L’anima del corpo

Luisa Muraro
L’anima del corpo
Contro l’utero in affitto
LA SCUOLA, 2016

Da un po’ di tempo mi sto interrogando sulla Gestazione per altri nel tentativo di comprendere e definire i diversi aspetti di un problema che ha acceso un dibattito feroce e ha scavato una frattura profonda nel femminismo di oggi, diviso tra chi chiede di legalizzare la pratica e chi invece ne vuole la messa al bando. Il tema è di non poco conto e fa parte di un dibattito più ampio inerente le nuove tecnologie riproduttive, il corpo delle donne, la differenza data dalla generatività e maternità, il difficile rapporto tra questa, la libera scelta e l’autonomia. Senza dimenticare gli effetti che pratiche poco conosciute hanno su bambini e bambine che ne sono il prodotto finale. Sono tanti e complessi gli elementi di riflessione e ho pensato di approfondirli tramite alcuni testi pubblicati di recente in Italia. Avviso innanzitutto che la mia lettura non potrà essere neutra perché il mio cuore batte in direzione contraria alla Gpa, pratica che non riesco a conciliare con la mia esperienza di donna, madre e professionista che si prende cura del disagio e del malessere infantile e questo sicuramente influisce sul modo di fare sintesi. Per andare oltre a una intuizione ‘di pancia’ ho cercato le informazioni necessarie per argomentare  in testi di filosofa, sociologia, psicologia, medicina. E il primo di questi è un breve saggio di  Luisa Muraro, filosofa e femminista, tra le fondatrici della comunità filosofica Diotima dell’Università di Verona, che si colloca in una posizione decisamente schierata contro la Gpa anche se il suo tono è interlocutorio e apre diverse questioni.

UnknownMuraro ha pubblicato questo libro nel 2016, quando la discussione politica sulle unioni civili si era infuocata anche per la stepchild adoption che, a sua volta, ha fatto tirar fuori dal cilindro la questione dell’utero in affitto o Gpa.  La politica e i media hanno ignorato a lungo questa spinosa questione e il dibattito italiano, quanto mai necessario, è stato introdotto in forte ritardo perché la riproduzione per interposta persona, governata e gestita dalla tecnoscienza e dal diritto commerciale, è iniziata trent’anni fa.
I nomi per definirla sono diversi: utero in affitto, maternità surrogata, surrogacy, GPA… Una terminologia e delle sigle che tendono a uniformare il linguaggio e il significato di una questione che è invece complessa. “Un ingorgo di problemi” mai risolti che si intersecano: dal desiderio di generare alla sterilità, dal mercato globale alle tecnologie riproduttive che permettono a chi ha soldi di acquistare una vita. Il paragone che Muraro propone è quello della schiavitù, quando le donne erano obbligate e procreare per conto dei loro padroni. Non ritiene, invece, che siano sullo stesso piano della GPA l’adozione e i bambini allattati dalla balia: quest’ultima forma è un’integrazione e un sostegno al materno (la balia si chiama mamma di latte e i suoi figli sono fratelli o sorelle di latte) mentre l’adozione è regolata da leggi che non prevedono da noi la compravendita di bambini. È la legge, infatti, che intermedia l’adozione mentre per la GPA sono innanzitutto i soldi e il mercato: soldi per trovare la donna, per la clinica per l’inseminazione e per l’assistenza, i viaggi all’estero.

Desiderio, libertà e autonomia di scelta, argomenti presi a favore della GPA, sono analizzati da Muraro che ne coglie la fragile motivazione.
Si dice che alla base c’è il desiderio di un figlio. Desiderio che diventa potente se accompagnato dai soldi. Soddisfare il desiderio con la surrogata, scrive Muraro, è la sua ragione d’essere. Anche nell’adozione c’è il desiderio di un figlio ma si appoggia all’esistente in quanto il bambino o la bambina sono già nati, mentre nella GPA vengono al mondo per un desiderio e per i soldi. Attraverso il corpo di un’altra donna.
Accanto al desiderio c’è la libertà di realizzarlo. Ma nell’invocare la libertà Muraro riporta quanto ha scritto Sun-tzu nell’Arte della guerra“Ci sono strade che non bisogna prendere, ci sono ponti che non bisogna attraversare, ci sono possibilità che non bisogna cogliere”. La questione della libertà non è, insomma, un motivo valido per sbagliare e noi abbiamo esperienza di errori fatti nel passato. Come quello della costruzione delle armi atomiche negli anni Quaranta del Novecento. O come le ricerche sull’eugenetica, sfociate poi in un genocidio: “Abbiamo l’immaginazione proprio per guardare al futuro e comunque, nel caso preciso dell’eugenetica, si doveva sapere da subito che si trattava di una strada da non prendere, contraria com’era all’antica idea cristiana del ‘siamo tutti figli di un solo Padre’, e ai moderni ideali dell’uguaglianza e della fratellanza”.
L’autodeterminazione delle donne è il terzo punto. Conquistata con il femminismo sostiene che non si può dire a una donna cosa deve o non deve fare e sappiamo che a sostegno della GPA vi sono racconti di donne consapevoli e consenzienti a essere portatrici.
Ma è sufficiente questo per ridurre il corpo delle donne a una casa da prendere in affitto per incubare un figlio per altri? O diventa una nuova forma di subordinazione femminile a un desiderio di altri?
Anche l’aborto, si dice, si basa sull’autodeterminazione e sulla libertà di scelta di diventare o no madre! Ma è un paragone non corretto, prosegue Muraro, perché l’aborto innanzitutto è un rimedio a una situazione considerata inaccettabile dalla donna, nessuno può imporre a una donna di diventare madre; mentre nella GPA il corpo della donna viene a essere regolamentato da leggi, clausole, procedure e sentenze dove l’autonomia decisionale non è più della donna stessa che viene espropriata delle decisioni sul suo corpo, anche di quella di abortire.

La questione di rilievo è la relazione materna.
È un legame che si costruisce nel rapporto tra il desiderio e il pensiero del figlio, prima ancora del concepimento e poi nel corso della gravidanza fino al parto. Si nutre di scambi di fluidi ma anche di sentimenti, emozioni e pensieri durante la vita prenatale alla quale è stato riconosciuto grande valore dalle scoperte del secolo scorso. È una trama intessuta di fisico e simbolico, insostituibile e incalcolabile. Una relazione unica e la sua unicità non è intesa in senso biologico (partorito da donna) ma in senso di esperienza unica e irripetibile per cui si dice che di mamma ce n’è una sola. Dovremmo essere tutti e tutte convinte di non trascurare “la qualità dello scambio” della relazione materna in quanto si tratta di una relazione riconosciuta da tutta l’umanità per aver dato “un’impronta di civiltà alla convivenza umana”.
Ma quello a cui assistiamo nella GPA è la ‘demolizione della relazione materna’. In vari modi.
Il materiale biologico che viene innestato nella donna portatrice, tutto o solo in parte, proviene dalla coppia committente (prodotto o comprato). È sufficiente questo per non dare peso al legame fisico oltre che simbolico tra il corpo della della madre e il nascituro? Dove vanno a finire tutti quegli scambi corporali e fantasia e sogni che si sa essere determinanti per una relazione tra madre e bambino nel periodo prenatale?
Il fatto che il materiale biologico provenga dalla coppia di aspiranti genitori è una garanzia che il legame con quel bambino sia da loro sentito in modo più intenso, e questo è un bene per la relazione che ne verrà. Ma, ricorda Muraro, è un’impronta di tipo maschile perché da sempre è l’uomo che fornisce il materiale biologico nella procreazione e la donna se ne fa carico.
Un ulteriore aspetto di questa pratica che porta alla disintegrazione del legame materno è la programmata interruzione con la madre portatrice (e questo apre la questione delle origini che intendo approfondire in un successivo ambito).

A ben vedere sono la tecnica e il mercato a giocare un ruolo determinante nella GPA ed è questo il vero problema da considerare in quanto utilizzano il desiderio delle persone per una logica affaristica e di mercato mettendo a rischio l’importanza della funzione materna e impedendo di sviluppare una diversa funzione paterna.
L’area del possibile si espande con la tecnoscienza e il benessere materiale e dà delle libertà in più. Che rende necessaria la moltiplicazione di leggi e regolamenti che rischiano di rendere meccaniche delle funzioni che sono invece ascritte all’ordine del simbolico. E la competenza simbolica è indispensabile all’esercizio della libertà. La competenza simbolica aiuta a distinguere “nell’area del possibile, tra il disponibile e quello che tale non è”. Perché vi sono nel divenire dell’umanità “fenomeni di non trasformazione i quali veicolano qualcosa di primordiale e costituiscono l’area del non disponibile, come la differenza sessuale”.

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