Storia di chi fugge e di chi resta (L’amica geniale 3)

«Adesso stai scrivendo?»
«Nei ritagli di tempo»
«Un romanzo?»
«Non so cos’è»
«Ma il tema?»
«I maschi che fabbricano le femmine»

Premessa. Dopo il secondo libro mi sono convinta a continuare perchè, a quel punto incuriosita dalla trama, volevo sapere come andava a finire la storia delle due giovani donne. Ho trovato la terza puntata un tantino tirata per le lunghe. Non so se ci sia dietro un marketing commerciale, i libri sono scritti bene eppure non riesco a farmi l’idea di una personalità definita sennonché, di sicuro, chi ha scritto la serie ha conosciuto le vicende politiche e il clima sociale del tempo.

Seguito di L’amica geniale e Storia del nuovo cognome

Gli anni dell’adultità per le due amiche, ormai separate dalla vita, coincidono con gli 5145717_277482anni caldi della lotta politica e sociale, gli anni Sessanta e Settanta. Ed è soprattutto questo ad attrarmi nel romanzo e a spingermi a cercare tra le pagine i richiami alle idee e comportamenti, stereotipi e conquiste, bellezze e miserie di quel finire del Novecento.
In Storia di chi fugge e di chi resta, pubblicato nel 2013, la vita privata è intrecciata con gli avvenimenti sociali e, anche se resta in primo piano, la storia personale viene profondamente toccata dal clima politico e dalle idee del periodo. Mi sembra di vedere, nel romanzo, la trasposizione, di uno degli slogan che negli anni Settanta ha avuto più eco, sia nei gruppi della sinistra sia nei movimenti di liberazione delle donne: il personale è politico. La linea di divisione tra i due mondi è ambigua e l’irrompere della politica nell’intimità dei rapporti di coppia, della sessualità, della famiglia ha rivelato come fossero basati su meccanismi di potere patriarcale. Nelle vicende delle protagoniste c’è il riflesso di  tutto questo.

Lena matura in questi anni, attraverso lo studio e le idee, una maggiore consapevolezza sociale e politica, sentendosi sempre meno straniera nei nuovi ambienti che frequenta, lontana dai luoghi dell’infanzia di cui vede un degrado maggiore di un tempo quando vi torna
“In quel periodo mi convinsi che non c’era grande differenza tra il rione e Napoli, il malessere scivolava dall’uno all’altra senza soluzione di continuità. A ogni ritorno trovavo una città sempre più di pastafrolla, che non reggeva i cambi di stagione, il caldo, il freddo, soprattutto i temporali” […]
Ogni anno, insomma, mi pareva peggio. In quel periodo di piogge, la città si era ancora una volta crepata, un intero palazzo si era piegato su un fianco come una persona che si appoggia al bracciolo saltato di una vecchia poltrona e il bracciolo cede. Morti, feriti. E grida, mazzate, bombe carta. Pareva che la città covasse nelle viscere una furia che non riusciva a venir fuori e perciò la erodeva, o erompeva in pustole di superficie, gonfie di veleno contro tutti, bambini, adulti, vecchi, gente di altre città, americani della nato, turisti d’ogni nazionalità, gli stessi napoletani. Come si poteva resistere in quel posto di disordine e pericolo, in periferia, al centro, sulle colline, sotto il Vesuvio?” 
Il privato. Si sposa ed entra a far parte di una famiglia che ha dalla sua il privilegio della cultura e del buon nome, inserita in una classe sociale diversa da quella in cui è cresciuta. Ha scelto altro dall’amore dell’infanzia che “era fatto di fantasticherie, tenermelo per sempre sarebbe stato impensabile, veniva dall’infanzia, era costruito con desideri bambini, non aveva concretezza, non si affacciava sul futuro”.
Il politico. Questi sono gli anni della ribellione e della rottura degli schemi, gli anni del sessantotto, delle assemblee, dell’amore libero mentre lei fa scelte di stabilità. Al fardello della sua provenienza sociale che non le ha permesso di vivere le cose dell’età, come il cinema e la musica – “ero stata troppo miserabile, troppo schiacciata dall’obbligo di eccellere nello studio” -, si aggiunge il sentirsi fuori luogo perché troppo colta in un senso e ignorante in un altro e, oltretutto, “troppo ottusamente compiuta dentro un ordine che lì pareva tramontato” come “uno sfregio alla fatica che ho fatto”. Sempre con questo sentimento di essere fuori posto o fuori tempo, contempla una nuova visione della vita e, oltre a scrivere, partecipa ai gruppi di donne e si avvicina al femminismo
“Sputare su Hegel. Sputare sulla cultura degli uomini, sputare su Marx, su Engels, su Lenin. E sul materialismo storico. E su Freud. E sulla psicoanalisi e l’invidia del pene. E sul matrimonio, sulla famiglia. e sul nazismo, sullo stalinismo, sul terrorismo. e sulla guerra. E sulla lotta di classe. e sulla dittatura del proletariato. e sul socialismo. E sul comunismo. E sulla trappola dell’uguaglianza. E su tutte le manifestazioni della cultura patriarcale. E su tutte le sue forme organizzative. Opporsi alla dispersione delle intelligenze femminili. Deculturalizzarsi. Disacculturarsi a partire dalla maternità, non dare figli a nessuno. Sbarazzarsi della dialettica servo-padrone. Strapparsi dal cervello l’inferiorità. Restituirsi a se stesse. Non avere antitesi. Muoversi su un altro piano in nome della propria differenza. L’università non libera le donne ma perfeziona la loro repressione. Contro la saggezza. Mentre i maschi si danno a imprese spaziali, la vita per le femmine su questo pianeta deve ancora cominciare. La donna è l’altra faccia della terra. la donna è il Soggetto imprevisto. Liberarsi dalla sottomissione, qui, ora, in questo presente. L’autrice di quelle pagine si chiamava Carla Lonzi. Com’è possibile, mi dissi, che una donna sappia pensare così? Ho faticato tanto sui libri, ma li ho subìti, non li ho mai veramente usati, non li ho mai rovesciati contro se stessi. Ecco come si pensa. Ecco come ripensare contro […] E nessuno meglio di me conosceva cosa significava mascolinizzare la propria testa perché fosse ben accolta dalla cultura degli uomini”.
La pratica delle discussioni tra donne, dell’autocoscienza femminista porta Lena ad approfondire i significati delle sue scelte di matrimonio, maternità. Frutto di queste riflessioni è un nuovo libro sull’invenzione della donna da parte degli uomini.
E intanto ricompare l’amore dell’infanzia, ed è questo, più che le idee femministe, a far saltare l’equilibrio della sua vita, a riportarla dentro se stessa e al suo privato. Meno interessata a quanto avviene nel mondo. E tutto quello che succede, dalla repressione poliziesca, le bande armate, gli scontri a fuoco, i ferimenti, le uccisioni, la strage di Brescia e più avanti la bomba sull’Itaculus, sembrano sfiorarla.

E Lila?
Lila vive quegli anni in un altro modo, in una maniera dura, calata nella realtà brutale del lavoro che porta allo sfinimento, nella lotta contro i soprusi, i volantinaggi, le botte, i fascisti e i compagni, le riunioni. Si trova dentro “la condizione operaia al Sud, lo stato di servitù in cui ci trovavamo, il ricatto permanente, la fiacchezza se non l’assenza dei sindacati, la necessità di forzare le situazioni e arrivare alla lotta”. Lila è in prima fila in queste lotte, sa organizzare le rivendicazioni, sa esporre le richieste, è riconosciuta come leader naturale
“Perché ha una testa che normalmente non solo non ce l’ha nessuna femmina, ma non ce l’abbiamo nemmeno noi maschi […] Ma ha la capa pazza, crede che può fare sempre come pare a lei. Va, viene, aggiusta, rompe”.

Sono gli anni della fuoriuscita dal partito comunista; della lotta di classe nelle fabbriche, nelle università; le discussioni su teoria e prassi rivoluzionaria nei collettivi.
Anche in questo la partecipazione e il coinvolgimento riguarda entrambe, ma in modo diverso e da ambienti diversi. Quello di Lena è l’ambiente delle idee mentre Lila è quella che fa le cose, ma a modo suo, senza tener conto di leggi e di stato, imbevuta com’è della cultura del rione. Lei conosce il peso della disuguaglianza e dirige la sua rabbia su obiettivi politici e c’è sempre lei dietro all’inchiesta giornalistica di Lena sullo sfruttamento nel lavoro.

Indimenticabile Lila! Ti sembra di vederla quando stringe gli occhi e comincia a pensare. E diventa cattiva. Ma perché un’osservatrice acuta che guarda oltre il velo della superficie, che scruta dentro l’anima delle cose, che dice senza giri di parole quello che pensa, deve essere definita cattiva?.

 

 

5 Comments

  1. I passi che riporti, di cui ti ringrazio, hanno definitivamente spazzato via, se mai ci fosse stata, la mia disponibilità a leggere la Ferrante. Sono stanca di certi discorsi, di questo continuare a guardarsi l’ombelico sul privato e sul politico. Oggi questi discorsi mi sembrano asfittici e inconcludenti; credo che serva davvero un’ aria più respirabile, una cultura all’altezza dei problemi e delle contraddizioni che abbiamo davanti agli occhi (forse avevamo cominciato a parlarne in un post sulla rivoluzione russa, ricordi?). Un abbraccio 🤗

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    1. I brani originali aiutano più di qualsiasi interpretazione a farsi un’idea sullo stile e sulla qualità di scrittura. Ma la connessione tra privato e politico è una mia lettura personale e, anche se al presente è un modo asfittico di guardare i problemi, all’epoca si è trattata di una rielaborazione e una critica importante. Penso che non possiamo togliere di torno quegli anni con facilità perché sono stati il terreno sul quale si è costruita la politica e la società come la viviamo oggi (guarda solo il tema dell’aumento del debito pubblico, del welfare state,…). Sono d’accordo che bisogna rivolgersi ad altri modelli, ma intanto questi li abbiamo ancora tra i piedi e dobbiamo farci i conti. Un abbraccio 🙂

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  2. Di quei modelli la storia ha già fatto piazza pulita e certamente proporne altri praticabili dovrebbe essere un compito, non facile, della politica, che certamente deve fare i conti con i nostalgici sopravvissuti. No, io rifiuto invece quel tipo di letteratura per il narcisismo lamentoso dei personaggi di cui si occupa, che continuano a piangersi vittimisticamente addosso. È più forte di me: non li sopporto Forse ti scandalizzerò, ma trovo che uno scrittore molto sgradevole, ma graffiante e acutissimo nel frugare fra le nostre contraddizioni di eredi di quella cultura e di quei modelli sia il francese Michel Houellebecq, di cui non condivido, ovviamente, le posizioni politiche, ammesso che siano facilmente individuabili, ma sulla cui scrittura crudele credo che tutti dovremmo meditare! Anche per la valenza profetica, ahimè, dei suoi scritti. Ciao e scusami se approfitto del tuo spazio per questi miei poco rilevanti pareri. ☺️

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    1. Intanto i tuoi pareri sollevano questioni difficili per cui chiamarli irrilevanti è sbagliato. Difficili perchè mi sembra che viviamo con un sentimento di spaesamento tutto quello che riguarda questo tema. Io stessa mi sento così contraddittoria nell’essere profondamente coinvolta nei vecchi schemi e modelli di riferimento e nello stesso tempo così fortemente irritata quando me ne rendo conto con chiarezza (cioè quando li vedo chiaramente specchiati negli altri!).
      Sul piangersi addosso la penso come te e infatti è uno dei pensiero che ho scritto in merito all’ultimo libro della serie.
      Houellebecq invece non l’ho letto ancora e sono molto incerta. Probabilmente mi lascio influenzare da alcuni giudizi non positivi ma dopo la tua osservazione credo lo riprenderò in considerazione

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