Rondini d’inverno (10)

“Prendete una femmina, brigadie’. Una normale, una come le altre. Datele un talento, quello della finzione, e datele gli strumenti: i vestiti, i trucchi, i profumi; le calze con la riga e le scarpe col tacco. Tagliatele i capelli alla maschietta, mettetele un cappellino all’ultima moda e un collo di pelliccia. Poi eccola sorridere, con quei denti talmente bianchi che ti gira la testa a guardarli, o ridere con una risata che sembra un suono di perle sul pavimento. Una femmina così non ha limiti, brigadie’, ve lo dico io. Una così, se vuole un uomo, se lo piglia.

Sì, la nebbia nasconde la verità, però non la cambia. Se cerchi bene, alla fine salta fuori.” 

La donna che viene descritta in tal modo è Fedora, la bellissima Fedora, sulla quale si concentra l’indagine principale di questo romanzo di Maurizio De Giovanni. Si tratta, per me, di un appuntamento saltato perché il libro è uscito l’esatte scorsa ma non l’avevo letto. Semplicemente perché mi ero stancata. Non saprei dire il motivo se non che la serie si stava facendo ripetitiva. Forse mi ero concentrata troppo sui personaggi fissi e le lungaggini e indecisioni del commissario dagli occhi verdi mi sembravano… logoranti. Come è logorante un uomo che non decide mai sui propri sentimenti, continuando a stare sull’altalena. D’altra parte sono i personaggi fissi i veri protagonisti di queste serie che sul mercato vanno per la maggiore. E chi si ricorda le diverse avventure? vengono dimenticate abbastanza facilmente, tranne qualche episodio che magari risuona dentro. Ma, lo sappiamo, l’unica cosa che resta impressa nella serialità è il filo conduttore dato dal protagonista, lui o lei che guida la vicenda e che, romanzo dopo romanzo, concede qualcosina di sé. E funziona, evidentemente, per tenere agganciati i lettori. 

9788858426319_0_0_300_75.jpgQuest’anno ho ripreso in mano il libro in arretrato dal 2017, ritenendolo una buona lettura per la mia vacanza, e così, pur stando da tutt’altra parte, sono tornata in quella Napoli del 1933. E mi ci sono ritrovata in pieno inverno, quasi a Capodanno.

Mi sono imbattuta subito nella parte che mi aveva annoiato negli ultimi libri, quella del vecchio musicista che racconta al giovane allievo le sue meditazioni, un po’ filosofiche e un po’ poetiche, che introducono i temi che si vanno svolgendo. L’espediente dei due musicisti fa da interludio tra i passaggi del romanzo ma mi è sembrato che appesantisse il racconto e interrompesse la fluidità della trama che procede di suo, senza bisogno di aggiunte, collegamenti, considerazioni. Questi pensieri che sembrano accompagnare la storia in realtà la spezzano e la rendono confusa. Anche se poi, alla fine, tutto torna, i fili si ricongiungono in un senso compiuto e anche le meditazioni del vecchio musicista acquistano il loro significato. Vabbè, scelte editoriali!

Dell’autore preferisco, decisamente, la narrazione delle vicende, quella più prosaica. Come la descrizione dello spettacolo della canzone sceneggiata che apre la vicenda: ti sembra di assistervi, con il canto, le parole, gli interpreti, i musicisti, i movimenti  e… lo sparo che mette fine alla vita della ‘diva’. Uno spettacolo di varietà che in un attimo si trasforma in tragedia. La canzone che fa da accompagnamento è Rondinella e parla di tradimento. Nella scena viene riprodotto ciò che succede nella realtà. Una finzione che descrive la vita vera. C’è in De Giovanni una linea di confine aperta tra realtà e fantasia, tra equilibrio e pazzia, tra ragione e passione, tra finzione e realtà, che ritroviamo in tutti i suoi romanzi e soprattuto nel suo protagonista, il commissario Ricciardi, che la interpreta con il suo sguardo che va oltre le apparenze e il visibile, che va alle ragioni profonde dei comportamenti umani.

Si torna a teatro, quindi, con la canzone sceneggiata e con un dramma di gelosia e morte. Proprio a teatro avevamo incontrato Ricciardi, all’inizio della serie quando, sempre per passione, era stato ucciso il tenore Vezzi, uomo di grande talento e di grande arroganza (qui). La trama principale di Rondini d’inverno è dunque questa: “al termine della canzone sceneggiata, un numero che parlava di tradimento, come a ogni replica dello spettacolo e com’era accaduto anche in quella del pomeriggio, Michelangelo Gelmi aveva estratto la solita pistola ed esploso i due colpi: uno indirizzato a Pio Romano, l’attore giovane coi pantaloni macchiati di urina, e l’altro alla povera Fedora, che adesso giaceva insanguinata contro il pannello dipinto”. Ma è stato Gelmi a uccidere la moglie, come tutto sembra dimostrare? Forse “per gelosia, invidia professionale, malanimo, o per una sua eventuale condotta sconveniente”?

Tra i personaggi minori ce n’è uno, Vincenzo Zupo in arte Zuzù, che sembra costruito sulla sagoma di Totò: “a vederlo sulla ribalta pareva una specie di marionetta; era capace di simulare movimenti disarticolati che risultavano bizzarri e divertenti. Fuori dalla parte si presentava come un uomo sarcastico e malinconico, con grandi occhi tristi che spiccavano sotto il cerone”. […] Ricciardi studiò a lungo quel volto asimmetrico e triste, quasi una metafora delle parole che l’uomo aveva appena pronunciato: comicità fuori, malinconia dentro”. È lui, pur essendo una comparsa nella storia, a raccontarci cos’è l’illusione del teatro (che poi è un’illusione che le persone hanno anche nella vita vera quando l’esagerazione dei sentimenti viene scambiata per realtà) :

“Noi attori siamo gente strana. Con gli anni, a forza di rappresentare esagerazioni, perché questo sono i sentimenti che mostriamo sul palcoscenico, finiamo per esagerare pure noi. E ci convinciamo che è tutto vero: le lacrime e le urla, le risate e i tradimenti. Forse il povero Michelangelo è rimasto vittima di un sogno, e ha dimenticato la differenza che ci sta tra la realtà e l’immaginazione. Pure Fedora era un’attrice, e anche lei faceva finta. Magari si è creata un grande amore e ci ha creduto. A teatro succede. Gli altri non se ne rendono conto, pensano che siamo persone normali che fanno un mestiere particolare. Invece è il contrario, siamo persone particolari che fanno un mestiere normale. […] Ve l’ho detto commissa’. Noi facciamo un po’ di confusione. Crediamo di poter portare la recitazione nella vita trasformandola in una specie di rivista. Ma la vita si ribella. Poi, mica ci sta un amore solo. C’è ne possono essere tanti, e quando si mischiano diventano pericolosi”.

Se la morte di Fedora non sembra avere segreti (chissà!) la violenza a Lina ha tutte le caratteristiche del mistero. Chi l’ha ridotta così? chi ha martoriato il suo corpo in modo da ridurla in fin di vita? È, questa, la seconda indagine che conduce Maione, chiamato dal dr. Modo dopo che ha soccorso la donna. Abbiamo quindi due donne vittime della violenza delle passioni. Entrambe nate povere, entrambe belle, solo che a una la fortuna ha sorriso e all’altra invece no. Hanno comunque pagato entrambe, chi la fortuna e chi la povertà, in una vita che alle donne non lascia molte scelte.

E infine sempre il nostro Ricciardi e la sua paziente Enrica. I loro passi di avvicinamento allontanamento sono accompagnati dalle parole e dalla musica di un tango: ‘Caminito’ (cantato nel 1926 da Carlos Gardel)  (qui)

Caminito que el tiempo ha borrado,

que juntos un día nos viste pasar,

he venido por última vez,

he venido a contarte mi mal.

(Stradina che il tempo ha cancellato

che un giorno ci vedesti passeggiare

sono venuto per l’ultima volta

sono venuto a raccontarti il mio dolor)

E non si può tralasciare di dire qualcosa su Maione, l’alter ego del commissario, che a differenza di lui ha “modi bonari ed empatici” e “con la sua sensibilità, era capace di penetrare i sentimenti di cui erano impastati i delitti; una dote che al commissario, uomo introverso e poco incline alle manifestazioni emotive, mancava”; Maione “che manteneva una condotta talmente rispettosa dei ruoli da non risultare mai invadente”.

L’ultima frase con la quale però mi piace concludere questa puntata appartiene a Bianca contessa di Roccaspina, altro personaggio della serie diventato fisso. È un pensiero che nei nostri tempi è poco considerato, anzi parecchio maltrattato, ma che credo racchiuda una grande verità e che può aiutare a vivere la vita in maniera più rispettosa per sé e per il mondo tutto

“…il bello della vita è proprio l’imperfezione, il marchio della diversità, la ricchezza dei tratti originali che sfuggono al grigiore delle convenzioni”. 

Alla prossima…

 

Maurizio De Giovanni

Rondini d’inverno

Einaudi 2017

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