Joan MIRÓ – Materialità e Metamorfosi

“La materia, lo strumento mi impongono la tecnica, un mezzo per dar vita a una cosa”

Ancora Joan Miró. Di lui ho già scritto due anni fa in occasione della esposizione antologica al Mudec di Milano. In quella mostra le opere provenivano dalla collezione Fundació Joan Miró di Barcellona e coprivano il periodo tra gli anni 30 e gli anni 70 del Novecento; il percorso espositivo metteva in evidenza, oltre alle tecniche usate dall’artista e le sue sperimentazioni, la corrispondenza tra le scelte della sua arte e la storia sociale e politica del periodo (qui).

La mostra Joan Mirò – Materialità e metamorfosi, che si svolge a Padova a Palazzo Zabarella fino al 22 luglio 2018, è organizzata dal Fundação de Serralves – Museu de Arte Contemporânea, Porto, che ospita la collezione Mirò, ed espone ottantacinque opere tra quadri, disegni, sculture, collage, arazzi che coprono un arco temporale che va dagli anni 20 agli anni 80 del Novecento. Il titolo della mostra illustra quelle caratteristiche per le quali Miró (1893 – 1983) ha trovato un posto nell’arte del XX secolo: aver allargato “i confini delle tecniche di produzione artistica” come scrive Robert Lubar Messeri, uno dei più grandi esperti di Miró a livello mondiale, che ha collaborato nell’organizzazione di questa mostra.

Le opere della prima sala sono degli anni 70, quando l’intento provocatorio di Mirò era quello di “ammazzare la pittura”. Ha assunto il “duplice ruolo di artefice e trasgressore della forma […] pittore e antipittore al tempo stesso” (Messeri). Oltrepassando i confini estetici tradizionali ha costruito estrosi assemblaggi, utilizzato ogni supporto e ogni oggetto, dal più disparato al più imprevedibile, in una libertà compositiva che ha proprio la ‘materia’ come centro della sua creazione. Il mondo delle immagini e delle rappresentazioni dell’artista sembra avere la semplicità dei bambini e trova ispirazione dalle cose più semplici , superando la convenzionalità. Quello che si vede in queste opere di grande formato è una straordinaria abilità artigianale, oltre alla capacità creativa.

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J.Miró, Sobreteixim 4, 1972 – lana, filo, acrilico, tubo di cartone e collage su arazzo realizzato da Josep Royo

Esplorazione dei materiali e linguaggio dei segni rappresentano una trasformazione morfologica che in questo arazzo è ben visibile: le matasse di filo riproducono la stesura del colore; la carta rappresenta la tela e il fil di ferro la linea disegnata. Nei Sobreteixim o sopratessuti del 1972 e 1973 Mirò ha collaborato con un giovane maestro tessitore, Josep Royo, e ha combinato materiali ritrovati trasformando la pittura nel mondo degli oggetti e invertendo il rapporto tra la figura e lo sfondo.

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J.Miró, Toile brûlée 3. 1973 – acrilico su tela bruciata

 In quegli anni 70 Mirò si è spinto a tagliare e bruciare tele “come un attacco al corpo stesso dell’arte: alle  sue qualità decorative, al suo valore di scambio come oggetto di lusso, alla sua sacrosanta purezza” (Messeri). Ha bruciato cinque nuove tele in un ‘caos controllato’, lasciate poi in giardino. Queste tele sono state esposte con i Sobreteixim nel 1974 nella sua retrospettiva al Grand Palais di Paris.

Dopo le opere degli anni 70 si ritorna, nella sala successiva, al 1924 quando Mirò ha messo a punto il linguaggio dei segni e ha reinventato la pittura come uno spazio dove trovano posto iscrizioni, parole, linee pensando al segno come a un sostituto, una rappresentazione di un oggetto o di un’idea. I suoi grafismi si avvicinano all’astrazione ma senza spingersi verso la non-oggettività.

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J.Mirò, Unitled (Dancer) 4 set 1924

Negli anni 50 il linguaggio dei segni è diventato più rudimentale ma anche incisivo

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J.Mirò, Painting 1953

 

 

 

 

In alcune sale della mostra troviamo pareti dipinte con i colori primari usati da Miro – il rosso, il giallo, l’azzurro – e le opere che vi sono collocate acquistano una grande risalto. Non potendo fotografare ho cercato di riprodurre quella che mi ha colpito maggiormente e, anche se non sono riuscita a rendere l’effetto come nella realtà, ho voluto almeno darne un’idea. Le opere sono: Personagge et étoiles danno la nuit, 17 luglio 1965 (gauche, matita acquerellabile, pastello e collage su carta nera) e Personagges dans la nuit, 28 mar 1968 (olio su tela)

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J. Mirò. La Fornarina (D’après Raphaël), 1929

La trasformazione delle figure, in una metamorfosi che le allontana sempre più dalla forma umana, Miro l’ha sperimentata negli anni 20 e 30 del Novecento. Ha deformato i modelli in alcuni “Ritratti immaginari” come ne La Fornarina in cui ha semplificato il modello del maestro del Rinascimento italiano al punto da renderlo una massa scura, con delle protuberanze e un occhio a forma di pesce. E forse, per lui, è rimasto ‘ancora troppo realistico’, come ha scritto in un appunto sugli schizzi!

 

 

 

 

Il principio della metamorfosi ha acquistato una valenza politica negli anni 30, quando in Europa e nel mondo si stava preparando una guerra. L’artista ha dato vita a creature impressionanti su supporti di materiale grezzo.

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J.Mirò, Le Chant des oiseaux a l’automne, set 1937

A rendere poetica quest’opera è la ruvidezza del supporto, un agglomerato di fibre industriali, che contrasta con il lirismo dei colori.

 

Poi negli anni 50 e 60 le acqueforti e l’acquatinta, l’inchiostro di china su carta e l’esplorazione di nuove tecniche, hanno portato Mirò a prestare attenzione soprattutto al procedimento. Dagli anni 60 è ricomparsa la griglia nei suoi quadri, a fungere da contenitore strutturante, una specie di armatura per dare ordine alle sue forme e colori. Nelle opere degli ultimi anni questa struttura ha acquistato maggior equilibrio riducendo la distanza tra figura e sfondo.

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J.Miró Unitled, 1981 olio e glauche su carta

 

“L’incontro con lo strumento e con la materia produce uno shock che è cosa viva e penso si ripercuoterà sull’osservatore” Joan Mirò 1959

 

Joan MIRÓ – Materialità e Metamorfosi

Padova, Palazzo Zabarella 10 marzo – 22luglio 2018

Mostra a cura di Robert Lubar Messeri

12 Comments

  1. Avevo visto alcune belle sculture di Mirò alla fondazione di Barcellona, ma non conosco per nulla quelle di Porto, non essendo mai stata in Portogallo, tanto che leggendoti mi è venuto il dubbio (subito dissolto, da una rapida ricerca delle immagini su Google) che quelle di Barcellona fossero lì provvisoriamente per una esposizione temporanea. Artista affascinante, e poetico, grande sperimentatore di tecniche e materiali. Bel post, accurato come sempre! 🙂

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    1. Una storia fortunosa quella della collezione portoghese. Ti riporto l’informazione trovata su un pannello della mostra. “Le opere, furono di proprietà del Banco Português de Negociòs, che tra il 2004 e il 2006 le aveva acquistate da una importante collezione privata giapponese. Il Banco nel 2008 venne nazionalizzato dallo Stato portoghese che, in fase di forti diffcioltà economiche, decise di mettere sul mercato la prestigiosa Collezione. Incaricata della vendita fu Chritie’s che, nel 2014, decise di porla all’asta presso la sua sede di Londra. Ciò ha portato a una protesta immediata, e l’asta è stata prima rinviata e poi cancellata, così le opere di Mirò sono rimaste in Portogallo”.
      Queste opere sono state esposte pubblicamente per la prima volta al Museo Serralves di Porto, tra ottobre 2016 e giugno 2017, in una mostra che ha avuto oltre 240.000 visitatori, un evento che si è dimostrato essere una delle mostre di maggior successo della recente stagione espositiva portoghese. Prima di raggiungere Padova, la collezione è stata ospitata anche dal Palazzo Nazionale Ajuda a Lisbona con lo stesso titolo, Joan Miró: Materialità e Metamorfosi.
      Come vedi queste opere sono altre da quelle della fondazione Mirò di Barcellona. Grazie della osservazione che mi ha permesso di completare queste note sulla mostra 🤗

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      1. Ti ringrazio delle informazioni! Se riesco a trovarla, metterò nell’archivio e ti darò l’URL anche la foto di un bell’arazzo di Mirò che si trovava nell’atrio di una delle Twin Towers e che sicuramente è andata perduta. La foto, che ho fatto io, non è bellissima, perché, data la ressa dei turisti in attesa di salire all’ultimo piano, non ero riuscita riprenderlo frontalmente, però dà ugualmente l’idea del complesso lavoro dell’artista per la sua realizzazione. Ciao 🤗

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      2. Se la trovi mi farebbe molto piacere vederla. E ti ringrazio sinceramente. Non tutte le opere di Mirò riesco a comprenderle e apprezzarle ma, ad un certo punto, te ne compare davanti qualcuna che ti incanta

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    1. ❤️ grazie! Un’opera in tessuto più che un arazzo. Con i colori decisi che ha sempre usato. Costruiti proprio invece che dipinti. Inoltre ci sono, mi sembra, le bruciature come nelle tele degli anni 70. Chissã se appartiene allo stesso peiriodo. Un’opera bella che ti ringrazio ancora di aver condiviso

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      1. Può darsi; sulla mia guida in inglese era scritto tapestry, che io avevo inteso come arazzo, ma non mi ero posta il problema, per la verità. Allo stesso modo non so a quale a quale periodo appartenga. 😦 Grazie del caloroso apprezzamento! un abbraccio.❤️

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      2. Mi confermi, perciò, che era un arazzo (o almeno che così venisse considerato): che fosse andato perduto, ero certa, come avevo scritto. La foto, per quanto un po’ sbilenca, serve a mantenere la sua memoria! Un caro saluto e grazie ancora a te per tutte le informazioni.🤗

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