Il morso della reclusa – Fred Vargas

“Ci sono tanti di quegli aspetti improbabili e irreali nella faccenda della nostra reclusa da sfiorare la fiaba […] Le fiabe sono per natura crudeli, è da questo che le si riconosce” 

Ci sono libri che mi sono cari e tra questi un posto particolare lo occupano i romanzi di Fred Vargas. Mi sono talmente affezionata ai suoi personaggi che non perdo nessuna delle loro avventure! Leggo in quello stato di grazia che si prova quando si è bambini e poi adolescenti, difficile da ritrovare in età matura, quell’essere completamente estraniata da quanto mi sta intorno, con il naso nel libro, assorbita da quello che avviene in un mondo altro. È il piacere di sostare in un luogo della mente, un’isola dove nessuno ti può raggiungere e ti senti libera di sognare come vuoi. Ogni tanto fa bene rifugiarsi in questo posto intimo e solitario. Fred Vargas produce quest’effetto su di me perché sa creare quel misto di fiaba e realtà che è come la cannella nella torta di mele, un’aroma che mi ricorda un tempo mitico che… chissà se è mai esistito o solo immaginato! Sono stati i Tre Evangelisti a conquistarmi per primi, così irreali nella Parigi dei nostri giorni, e poi ho conosciuto Adamsberg, lo ‘spalatore di nuvole’, ed è diventato il mio commissario preferito. La crudeltà delle fiabe, l’irrazionalismo apparente, la storia che non manca di ricordarci che il passato fa parte di noi, la scientificità che vuole spiegare quasi tutto e la psicologia che ci aiuta a capire i motivi dei comportamenti umani: tutto ciò troviamo anche nell’ultimo romanzo da cui prendo alcuni pezzi, tra quelli che mi sono piaciuti di più, senza svelare la trama piuttosto intricata e che è gustoso scoprire da soli.

71YDSls75uL.jpgAdamsberg viene richiamato a Parigi per il delitto di una donna. Lui, “individuo nebbioso”, si era recato in un ‘Paese nebbioso’ come l’Islanda. «Chissà come ne tornerà?» si chiede con preoccupazione Danglard! Ritroviamo i due amici e colleghi ancora ostili e distanti dopo le ultime avventure. Adamsberg rientra “con la solita andatura un po’ beccheggiante […] Più ventoso è instabile che mai, sguardo fluido e sorriso vago […] Disossato, invertebrato, valutò Danglard. Divertente, ancora umido, pensò il tenente Veyrenc”. Anche gli altri della squadra lo guardano con un misto di curiosità, attesa, e “omaggi discreti alla tenacia di Adamsberg. Spesso lo giudicavano un sognatore e un visionario ostinato, nel bene o nel male, e attribuivano a quell’anomalia il suo improbabile successo di quel giorno. Senza capire che lui vedeva nella nebbia, semplicemente”. Non mi stanco mai degli sguardi su Adamsberg che lo rivelano sempre… imperscrutabile!

Eccoli qui, dunque! Adamsberg, Danglard, Veyrenc e poi ancora Retancourt e Froissy e tutti i sedici agenti dell’Anticrimine: li ritroviamo all’inizio dell’avventura per accompagnarci fino alla fine. Tutti con qualcosa che li rende speciali e insostituibili: Voisenet e la passione per l’ittiologia; Mercadet con il suo mal di sonno, Froissy e il suo armadio pieno di scorte alimentari, Mordent e la sua passione per le fiabe; Noël sessista e omofobo; Danglard e la sua infinita erudizione; Veyrenc e le sue ciocche rosse; e infine Ratancourt, la potente, immensa Retancourt, una dea della terra. E, naturalmente, Adamsberg con la “mente aperta a tutti i venti”. E il gatto! come dimenticarlo, quando lo troviamo a dormire sopra la fotocopiatrice che non viene mai usata proprio per non disturbarlo? Il gatto che bisogna portare in braccio dal piano superiore per farlo mangiare. In aggiunta arrivano anche i merlotti: una covata di cinque nel cortile del commissariato. Ma si tratta di un cortile lastricato e la terra alla base degli alberi è coperta da una griglia: come faranno i genitori a procurare i vermi per nutrire i piccoli?  “Froissy, – disse Adamsberg tirando fuori di tasca una banconota, – il negozio all’angolo vende lamponi, vada a comprarne. E aggiunga un po’ di plum-cake. Voisenet, trovi una ciottola per l’acqua. Non piove da dieci giorni. Retancourt, tenga comunque d’occhio il gatto. Noël, Mercadet, togliete le griglie degli alberi, Justin, Lamarre, annaffiate la terra, ammorbiditela. Qualcuno sa se c’è un negozio di caccia e pesca nei paraggi? […] Mordent guardava la scena, stupefatto. Adamsberg impartiva ordini come nel pieno di un’indagine, e gli agenti obbedivano subito, compresi dell’importanza della loro missione […] – Nessuno si avvicini troppo al nido, – ordinò allontanandosi soddisfatto. Incrociò Mordent e gli strinse una spalla. – Non tutto va così male, no?”.

Anche l’autrice, come il suo commissario, sembra vagare nella nebbia e quando finalmente mette a fuoco una pista, che sarà la storia del romanzo, siamo quasi a metà libro. Prima, come un ricco antipasto, ci ha raccontato altre avventure, altri delitti, altre cattiverie. Ma la vera malvagità la troviamo quando arriva al punto e ci fa conoscere una cricca di ‘bastardi’, ‘blaps’ come li chiama Adamsberg, una banda di delinquenti che commette azioni nefande. Da dove nasce tanta crudeltà? Scopriamo che si tratta di una storia di orfanotrofio e abbandoni, di bambini che hanno alle spalle vicende tragiche in cui i genitori erano morti o in galera, carnefici o vittime. Ma certamente questo non basta a comprendere come mai ad alcuni di questi “gli era entrato il diavolo nell’anima”. Non possono mancare gli psichiatri e le indagini sulla psiche quando si tratta di materia così… umanamente complicata. E Martin-Pécherat, uno psichiatra ciccione e gioviale, si inserisce bene in una tal compagnia di personaggi ‘sui generis’! Martin-pescatore: quale nome più indicato per chi è “capace di sondare le profondità”? Aiuta Adamsberg a vagare nella nebbia e a capire che “è un’indagine che sprofonda negli abissi, quelli del passato come quelli della mente”.

Ma infine le recluse del titolo chi sono? “C’è stato davvero un caso delle recluse. Tanto tempo fa. Che oggi ritorna, strisciando su otto zampe. Le discendenti delle recluse di ieri”. Una pista complicata da mettere insieme che pesca un po’ nella scienza e un po’ nella storia, in credenze e miti.

Attorno al Loxosceles reclusa, conosciuto anche come ragno violino e noto per il veleno fortemente tossico che causa necrosi, gira la storia. Il veleno degli animali “ha sempre avuto un posto speciale nell’immaginario degli uomini. Gli hanno attribuito un sacco di qualità magiche, benefiche e profilattiche, ed è stato molto usato, nella farmacopea per esempio, in base al principio paradossale che ciò che uccide può guarire […] Gli animali velenosi, che fossero serpenti, scorpioni o ragni, erano considerati nemici giurati all’uomo. Incontrarli era segno di morte. Ma se un uomo riusciva a sconfiggerli, «ribaltava il maleficio». Diventava più forte del veleno, più forte della morte, invincibile […] Aggiungo che esisteva un legame inconscio fra questo veleno, questo liquido emesso dall’animale, e lo sperma umano. In particolare il veleno dei serpenti, che si rizzano prima di mordere, peggio ancora i serpenti sputatori […] Ma concentriamoci sul ragno. Secondo questa concezione di sconfiggere il veleno e rafforzarsi dominandolo, il ragno ucciso diventava un animale che portava fortuna e proteggeva. Con i ragni si preparavano decotti per curare moltissime malattie, e a volte li si faceva direttamente mangiare al malato, in particolare per le febbri intermittenti, le emorragie, i sanguinamenti dell’utero, l’aritmia, la demenza senile, l’impotenza […] Fino a non tanto tempo fa  portare addosso un ragno sconfitto, in un medaglione o, per i poveri, in un guscio di noce, o cucito in un abito, proteggeva dalle malattie, dalla malasorte o dai pericoli della guerra”.

Ma le recluse erano anche le donne che nel Medioevo si rinchiudevano per offrire la vita a Dio. Ed è Danglard, con “asciutta pedanteria”, a raccontare questa parte della storia.

“Il fenomeno è cominciato nell’alto Medioevo, diciamo a partire dall’VIII-IX secolo, e ha avuto il suo pieno sviluppo a partire dal XIII, per spegnersi poi durante il Grande Siècle […] Il XVIII. Donne, spesso giovani, sceglievano di farsi murare vive per il resto della loro vita. Il reclusorio in cui si facevano segregare, detto anche celletta, era un edificio così minuscolo che non sempre la reclusa aveva abbastanza spazio per sdraiarsi. I più grandi misuravano circa due metri di lato. Niente tavolo, niente scrittoio, niente pagliericcio per dormire, niente fossa per gli escrementi e i rifiuti. Dopo l’ingresso della sepolta viva si sigillavano tutti gli accessi, tranne una finestrella, la cosiddetta fenestra, a volte collocata abbastanza in alto perché la reclusa non potesse vedere né essere vista. Era da questa finestrella che la donna riceveva le elemosine della popolazione, farinata, frutta, fave, noci, borracce d’acqua, che le assicuravano o meno la sopravvivenza alimentare. Poichè la finestrella era spesso munita di sbarre non si poteva farci passare della paglia per ricoprire alla meglio le deiezioni. Si sa di recluse sprofondate fino ai polpacci di un fango escrementizio misto a resti di cibo putrefatto. Questo per le loro condizioni di ‘vita’. Vita in genere breve, poiché la maggior parte si ammalava o perdeva il senno durante i primi anni, nonostante l’aiuto di Gesù che le accompagnava nel loro martirio, conducendole senza dubbio verso la vita eterna. Ma alcune resistevano più a lungo, a volte trenta o persino cinquant’anni. Nel periodo di piena espansione del fenomeno ogni città aveva i suoi reclusori, una decina, costruiti contro i piloni dei ponti, contro le mura della città, tra i contrafforti delle chiese, o nei cimiteri, come a Parigi i celebri reclusori del cimitero dei Saints-Innocents. cimitero che, come tutti sanno, fu chiuso ed evacuato nel 1780 a causa delle sue esalazioni mefitiche. Le ossa, trasportate alle catacombe di Montrouge… […] Queste donne erano rispettate, o addirittura onorate, il che non significa che fossero ben nutrite, e il calvario che subivano in nome del Signore, era considerato una forma di garanzia, di protezione divina per la popolazione della città. Erano in un certo senso le sante della comunità urbana, per quanto spaventosi fossero il loro aspetto e la loro degradazione”. I motivi di tale reclusione erano dovuti alla “impossibilità di qualunque altro genere di vita su questa terra […] Si trattava di creature indegne che la società aveva bandito. Donne a cui erano negati matrimonio, figli, lavoro, rapporti sociali, rispetto e addirittura la parola, essendo impure. O perché si erano ‘smarrite’ prima del matrimonio o perché la famiglia le aveva cacciate in quanto non maritabili, cadute in disgrazia, handicappate, bastarde. Oppure, nella maggior parte dei casi, perché vittime di uno stupro. Perciò, colpevoli di essere state contaminate e avere perso la verginità, mostrate a dito, donne perdute, potevano solo scegliere il vagabondaggio e la prostituzione, oppure il reclusorio. Dove, personalmente convinte della propria colpa, l’avrebbero espiata nella tortura dell’isolamento”.

Cosa abbiano in comune le donne recluse con i ragni… lo scoprirete solo leggendo! 

Con mio grande piacere, anche se di breve durata e solo verso la fine del libro, Adamsberg ricorre all’aiuto di uno dei tre evangelisti, che sembrano rimasti fermi ai romanzi in cui li ho lasciati (e in effetti non si sono mai mossi di lì): Matthias il preistorico, Lucien lo storico della Grande Guerra, Marc il medioevista, senza dimenticare il vecchio e caustico Vandoosler. È Mathias “l’archeologo, robusto e piuttosto muto, capelli biondi, folti e lunghi, piedi nudi nei sandali di cuoio, pantaloni di tela legati in vita con una corda” che entra a piè pari in questa storia. Ed è lui che ci offre uno sguardo diverso su Retancourt che noi abbiamo visto finora solo come “l’albero della foresta di Adamsberg”. Ora vediamo che “quella donna che anche nuda sarebbe parsa armata aveva un viso molto interessante, disegnato con un tratto sottile. Ma nonostante labbra impeccabili, un naso fine e dritto, occhi di un azzurro piuttosto dolce, non sarebbe stato in grado di dire se fosse bella, o attraente. Esitava, sospettando che potesse modificare il proprio aspetto a suo piacimento fra il versante dell’armonia o quello della rozzezza, a scelta. Lo stesso per la sua potenza: puramente fisica o psichica? Semplicemente muscolare o nervosa? Retancourt sfuggiva alla descrizione o all’analisi”.

Infine, come sempre, dalle nebbie di Adamsberg emergono intuizioni, pensieri, associazioni. Sono proto-pensieri che il commissario chiama ‘bolle’ che “lavorano o giocano […] Forse erano quei pizzichi di follia di cui tutti parlano senza sapere di che cosa si tratti. Forse se ne fregavano del suo lavoro. O del lavoro in generale. Forse giocavano, danzavano e, come lo scolaro che si perde in fantasticherie , si davano un’aria da bolle studiose per ingannare chi le teneva d’occhio: lui, nella fattispecie, che le immaginava  impegnate a lavorare e invece si stavano divertendo”. Le ‘bolle’ che giocano e danzano senza uno schema fisso è l’immagine visiva di un concetto non semplice che la filosofia e la psicoanalisi hanno cercato di spiegare come pensieri che preesistono al pensare, elementi psichici mobili, un insieme di impressioni sensoriali e affetti, stati corporei grezzi che sono la condizione psichica che produce insight: tutto ciò è possibile per uno come Adamsberg che ha la ‘mente aperta a tutti i venti’. La soluzione arriva, alla fine, e aiuta a capire la motivazione di tanti comportamenti, anche se niente giustifica il male fatto e subìto.

«I nostri tempi», commissario? Ma quali tempi? Civilizzati? Razionali? Pacificati? I nostri tempi sono la nostra preistoria, sono il nostro Medioevo. L’uomo non è cambiato di una virgola. E soprattutto non nei suoi pensieri primari”.

 

Fred Vargas

Il morso della reclusa

Einaudi, 2018

3 thoughts on “Il morso della reclusa – Fred Vargas

  1. La tua recensione è accattivante e me la sono gustata fino in fondo, anche se in genere non mi sento attratta dal genere poliziesco. Però qui c’è anche un intreccio con la storia antica e la psicologia, quindi potrebbe interessarmi. Tremendo l’estratto sulle recluse, indicativo del fanatismo religioso che vigeva nei secoli bui… Quanto ai ragni, pensavo portassero fortuna più da vivi che non da morti 🙂 (in ogni caso io non li tocco, mi piacciono troppo! 😉 )

    Piace a 1 persona

    • Non solo fenomeno religioso ma anche sociale la reclusione femminile, incomprensibile per noi oggi. I riferimenti storici del libro sono molto interessanti anche perchè l’autrice è un’esperta medievista.
      La faccenda del ragno violino è poi curiosa. Subito dopo aver letto il libro ho sentito la notizia di quell’uomo di 56 anni che è stato morso. Salvato dalla morte appena in tempo, ha perso il braccio. È successo in Umbria mi sembra, comunque in centro Italia, e non sono riusciti subito a risalire alla causa della necrosi. Questo tipo di ragni vive anche da noi e ama stare ‘recluso’ e indisturbato. Anche nei luoghi casalinghi e… gli armadi. Brrr! L’uomo del fatto successo nell’ultimo mese aveva messo la mano in un sacchetto di calce.
      Grazie del passaggio Alessandra e dei commenti. Come ho scritto a me Fred Vargas piace tanto perchè non scrive ‘semplicemente’ gialli. 🤗

      Piace a 1 persona

  2. Pingback: Scorre la Senna – Fred Vargas – Pensieri lib(e)ri

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