfigurata a mostrare i benefici del nuovo mondo socialista. Il criterio principale di questa trasformazione era quello del ‘funzionamento’ e non ci si poneva neppure il problema della verità o della menzogna. La trasmissione dell’ideologia era l’unico risultato da conseguire.
Gli aspetti trionfalistici diventarono quindi la cifra di manifesti diIMG_0191.jpg propaganda e di opere d’arte. Lo spazio maggiore era riservato alla celebrazione del socialismo e alle sue conquiste. Le immagini dovevano essere facilmente interpretabili dalla massa del popolo e i manifesti di grandi dimensioni, con colori luminosi, con una grafica chiara e di facile comprensione hanno sostituito le sperimentazioni dell’avanguardia russa.
La situazione iniziò a cambiare solo dopo il 1956, con la denuncia di Chruscev dei crimini di Stalin. In quell’anno fu fondata la casa editrice Agit-Plakat (Manifesto d’agitazione) e la grafica cambiò, il linguaggio divenne più simbolico, le forme più decostruite e ammorbidite, vennero introdotti colori nuovi.
Dagli anni Sessanta alla fine dell’Urss lo stile si fece più sciolto, con montaggi di figure e scritte, con stilizzazioni a celebrare le conquiste spaziali, negli sport, nella musica e in ogni attività della vita russa.

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“Woww… avevano già previsto Trump!” ho pensato di fronte all’immagine di questa rivista del 1963

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Jurij Gagarin, simbolo della gioventù sovietica che con il lavoro e lo sport conquista anche lo spazio

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Infine, una domanda: siamo in grado, dopo il secolo trascorso, di avere uno sguardo corretto politicamente e di giusta distanza nei confronti di eventi storici cruciali come quelli della Rivoluzione Russa?

5 Comments

  1. Domanda da un milione di dollari, credo! Consumata quell’esperienza dopo il processo irreversibile di disgregazione dell’impero sovietico, vorrei aggiungere sommessamente, la sinistra europea, tutta, non solo quella italiana, è stata in grado di ridefinirsi elaborando strategie che tenessero conto di quegli errori per evitare di rifarli?

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    1. Martynov scrive che questo secolo passato non è probabilmente sufficiente per riuscire a conoscere in maniera corretta quello che è stato e riuscire a guardare agli eventi con uno sguardo minimante obiettivo. E in effetti siamo ancora troppo dentro quella storia che influenza fortemente il nostro presente e ragioniamo ancora con categorie che derivano dai fatti del secolo scorso. E come potrebbe essere diversamente se la sinistra di oggi è erede di partiti che in Europa si sono sempre conformati secondo l’adesione o la distanza dal modello sovietico? Dopo le macerie che questo ha lasciato c’è un vuoto di identità nella sinistra che neppure l’appello ai valori è sufficiente a colmare (e quei valori a volte mi sembrano troppo ballerini e usati più per ottenere consenso che per convinzione). Ciao laulilla e grazie della tua osservazione.

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      1. È così, infatti: nel bene o nel male quello era il riferimento, crollato il quale è crollata l’intera sinistra in Europa. Il modello non funzionava più da tempo, ma la sconfitta di quel modello è diventata la sconfitta di tutte le forze politiche che a quel modello si rifacevano, anche presentandosi come alternative. Sconfitta epocale, dalla quale non siamo usciti con strategie praticabili; l’unica strategia (di contenimento) del liberismo trionfante (ma dico anche questo sommessamente poiché non piace a molti) è stata il blairismo, non a caso, secondo me, nato dal labour, storicamente lontano dai modelli socialdemocratici. Sarebbe bene, ma è molto difficile, proprio per essere dentro ancora a quelle macerie, che si prendesse atto dell’irrimediabilità di quella catastrofe e si cercasse di uscirne, prima che le ingiustizie diventino troppo grandi e non più controllabili democraticamente. I segnali, purtroppo, non mancano.
        Grazie a te, Gina per aver aperto questa interessante conversazione.

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      2. Chissà come sarà in grado la sinistra di uscire da questa stagnazione, nella quale il neoliberismo trionfa! Al presente in Italia non vedo soluzioni (e il quadro delle prossime elezioni non è incoraggiante). Cancello il doppio commento e buona domenica a te

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