I rintocchi della Marangona

“Il campanile di San Marco ha cinque campane: la Marangona, la Trottier, la Nona, la Mezza terza o dei Pregadi, la Ringhiera o Maleficio. La più grande delle cinque è la Marangona, unica superstite delle originali. Sono suoi i rintocchi che risuonano sempre a mezzogiorno e a mezzanotte”

Il pomeriggio, quando posso, ascolto Fahrenheit, il programma di libri di Radio Tre. Un mesetto fa ho sentito la presentazione di un romanzo scritto da due autrici veneziane: Alberta Basaglia e Giulietta Raccanelli, la prima è psicologa e figlia dello psichiatra Franco Basaglia, la seconda è giornalista. Entrambe di Venezia. Non saprei dire cosa mi ha attratto delle cose dette, a parte l’amore per Venezia, ma ho pensato «Questo libro lo voglio leggere». 

Pochi giorni dopo ero a Padova e sono entrata alla Feltrinelli a chiedere I rintocchi della Marangona. «Cos’è la Marangona?» mi ha chiesto il commesso. «Ma… la campana di Venezia! Quella originale» ho risposto come se si dovesse sapere per forza, anche se in realtà non lo sapevo neppure io prima di averlo sentito dalle due autrici veneziane! Il commesso ha controllato nel computer: «Ne abbiamo quattro copie» e subito dopo «No, aspetti. Le hanno riportate in magazzino perché dopo venticinque giorni di esposizione nessuno le mai chieste. Lei è la prima e così concede un’altra possibilità a questo libro. Con la sua richiesta lo rimettiamo in esposizione». Subito ho provato un moto di orgoglio per aver salvato un libro dall’oblio. Poi ho pensato «speriamo ne valga la pena». L’ho letto ed eccomi qui a raccontarlo.

70355F4F-1757-4D7F-96D2-26DB0C9AD78BLa copertina suggerisce una favola, un libro lieve. Ma non è così. Anche se le figure principali della storia sono due ragazzine i temi che tratta sono tutt’altro che leggeri e tutt’altro che infantili. Si potrebbe anche definire una storia romanzata che racconta le bellezze di Venezia, la cultura del suo passato e lo scempio odierno. Sono tanti i livelli di lettura ma non ben accordati tra loro e questo può creare un cortocircuito: ti aspetti una novella o un romanzo e ti trovi di fronte a tutt’altro, anche a spiegazioni tecniche. Ed è un limite che può penalizzare questo libro del quale salverei almeno tre aspetti: l’idea di fondo che lo rende un romanzo; un itinerario per Venezia non usuale e non turistico; una denuncia politica e ambientale per aver messo a rischio questa città unica al mondo. Oltre al grande amore per Venezia che si percepisce in ogni pagina del romanzo. 

Però che bella cosa che ci è capitata. Io posso vedere cosa succederà e raccontarti cosa è successo” 

Il filo conduttore della storia è in mano a due ragazzine che, affiancate da un signore bizzarro che chiamano Sottuttomì, ci guidano alla scoperta di “storie infinite sulla Venezia antica e i guai della laguna”. Perché proprio due bambine? Perché “i bambini cercano il senso delle cose”, chiedono sempre e “alla fine con loro si tocca il cuore delle questioni”. Le loro domande e la loro ricerca ci aiutano a conoscere anche le forti contraddizioni del nostro tempo.

Nina e Mirtilla si chiamano e, pur appartenendo a epoche diverse, si incontrano, sorprendentemente, un sabato 20 luglio, sul ponte di San Canciano: Nina è nata nel 2008, figlia dei giorni nostri e di una Venezia “svenduta, mezza annegata anche in estate”; Mirtilla invece è nata nel 1566 quando Venezia era la Serenissima Repubblica, la Reina del mar. A guardarla bene ci si accorge che questa bambina è l’esatta copia di quella dipinta da Tiziano tra il 1534 e il 1538 ne La Presentazione di Maria al Tempio, operaEB7752BB-3C01-458D-BBEF-5FABA1A4A995 conservata nelle Gallerie dell’Accademia: sulla scalinata una ragazzina avanza verso i sacerdoti, con la treccia bionda e il vestito azzurro “una gamba piegata sul gradino superiore, l’altra giù a sostenere il peso. La mano destra che tiene leggermente la gonna per non inciampare e la sinistra invece sollevata […] Lei, Maria, così piccola, col suo vestitino azzurro cielo e con quel coraggio, sai quello che certe volte viene a noi femmine quando abbiamo paura. Un coraggio che le fa salire le scale sicura, per affrontare i due vecchi sacerdoti ricoperti di velluto e oro. È una scena grande e antica, del Tiziano”. Mirtilla sembra quindi uscita dal quadro per entrare nel nostro tempo, nel giorno della festa del Redentore, e con Nina ci porta a spasso attraverso una Venezia sospesa tra passato e presente. Questa è l’idea che dà l’avvio al romanzo.

Come un gioco dell’oca

La vera protagonista, però, è Venezia, con la sua storia, le sue tradizioni e la sua bellezza senza tempo. Ho sentito un pizzicore, una sorta di curiosità di vedere (o rivedere) quei luoghi dove si muovono le bambine e così ho pensato di disegnare una mappa dei loro spostamenti per Venezia,  un percorso che è come il gioco dell’oca e che porta in zone non usualmente frequentate. Il motivo per cui le due bambine seguono questo itinerario fa parte della trama ed è anche un modo per raccontare un po’ di storia della città, tra passato e presente. Certo non è semplice orientarsi per chi veneziano non è, ma questo modo di guardare Venezia, di attraversare i suoi ponti e la sua storia, mi sembra la parte più affascinante del libro.

Prima di tutto la forma della città: al tempo di Mirtilla era un cuore mentre nel tempo di Nina, quello odierno, è un pesce e questo per una diversa prospettiva ma anche perché nel 1500 mancava un pezzo di arsenale e non c’era la lenza, il ponte che collega Venezia alla terraferma.

Poi dovremmo adottare il passo veneziano, “la falcata precisa degli indigeni, così tipica e così diversa da quella di qualsiasi altro cittadino del mondo. Lunga, ben distesa e senza ripensamenti: la camminata di chi confida nelle proprie gambe come unico e infaticabile mezzo di locomozione. il passo di chi sa qual è la sua meta e come raggiungerla. Magari imboccando le sconte più inaspettate, spesso perfino labirintiche, eppure sempre capaci di accorciare i tempi e di evitare gli ingorghi”.

E così mi sono divertita a costruire questa mappa (qui) seguendo l’itinerario che da San Canciano porta le due bambine all’Arsenale poi al Lido e ritorno, al di fuori dai più noti luoghi turistici veneziani.

Il sonno del Mostro

Per ultimo il tema forte del romanzo, quello che porta le bambine a girovagare dall’Arsenale al Lido: il problema delle acque e dell’equilibrio delicato della laguna alterato da interessi e mancanza di lungimiranza spacciati per progresso.

Sono Mirtilla e il sig. Sottuttomì, che è un pozzo di sapere, a raccontare come veniva governato il delicato equilibrio ambientale di Venezia nel passato; a parlarci dei Savi delle Acque, di Cristoforo Sabbadino, ingegnere e proto (primo tecnico) del Magistrato delle Acque, dei lavori che si potevano e non si potevano fare nella laguna. I piani assurdi in nome della salvaguardia di Venezia c’erano anche nel 1500 e Cristoforo Sabbadino è rimasto famoso per aver lottato con grinta contro uno di questi: “Pensate che ai suoi tempi c’era un incosciente che voleva circondare la città di mura merlate e trasformare la laguna in terra da coltivare. Si chiamava Alvise Cornaro e per fortuna a lui non hanno dato bada, ma a Cristoforo sì […] Dunque a fine Cinquecento Sabbadino ha vinto la sua battaglia; le mura merlate, la collina e il teatro di Cornaro il campagnolo rimangono nel mondo delle idee e iniziano i lavori che seguono le sue indicazioni. La laguna per un paio di secoli recupera il suo equilibrio salmastro. Ma col passare degli anni, il progresso scalpita. Inizia la fase delle grandi opere, nasce il porto interno, si scavano canali sempre più profondi per far entrare navi  sempre più ingombranti. Si strappa terreno alla laguna e nasce Marghera con le sue fabbriche. Si preleva l’acqua dalle falde. Negli anni Trenta del Novecento viene costruito il ponte per far arrivare il treno in città che da quel momento sarà collegata all terraferma. Poi si aggiungeranno le auto e non ci si fermerà più. L’equilibrio viene perso di nuovo, ma al contrario rispetto ai tempi di Sabbadino: ora a vincere è il mare […] si è preferito perdere la memoria e fare scelte di sviluppo per niente lungimiranti. Il risultato è che ora la laguna è sempre più profonda e salata. Lo hanno capito perfino i delfini […] si lasciano alle spalle il Lido, l’isola lunga che fa da confine tra mare  laguna, ed entrano nel bacino lagunare attraverso uno dei due passaggi, quello di Malamocco o quello di San Nicolò”.

Come definire questa parte del romanzo se non di denuncia di corruzioni e di disastro ambientale? Mi riferisco alla vicenda del Mose e del suo fallimento, descritto con tanto di dati e dettagli tecnici. Per quarant’anni si era parlato di questo progetto prima di arrivare al sì definitivo. Nella Tesa 103 dell’Arsenale “tecnici, ingegneri e progettisti trafficano e hanno trafficato per costruire il Mose, quello che da tempo ormai in città chiamano il Mostro. Ed è da un’altra di queste Tese, trasformata in control room, in sala controllo, che contano di manovrarlo. Tanti sforzi per realizzare un’enorme creatura di cemento e acciaio di cui si vede spuntare dall’acqua la struttura periferica, quella che dovrebbe servire per azionarla e per accedere alla sua pancia. Qualche volta hanno tentato di svegliarla, rianimandola per prova. Giusto per constatare che tutto sommato era capace di muoversi, anche se non tutta. È successo infatti che alcune parti sono rimaste immobili perché senza energia o bloccate dalla sabbia e dalle incrostazioni. Ma lei di tutto questo non se ne cura addormentata sul fondo. Hanno voluto inventarla per salvare Venezia dalle acque alte, si diceva che avrebbe agito solo quando ce ne fosse stato bisogno, quando la marea entrante avesse superato il metro e dieci di altezza. L’idea sembrava tutto sommato semplice: le dighe mobili si sarebbero sollevate e avrebbero fatto da barriera, impedendo al mare di entrare e allagare la città. Per il resto sarebbero rimaste sotto la superficie dell’acqua, senza che nessuno le notasse”.

Il compito di dire in cosa consiste quest’opera spetta al signor Sottuttomì che ha collaborato alla sua realizzazione. 

2D4C5FC6-64D6-46DA-A179-4D3901924172Sono tre le bocche di porto che collegano il mare alla laguna di Venezia: San Nicolò, Malamocco e Chioggia e all’entrata di ognuna sono sistemati dei cassoni enormi. Ma prima di sistemarli si è rinforzato e compattato il suolo con iniezioni di miscela cementizia fatte da una macchina perforatrice per poi conficcare dei pali di acciaio o calcestruzzo. Il terreno è stato così giudicato solido abbastanza per sostenere un materassino zavorrato sul quale sono ancorati i cassoni di alloggiamento “che dovete immaginare uno appaiato all’altro sul fondo del mare, ognuno grande più o meno come tre campi di pallacanestro messi insieme collegati tra loro e si può passare stando all’asciutto da uno all’altro attraverso corridoi”. 

Gli unici cassoni che si vedono sono quelli di spalla, “uno da una parte e uno dall’altra del canale, sulla terraferma, e servono per accedere agli altri che stanno sott’acqua, sul fondo, nell’invisibile trincea di cemento”. 

E poi ci sono le paratoie, enormi cassoni gialli di metallo verniciato di giallo, ancorate e agganciate al cassone di alloggiamento con due cerniere. “L’aria compressa gli viene soffiata dentro, l’acqua se ne dovrebbe uscire e loro, una in fila all’altra, si dovrebbero sollevare per diventare una diga mobile che blocca il mare in entrata a Venezia”. Quando sono riempite nuovamente di acqua si riabbassano e scompaiono dalla vista.

Tutto è invisibile agli occhi, tranne il Jack-up che avrebbe dovuto trasportare le paratoie e posizionarle. Là sotto è finito un sacco di roba ma l’Aqua Granda a Venezia continua a esserci! “Perché quest’opera faraonica non sono mai riusciti a farla funzionare e probabilmente non ci riusciranno mai. Ne hanno provata una parte in assenza di mare e di vento e già così alcune paratoie si sono incrinate […] se almeno prima di far costruire ‘sto tafanario si fossero ricordati delle regole antiche di quando c’era il doge e avessero anche studiato le teorie della fisica quantistica, questa storia sarebbe diversa […] La prima [regola] è quella di considerare che ogni azione legata alla conservazione della laguna deve avere un carattere sperimentale, graduale e reversibile“.

Il Jack-up, rimasto ancorato all’Arsenale, doveva costare 37 milioni 267mila 871,37 euro però alla fine è stato pagato 55 milioni di euro circa. Una differenza di 17 milioni e 732.129 euro. E “non è finita qui. I conti non tornano nemmeno per tutto il Mose. All’inizio lo Stato pensava che gli sarebbe costato un miliardo e 920 milioni di euro, poi invece ne ha spesi tre volte tanto […] più o meno 6 miliardi”. E siccome le spese impreviste erano un po’ troppe “a un certo punto qualcuno ha messo il naso in questo profondo buco nero. Così a Mostro quasi ultimato, invece che uno stadio nuovo, dal buco sono usciti qualcosa come 46 arresti, 32 patteggiamenti, 74 anni di reclusione, 43 milioni di fatture false, 30 milioni di tangenti”.

In più bisogna mettere in conto i costi della manutenzione con sub professionisti che devono controllare e monitorare il “sonno del Mostro”, perché bisogna “levare dal Mose le cozze, la sabbia e i detriti. Chi l’ha costruito non ha avuto la lungimiranza di tener conto dell’ostinazione delle correnti e della tenacia di tanti esseri marini”.

Ancora…

Un’altra decisione scellerata, contro natura e fuori scala” sono le grandi navi in uno spazio così fragile.

Sono l’unica occasione di vedere dall’alto il campanile di San Marco ma… “se poi il comandante fa una manovra sbagliata e lo butta giù”?

Colossi che “producono uno stress pazzesco e ognuno inquina come 14.000 automobili”. Sembra che non facciano neppure un’onda le grandi navi che entrano in laguna “peccato che gli studi dimostrino che non è così come sembra. Quando le grandi navi entrando in laguna, senza che nessuno se ne accorga muovono enormi masse d’acqua che si disperdono nei bassifondi e sollevano sedimenti. Passata la nave, l’acqua ritorna nell’alveo, genera le onde di poppa e deposita i sedimenti nel letto del canale che progressivamente si interra e che quindi deve essere dragato in continuazione. Il canale dei Petroli collega Malamocco con Marghera come un’autostrada e negli ultimi quarant’anni solo lui ha fatto perdere a questa parte di laguna qualcosa come un milione di metri cubi all’anno di preziosi sedimenti, nutrimento vitale per lei e per tutti gli organismi che la abitano”.

I sedimenti che se ne vanno non sono solo quelli dragati dal canale dei Petroli, ma anche quelli che il moto ondoso solleva in tutta la laguna. Ben 500.000 metri cubi all’anno vengono trascinati dalle correnti fino alle bocche di porto che ormai, profonde e cementificate, si comportano come vere e proprie idrovore e li vomitano per sempre in mare”.

Un’amara constatazione vien da fare: ai nostri giorni non sembra rimasta traccia di quella Prudentia di cui si parlava tanto nella Serenissima e per la quale “si agiva prudentemente nel presente, tenendo conto del passato e del futuro”.

 

La bibliografia che le autrici hanno compilato alla fine del libro comprende testi sulla storia di Venezia e sulla realizzazione del Mose-Mostro. Direi che un valore di questo romanzo è proprio quello di far conoscere in modo comprensibile il muto dramma della laguna veneziana.

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