La Corsara – Ritratto di Natalia Ginzburg

“Lei adesso era diventata ‘la Ginzburg’, l’autrice di Lessico famigliare, un libro-mito. Era il potere editoriale, negato a ogni altra creatura femminile. Era un’autrice teatrale inconsueta eppure di successo. Era l’opinionista battagliera di grandi giornali italiani e le sue posizioni ci stordivano, irritavano, innamoravano. Come il corsaro Pasolini sapeva scombussolare gli animi ribelli del post-sessantotto. Era una donna austera e triste, che raramente sorrideva. Si vestiva in stile monacale, di scuro, scarpe basse maschili. Portava i capelli corti, senza messa in piega, quasi se li tagliasse da sé fregandosene del risultato. Non un filo di trucco, niente rimmel, cipria, rossetto, nulla. Una suora laica. Incuteva soggezione, per quel che rappresentava, per quel che era”

Questo non è semplicemente un libro ma un viaggio alla ricerca di Natalia Ginzburg. Un imagesviaggio nelle città e nelle case che ha abitato; alla ricerca delle persone che l’hanno conosciuta, poco o tanto; dei testi che sono stati scritti su di lei. Sandra Petrignani ha raccolto informazioni, opinioni, ricordi, impressioni. E libri, romanzi, biografie, documenti d’archivio. Tutto per costruire un quadro dettagliato e preciso della vita di Natalia, delle relazioni che ha coltivato, delle persone che l’hanno circondata. Tanto che si può dire che sia un viaggio nel tempo e nel mondo di cui Natalia ha fatto parte perché la sua vita è stata circondata da presenze, maschili e femminili, che hanno costruito la società e la cultura del Novecento. Così incontriamo, tra queste pagine, Leone Ginzburg, Casare Pavese, Giulio Einaudi, Gabriele Baldini, Elsa Morante, Lalla Romano, Italo Calvino, Cesare Garboli e tante altre presenze. Voci forti, potenti, di un mondo che è stato. 

Il libro è composto da quattro parti in cui la vita di Natalia si intreccia e confonde a innumerevoli fatti e persone che l’hanno resa estremamente ricca sin dall’infanzia con la sua grande famiglia, le storie della madre e del padre, dei fratelli, della sorella Paola e ancora, nipoti, parenti, amici. Poi la giovinezza, il matrimonio con Leone e i figli; il confino e la vedovanza; la casa editrice e la scrittura;  i romanzi e la vita politica e infine la morte. Ogni parte è suddivisa in capitoletti che ne facilitano la lettura, perché la ricostruzione non è cronologica ma piuttosto composta da tante voci e presenze, alcune di rilievo altre che hanno solo sfiorato la sua vita. 

Tutto inizia con il primo incontro personale che Sandra Petrignani ha avuto con lei quando, a metà degli anni ottanta, si è recata nella sua casa di Roma salendo scale buie dove poi si fermerà a piangere per la stroncatura del romanzo che le aveva dato da leggere. Da una critica può nascere una passione? Sembra essere stato proprio così per la Petrignani, tanto da dedicare a questo episodio l’apertura del libro dedicato alla scrittrice. Ma già prima, nel 1969 quando aveva diciassette anni, si era sentita confortata, leggendo i libri di Natalia, dal fatto che si potesse “continuare a scrivere in modo comprensibile […] in mezzo alle avanguardie dell’arte e del Romanzo”!

«Dire la verità. Solo così nasce l’opera d’arte» ha scritto Natalia Ginzburg a diciassette anni e a questa dichiarazione di poetica è rimasta fedele per tutta la vita, fedele alla realtà dei fatti narrati. Sempre accompagnata dalla malinconia che «non spariva mai» (Un’assenza). Ha inventato una forma letteraria particolare fra autobiografia, memoria, romanzo e saggio che potesse rendere la sua verità. Come Lessico famigliare, in cui ci fa conoscere i suoi pensieri sulla famiglia – romanzo furente sulla famiglia, è stato definito – e alcune informazioni biografiche.

La famiglia. La madre Lidia Tanzi era nata a Milano nel 1878, primogenita di una bella ragazza di origini modeste e di un avvocato socialista, Carlo Tanzi, fratello del famoso neurologo e psichiatra Eugenio Tanzi; la sorella Drusilla fu la moglie di Eugenio Montale; il fratello si suicidò a trent’anni. Il padre Giuseppe Levi, chiamato LeviPom (pomodoro) per i folti capelli rossi era un biologo, istologo, ricercatore e maestro di futuri scienziati, come Rita Levi Montalcini. Lidia e Giuseppe si erano sposati contro il volere della madre di lui in quanto lei non era ebrea. La coppia ebbe cinque figli, tre maschi e due femmine, e Natalia era l’ultimogenita. Lei e la sorella maggiore Paola erano molto diverse, una scura l’altra bionda, una schiva e chiusa e l’altra amante della vita di società e seduttrice. Paola si è sposata con Adriano Olivetti, è stata innamorata di Carlo Levi, amata da Giacomo Debenedetti e diventata poi compagna di Mario Tobino lo psichiatra-scrittore.

Mario Levi, Carlo Rosselli, Leone Ginzburg, Cesare Pavese: siamo negli anni della lotta contro il fascismo, di Giustizia e Libertà, del Partito d’Azione. Il milieu della Torino antifascista, insomma. Una Torino dove molti, tra cui Paola Levi e la madre, frequentavano lo studio di Felice Casorati “intorno a Casorati gravitava non solo l’avanguardia artistica torinese, con Carlo Levi prima di tutti, ma anche il giovane antifascista Piero Gobetti, editore, fondatore di riviste in cui si dibattevano idee socialiste improntate a un nuovo operaismo liberale e proposte letterarie decisamente critiche della retorica ideologica che si stava imponendo”. Uno dei luoghi di ritrovo era la casa di Giorgina Lattes che “era un’altra allieva di Casorati, fra le più brave, e a quei tempi si dedicava al ritratto. Ne ha lasciato uno famoso di Leone del 1933”. 

Il 1933 è anche l’anno in cui Giulio Einaudi ha fondato con Leone Ginzburg la casa editrice Einaudi ed è lo stesso anno in cui Natalia e Leone, amico del fratello, si sono conosciuti.

Leone Ginzburg era nato a Odessa il 4 aprile 1909 da una relazione della madre ebrea russa con l’italiano Renzo Segrè. Il marito della madre ha riconosciuto e cresciuto il bambino come suo terzo figlio. Leone ha avuto quindi due padri e da quello italiano ha evidentemente avuto origine il suo appassionato amore per l’Italia, tanto da sacrificare la sua vita. Ha avuto anche due madri in quanto era spesso affidato alle cure

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Carlo Levi, Leone Ginzburg con le mani rosse, 1933

della zia paterna Maria Segrè quando trascorreva, sin dall’infanzia, lunghi periodi in Italia. Leone era un bambino molto precoce e sin da giovane già una figura carismatica, un leader per i compagni di scuola al liceo D’Azeglio di Torino. Di lui risaltava il rigore e la generosità ma senza ergersi giudice di altri. Era unito da fraterna amicizia con Cesare Pavese.

Natalia e Leone si sono sposati nel 1938 e quando, nel 1940, è nato il secondo figlio lui era confinato in Abruzzo dove lei lo ha raggiunto, a Pizzoli, dove Natalia ha ambientato il primo romanzo La strada che va in città, pubblicato nel 1942. Gli ebrei non potevano pubblicare per via delle restrizioni fasciste e lei ha scelto, insieme a Leone, uno pseudonimo: Alessandra Tornimparte che era il nome di «un paese dove si spedivano i bauli. Era una stazione». Nel 1942 è nata all’Aquila la terza figlia Alessandra.

Il rapporto tra Natalia e Leone non poteva certo essere semplice, nessuno dei due era una persona semplice. Tra loro: la scrittura e la politica, poi i bombardamenti, la fuga e infine la cattura di lui e la sua morte nel braccio tedesco di Regina Coeli, interrogato e picchiato. È morto in infermeria nella notte del 4 febbraio 1944. Morto di cuore e di botte. «Sollevasti il lenzuolo per guardare il suo viso, / ti chinasti a baciarlo con gesto consueto. / Ma era l’ultima volta…»  (Memoria, 1944).

Poi è stata la vita senza Leone e quel pozzo di desolazione in cui Natalia è caduta e di cui ha scritto nel 1948 in Discorso sulle donne. “Le donne hanno la cattiva abitudine di cascare ogni tanto in un pozzo, di lasciarsi prendere da una tremenda malinconia e affogarci dentro, e annaspare […] a me non è mai successo d’incontrare una donna senza scoprire dopo un poco in lei qualcosa di dolente e di pietoso che non c’è negli uomini, un continuo pericolo di cascare in un gran pozzo oscuro, qualcosa che proviene proprio dal temperamento femminile e forse da una secolare tradizione di soggezione e di schiavitù e che non sarà tanto facile vincere: m’è successo di scoprire proprio nelle donne più energiche e sprezzanti qualcosa che m’induceva a commiserarle e che capivo molto bene perché ho anch’io la stessa sofferenza  da tanti anni e soltanto da poco tempo ho capito che proviene dal fatto che sono una donna e che mi sarà difficile liberarmene mai […] Le donne sono una stirpe disgraziata e infelice con tanti secoli di schiavitù alle spalle e quello che devono fare è difendersi con le unghie e coi denti dalla loro malsana abitudine di cascare nel pozzo ogni tanto, perché un essere libero non casca quasi mai nel pozzo e non pensa così sempre a se stesso ma si occupa di tutte le cose importanti e serie che ci sono al mondo e si occupa di se stesso soltanto per sforzarsi di essere ogni giorno più libero. Così devo imparare a fare anch’io per la prima perché se no certo non potrò mai combinare niente di serio”. 

Nei primi anni dopo la morte del marito ha vissuto a Roma, assunta come segretaria alla Einaudi, trasferita temporaneamente da Torino a seguito dei bombardamenti. E a Roma ha iniziato l’analisi con Ernst Bernhard, terapeuta junghiano, ebreo tedesco che si era trasferito in questa città a seguito delle leggi razziali. In La mia psicanalisi Natalia ha scritto «Non mi sentivo malata, solo piena di colpe oscure e di confusione» Ma non ha amato la psicanalisi, le è sembrata fredda, qualcosa che «ti insegna a esser quello che sei. Però non è che smetti di star male». Una descrizione veritiera, direi. Anche se di Bernhard ha riconosciuto che «fu la luce della sua intelligenza a illuminarmi in quella nera estate».

E la scrittura di romanzi e racconti in quegli anni in cui si sentiva infelice e senza forze. Distaccata dal mondo reale ma, nello stesso tempo, partecipe. Ha preso la tessera del Pci e ha lavorato in maniera assidua in casa editrice a Torino con Cesare Pavese, Balbo, Muscetta, Bobbio e Italo Calvino, che ha conosciuto nel 46, anche lui un pezzo importante della Einaudi. 

Ancora l’amicizia con Lalla Romano, probabilmente condizionata dalla disparità: la Romano aveva dieci anni più di Natalia ma le era seconda nel potere editoriale.

Il rapporto non semplice con Elsa Morante della quale Natalia aveva un’alta opinione «Penso che Elsa Morante è il più grande scrittore contemporaneo. Non soltanto in Italia, nel mondo». Probabilmente avevano molto in comune, come scrive Petrignani: “tutte e due devono risarcire la bambina umiliata che sono state […] Tutte e due si sono raccontate  da sole, fin da piccole, le favole che gli adulti non avevano il tempo di narrare ai piedi dei loro lettini. Tutt’e due hanno coltivato in famiglia il ‘gioco segreto’ di inventare storie così vivide da sembrare reali e il sogno di diventare un giorno scrittrici grandi, anzi grandissime”. Con la differenza che la Morante usò sempre un modello di relazione autoritario e dispotico mentre la Ginzburg restò schiva e solitaria. La loro amicizia è sempre stata sbilanciata “Erano due donne sincere fino alla brutalità, solo che Natalia accettava senza risentimento le critiche della collega, anche le più feroci, mentre Elsa raramente tollerava di essere contradetta”. Quando Natalia ha letto per l’Einaudi Menzogna e sortilegio ha scritto «E mi è sembrato un libro meraviglioso che io mai sarei riuscita a scrivere. Io l’ho ammirata molto, e sentivo anche dell’invidia, perché lei usa la terza persona, e a me questo è sempre stato impossibile. Io voglio il distacco però non riesco a scrivere che in prima persona».

Ha avuto un posto anche Salvatore Quasimodo nella sua vita: una relazione interrotta bruscamente con il matrimonio di lui. Quasimodo non era nuovo alle passioni e agli abbandoni e ne aveva fatto le spese anche Sibilla Aleramo, prima della Ginzburg.

Poi ha sposato Gabriele Baldini nel 1950, convertendosi al cattolicesimo. Baldini era uomo di molte competenze, amante del canto, del cinema e traduttore ma romano ed estraneo al mondo di Natalia “era troppo romano, lui, troppo bizzarro, istrione e improvvisatore per coincidere armoniosamente con la parte torinese di Natalia”. Anche i gusti letterari erano all’opposto. Inoltre era molto diverso da Leone, il primo marito, che, oltretutto, non lo aveva granchè apprezzato in passato per le sue traduzioni. Ma nonostante le diversità “Baldini era incantato dalla moglie e lei molto materna con lui. Si volevano bene”. Lei affettuosa e lui spiritoso.

In una notte di quello stesso anno è morto Cesare Pavese, nella stanza 46 dell’hotel Roma a Torino. Il 27 agosto 1950. Natalia ha scritto: «La nostra città rassomiglia, noi adesso ce ne accorgiamo, all’amico che abbiamo perduto e che l’aveva cara. È, come era lui, laboriosa, aggrondata in una sua operosità febbrile e testarda; ed è nello stesso tempo svogliata e disposta a oziare e a sognare. Nella città che gli rassomiglia, noi sentiamo rivivere il nostro amico dovunque andiamo; in ogni angolo e ad ogni svolta ci sembra che possa a un tratto apparire la sua alta figura dal cappotto scuro e martingala, la faccia nascosta dal bavero, il cappello calato sugli occhi. L’amico misurava la città col suo lungo passo, testardo e solitario; si rintanava nei caffè più appartati e fumosi, si liberava svelto del cappotto e del cappello, ma teneva buttata intorno al collo la sua brutta sciarpetta chiara; si attorcigliava intorno alle dita le lunghe ciocche dei suoi capelli castani, e poi si spettinava all’improvviso con mossa fulminea».

Senza Pavese gli equilibri alla Einaudi andarono cambiando e si acuirono divergenze politiche e generazionali. La casa editrice Einaudi occupa molta parte del libro come ha occupato molta parte nella vita di Natalia che è stata l’unica donna presente alle discussioni e alle decisioni, considerata la “coscienza critica della casa editrice”. “Sapeva far male, Natalia  ha detto Ernesto Ferrero e per questo Pavese l’aveva soprannominata “bue muschiato”: era laboriosa ma poteva diventare pericolosa se si provocava la sua mansuetudine.

Nella vita privata, intanto, c’era stato il trasferimento a Roma, nel 1952 e, dopo vari aborti, era nata Susanna nel 1954, affetta da encefalopatia. Nel ‘59 ha partorito un maschio che è morto dopo un anno per una malformazione cardiaca.

E nel frattempo era arrivata anche la notorietà con Le voci della sera, Le piccole virtù, IMG_0414Lessico famigliare con il quale nel 1963 vinse il premio Strega. E poi il cinema e il teatro ai quali è giunta tramite la sua comparizione nel 1964 sul set del film Il Vangelo secondo Matteo impersonando Maria di Betania. È stato Pasolini a presentarle Adriana Asti e Natalia dal 1964 al 1971 ha scritto per il teatro, una commedia all’anno. Inoltre ha intensificato la sua collaborazione con i giornali, diventando commentatrice, polemista, giornalista. Erano gli anni del ‘68 e lei si schierò, all’inizio, dalla parte degli studenti in rivolta ma poi fece sue le posizioni di Pasolini nella contraddizione dei poliziotti proletari e meridionali attaccati da giovani borghesi. “Scritti corsari” ha definito Domenico Scarpa gli articoli di Natalia sui quotidiani “per il tono, naturalmente, ma anche perché sembrano arrembare il giornale appropriandoselo: e, col giornale, l’attenzione dei lettori”. Polemiche, risentimenti, attacchi e discussioni erano provocati da posizioni che la Ginzburg esponeva con la sua consueta chiarezza e sincerità, con la sua libertà di pensiero schietta e irriverente, su molti temi, come ad esempio la condizione femminile e l’educazione permissiva dei figli, la scuola, la società. 

Sono stati anche anni di lutti: dopo la perdita dei genitori è morto nel 1969 anche il marito.

È tornata al romanzo, rompendo il lungo silenzio narrativo, nel 1973 con Caro Michele. Ha proseguito con i grandi libri come La famiglia Manzoni del 1983. In questo romanzo “la Ginzburg non intendeva ritrarre solo un singolo scrittore – fra l’altro proprio quello considerato da molti il maggiore fra i narratori italiani – quanto, ancora una volta, ottenere una foto di gruppo, il gruppo particolarissimo che è una famiglia numerosa, crocevia di nevrosi e risentimenti, affetti e rivendicazioni”. E questo mi sembra sia anche quello che ha inteso fare Sandra Petrignani con questa biografia che è la foto di un gruppo molto ampio.

C’è stato anche il tempo e lo spazio per la vita politica. Candidata alle lezioni nel 1983 – in un periodo in cui in politica c’erano persone come Sandro Pertini, Enrico Berlinguer, Tina Anselmi, Nilde Jotti, Norberto Bobbio, Stefano Rodotà, Vittorio Foa –  è stata rieletta nella legislatura successiva, nel 1987. Ecco un suo discorso politico alla Camera, quando si legiferava sull’aumento dei prezzi e il taglio della scala mobile nel 1984: «Il momento è difficile, dice il Governo, bisogna fare dei sacrifici. Puntualmente però toccano ai più deboli, ai malati, agli emarginati, ed infine ai lavoratori dipendenti, agli operai. Nessun sacrificio tocca ai padroni […] I giornali dovrebbero essere chiari: la gente li compra e legge ogni giorno per sapere e capire che cosa succede, e devono essere chiari. E il linguaggio dei politici dovrebbe essere chiaro, accessibile a tutti, immediatamente intellegibile, limpido come uno specchio perché la gente vi si possa specchiare […] i decreti-legge devono essere chiari. Fra le molte battaglie da combattere, una è certamente questa: la battaglia per un linguaggio chiaro, concreto, intelligibile a tutti, in rapporto diretto con le cose».

Gli ultimi anni della sua vita furono consacrati all’impegno sociale: occuparsi dei diari di sconosciuti, scrittori per caso o per disperazione, non era anche quella una forma di intervento politico?  ed era una dichiarazione di poetica: la grande letteratura è morta, restano sbrindelletti e fantoccetti, specchi rotti, testimonianze personali, la grazia naturale di uno stile spontaneo” scrive Petrignani nelle pagine finali del libro.

Natalia Ginzburg è morta per un tumore allo stomaco nella notte tra il 7 e l’8 ottobre 1991 e, come ha visitato gli androni e le case abitate negli anni, così Petrignani ha visitato le tombe, ultima dimora terrena dei personaggi che ci ha narrato.

Sembra un paradosso che Natalia Ginzburg, la quale nei suoi libri ha tanto parlato di sé, non ci abbia mai raccontato niente di se stessa. Che cosa sappiamo di lei? Tutto e nulla” ha scritto Cesare Garboli. Tutto e nulla è proprio ciò che ho pensato alla fine di questa lettura. Tantissime sono le informazioni che ho trovato ma spesso ho perso il filo perché, come in un caleidoscopio, le immagini si rovesciano e i tanti pezzetti si mescolano continuamente. Il desiderio di rileggere i suoi libri però è rimasto.

 

Sandra Petrignani

La Corsara – Ritratto di Natalia Ginzburg

Neri Pozza, 2018

4 Comments

  1. Ciao, Gina. Ho finito anch’ io da poco questo libro che mi è molto piaciuto. Parla della Ginzburg, autrice che continuo a rileggere ma parla anche di un mondo culturale, quello torinese, attorno alla Einaudi , scomparso e rimpianto. Parla della guerra e del dopoguerra, di Pavese, di amicizie,di amori, di discorsi e di silenzi. Un altro mondo. La cosa che più mi ha colpito è stata la grande figura di Leone Ginzburg, l’ etica della sincerità della parola (che condivideva con Natalia) e tutto il resto di una intelligenze ed una umanità straziate dal fascismo.
    Un testo intenso, importante, valido e bella è la tua presentazione. .

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    1. Ciao Renza, abbiamo condiviso la stessa lettura in questo periodo 😊 Il libro è proprio un pezzo di storia italiana. La Petrignani ha raccolto tantissime informazioni e non solo sulla Ginzburg. Grazie delle tue osservazioni

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  2. Ti ringrazio infinitamente per la bellezza di questo tuo scritto!
    Ho annotato il libro che presto leggerò con vero piacere.
    Mi piacere molto approfondire il rapporto tra la Ginzburg e Benhard.
    Bellissime le parole di Benhard : ” Fu la luce della sua intelligenza a illuminarmi in quella mia estate”
    Un caro salutoAdriana

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    1. Ciao Adriana e scusami del ritardo nel rispondere ma sono rimaste sconnessa per un paio di giorni. L’articolo ‘La mia psicanalisi’ è contenuto nel libro ‘Mai devi domandarmi’. È stata un’analisi breve anche se con sedute quotidiane. Leggendo quanto scrive Natalia Ginzburg mi sembra che abbia affrontato l’analisi con molte resistenze, ponendosi in modo razionale e adottando un punto di vista pragmatico. D’altra parte la psicanalisi in Italia era praticamente sconosciuta e praticata da pochi. Bernhard era noto ma lei non sapeva della sua fama le sembrava un personaggio un po’ bizzarro. Natalia ha interrotto l’analisi bruscamente e non si può dire certo che abbia completato il percorso.
      Bernhard è per me un bisnonno professionalmente perchè ha analizzato Hélène Erba Tissot che è stata l’analista di Carotenuto e del mio analista. Anche se poi ho completato la mia formazione in senso freudiano mi rimane quell’impronta junghiana così ricca.
      Ti ringrazio delle tue osservazioni 🤗

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