L’amica geniale

“L’agire dell’uomo si sgonfia fin troppo facilmente, egli presto si invaghisce del riposo assoluto. Perciò gli do volentieri un compagno che lo pungoli e che sia tenuto a fare la parte del diavolo”
L’epigrafe all’inizio del romanzo, tratta dal Faust di di J.W.Goethe, è perfetta per quello che andremo a conoscere

Ho letto, uno dietro l’altro, i quattro romanzi della serie L’amica geniale. Li avevo accantonati nella mia libreria in attesa del momento di prenderli in mano e, quandolibri-elena-ferrante2-500x375.jpg quel momento è arrivato, non li ho lasciati fino all’ultima riga della storia, anche se ci ho impiegato un po’ di tempo perché ogni libro è lungo 400 pagine, più o meno.
So che questi romanzi hanno avuto un certo successo anche all’estero e se ne trarrà una serie televisiva ma non saprei dire, con facilità, quanto mi sono piaciuti. Se dovessi usare una bilancia direi che l’interesse è stato superiore alla noia, che quasi non ricordo nonostante la lunghezza dei testi.
Invece ricordo bene altre emozioni e sentimenti che i libri hanno richiamato perché, anche se gli anni raccontati non sono gli stessi nei quali il lettore e la lettrice hanno vissuto la propria infanzia-adolescenza-giovinezza, parlano di cose che, in modi diversi, ci riguardano tutti: la fatica di vivere, l’energia e il dinamismo nella lotta quotidiana o il lasciarsi andare; le delusioni e la capacità o meno di recupero; l’attraversamento delle diverse fasi dell’età, le richieste del mondo, i rapporti con gli altri e soprattutto, lo sforzo di capire chi si è e cosa si vuole dalla vita. È tutto questo che porta a identificarsi con i personaggi della storia che parla di amicizia intrisa di ammirazione, condivisione e competizione; della famiglia, un nido e un peso insieme, con le richieste che non coincidono mai tra genitori e figli; del corpo che cambia e, a chi è adolescente, sembra sempre avere troppo o troppo poco; degli amori che non sai, non puoi sapere a 15, a 16 anni, se siano solo sogni a occhi aperti o si aprano al futuro. E lo studio. E le scelte sbagliate. E l’inquietudine che non si placa se non dedicandosi con tutta se stessa all’impegno che si è assunto. Sfibrarsi sui libri oppure cercare altre strade.
Ma non bisogna fare l’errore di considerare, questi di Elena Ferrante, solo romanzi di vita privata perché sono anche romanzi sociali in quanto la storia delle/dei protagonisti è strettamente intrecciata con l’ambiente e l’epoca in cui vivono, con le trasformazioni, con la politica e la violenza, con gli ideali e la loro caduta. Come fosse un piccolo atlante di quanto è avvenuto in Italia nella seconda metà del Novecento.

Non intendo qui soffermarmi sull’identità di Elena Ferrante, che pure ha tenuto banco per tanto tempo sui giornali: chi è chi non è; è un uomo o è una donna (ecco, forse questo potrebbe essere un punto interessante per riflettere sulle differenze tra scrittura femminile e scrittura maschile); o se siano più di due le mani che hanno scritto questi testi (in certi passaggi ho pensato anch’io a più autori, per come sono trattati temi diversi e personaggi diversi). Mi concentro solo su alcuni aspetti dei libri, senza scendere nei dettagli della trama perché è avvincente seguire la storia e non voglio togliere il piacere di scoprire cosa succede poi; descrivo solo quel tanto che basta, e che si trova anche nelle copertine e nelle prime pagine interne, a evidenziare le parti che hanno stimolato il mio interesse. In primis le due protagoniste, la loro personalità, il rapporto che hanno tra loro e le scelte diverse che le riguardano: quello che per me è il tema dell’amicizia al femminile, un legame che ha un ruolo determinante nello sviluppo di ogni donna perché si tratta di una relazione nella quale ci si esercita a regolare le distanze, a mettere alla prova le aspettative, a sopportare delusioni e a creare o superare le dipendenze affettive. In secondo luogo il mio interesse si è rivolto ai temi sociali e politici che si legano alle vicende private e acquistano uno spazio rilevante soprattutto nella seconda metà della storia. Mi rendo contro, invece, di avere trascurato le figure maschili che pure hanno un posto di rilievo, soprattutto quelle meno edificanti, ma ce ne sono anche altre che meriterebbero di essere riconosciute. E adesso passo al primo libro che si intitola proprio L’amica geniale, edizioni e/o 2011, e che racconta infanzia e adolescenza di due protagoniste che si faranno calamite della Storia più grande.

3413688_681367.jpgLa voce narrante è quella di Elena Greco (Lena o Lenù), e la figura in sovrimpressione è Raffaela Cerullo (Lina o Lila). Sono nate nel ’44, la generazione del dopoguerra. Noi le conosciamo quando, a sei anni, diventano amiche inseparabili
“io, io e Lila, noi due con quella capacità che insieme – solo insieme – avevamo di prendere la massa di colori, di rumori, di cose e persone, e raccontarcela e darle forza”.
Devo dire che ho pensato potessero essere anche le due facce di una stessa persona di cui, ora Lila ora Lena, rappresentano la parte in ombra e quella in luce; oppure le diverse possibilità che la vita concede a una donna. La loro storia procede parallela ma con sviluppi diversi e pesca nei sentimenti difficili della crescita lasciadoli in uno spazio confuso di malessere.

Tutto inizia negli anni ’50 quando il mondo delle due bambine è confinato in un rione, tra la scuola e la famiglia, la strada e la biblioteca. Un rione di Napoli che nella descrizione dei rapporti tra le famiglie, che vivono a stretto contatto e conoscono tutto l’una dell’altra, potrebbe anche essere un borgo di campagna o il quartiere periferico di un’altra città. C’è chi ha fatto i soldi durante il fascismo e continua a esercitare il potere tra i silenzi della gente, come Don Achille e la famiglia Solara, e chi, invece, stenta a sopravvivere. Un posto dove “ le mazzate si davano, si ricevevano”. È, soprattutto, il posto degli amici che ritroveremo anche negli altri romanzi: Gigliola, Alfonso, Carmela, Pasquale, Enzo, Rino, Antonio, Ada. E ancora Melina, pazza d’amore, e Donato Serratore il ferroviere-poeta e gli insegnanti, la maestra Oliviero e la prof.ssa Galiani.

Il personaggio chiave, quello che affascina di più con il suo modo di inventarsi la vita, è Lila: una “bambina terribile e sfolgorante”.
Lena si descrive invece come una bambina bionda, bellina, dolce e non sfrontata come l’amica, capace ma non brillante come Lila che “già in prima elementare era al di là di ogni possibile competizione […] Lila faceva a mente calcoli complicatissimi, nei suoi dettati non c’era nemmeno un errore […] Lila era troppo per chiunque […] La sua prontezza mentale sapeva di sibilo, di guizzo, di morso letale. E non c’era niente nel suo aspetto che agisse da correttivo. Era arruffata, sporca, alle ginocchia e ai gomiti aveva sempre croste di ferite che non facevano mai in tempo a risanare. Gli occhi grandi e vivissimi sapevano diventare due fessure dietro cui, prima di ogni risposta brillante, c’era uno sguardo che pareva non solo poco infantile, ma forse non umano […] Ce l’avevano con lei sia le femmine che i maschi, ma i maschi più scopertamente […]
Sebbene fragile nell’aspetto, ogni divieto davanti a lei perdeva consistenza. Sapeva come passare il limite senza mai subirne veramente le conseguenze”.

Con Lila, Lena si sente sempre seconda e deve fare sforzi per non esserle da meno, convinta dentro di sé di non poterla mai superare in niente. L’affetto si confonde con la competizione, come succede in molte amicizie, e per Lena è una spinta a fare meglio, a impegnarsi a superare se stessa. Lila è per lei quel diavolo che la pungola, come nella citazione iniziale del Faust.
Chi è l’amica geniale tra le due?
Ma non è solo Lila, per Lena, a essere una spinta e una spina nel fianco, è anche la madre che rappresenta tutto ciò che lei non vuole diventare, il modello negativo da cui prendere le distanze. Anche se ci sono sprazzi nel racconto dove la madre si mostra invece una donna forte e capace, come quando dice alla figlia “Non sta scritto da nessuna parte che non ce la puoi fare”, unico incoraggiamento in mezzo a tante critiche che sembrano legate a una rivalsa personale spostata su questa figlia dotata.

In adolescenza le cose si capovolgono: quella studiosa e capace è Lena, che ha potuto proseguire con successo gli studi, e quella bella è Lila che si trasforma come il brutto anatroccolo in un bel cigno, alta e flessuosa, con una eleganza naturale. Lila, che deve interrompere la scuola ma non rinuncia a studiare e confrontarsi con l’amica. Lila, che impara da sola il latino e il greco, legge mezza biblioteca, disegna scarpe. Lila, che è talmente intelligente che qualsiasi cosa si mette in testa di fare la fa in modo eccellente
“meglio di come faceva da bambina, prendeva i fatti e li rendeva con naturalezza carichi di tensione; rinforzava la realtà mentre la riduceva a parole, le iniettava energia […]
Lila sapeva parlare attraverso la scrittura; a differenza di me quando scrivevo, a differenza di Sarratore nei suoi articoli e nelle poesie, a differenza anche di molti scrittori che avevo letto e che leggevo, lei si esprimeva con frasi sì curate, sì senza un errore pur non avendo continuato a studiare, ma – in più – non lasciava traccia di innaturalezza, non si sentiva l’artificio della parola scritta”.

Con la crescita fisica e i cambiamenti del corpo si allarga anche il mondo che non è più confinato solo al rione. Il passaggio dal rione alla città significa anche rendersi conto del divario esistente tra le classi sociali, veri e propri mondi separati
“Fu come passare un confine. Mi ricordo un fitto passeggio e una sorta di umiliante diversità. Non guardavo i ragazzi, ma le ragazze, le signore: erano assolutamente diverse da noi. Sembravano aver respirato un’altra aria, aver mangiato altri cibi, essersi vestite su qualche altro pianeta, aver imparato a camminare su fili di vento. […] Loro passavano e sembrava che non mi vedessero. Non vedevano nessuno di noi cinque. Eravamo non percepibili. O ininteressanti […]
Ci sentimmo a disagio e incantate, brutte ma anche spinte a immaginarci come saremmo diventate se avessimo avuto modo di rieducarci e vestirci e truccarci e agghindarci come si deve”.

C’è un termine, a metà del libro, che mi è rimasto impresso: smarginatura”; un termine che torna anche negli altri romanzi e che descrive la smagliatura nella forza apparente e nella brillantezza di Lina, una linea di frattura nella corazza di superficie che in momenti critici riappare
“fu – mi disse – come se in una notte di luna piena sul mare, una massa nerissima di temporale avanzasse per il cielo, ingoiasse ogni chiarore, logorasse la circonferenza del cerchio lunare e sfornasse il disco lucente riducendolo alla sua vera natura di grezza materia insensata”.
La descrizione di questo stato di panico assoluto, di rottura dei confini della realtà non si trova nei manuali diagnostici, non esiste nel linguaggio scientifico e categoriale, ma fa capire la percezione di terrore che si prova quando sembra che improvvisamente le cose e le persone si rompano; è come se i margini potessero cadere e diventare più molli e cedevoli. Movimenti difficili da percepire ma ai quali segue sempre un cambiamento interiore perché si crea una crepa nel sé che bisogna proteggere, di cui doversi prendere cura sempre.

17 thoughts on “L’amica geniale

  1. Bellissima recensione la tua che forse riuscirà a farmi riconciliare con questi romanzi. Avevo iniziato a leggere”L’amica geniale” appena era uscito, prima che iniziasse tutto il fenomeno, però non ero riuscita a superare la metà. Poi mi sono fatta scoraggiare dalla “Ferrante fever” che si è scatenata, instillandomi il dubbio che dietro questi romanzi ci sia un bel team di professionisti e una indovinata strategia di marketing. Non so se è maggiore la tua capacità di descrizione o il valore dei romanzi. Chissà che non mi decida a dargli un’altra chance…

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    • Ho lasciato i libri fermi per un po’ di anni. Ero incuriosita ma anche infastidita da tutta la pubblicità che se ne faceva per via del nome misterioso dell’autrice. Poi li ha letti mia figlia e mi sono fidata del suo giudizio.
      A breve scrivo qualcosa anche degli altri tre ma ti dico già che è dal secondo libro che la storia e i personaggi mi hanno agganciata. Anch’io mi chiedo chi ci sai dietro al nome della Ferrante e il sospetto che ci siano più mani non mi lascia. Ma sono tutte ipotesi e prima o poi vedremo…

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    • Ho visto questi libri come lo specchio di anni che ho vissuto anch’io. Non importa se in un’altra parte dell’Italia. Non mi riferisco tanto all’infanzia (si tratta di una generazione precedente alla mia e lì mi trovo fuori contesto), che rimane più circoscritta e legata al rione di Napoli, ma dalla giovinezza ci sono richiami che riconosco. Ecco, è questo che mi ha spinto a leggere fino alla fine: uno specchio della società di quel finire del Novecento dove sono riflessi usi e costumi, modi di pensare e di comportarsi. Stereotipi, conquiste, miserie.

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  2. Non sono molto attratta da questi romanzi, per i giudizi contrastanti delle persone che li hanno letti e di cui di solito mi fido. Giudizi contrastanti che mi hanno un po’ paralizzata, come l’asino di Buridano e nell’indecisione ho lasciato perdere.Sulla sua identità, devo dire che la cosa mi lascia indifferente: non sappiamo chi fosse Omero, neppure sappiamo chi fosse Shakespeare, possiamo tranquillamente ignorare chi sia Elena Ferrante, non credi? Un saluto 🙂

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  3. Complimenti per la recensione. Temo di concordare pienamente con Gabrilù.
    Personalmente, ho letto il primo, senza grande fatica dato che è sicuramente scritto bene, ma trovando la storia scontata; e ho affrontato il secondo per un “senso del dovere” nei confronti di un’autrice sul cui valore la critica, oggi ormai internazionale, è pressocché unanime. L’ho lasciato, Finita lì. Per semplice disinteresse, temo.
    Leggendo la tua recensione mi domando, tuttavia, se non si tratti di un problema di età. Forse oggi, per la lettrice e la persona che sono, quei temi non hanno più una grande presa.
    Proprio vero che, usciti dalle mani dell’autore, sono i lettori a scrivere il libro. E,mentre il successo di critica può essere, fino a un certo punto, costruito a tavolino, il successo con i lettori è solitamente un indicatore indiscutibile, quando i due giudizi coincidono…
    Forse dovrei dare a Elena Ferrante un’altra opportunità.

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    • Grazie Ivana. Quando ho iniziato la lettura ho pensato come te ma poi sono andata avanti, senza gran sforzo perché, come dici anche tu, i romanzi sono scritti bene. Ho desiderato anche di finirli presto (io li ho letti uno dietro l’altro) perché li trovo lunghi ma mi sono detta che se li avesse scritti in modo più sintetico, senza soffermarsi su tante minime variazioni, forse non avrebbe avuto la resa che ha. In ogni caso, alla fine, mi sembra uno specchio della società italiana, probabilmente di un periodo troppo vicino a noi che ne siamo stati immersi per apprezzare appieno.
      Ti dirò che li ho rivalutati più alla fine perché subito dopo ho iniziato a leggere un libro appena uscito di una scrittrice italiana che mi piace molto. Beh, dal confronto immediato l’ho trovato troppo patinato e ho capito, come in una diapositiva in negativo, che uno dei valori della Ferrante è quello di non rendere niente facile e piacevole, niente è brillante ma molto realista. Lascia un’impressione di malessere

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  4. Pingback: Storia del nuovo cognome (L’amica geniale 2) – Pensieri lib(e)ri

  5. Pingback: Storia di chi fugge e di chi resta (L’amica geniale 3) – Pensieri lib(e)ri

  6. Ho adorato la tua recensione, qualche commento precedente dice anche superiore al libro! Io sono stata tentata dal comprarlo, ma ci ho sempre ripensato su… qualcosa mi diceva che era sopravvalutato. Eppure, dalla tua recensione, sembra un libro molto forte.

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    • Ti ringrazio molto Aria 😊 Dopo aver letto i commenti precedenti mi sono chiesta, in effetti, se non avessi un pochino romanzato… il romanzo. Può essere, perché in fondo anche scrivere di libri è raccontare. E io ho raccontato. Ho raccontato quello che ho visto in questi romanzi e quello che mi è piaciuto. Mi sono interrogata e ho esposto i miei pensieri. Ho visto anche che il dibattito attorno a questi libri è sempre acceso tra fautori e detrattori. Io non mi schiero ma avendoli letti penso che non siano capolavori ma nemmeno da disprezzare. A me hanno dato da pensare. Grazie ancora e ciao 🤗

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  7. Pingback: Storia della bambina perduta (L’amica geniale 4) – Pensieri lib(e)ri

  8. Io mi sono fermata al primo volume della saga.
    Scritto bene, indubbiamente, e originale nella trama e nella realtà che presenta (i margini della periferia della Napoli del dopoguerra, rispetto alla quale oggi non troppo è cambiato, anche se miseria ed emarginazione sociale sono ovviamente in salsa 2.0); notevoli i personaggi, soprattutto, ovviamente, quello della protagonista. Ma non mi hanno convinta certi espedienti narrativi forse troppo facili e scoperti, e dunque prevedibili, né l’inevitabile perpetuazione di alcuni stereotipi social-cultural-geografici…..ma forse, essendo io napoletana in esilio, percepisco ogni rappresentazione di Napoli altra da quella dell’Ortese e di Striano come fondamentalmente inautentica e, talvolta, anche troppo compiaciuta.
    Credi però che questo mio dolente giudizio non riguarda minimamente la tua bella e articolata recensione, di cui puoi star certa leggerò, questa volta sì, anche le altre puntate 🙂
    Un caro saluto

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    • Sull’ambientazione napoletana non posso dire granché perché non la conosco molto e mi sono ben guardata dal ritenere questi, romanzi sulla città di Napoli. Anche se alcuni aspetti della ‘napolanità’ si colgono e come dici tu sembrano stereotipi e macchiettistici. Forse, come scrive Ferrante nell’ultimo romanzo, Napoli è una città che rende evidente, più di altre, il degrado della società e della politica italiana. Quello su cui mi sono concentrata sono soprattutto i temi umani universali.
      Ti ringrazio delle tue osservazioni 🙂

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