Storia del nuovo cognome (L’amica geniale 2)

Cosa ti può salvare? Il denaro, un uomo o lo studio? O niente di tutto questo…

Premessa – Continuo a scrivere della serie L’amica geniale a modo mio, pescando pagine e passaggi che mi hanno interessata perché li ho trovati rispondenti all’animo umano, a comportamenti e a reazioni che spesso risultano anche criticabili ma così veri! per niente migliorati dalla penna della scrittrice e resi nella loro cruda realtà. Non sono, probabilmente, le stesse cose che sceglierebbe un’altra persona perché la lettura dei libri è sempre soggettiva e diamo rilievo a ciò che comprendiamo di più o in cui ci identifichiamo, in base alla nostra esperienza e storia personale. Confesso che non ho capito del tutto il successo dei romanzi anche se mi sono lasciata prendere dalla storia, che è scritta bene, e dai personaggi, che sono così tanti da toccare vari aspetti della vita e della società che raccontano (ma probabilmente è proprio questa la ragione del successo). Perché, in sintesi, a me sembrano, questi romanzi tutti insieme, uno specchio della società italiana della seconda metà del Novecento.

Romanzo precedente: L’amica geniale

cover_9788866321811_1550_600Il secondo romanzo della serie L’amica geniale è il romanzo della giovinezza. Che è anche l’età del malessere per chi raggiunge la consapevolezza. Come succede a Lena che prova la sofferenza di chi si sente sempre più estranea al proprio ambiente, alla famiglia, agli amici; e a Lila che prova il tormento di chi ha fatto scelte sbagliate, troppo precoci.
Niente, nel romanzo, viene minimamente edulcorato perché ogni passaggio della crescita è reso nelle difficoltà che i cambiamenti portano sempre con sé e non mostra bellezza nell’essere giovani se non quella conquistata con l’impegno nell’affrontare le sfide dell’età e della vita. Credo che, anche se le giovani generazioni danno rilievo a temi diversi da quelle precedenti, la fatica, lo sforzo e il turbamento dei cambiamenti rimangano una costante pure per loro.
Devo dire che Storia del nuovo cognome è, tra i quattro, il libro che preferisco proprio perché riguarda la giovinezza che, per quanto difficile, è l’età delle emozioni forti e dell’urgenza di vivere.

Lila e Lena, quindi. Le ritroviamo (nell’edizione del 2012, un anno dopo quella de L’amica geniale) quando le loro strade si stanno separando, come succede quando si fanno scelte diverse dopo l’infanzia. La distanza rende più evidenti le differenze tra loro e il rapporto si trasforma in una muta competizione. Entrambe però, anche se da prospettive lontane – chi le vive e chi le osserva -, si rendono conto della stessa cosa, cioè cosa significhi essere donna in un contesto intriso di tradizione patriarcale e di povertà culturale e materiale.
Lila, con il matrimonio, ci introduce a quella cultura della violenza di cui è impastato ‘l’amore’ nella coppia e nella famiglia: i maschi danno le botte quando vogliono bene, pensano le ragazze del rione,
“avevamo visto i nostri padri picchiare le nostre madri fin dall’infanzia. Eravamo cresciute pensando che un estraneo non ci doveva nemmeno sfiorare, ma che il genitore, il fidanzato e il marito potevano prenderci a schiaffi quando volevano, per amore, per educarci, per rieducarci”.
Lena si sente, al liceo, come in una sorta di prigione “inchiodata al ruolo di chi passa la vita sui libri”. Obbligata a eccellere, per meritarsi il privilegio di studiare, non vive nessuna leggerezza dell’età. Ma lo studio modifica le prospettive e Lena comincia a osservare con uno sguardo più attento e critico quanto la circonda. Vede che le madri del vecchio rione “erano nervose, erano acquiescenti. Tacevano a labbra strette e spalle curve o urlavano insulti terribili ai figli che le tormentavano. Si trascinavano magrissime, con gli occhi e le guance infossate, o con sederi larghi, caviglie gonfie, petti pesanti, le borse della spesa, i bambini piccoli che le tenevano per le gonne e che volevano essere presi in braccio. E, Dio santo, avevano dieci, al massimo vent’anni più di me. Tuttavia parevano aver perso i connotati femminili, a cui noi ragazze tenevamo tanto e che evidenziavamo con gli abiti, col trucco. Erano state mangiate dal corpo dei mariti, dei padri, dei fratelli, a cui finivano sempre più per assomigliare, o per le fatiche o per l’arrivo della vecchiaia, della malattia. Quando cominciava quella trasformazione? Con il lavoro domestico? Con le gravidanze? Con le mazzate?”.

Come si fa a sfuggire a questo destino?
Lila continua a essere una forza travolgente, un vulcano, non si piega e non perdona, anche se si sente morire di matrimonio, “diceva che dal giorno del suo matrimonio fino a quei giorni di Ischia era stata, senza accorgersene, sul punto di morire. Descriveva minutamente una sensazione di morte imminente: calo di energia, sonnolenza, una forte pressione al centro della testa, come se tra cervello e ossa del cranio ci fosse una bolla d’aria in continua espansione, l’impressione che tutto si muovesse in fretta per andarsene, che la velocità di ogni movimento di persone e cose fosse eccessiva e la urtasse, la ferisse, le causasse dolori fisici nella pancia come dentro gli occhi. Diceva che tutto questo si accompagnava a un ottundimento dei sensi, come se l’avessero avvolta nell’ovatta e le sue ferite non le venissero dal mondo reale ma da un’intercapedine tra il suo corpo e la massa di cotone idrofilo dentro cui si sentiva imballata”. Alla fine si rifiuta di lasciarsi dissolvere, assorbire nel cognome del marito, nella funzione di moglie e madre; si separa e si riprende il suo, di cognome. Ma, anche se a farla uscire da questo stato mortifero è l’amore per un altro uomo, non sarà questo amore a renderla libera.
Lena, a differenza di Lila, continua a essere “quietamente infelice solo perché sono incapace di reazioni violente, le temo, preferisco restare immobile coltivando il rancore”. E da questa rabbia chiusa dentro di lei provengono le energie che dedica allo studio, sempre chiedendosi se questo sarebbe servito ad allontanarla dal rione o se alla fine avrebbe prevalso il richiamo della somiglianza fisica e delle movenze delle madri e dei padri a riportarla indietro, a incatenarla a quell’eredità non voluta. E mette sempre più alla prova la sua “cocciuta diligenza”, si applica in uno studio ossessivo, cavilloso e la sua disciplina si fa più ferrea e i ritmi rigidamente scanditi. Soprattutto quando inizia a frequentare, grazie a una borsa di studio, l’Università a Pisa. Dove si accorge che il sentimento di inadeguatezza è più forte che mai: “Sono quella che sono e non posso fare altro che accettarmi; sono nata così, in questa città, con questo dialetto, senza soldi; darò quello che posso dare, mi prenderò quello che posso prendere, sopporterò ciò che c’è da sopportare”. Si rende conto che la differenza sociale non è solo questione di soldi “c’è qualcosa di malvagio nella disuguaglianza, e adesso lo sapevo. Agiva in profondità, scavava oltre il denaro”. L’educazione all’autocontrollo si fa tenace, in una revisione continua di comportamenti, dall’accento ai modi di dire al sorriso, per entrare in quella vita nuova, in quell’ambiente diverso. A che costo? Lena è una giovane donna che guarda il mondo, gli altri, se stessa per costruire una mappa, trovare riferimenti per potersi muovere senza inciampare. A Pisa, negli anni ‘60, la sua vita si svolge come una linea retta, impegnata nello studio e negli esami con una “crudele autodisciplina”.

Ma i legami non si interrompono con la distanza e rimangono dentro di noi nel tempo, si trasformano, si affievoliscono anche, ma non scompaiono mai. Così Lila, per Lena, resta la parte in ombra, quella che la mette in contatto con la vita ‘disordinata’ fuori dai suoi rigidi schemi, che le permette “una felice deviazione verso territori sorprendenti”. C’è Lila dietro al libro che Lena pubblica e al successo che ottiene.

 

10 Comments

  1. Fa tutto male, l’unica cosa che salva l’uomo è l’amore. Ma qualcuno in questo mondo schifoso sa cosa è ancora l’amore, l’amicizia vera, la fedeltà di un sentimenti.

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    1. L’amore, cara Liliana, é materia molto complicata e mai pura. É una commistione di sentimenti buoni e meno buoni, sia nella coppia, che nella famiglia, che tra genitori e figli e anche nell’amicizia. Non dobbiamo spaventarci di questo ma se conosciamo l’alfabeto dei sentimenti possiamo cavarcela. Ciao 😉

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      1. Ciao. Si hai ragione, materia molto complicata, ma quando c’è si sente come una coperta di lana che ti avvolge di tanto caldo, quando non c’è ti congeli vicino alla persona anche a ferragosto

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    1. 😄 grazie della fiducia Ivana. Io intanto continuo con le mie riflessioni su questa ‘saga’ che vedo genera pensieri contrastanti. Già questo potrebbe far pensare che così banale, in fondo, non è 😉

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