Stati d’animo

“L’arte deve rimpiazzare il vuoto lasciato in noi dalle religioni, l’arte dell’avvenire dovrà apparire come scienza dello spirito, essendo l’opera d’arte la rivelazione di esso” (Giovanni Segantini)

STATI D’ANIMO 

Arte e psiche tra Previati e Boccioni

Ferrara – Palazzo dei Diamanti

3 marzo – 10 giugno 2018

Nel passaggio tra 800 e 900 gli stati psicologici sono diventati oggetto di studio e approfondimento in diversi ambiti, non solo in quello scientifico e medico ma  anche in quello letterario e artistico. I progressi scientifici e tecnologici hanno allargato le conoscenze sull’uomo, sulla percezione, sulla psicologia; la comunicazione e la diffusione delle informazioni, il cinema e la fotografia, i cambiamenti nella struttura sociale con lo studio delle masse hanno trasformato il mondo sociale e culturale. Tutto ciò ha avuto un impatto sulle coscienze e si è riflesso in quell’immaginario inquieto e multiforme che gli artisti del periodo hanno rappresentato nelle loro opere. L’epoca in cui è avvenuto questo passaggio si colloca tra il tardo romanticismo e il verismo fino alle avanguardie.  La mostra di Ferrara si concentra su una figura fondamentale in Italia a rappresentare questo passaggio tra otto-novecento: Gaetano Previati, chiamato anche il ‘pittore dell’anima’. Di formazione tardoromantica è diventato protagonista del divisionismo italiano e ha usato il linguaggio delle avanguardie anticipando il futurismo. Con lui troviamo in mostra Giovanni Segantini, Giuseppe Pelizza da Volpedo, per finire con Medardo Rosso, Giacomo Balla e Umberto Boccioni. Due decenni di arte italiana raccontati attraverso sezioni tematiche che corrispondono a diversi stati d’animo: dal ritratto al paesaggio, dalla malinconia all’estasi e al sentimento di vitalità. 

L’espressione dei sentimenti tra scienza e arte

La nascita delle moderne discipline neurologiche, psicofisiologiche e psicoanalitiche, tra la fine dell’800 e l’inizio del 900, ha avuto una ricaduta diretta sulle teorie estetiche e dell’arte. Era già successo nel post impressionismo che matrici scientifiche come quelle della teoria della percezione portassero a un’evoluzione artistica come il puntinismo. Il dialogo tra arte e scienza si è svolto, in questo passaggio di secolo, nell’esplorazione dei processi mentali e psichici. E la miglior via d’accesso alle emozioni è il volto, così la fisionomia è diventata oggetto di studio. Lo studio del volto nelle nuove scienze è documentato da fotografie del periodo che accompagno le varie opere. Sono fotografie di fine 800 che riproducono le espressioni del viso provocate da elettrostimolazione; contratture del corpo di ricoverati presso ospedali psichiatrici; immagini che intendono riprodurre fisionomie, come quelle dell’uomo delinquente di Lombroso, e caratteristiche legate agli stati psicologici. In arte la chiave per accedere alla realtà interiore è quella del ritratto e dell’autoritratto.

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Giuseppe Pelizza da Volpedo, Autoritratto 1899

“L’autoritratto realizzato a partire dal 1897 da Pelizza è quasi un manifesto di militanza intellettuale: ricollegandosi alla moderna iconografia dei ‘ritratti d’ambiente’, portata in auge da Edgar Degas e Giovanni Boldini, si raffigura nello studio sullo sfondo della sua biblioteca, che sappiamo conteneva anche volumi di filosofia, letteratura, psicologia” (Chiara Vorrasi).

Il percorso di Pelizza nel simbolismo partiva dall’osservazione del reale, dalla conoscenza diretta tradotta in un significato più alto e per il suo autoritratto ha utilizzato uno specchio (visibile nella prima esecuzione del dipinto) per rendere verosimigliante l’immagine. Ha fatto un uso attento e preciso dello spazio reale che diventa anche uno spazio simbolico. “Gli oggetti che presentemente coltivo sono quelli che riguardano la mia arte (pennelli, tavolozza ecc.), le violette, la rosa che oltre l’amore simboleggia la bellezza, l’edera (vita presente) le riviste (pensiero moderno) e la speranza. Ciò che più curai nel passato sono l’alloro (gloria) ed i fiori avuti in dono (affetti) […] Bellezza, amore vera vita avvenire stanno di continuo davanti a me ed io m’incammino, tranquillo in apparenza, verso di loro: sorretto all’arte, spalleggiato dalla sapienza antica e moderna, confortato dalla speranza” (Pelizza da Volpedo). Il divisionismo, in questo dipinto, è applicato con moderazione e solo in alcune parti. In origine era costruito con un gioco di rimandi che poi il pittore ha attenuato con un impianto più tradizionale.

L’arte di coinvolgere lo spettatore

Per incidere sulla immaginazione dello spettatore e per coinvolgerlo è stata ridotta  la distanza dal quadro e si sono rotti gli schemi della rappresentazione. Inoltre sono stati ripresi i temi maudit. Gaetano Previati aveva esordito come pittore di storie, con un approccio innovativo. Come in Paolo e Francesca, 1887 c., dove ha disposto la scena in orizzontale per far risaltare la figura dei due amanti e per coinvolgere da vicino lo spettatore. E come in Hascisc o Le fumatrici di oppio, 1887 c., dove ha ripreso i temi maudit.

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Gaetano Previati, Hascisch o Le fumatrici d’oppio, 1887 c.

“La materialità dei corpi e degli oggetti si dissolve nell’atmosfera velata di una fluidità di atteggiamenti espressivi inventati e deformati dall’autore secondo il suo sentimento” ha scritto Nino Barbantini. In un ambiente nudo le figure di donne sono immerse in una nube di fumo che rende l’idea di un tempo lento, fermo. Previati è in grado di evocare in questa opera l’alterazione sensoriale delle figure femminili che sembrano abbandonate in visioni e sogni. Testimonia il passaggio al divisionismo, al quale il pittore avrebbe aderito due anni dopo. 

Malinconia e alienazione

La Malinconia è uno degli archetipi della condizione umana e soprattutto nell’800 è assurta a tema ricorrente. In campo scientifico è stata studiata dagli anni venti dell’800 da Jean-Martin Charcot, medico alienista direttore dell’ospedale parigino della Salpêtrière, che si è dedicato allo studio dell’isteria. E la fase finale dell’attacco isterico è il delirio melanconico che Charcot ha documentato con foto che ha poi pubblicato per fornire la prova evidente dello stato di dolore: sono i volti e le espressioni che vediamo rappresentati nelle sequenze fotografiche in mostra.

L’associazione tra genio e follia deriva invece da Cesare Lombroso, studioso noto per aver elaborato la teoria in cui le caratteristiche anatomiche sono legate al comportamento criminale.

Il tema della malinconia non è rimasto legato solo agli studi medici e psicologici ma ha interessato altri ambiti, in quella fase dell’800. In letteratura, ad esempio, ci sono stati il verismo ed Emile Zola, Ibsen e Strindberg; Edvard Munch in pittura ha esplorato la profondità degli stati d’animo ed è il maggior interprete del tema. E Pelizza da Volpedo Con Ricordo di un dolore (Ritratto di Santina Negri), 1889.

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Giuseppe Pelizza da Volpedo, Ricordo di un dolore (Ritratto di Santina Negri), 1889

“Di ritorno [da Parigi] colpito dalla morte di una sorella volli ricordare il mio dolore con una mezza figura intitolata appunto il Ricordo di un dolore”. Alla base dell’opera c’è stato un motivo molto personale come la morte improvvisa per tubercolosi della sorella minore Antonietta, all’età di 18 anni. “Molte disgrazie mi sono accadute in questi ultimi tempi e per tacer d’altre dico di una malattia di mio papà e d’un’altra che mi rapì nel fiore degli anni mia sorella, lasciando me e la mia famiglia in un dolore mai provato”. Polizza ha concentrato l’espressione del dolore nell’abbandono della posa e nello sguardo perso all’infinito. Ha rinunciato alla mimica, agli atteggiamenti lacrimosi, alle manifestazioni patetiche e adottato il linguaggio del verismo dando al dolore forma interiore. Lo stato d’animo è reso senza nessun accessorio in un dipinto raffinato, in cui prevalgono il disegno, i volumi e i larghi piani di colore. Questa forma di dolore contenuto e questa semplicità non sono state comprese da molti critici del tempo.

Il paesaggio-stato d’animo

Il motivo del paesaggio è uno dei temi che introduce gli stati d’animo contemplativi. Soprattutto paesaggi con specchi d’acqua sono metafore di introspezione. Prediletti dalla pittura simbolista e divisionista sono un invito agli stati d’animo contemplativi e a immergersi in Sé. Tra le opere in mostra il capolavoro è sicuramente Ave Maria a trasbordo di Giovanni Segantini, nella seconda versione del 1896.

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Giovanni Segantini, Ave Maria a trasbordo 1896.

Il tema della devozione della gente umile nella natura è rappresentato da Segantini in varie forme e questo dipinto è diventato un’icona della fine del secolo. Il luogo riprodotto è il lago di Pusiano in Brianza. Il paese sullo sfondo è Garbagnate Rota, con la chiesa di San Giuseppe. L’imbarcazione in primo piano era quella tipica usata in Brianza per il trasporto di persone e animali. Non è solo una pittura di genere ma una composizione studiata e ricca di elementi simbolici. La scena è molto semplificata e intende mostrare la natura come luogo di incontro tra il divino e l’umano. Rappresenta un’interruzione che dura un attimo e poi riprende il corso della vita. La transitorietà, presente anche nel titolo, è un elemento simbolico al quale Segantini ha voluto dare rilievo. Gli effetti di luce sono intensificati dai colori puri non mescolati.

L’ispirazione musicale

E non può mancare la musica e l’ispirazione che evoca in questo percorso degli stati d’animo! Per il simbolismo lo stato d’animo evocato dalla musica era la via per accedere alla vita interiore. Rappresentato con dipinti di Previati e litografie e acqueforti di Max Klinger.

L’idea di maternità

È di grande effetto trovare in questa sala due capolavori di notevoli dimensioni che si fronteggiano. Uno stesso tema, tra i più frequentati nell’arte, è stato tradotto con un diverso piano formale da Previati e da Segantini.

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Gaetano Previati, Maternità, 1890-91

Una tela imponente, che occupa tutta una parete, la Maternità di Previati è il primo documento di pittura simbolista in Italia, in direzione antinaturalista. Segue il principio della divisione ottica dei colori e la tessitura decorativa e astratta è resa con lunghi filamenti di colore. Esposto nel 1891 alla triennale di Brera (che ha rappresentato lo spartiacque nella pittura italiana, con il passaggio al divisionismo e al simbolismo) ha rotto del tutto il principio di mimesi e aperto la strada all’avanguardia italiana. “Fu il primo quadro moderno comparso in Italia nel secolo decimonono” ha scritto Nino Barbantini.

Il tema del dipinto è la “prima madre, seduta nel giardino dell’Eden davanti all’albero della vita, adorata dagli angeli, mentre allatta il suo primo figlio”, ha scritto Previati al fratello. Ha inteso trasferire l’intensità di uno stato psichico nel mezzo pittorico, rappresentare, in questa sorta di astrazione, gli impulsi profondi dell’animo umano alla ricerca del mistero della creazione nella maternità. 

La Maternità di Previati non è stata ben accettata dalla critica, accusata anzi di degenerazione: il grande formato orizzontale e la tecnica pittorica hanno stravolto il soggetto tradizionale delle pale d’altare. In una lettera del 1890 Previati aveva scritto di trovarsi “invischiato a rendere nella figura principale del quadro tutta l’intensità dell’amore materno spogliato dalle cianfruscole che hanno servito per mille dipinti […] Anche sulla tela non vi devono essere né colori né forme – né cielo né prati – né figure d’uomini né di femmine ma un fiat che dice adorate la madre”.

“L’originalità del linguaggio di Previati, così radicale nella sfida a rappresentare l’irrapresentabile, risaltava anche per la sua diversità rispetto alla visione più positiva e scientifica degli altri sperimentatori del divisionismo come Segantini e Morbelli” (Fernando Mazzocca).

E di fronte, a specchiarsi o a sfidarsi, la tela di Segantini L’angelo della vita, 1894.

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Giovanni Segantini L’angelo della vita, 1894.

Il tema della maternità è reso in chiave simbolica, rielaborando il motivo dell’albero della vita. E l’amore per il naturalismo, che ha caratterizzato tutta la vita artistica di Segantini, è reso nell’unione della figura della madre con la betulla. E le montagne dell’Egandina, il paesaggio limpido e glaciale, diventa un luogo della mente. In questa regione Segantini si stabilì nel 1894 a Maloja, sopra il lago di Sils Maria, e vi visse per cinque anni fino al 1899 quando morì sullo Shafberg. Questo paesaggio è diventato allegoria e realtà nelle sue opere, rappresentazione di un modo di interiorizzare la natura.

Paura e allucinazione

La dimensione dell’incubo è stata resa in letteratura da Edgar Allan Poe e i suoi Racconti straordinari hanno alimentato anche in Italia, soprattutto nella Scapigliatura milanese, i temi maudit.  Verso la fine degli anni ottanta Previati si è

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Gaetano Previati, Discesa nel Maelström, 1888-90

ispirato ai racconti di Poe in una serie di disegni. Il capolavoro della serie è Discesa nel Maelström, 1888-90, tratto dall’omonimo racconto dello scrittore statunitense. L’atmosfera allucinata, la compressione spaziale e le onde concentriche che si allargano oltre i margini del foglio, coinvolgono lo spettatore in un vortice di terrore, come quello del protagonista del racconto che “s’inabissa in un gorgo d’acqua senza fine, che lo avvolge e lo preme come una mano turbinosa” (Previati). Qualità espressiva e sintesi che pongono Previati al livello di artisti europei, oltre i confini italiani.

Voluttà e istinti ferini

Le inquietudini nell’epoca non erano legate solamente alle incertezze politiche e sociali, alle scoperte tecniche e scientifiche ma anche ai cambiamenti negli stili di vita. Soprattutto l’ambito privato e sessuale è stato minacciato e stravolto dall’emancipazione femminile. L’ordine sociale e familiare è stato destabilizzato dalle nuove figure di donne che sono state rappresentate come femme fatale, figure tentatrici, incantatrici. Ricorrenti nel simbolismo sono immagini archetipe di un femminile che spaventa  e che suggerisce perversione. Le contratture isteriche delle mani, del corpo e del viso riprese dalle foto di psichiatri e neurologi come Charcot e Lombroso, le ritroviamo nei dipinti che raffigurano questo mito del femminile, da Klimt (in Salomè II), a Von Stuck (Il peccato), a Segantini e Previati.

Nella Cleopatra, 1903, Previati rappresenta la morte della donna conferendo un carattere di ambiguità tra estasi e dolore reso dalla tensione del volto e dalla posa del corpo. Così come nell’abbraccio mortale di Paolo e Francesca, 1909, la testa rovesciata della donna e l’arco disegnato dai corpi conferiscono estasi e voluttà nella morte. Ma il dipinto che mi interessa principalmente è quello di Segantini La dea dell’amore, 1894-97, non tanto perché sia un capolavoro rispetto ai precedenti citati, quanto perché il pittore lo ha realizzato in coppia con L’albero della vita a rappresentare l’amore carnale vicino a quello sacro della maternità. Ha reso la contrapposizione inconciliabile tra due miti femminili del sacrifico e del piacere.

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Giovanni Segantini La dea dell’amore, 1894-97

 

Fusione ed estasi

L’esperienza estatica, che si colloca in un confine incerto tra eros suggestione sublimazione, è diventata oggetto di indagine della scienza positivista e ha trovato il suo autore nel pittore dell’anima Previati. Il sogno è una pittura del 1912 con le stesse curvature dei corpi della scultura di Auguste Rodin Fugit Amor (Il sogno) 1885. Entrambe intendono riprodurre coppie di amanti che fluttuano nella tempesta del V canto dell’Inferno di Dante.

Solarità ed entusiasmo

I fenomeni luminosi sono ambiti di sperimentazione nella pittura di Pelizza da Volpedo, Segantini e e Previati. Di quest’ultimo famosa è La danza delle ore, 1889 c. Le pennellate filamentose e una ristretta gamma cromatica rendono impalpabili le figure che danzano nella luce.

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Gaetano Previati, La danza delle ore, 1889

Simultaneità degli stati d’animo

Boccioni è stato l’erede della scultura plastica e della dissoluzione della materia di Medardo Rosso e del divisionismo di Segantini e Previati e ha teorizzato la poetica degli stati d’animo. Ne ha fatto un trittico in cui “spinge alle estreme conseguenze gli assunti della poetica divisionista, giungendo a dissolvere quasi completamente le apparenze sensibili in una sintesi astrattiva che affida a scie luminose e contrasti tonali e cromatici l’espressione delle vibrazioni psichiche corali di una folla quasi indistinguibile […] I tre stati di coscienza evocati nel trittico – il momento dell’addio, l’emozione della partenza e la malinconia di chi resta – esprimono il principio boccioniano di ‘simultaneità degli stati d’animo’, ossia la compenetrazione dello spazio e del tempo in una ‘durata’ plasmata dalla memoria” (Chiara Vorrasi).

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Stati d’animo I: quelli che vanno, 1911
Stati d’animo I: gli addii, 1911
Stati d’animo I: quelli che restano, 1911

“Nella descrizione pittorica di diversi stati d’animo plastici di una partenza, certe linee perpendicolari, ondulate e come spossate, qua e là attaccate a forme di corpi vuoti, possono facilmente esprimere il languore e lo scoraggiamento. Linee convulse, sussultanti, rette o curve che si fondono con gesti abbozzati di richiamo e di fretta, esprimeranno un’agitazione caotica di sentimenti. Linee orizzontali, fuggenti, rapide e convulse, che taglino brutalmente visi dai profili vaghi e lembi di campagne balzanti, daranno l’emozione plastica che suscita in noi colui che parte” (Boccioni).

E con La risata, 1911, concludo questo percorso.

“Ricollegandosi ancora a Bergson e al suo saggio Le rire del 1900, Boccioni dà corpo ad una delle opere più simpatetiche dell’avanguardia italiana. Nella Risata la dimensione sociale e collettiva del sentimento di ilarità è rappresentata tramite l’irradiamento dello stato d’animo attraverso tutta l’opera: l’esplosione incontenibile delle risa di una donna si propaga contagiosa ai commensali e progressivamente all’intera sala. L’intensità dell’effetto sonoro è sottolineata e moltiplicata dalla ripetizione simultanea  dei gesti, dal movimento dei calici, dalle traiettorie luminose nel vivace caos visivo” (Chiara Vorrasi). È il distacco dal simbolismo e dal divisionismo di Previati; è il ritorno alle forme, alla materialità; è il passaggio alla poetica cubista e al futurismo. E la carica emotiva dello stato d’animo passa dalla zona sensibile e spirituale alla sua espressione fisica e materiale.

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Umberto Boccioni, La risata, 1911

E per finire… Ricordate “La fantasia distruggerà il potere e una risata vi seppellirà”? Questa è la prima cosa che mi è venuta in mente guardando questo dipinto di Boccioni. Da motto anarchico dell’Ottocento (forse pronunciato da Michail Bakunin) a motto del movimento del 77. Questi ultimi, gli anni della mia giovinezza, molto lontani e molto diversi da quelli che stiamo vivendo. Ma la frase è come un augurio che resta nel cuore. Anche se non è stato così. Anche se la fantasia e la risata non hanno retto alla realtà e alla forza del potere…

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