In giro per Venezia

Ho una passione per Venezia. E, da sempre, ho anche una passione per mappe e piantine stradali varie. Probabile derivi dal mio bisogno di sapere dove mi trovo e dove sto andando e se, da un lato, rappresenta una forma di controllo, dall’altro offre la possibilità di conoscere molte cose dei posti che visito. Ero certa, quindi, che non potevano mancarmi stradari di Venezia e con questo pensiero mi sono data alla ricerca trovandone, alla fine, ben tre nel disordine della mia libreria. Cartine vecchie, ma che differenza fa? le calli non cambiano nome a Venezia, città dove la storia sta scritta in ogni pietra e non c’è la sorpresa di trovare modificati i sensi unici o i nomi delle vie, come può succedere in qualsiasi altro posto. Ed ecco qui il mio giro dell’oca per Venezia tratto da I rintocchi della Marangona: l’itinerario che mi sono divertita a visualizzare sulle cartine e su google maps è quello che percorrono Nina e Mirtilla, le due ragazzine protagoniste del romanzo. Un percorso che per il momento ho tracciato sulla mappa ma che al più presto desidero percorrere dal vero perché, avendo la fortuna di vivere poco lontano, appena posso un giretto a Venezia lo faccio. Ho un passo lungo e disteso anche se la mia non è “la falcata precisa degli indigeni”, soprattutto perché incerta prima di decidere se imboccare una calle o l’altra, cercando, in ogni caso, di prendere le sconte per evitare gli ingorghi di gente. Tornare a Venezia è sempre un piacere e una scoperta.

L’itinerario è interessante ma sarà possibile seguirlo abbastanza fedelmente solo nella prima e nell’ultima parte, non in quella centrale, a meno di avere una barca che ci porti in giro per la laguna!

 

San Canciano – Arsenale – Campo San Pietro

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Tutto inizia (e finisce) a San Canciano. Per arrivarci:  dal piazzale della stazione basta tenere la sinistra, non passare il ponte degli Scalzi e prendere Strada Nova (percorso che ho memorizzato quando mi recavo al Tribunale dei Minorenni prima cheF13E8954-5B45-4969-A89C-357374B3C1DF, un bel po’ di anni fa, fosse spostato a Mestre). Il ponte San Canciano (1), nel Sestiere di Cannaregio, è uno dei 400 ponti di Venezia, ed ha la base inglobata nel pianoterra di un palazzo sulle cui pareti ad angolo, inserite nel ponte, ci sono due antiche maniglie di ferro battuto a forma d’àncora. “Osservate ora chi dal campo di san Canciano sale i tredici gradini del ponte, per poi scendere i sette che portano in calle, detta della Malvasia, e chi percorre la stessa strada, ma nella direzione opposta. Noterete che molti pedoni in transito sul ponte, che siano vecchi, giovani o bambini, arrivati a sfiorare il palazzo, sollevano la mano e veloci afferrano la prima maniglia che si ritrovano davanti. La fanno tintinnare sul muro e subito, anche se alla cieca, acchiappano l’altra, ancora nascosta dietro l’angolo, e la sbattono con decisione […] un rito di antichi secoli, fatto per attirare la fortuna”.

Dal ponte di San Canciano si arriva a Calle del Fumo (2) che sbuca in Fondamenta Nove (3), dove lo sguardo si spinge verso le isole di Murano e San Michele e, nelle giornate limpide, si vedono le Dolomiti, i monti di Tiziano.

4D2FB968-1444-4E8C-85E7-B579A9E0CB74Da lì dobbiamo arrivare alla Scuola Grande di San Marco (4), nel sestiere del Castello. “La facciata della Scuola ha ancora i suoi bei marmi bianchi e i due leoni sbalzati che a lei da piccola sembravano come vivi, in procinto di saltare fuori dalla nicchia che aveva immaginato essere la loro cuccia. Ma poi la mamma le aveva mostrato come fosse un’illusione ottica e come in realtà avessero spessore solo le zampe anteriori e il muso”. È l’attuale ingresso principale dell’Ospedale Civile San Giovanni e Paolo: “l’enorme atrio ora però non appartiene più alla potente confraternita, ma all’ospedale civile di San Giovanni e Paolo”. Da lì si prende un corridoio che porta al chiostro, dentro al convento. “Il portico circonda il cortile centrale: dopo tante pietre, un po’ d’erba e il fresco degli alberi” (lì sotto i portici c’è il Centro di Salute Mentale, Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura).

Lasciato l’ospedale alle spalle e attraversato il campo può essere piacevole fare sosta in pasticceria e seguire le indicazioni di Nina per il rito della meringa: la pasta è pronta per essere divisa. Le due parti vengono separate. Una in una mano, una nell’altra; in un attimo la prima metà, con la giusta dose di panna, scompare nella bocca di Nina […] Bisogna restare concentrati, se la stringi si rompe. Devi tenerla, ma solo sfiorandola […] poi occorre fare attenzione a quando la dividi. Perché devi capire quale metodo preferisci: puoi desiderare che la panna se ne stia un po’ di qua e un po’ di là, in modo che le due metà abbiano lo stesso gusto pannoso, oppure puoi decidere che è meglio godertela solo su una parte […] Certo è che non ti conviene di mangiarla intera: rischi di perderla per terra perché si sbriciola”.

La prossima meta è l’Arsenale.

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Si prende Barbarie de le Tole (5) che “non è una calle stretta dove si può stare al massimo appaiati, ma è sufficientemente larga da permettere a quattro persone di procedere una di fianco all’altra”.

B36C14B2-2568-4DDB-8C4F-B125EB0B10DBSi attraversa campo San Francesco della Vigna (6), che prende il nome dal fatto che in origine era luogo di vigneti. Nella chiesa rinascimentale omonima, progettata da Jacopo di Sansovino e la cui facciata è stata costruita da Andrea Palladio, ci fermiamo a guardare il dipinto di Antonio da Negroponte,  Vergine e Bambino in Trono (1470). Da notare, sul gradino appena sotto la Madonna, un’allegoria della Prudentia, con le tre teste riunite: una è il presente che guarda in avanti, sempre in contatto con il passato e con il futuro. Della Prudentia si parlava tanto nella Serenissima perchè “si agiva prudentemente nel presente, tenendo conto del passato e del futuro” (eredità che, purtroppo, non sembra essere stata raccolta dagli odierni governanti).

Si arriva all’imbarcadero della Celestia (7) e alla fine delle fondamenta si salgono i dscf6533.jpgdieci gradini di cemento che conducono alla passerella dell’Arsenale Nord (8) appesa circa a metà del muro cinquecentesco dell’Arsenale. Porta alla Tesa 105 (9): “la porta di servizio che dal lato Nord permette di introdursi in Arsenale è una Tesa. Come una chiesa a una sola navata, senza transetto e spoglia, con i mattoni a vista […] un tempio del lavoro […] Questi vecchi magazzini, disadorni e immensi, uno attaccato all’altro, sono il passaggio obbligato per chi dalla Celestia vuole entrare nel cuore di quella che fu la grande fabbrica della città […] L’ingresso monumentale con i quattro imponenti leoni sta invece dall’altra parte, sulla facciata buona, quella che dà su campo dell’Arsenale ed è rivolta verso il bacino di San Marco”.

Sono i luoghi della Biennale e delle Esposizioni d’Arti Visive e d’Architettura.

Dalla Darsena nuovissima possiamo “ammirare il cuore dell’Arsenale e contemplare lo specchio immobile della darsena, che brilla alla luce del sole”.

arsenale_-filippo-lovato.jpgDa lì si vedono le Gaggiandre (10): “due grandi vasche coperte, larghe più di 25 metri ciascuna, sul lato est della darsena. Le arcate bianche sostengono le tettoie a capriate e hanno colonne possenti che sembrano sospese sull’acqua calmissima, dove si riflettono”. Le gaggiandre erano le vasche coperte dove venivano armate le navi. Lì dentro avveniva la fase finale di tutto il processo di costruzione. “Il momento in cui ogni pezzo preparato negli altri reparti viene messo al suo posto esatto nello scafo nudo, secondo regole rigidissime […] Gli arsenalotti in questo sono i migliori, si sa. Ma l’ammiraglio responsabile, per essere certo che non si distraggano mai ed eseguano gli ordini, si tiene sempre vicino un capitano e due guardie”. Avevano tante funzioni gli arsenalotti, erano segantini, appontadori, dispontadori, aseri, pastecanti, pegolotti. Alle vele c’erano le donne, più di quaranta, chiamate le velere: “stanno dall’altra parte della darsena in un soppalco lunghissimo. Tessono, tagliano e cuciono sedute a gambe incrociate. Il loro è un lavoro talmente duro che devono proteggersi le mani con uno speciale guanto di cuoio”.  Era il 1574 quando qui arrivò anche Enrico III di Valois, re di Polonia, appena incoronato re di Francia. In poche ore gli arsenalotti sono riusciti a varare e armare una galea davanti ai suoi occhi increduli”.

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Dalla Darsena si arriva al giardino delle Vergini (11) in due modi: in tempo di biennale e altre manifestazioni c’è un collegamento con un servizio navetta che, dalla Torre dell’Arsenale, attraversa il canale; negli altri periodi dell’anno bisogna fare affidamento sulle gambe, tornare indietro per la passerella fino alla Celestia e girare attorno all’arsenale (si possono vedere così le gaggiandre da vicino). Il giardino delle Vergini è un’area verde di fiori e prati, che “lambisce l’area sud dell’Arsenale” e che “si affaccia su un ponte minuscolo, il Ponte dei Pensieri: un buon auspicio attraversarlo”; il ponte è un nuovo accesso all’area dell’Arsenale sud-est, è in cemento e ferro, realizzato nel 2009 nella stessa posizione di quello esistente fino alla metà dell’Ottocento.

Si prosegue per la Salizada stretta (12), si svolta a destra su calle larga Rosa (13), si attraversa il lungo ponte di ferro a cinque arcate “un ponte gentile, che si appoggia su campo San Pietro con sette gradini profondi e schiacciati […] Il canale è ampio e ospitale, con tante barche e barchette ormeggiate sulle numerose bricole” e si arriva in Campo San Pietro (14) “così pieno di verde”, dove c’è la chiesa “che fu cattedrale ben prima della basilica di San Marco”. È la Basilica di san Pietro di Castello: “Il campanile sta sulla destra, tra gli alberi, ed è miracolosamente storto; costruito con blocchi di pietra d’Istria, per un lato affonda nell’erba. La base quadrata è perfetta: con due gradini che sembrano fatti apposta per trasformarsi in una panca comoda e fresca”. Alla facciata ha lavorato anche il Palladio, ma per poco tempo e senza concludere l’opera.

 

Lido – bocca di Malamocco – Giudecca

Qui noi ci fermiamo perché le bambine salgono sul barchino del sig. Sottuttomì e si dirigono verso la barriera del Lido e la bocca di Malamocco. Quello che c’è a vedere e da sapere riguarda la laguna e il Mose, uno dei temi forti del libro.

Dopo il giro in barca le bambine sbarcano alla Giudecca e da Fondamenta San IMG_0497.jpgGiacomo attraversano il canale a piedi, camminando sul ponte di barche che viene costruito in occasione della festa del Redentore (perché è in quel giorno che si svolge la vicenda del romanzo): “un ponte basculante che ondeggia in sincrono con le barche che lo sorreggono; un ponte montato dal Genio Civile la sera prima e destinato a sparire nell’arco di ventiquattr’ore”. E anche questo noi non lo possiamo fare a meno che non andiamo alla festa del Redentore. Mi ha sempre affascinato questo ponte lungo 330 metri che attraversa il canale della Giudecca. Costruito per la processione che si svolge la terza domenica di luglio verso la Basilica del Redentore, alla Giudecca. La Basilica è un ex voto per la fine della peste che, dal 1575 al 1577, aveva mietuto 50.000 vittime, un terzo degli abitanti della città tra cui anche Tiziano Vecellio.

 

Parentesi

Prima di riprendere il percorso inserisco un riferimento personale sull’isola di Giudecca, una parentesi mia, che niente ha a che fare con il libro da cui ho tratto questo itinerario. Recarsi alla Giudecca è sempre piacevole, ci si trova a Venezia senza l’affollamento consueto. A me fa tornare in mente, con tanta nostalgia per la giovinezza e i tempi di allora, un ritornello: Giudeca nostra abandonada, vint’anni de fame e sfrutamento e adesso s’è rivà el momento de dirghe basta e de cambià”. La canzone sintitola proprio Giudeca, è di Alberto D’Amico, cantata in veneziano e fa parte del genere di protesta degli anni Settanta .

 

Basilica della Salute – San Canciano

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Siamo arrivati all’ultima parte del percorso. Nel romanzo le due bambine arrivano dalla Giudecca, passando sul ponte di barche, alla Basilica della Salute (15), un altro capolavoro del Palladio, e da lì, attraversano il Canalasso (16) in gondola (traghetto, se noi preferiamo) fino a Cà Giustinian (17). 

(Una variante si può fare riprendendo dalla fine della prima parte dell’itinerario e cioè da Campo San Pietro: a piedi, o con il traghetto se siamo stanchi di camminare, si raggiunge, sulla stessa riva, Cà Giustinian).

Da lì si imbocca Calle dei Tredici Martiri (18), poi Calle dei Fuseri (19), si arriva in campo San Luca (20), si supera il Teatro Goldoni e ci si ferma al Ponte dell’Ovo (21) “unico ponte della città da cui si vede il campanile di San Marco”. Visto il campanile si prosegue per campo San Bartolomeo (22), poi al Campiello di Santa Maria Nova (23), e infine calle dei Miracoli (24) dove, sul dorso della vera da pozzo, troviamo un segno che collega il passato al presente (uno dei tanti a Venezia, come il batacchio del ponte San Canciano, come la Marangona). “Mi basta sfiorarla col dito, senza neanche guardarla. È ancora qui sul bordo della vera da pozzo. È la sbeccatura a forma di V che ha fatto un mese 36BFC0E2-10E8-4FD9-8031-01CC041C0FB0fa, l’11 giugno, quel soldato esagitato per festeggiare l’elezione e doge di Sebastiano Venier, eroe della battaglia di Lepanto. Eravamo tutti qui e lui ha avuto la bella idea di lanciare in
aria il suo elmo morione: per fortuna non è caduto addosso a nessuno, ma è finito di punta sul pozzo e ha lasciato questo segno
”, racconta Mirtilla, la bambina venuta dal passato. E qui troviamo anche “la statua di un vecchio peloso dalla lunga barba, che sorregge il disco del sole. Sta incastonato in una nicchia a forma di conchiglia tra il primo e il secondo piano di Palazzo Boldù, giusto davanti al pozzo […]. dicono che sia Saturno; i suoi piedi poggiano proprio sull’allegoria dei tre visi”, un’altra allegoria della Prudentia, come quella che abbiamo visto nella Basilica di San Francesco della Vigna.

Il cerchio si richiude a Ponte San Canciano, dove tutto è iniziato e dove tutto finisce. Al rintocco della Marangona.

Buona passeggiata!

 

L’itinerario è tratto dal romanzo I rintocchi della Marangona, di Alberta Basaglia e Giulietta Raccanelli, Baldini+Castoldi 2018. Le immagini le ho prese da internet e le foto delle cartine con i numeri del percorso sono invece mie.

8 Comments

  1. Bellissimo articolo, ricco e interessante, anche “originale” per il collegamento con il romanzo illustrato in precedenza… È una vita che non torno a Venezia, adesso sarà il caso di farci davvero un pensiero 🙂

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  2. Grazie Alessandra, hai fatto un giro perfetto!
    Parola di autrici
    Giulietta e Alberta
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