Non fa niente

“Può esistere un amore di madre che non contempli l’esclusiva, che accetti di essere condiviso con chi madre non è ma risulta ufficialmente esserlo?”

Un tema vecchio come il mondo quello della maternità che si sdoppia, dei bambini che nascono da un ventre di donna e diventano figli di un’altra. In questi nostri tempi tecnologici si è complicato ed è diventato materia di discussione e di indagine ma nella storia reale é successo. Succede. È nell’immaginario. È una possibilità che le donne conoscono dalla notte dei tempi. La vicenda più nota dell’antichità è quella di Sara e Agar, nella Bibbia, ma le cose non sono diverse oggi.
Il tema centrale di Non fa niente è proprio la storia di due madri. Margherita IMG_0302.jpgOggero, in un’intervista, ha detto che il suo romanzo origina da un ricordo dell’adolescenza quando, in un paese del Piemonte negli anni 50 del secolo scorso, è venuta a sapere di un figlio di due madri, un fatto conosciuto e vissuto senza scandalo da tutti gli abitanti del posto.
Il titolo deriva da una frase che la trisnonna russa di Esther, la protagonista, ripeteva spesso: Nicevò, non fa niente. Me l’immagino con un’alzata di spalle, di fronte a tutto quello che capita: che vuoi che sia, niente è così grave di fronte alla vita! Possiamo fare i conti con tante cose, possiamo provvedere, possiamo aggiustare. Ricordate la frase di Rossella O’Hara in Via col vento? “Domani è un altro giorno”. Non so se si possano proprio mettere sullo stesso piano questi due modi di dire, hanno sfumature diverse, ma entrambi sono tentativi di ridimensionare il dolore e gli eventi critici; di prendere le distanze dalle brutture delle vita. Meccanismi difensivi che permettono di guardare le cose senza esserne sopraffatti. E il tono del romanzo è in effetti sempre leggero e nel racconto tutto è molto discreto. Anche le luci sembrano soffuse e i toni delicati. I sentimenti e le emozioni sempre dentro le righe, sotto controllo, senza mai una sbavatura. Tutto può essere grave e leggero nello stesso tempo. Dipende da come lo si vive. Nicevò. Non fa niente. E si va avanti.

Il romanzo è costruito con tanti piccoli quadri che si collocano tra il passato e il presente. A voler dare una linearità cronologica tutto ha inizio tra il 1930 e il 1937, gli anni del nazismo in Germania; passa al 1948 quando, dopo la guerra, nasce Andrea a Bordighera; prosegue negli anni 50 e 60 a Chiasso e Torino. È soprattutto Torino il centro della vicenda del bambino che vive in una famiglia dove ci sono un padre e due madri.
Le due madri sono Esther e Rosanna. E il rapporto tra loro è il vero protagonista della storia.
Conosciamole.
Esther è la moglie molto amata di Riccardo, l’Ingegnere. È ebrea tedesca, venuta via da Berlino prima che il nazismo diventasse il mostro divoratore che sappiamo. Una donna colta e a Zurigo, dove era andata a vivere, insegnava all’università e aveva molti interessi, tra cui la psicanalisi. In questa città Riccardo la vide per la prima volta nel 1937 a una conferenza di Carl Gustav Jung e ne rimase subito colpito. “Bellissima, la giudicò”, con quel “profilo da ritratto quattrocentesco, collo lungo, naso aggraziato ma deciso, fronte alta e una massa serpentina di capelli castani-ramati trattenuti a stento in un basso chignon”. Ma alla prima impressione se ne aggiunse un’altra quando ebbero occasione di conoscersi: “il viso, visto di fronte, non è più quattrocentesco, con le labbra messe in risalto da un rossetto color geranio molto acceso, gli occhi inquieti e bistrati, una tensione nei lineamenti che prima non c’era o non aveva notato”. Esther è una donna fuori dal comune e dalla descrizione sembra di vedere uno dei ritratti femminili, misteriosi e sensuali, di Klimt.
Quando si sposano, alla fine della guerra, Riccardo la porta in Italia. Ed è soprattuto lui a sentire il desiderio e la passione di un figlio. Non lei, non Esther che anche se il figlio non arriva sta bene lo stesso: “a lei un figlio mancava solo per via indiretta, l’istinto materno inappagato non le avrebbe turbato i sonni se non avesse avvertito quanto la paternità mancasse a lui […]. Allora pensò a Rosanna.” 
Rosanna è la giovanissima serva di casa. Bella, intelligente. E povera. Accetta la proposta di Esther, la Signora, di dare un figlio a lei e all’Ingegnere. Un bambino per il quale, agli occhi di tutti, sarà solo la bambinaia.
Le due donne costruiscono un legame molto stretto: Rosanna le dà il figlio e la Signora si occupa di lei, l’aiuta a studiare, a farsi una cultura a diventare una donna autonoma e capace. Nei confronti di Rosanna, Esther non prova gelosia, né timori, ma un affetto da sorella maggiore, quasi materno, così che “vivere insieme è una consolazione reciproca e permette a entrambe di affrontare le vicende della quotidianità”.
E l’Ingegnere? La proposta di Esther gli crea un imbarazzo tangibile che fa a pugni con il desiderio di paternità. Ma alla fine si sente “così appagato della sua vita che teme di non meritarla pienamente: una serenità senza screzi con la donna che ama, un figlio che è un regalo fuori dall’ordinario”.
Niente turba questa convivenza familiare. Rosanna è “così discreta, così capace di stare dentro il ruolo di ‘bambinaia’ che si è imposta”. E “Esther si sofferma molto raramente sull’eccezionalità del loro ménage”.
È inevitabile chiedersi quali sentimenti provi Esther verso il marito per il quale non manifesta nessuna gelosia. Lo ama? Il suo è un amore quieto, che le dà il senso di stabilità di cui aveva bisogno e “la certezza di un affetto senza riserve”. La passione e l’amore travolgente l’avevano delusa in passato. “Gli vuole bene, la sua vicinanza le è indispensabile come l’aria, non osa neppure pensare a come farebbe a vivere senza, ma le pare di aver sperimentato l’amore soltanto con Manfred […]. Ciò che rimpiange è la giovinezza ardente e inconsapevole, i giorni sospesi della smemoratezza prima delle tante tragedie”. 
I sentimenti di Rosanna sono più incerti.
Rosanna si occupa di Andrea con cura e devozione, ma non riesce a capire se in quell’accudimento c’entri anche l’amore materno. Può esistere un amore di madre che non contempli l’esclusiva, che accetti di essere condiviso con chi madre non è ma risulta ufficialmente esserlo? Non prova nessuna rivalità o gelosia nei confronti della Signora, ma anzi una specie di gratitudine che, lo sa, risulterebbe incomprensibile a chiunque”.
Andrea è un regalo e basta, non si può vendere e comprare, pensa Rosanna. “Un giorno, al mare, la signora mi ha chiesto cosa provavo, ma io ero confusa e non avevo parole per dirlo. Poi mi ha spiegato che le parole bisogna cercarle e stanarle, perché anche quelle non dette ma solo pensate, anzi soprattutto quelle, ci aiutano a capire e a capirci”. 
Solo vent’anni dopo le due donne si confidano su quanto era avvenuto tra Rosanna e l’Ingegnere, su quello che era successo. Con il tempo ci sono anche passaggi di maggior consapevolezza in Rosanna, pur senza mai rinnegare la decisione presa. “Poi è colpita da due parole – falsa posizione – e le si apre uno squarcio di lucidità: da diciotto anni lei vive in una posizione falsa o quantomeno ambigua. Gravidanza segreta, parto clandestino, finta balia di Andrea”.
Niente cattivi nella storia? Niente ombre?
L’unica antipatica è la madre dell’Ingegnere, la nonna di Andrea, la ‘smorbia’ Tina Olivero che non ha mai sopportato Esther.
«A proposito di mia suocera, cosa vuol dire esattamente ‘smorbia’?»
«Che si dà arie, che guarda dall’alto in basso, che si crede meglio di tutti».

Può mai esistere nella realtà un rapporto come quello tra Esther e Rosanna? Un rapporto perfetto, senza ombre, tra due donne che si aiutano e si sostengono nella vita; un rapporto in cui ognuna delle due dà all’altra quello che ha e prende quello che le manca. Anche un figlio.
Nel libro ci sono solo affetti positivi e amorevoli; le motivazioni sono dettate da sentimenti altruistici, generosi e tolleranti. E da tanta saggezza. Può essere possibile?
Ad un certo punto del racconto troviamo un dialogo in cui Esther ci dà la sua ricetta sul modo di vivere l’amore, che non deve essere incondizionato ma regolato da un equilibrio tra il dare e l’avere, da un rapporto di equità e proporzione tra quello che due persone mettono in gioco: al marito innamorato Esther concede il dono ‘miracoloso’ di un figlio e lui le dà stabilità e serenità; Rosanna dà un figlio a Esther e Esther le offre l’opportunità e i mezzi per uscire dalla vita angusta che il destino le aveva riservato.

«Lo so, lo so, nelle relazioni amorose non c’è un ‘do ut des’».
«Invece sarebbe meglio che ci fosse», sostiene lei decisa.
I due uomini la guardano sorpresi.
«Geometria non solo delle emozioni ma anche dei sentimenti. Equilibrio, se si vuole che non appassiscano al primo freddo. E se si vuole evitare un rapporto nevrotico, qualche volta ossessivo».

 

Margherita Oggero
Non fa niente
Einaudi 2017

2 Comments

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...