Purgatorio dell’angelo (11)

“No, non c’è niente che non si possa confessare. Serve solo tanta fiducia. E molto, molto coraggio” 

Con il commissario Ricciardi ho trascorso una parte delle mie vacanze marine e questa ultima avventura, che non è conclusiva della serie ma che sembra avviarsi verso una risoluzione nel rapporto con Enrica, si svolge nella primavera del 1933 “o anno XI come dicevano i fascisti”. Sempre a Napoli.

Sono tante le storie che si intersecano e sovrappongono in questo libro, forse più del solito: una principale che indaga sull’assassinio di padre Angelo, un gesuita, un confessore, amato per la sua bontà; un’altra che riguarda una serie di rapine messe a punto sempre in maniera perfetta; due ragazzi che tramano per passare un esame; la presenza di un giovane poliziotto che scalda il cuore a Maione e gli ricorda il figlio morto; oltre all’interludio della storia tristissima della piccola Carmela che raccoglie una rosa rossa per andarla a vendere, una rosa che passa di mano in mano, in una sorta di viaggio del dolore e della disperazione. Tanti sono i fili da seguire, le citazioni, gli indizi importanti mescolati a quelli di scarso rilievo, i segni sparsi che costruiscono una trama di cui solo alla fine riesci e riconoscere il disegno. Non intendo naturalmente raccontare gli eventi ma raccogliere solamente passaggi del libro che mi hanno sollecitato pensieri, che mi hanno fatto meditare, e raccoglierli in temi come: la fiducia; la confessione e il perdono; la vita intesa come un purgatorio in cui scontare errori e debolezze. Niente di leggero, quindi. Ma d’altra parte si incontrano le miserie della natura umana a frequentare il commissario Ricciardi. E si finisce per provare “l’ennesima delusione riguardo ai sentimenti”.

Fiducia. La fiducia è uno stato di sicurezza che deriva dalla percezione di buona disposizione dell’ambiente circostante; presente sin dalla nascita, quando le cose vanno bene nelle relazioni e in assenza di circostanze traumatiche, è il sentimento di essere ben accolti dalle persone e mette nella condizione di instaurare relazioni positive. Ma nel corso della vita ci si può anche lasciar fuorviare nel giudizio e conferire più fiducia di quanta qualcuno meriti. Succede, insomma, che si possa sbagliare: esperienza che credo sia capitata a tutti, anche a chi si ritiene conoscitore delle persone e delle debolezze umane. Perché  è nella natura stessa della fiducia la possibilità dell’errore: “voler bene, dare totale fiducia a qualcuno significava non aspettarsi da costui alcun male. Quindi prestare il fianco, diventare deboli”. Si tratta di un errore di valutazione, inspiegabile se non con i temi personali, come il dolore o un bisogno, “che sono pericolosi perché ti impediscono di vedere quello che invece dovresti vedere”. Quando la fiducia è mal riposta dovremmo quindi chiederci quali desideri, bisogni o aspettative abbiamo proiettato sull’altro tanto da renderci momentaneamente ciechi e sordi.

Confessione. C’è una frase nel romanzo che ha portato i miei pensieri sulla confessione. La pronuncia don Pierino e, anche se è un prete, trovo che quanto dice sul sentimento che accompagna la confessione sia vero per qualsiasi confidenza che una persona fa a un’altra su debolezze e paure: «Dovete capire, commissario, che non è facile aprire la propria coscienza a un altro uomo e raccontargli ciò che ci mortifica di più; si rischia di perdere la sua stima e la sua considerazione. Per non parlare del comprensibile imbarazzo che si prova guardando in faccia uno e pensando: ecco, questo conosce il lato oscuro di me, della mia mente e del mio cuore». La confessione, in questa nuova avventura di Ricciardi, ci porta in diversi ambiti: come ammissione e riconoscimento di colpa in ambito del diritto; come esposizione dei peccati in ambito morale e religioso; nel privato come rivelazione delle paure che bloccano le scelte (riuscirà il nostro commissario ad aver fiducia ed esprimere i suoi timori a un amico o alla sua amata?). Le ultime due hanno in comune lo stesso significato liberatorio, togliersi dalla coscienza un peso che può avvelenare la vita, e la stessa fatica di rendere visibile la parte più in ombra di sé, di dare consistenza con le parole ai propri demoni interiori. La confessione religiosa, oltretutto, fa parte del sacramento della penitenza e non si limita all’abreazione e all’acquisizione di consapevolezza, come quella privata, ma implica la richiesta di perdono da parte di un’entità superiore. Di questa parla padre Costantino verso la fine del libro: “Ci sono ore e anni in cui il peccato che rimettiamo con tanta leggerezza ha causato infinita pena e immenso dolore. E chi ha provato questo dolore dovrebbe essere lì per illustrare gli effetti di certe azioni sulla vita”. Restano domande aperte: può bastare la confessione per assolvere da un peccato, soprattutto se il peccato ha coinvolto altre persone e ha lasciato segni indelebili? Può essere sufficiente qualche preghiera e un po’ di costrizione?

Purgatorio. “Il purgatorio dell’angelo è questa vita” e anche i protagonisti del romanzo vivono la vita come un purgatorio. Ricciardi compreso, anche se il suo sembra, a volte, più un inferno “fatto di morti e di dolore e di sussurri e urla” e accompagnato dalla paura di esser pazzo, di non poter avere una vita normale. Il purgatorio che viene descritto è su questa terra e può durare una vita intera. Ogni persona vive il suo e, come dice uno dei personaggi: “Ci pensate? Uno nasce, lavora e muore. E nel mondo non rimane nessuna traccia di lui […] È tutto un purgatorio, non credete? Un purgatorio”.

Anche questo, quindi, un romanzo di dolore e dramma. Ma non mancano, ad alleggerire il tono cupo, alcune scenette che fanno ridere. Nell’indagine principale si passa tra lacrime e risate, in un senso del vivere tragico e festoso insieme (è questa quella che si chiama napolitudine?). Come la visita di Ricciardi e Maione alla vecchia marchesa novantenne Berardelli de’ Paoli di Palestrina che guarda il povero Maione dall’alto in basso e lo sbacchetta con battute micidiali. La sua ironia si abbatte sul brigadiere e, cosa non facile, gli fa addirittura perdere le staffe. Se dovessi darle un volto mi verrebbe in mente la contessa madre Violet Crawley di Downton Abbey. Ha un nipote che, nonostante cinquant’anni di differenza, le somiglia in maniera impressionante tranne per una “clamorosa involuzione cerebrale”. Ma è Alba, la moglie di lui, a fare la parte del leone, o, meglio, il suo naso lungo e fremente, mobile tanto da essere un vero e proprio naso parlante. Sorprendente quello che riesce a dire con il naso! può diventare supplichevole, arrabbiato, sprezzante. Divertente, la vignetta.

E infine il filo conduttore: Ricciardi. Un uomo tormentato, chiuso nella sua paura di diventare pazzo. Eppure piace tanto alle donne (gli uomini tormentati, sfuggenti, con un dolore che si lascia presagire dietro lo sguardo affascinano molte donne, che lo scambiano per sensibilità ed empatia). I suoi occhi verdi sembrano essere indimenticabili per Livia, dalla “pelle dall’odore esotico” e le “movenze da felino”, e per Bianca Borgati di Zisa, contessa di Roccaspina, “la donna più bella dell’aristocrazia della città, e ora anche la più ricca”. Senza dimenticare la tata Rosa e sua nipote Nelide, fedeli custodi del benessere del commissario. Sembra quasi una religione di fede la devozione verso quest’uomo dolente! Ed Enrica. Abbiamo lasciato lei e il commissario che si vedevano di nascosto al Carminito per passare a frequentarsi poi alla luce del sole con il permesso del cavalier Colombo, il padre della ragazza. Che storia complicata! lui che continua a non prendere l’iniziativa, lei che aspetta e intanto il tempo passa. Ricciardi è l’uomo più innamorato sulla faccia della terra “pure se face la vacca” dice Nelide, senza giri di parole, nel suo dialetto cilentano (trad. “la mucca non brilla per risolutezza”).

Ma infine è Lucia, la moglie di Maione, a darmi la frase di conclusione di questa mia escursione libresca: “teniamo una vita da vivere”. Una frase da tenere cara per quando è necessario togliersi il peso delle preoccupazioni e non restare aggrappati alla sofferenza e ai pensieri tristi.

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Maurizio De Giovanni

Il purgatorio dell’angelo.

Confessioni per il commissario Ricciardi

Einaudi 2018

 

 

 

 

3 Comments

    1. Rimane una lettura piacevole. Quella di Ricciardi è l’unica serie che ho letto e non conosco l’altra di cui hanno fatto dei telefilm mi pare. Grazie Ivana del passaggio

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