Follia maggiore

Ognuno ha le ossessioni che si merita

Noir o romanzo sociale? ha detto qualcuno in merito a libri che cataloghiamo nel vasto settore del giallo poliziesco. Domanda che mi è tornata in mente da quando mi sono immersa nella lettura di tre tra i miei autori preferiti del genere, tutti europei: una francese, una spagnola e un italiano. Chi più chi meno, ognuno a modo suo, indaga sulla società e sugli stati d’animo e questo mi basta perché la narrazione si imponga alla mia attenzione, lasciando il punto di domanda dove sta. Non so se ci sia una risposta e, in fin dei conti, non è così importante! Qui inizio con l’Italia, Milano e Alessandro Robecchi.

8483-3.jpgCarlo Monterossi è il narratore, il cantastorie se vogliamo dargli un’aura poetica. Colui che tiene in mano il filo della trama. L’alter ego dell’autore? “Lui è solo uno spettatore, sta dentro alle storie ma non ci sta dentro veramente, le attraversa, le osserva seduto in prima fila, ma declina ogni offerta di entrare nello spettacolo da protagonista. Insomma, si siede lì e lascia accadere quello che accade, a volte traendone qualche lezione, a volte ricamando le sue riflessioni”. Lo ritroviamo quando finalmente ha abbandonato la fabbrica delle miserie umane, dei “sentimenti confezionati per le masse abbrutite, di storie ‘pettinate’ e di vergogne private esibite come biancheria stesa, non sempre pulita”. Con lui c’è Oscar Falcone, il misterioso Oscar, che ora sembra fare l’investigatore a tutti gli effetti e nessuno è veloce come lui a scovare indizi. E ancora i poliziotti: Ghezzi, che è diventato sovrintendente, e poi Carrella (in onore di McBain e del giallo metropolitano americano). Questi due sembrano poliziotti un po’ comunisti! Osservano  le disparità e le ritengono responsabili di ingiustizia e sofferenza nella vita di tante persone. «Non sembrano sbirri normali, quei due lì» pensa, a un certo punto, un delinquente! Carrella è “quel poliziotto nervoso, che fuma sempre e non dorme mai, che mangia il minimo indispensabile, che non trova pace finché non ha risolto il caso che ha tra le mani”. E Ghezzi è il poliziotto che pur navigando in acque stagnanti e maleodoranti non demorde e non perde la sua umanità e onestà, anche se prova “la delusione, sempre uguale, quando arriva a quel punto delle indagini. Dopo giorni in cui ha tentato di mettersi nei panni del cattivo, di ragionare come lui, di chiedersi cosa farebbe al suo posto, quando lo prende vede tutta la disarmante pochezza della faccenda, nemmeno la banalità, ma la sciatteria del male. Sempre lo stesso schifo, i soldi, la roba, gli affari zozzi. È tutto lì, è tutto tragicamente lì, non c’è niente da scoprire, niente da scavare, niente su cui riflettere”. Con Monterossi, che si ritrovano sempre tra i piedi, hanno un rapporto diverso. Carrella pensa che è “uno che si fa un sacco di pippe su quello che è giusto e sbagliato, sui buoni e sui cattivi, ma fa solo casino, si concede il lusso di avere un codice etico, mentre loro si fanno il culo con in mano il codice penale”. Ghezzi invece ha uno strano rispetto per lui perché “è uno che potrebbe fare la bella vita senza pensieri, e invece cerca sempre di mettere a posto le cose storte. Certo, a volte finisce che le incasini ancora di più, ma…”. Tutti loro cercano i fili per sciogliere i nodi di una vicenda che ha provocato la morte di una donna e che ha a che fare con corruzione e prestito usuraio, con la politica delle banche che, come dice il nostro poliziotto, “quando c’è da prestare milioni agli industriali glieli date anche se quelli non li rendono” mentre a una brava donna senza garanzie non prestano neppure “quattro soldi del cazzo”. 

Ma è anche la storia di un rimpianto. Così conosciamo Umberto Serrani che, ormai vecchio, vive di nostalgia per un amore interrotto venticinque anni prima e risvegliato da un trafiletto su un giornale. Un amore al quale aveva rinunciato. Per paura, per convenienza, per cosa? “Lui l’aveva semplicemente spostata dal mondo di tutti a un angolo solo suo, dentro di sé, dove Giulia veniva custodita come un tesoro segreto e inestimabile, di cui nemmeno si osa aprile lo scrigno, ogni tanto. Era stato un dolore difficile da spiegare, come la mancanza di una parte, un’amputazione […] Negli anni si era reso conto che era solo una viltà, che semplicemente lui non era all’altezza di quell’amore, che le cose erano state disegnate diversamente e che ribaltare tutto avrebbe comportato dei rischi. Così accanto allo scrigno di Giulia ne aveva messo un altro, e conteneva il miserabile se stesso che non era stato capace di averla per sempre, anche quello chiuso a chiave, anche quello da non aprire mai. Il loro equilibrio era un filo sottile, mentre per quella voglia, per quella passione, avrebbero avuto bisogno di un cavo d’acciaio, di una gomena di quelle per legare i transatlantici al molo”. Chi è Umberto Serrani? Oltre a essere un vecchio più che settantenne che vuole coltivare le sue ossessioni in santa pace è il personaggio che tira i fili in questa storia. Un uomo misterioso il cui lavoro consisteva nel nascondere i soldi dei ricchi, farli sparire in quei paradisi fiscali che la gente comune conosce solo per sentito dire. Ma nonostante questo “Umberto Serrani non ha mai pensato a sé come a un fuorilegge. Sì, certo, faceva un lavoro strano, sgusciava dalle maglie dei controlli, aggirava le normative, forzava un po’ i regolamenti. Ma i regolamenti finanziari sono fatti apposta, ogni paese ha i suoi e certi paesi non ce le hanno proprio, le regole. E poi i reati dei ricchi sono un po’ meno reati, no?”. Giulia è, invece, la donna che ha amato, in modo intermittente ma di un amore indissolubile. Intellettuale ironica, si occupava di traduzioni e insegnamento, la conosciamo dai fatti cronaca, uccisa accidentalmente durante uno ‘scippo’. E dai ricordi di lui “Ne ha tre, di Giulie, la sua, quella nella sua bolla, poi ha l’idea che si è fatto di lei, della sua vita, dei suoi cambiamenti in questi venticinque anni di lontananza, e poi ha, anzi non ha, non avrà mai più, quella vera, quella di adesso, che è morta sul marciapiede lì sotto”. Con la sua morte, apparentemente accidentale, comincia lo spettacolo dove Monterossi è solo uno spettatore e i protagonisti sono altri. “Noi siamo il gentile pubblico” gli dice a un certo punto Federica, l’amica di Sonia (la figlia della donna morta) “Massì, sia io che lei siamo dentro questo spettacolo senza avere una parte, Io con Sonia, il sostegno da amica, ho rinviato un esame, ho deciso che starò con lei finché non la vedrò cantare come prima, o ridere… E lei con il vecchio, non sa nemmeno perché, forse soltanto perché è una bella storia, o perché vuole vedere coma va a finire”.

È un melodramma questa storia, accompagnato dalle arie cantate da Sonia – “giovane soprano nelle vesti di Cenerentola, da orfana indebitata a regina” – di cui il vecchio Serrani si prende cura in ricordo dell’amore provato un tempo per sua madre. E proprio dalla musica viene il titolo. Dall’opera buffa Turco in Italia di Gioachino Rossini, del 1814, quando Fiorilla, libertina e libera, provocante e scandalosa, canta quale spreco sia amare un uomo solo, quando neanche le api amano un solo fiore! 

Non si dà follia maggiore

dell’amare un solo oggetto: 

noia arreca, e non diletto

il piacere d’ogni dì.

Sempre un sol fior non amano 

l’ape, l’auretta, il rio;

di genio e cor volubile

amar così vogl’io,

voglio cangiar così.

Anche l’ambientazione, in alcuni passaggi, sembra uno scenario teatrale. Nella suite dell’hotel Diana sembra di sostare nel passato, tra ricordi, arie e musica; tra tappeti e broccati; tra uno Steinway e le poltrone coi braccioli dorati. Poi fuori di lì, da questo lusso da favola, c’è il mondo normale con la pioggia, il traffico, i passanti, la gente con la borsa della spesa. Da una parte le arie musicali, gli acuti, il bel canto dall’altra i clacson, il brusio, il traffico. E la pioggia che confonde e bagna tutto, come lacrime che non si fermano mai. A Milano sembra piovere sempre nei romanzi di Robecchi e, nella pioggia a novembre, tutto sembra girato in bianco e nero. La zona di Milano di questa storia è la Bovisa, Dergano, Via Torelli Viollier: “è una via dietro viale Zara, la Maggiolina, non un brutto posto […] Via Torelli Viollier sta qua dietro, una via privata tranquilla, diciamo residenziale, di alto livello, ville e palazzine di due, tre appartamenti, bei giardini, roba di lusso. È una via stretta”. E la musica non manca mai. Solo che stavolta non è Bob Dylan ma è la musica lirica, sono le arie antiche, ottocentesche a interpretare il melodramma.

E ai tanti e tante di noi che ricordano gli amori del passato, magari con nostalgia e rimpianto, lascio le parole di Giulia pronunciate quando era una donna innamorata “Sono solo attimi, sprazzi, Umberto, un giorno te li ricorderai confusi, vaghi, qualcosa di bello che non saprai dire cos’era […] Sono attimi d’oro con cui ti farai una corona da re”.

 

Alessandro Robecchi

Follia maggiore

Sellerio, 2018

5 Comments

    1. Tra tutti i libri di Robecchi quello che finora mi è piaciuto di più è il penultimo ‘Torto marcio’ dove gli argomenti sociali e politici sono molto in evidenza. Ne avevo scritto l’estate scorsa qui: https://zapgina.wordpress.com/2017/09/17/le-cose-che-fa-fare-lamore-non-sono-tutte-belle-e-il-mondo-e-pazzo-di-giustizia-e-milano/
      Come nei precedenti anche in questo ultimo romanzo c’è un insieme di temi e di stati d’animo, di noir… Di tutto un po’, insomma. Piacevole lettura.
      Grazie Pina e se poi decidi di leggere sarà interessante conoscere la tua opinione

      Piace a 1 persona

    1. Hai ragione sa descrivere bene cose e situazioni anche banali rendendole interessanti. Penso che sia lo sguardo attento alle tematiche sociali che fa una certa differenza. Poi mi piace questo suo modo di descrivere i vari ambienti di Milano. Grazie del passaggio e del commento 🤗

      Piace a 1 persona

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