Resto qui

Anche le ferite che non guariscono prima o poi smettono di sanguinare. La rabbia, persino quella della violenza inflitta, è destinata come tutto a slentarsi, ad arrendersi a qualcosa di più grande di cui non conosco il nome. Bisognerebbe saper interrogare le montagne per sapere quello che è stato”.

Ci sono tanti modi di guardare e possiamo, idealmente, inserirli tra due poli: da un lato lo sguardo è come una superficie riflettente e si limita a vedere, dall’altro, invece, assorbe e si lascia attraversare, in qualche misura anche modificare, da ciò che guarda. Questo è stato il primo pensiero quando ho preso in mano Resto qui, il libro di Marco Balzano finalista al premio Strega di quest’anno. Nasce da un ricordo, e cioè che al Lago di Resia ci sono stata, tanti anni fa; era inverno e la vista del campanile che spunta dalle acque di un lago di montagna mi ha provocato quella curiosità inevitabile ma banale che si accontenta di scarne informazioni e, a mia giustificazione, sta solamente il fatto che avevo i pensieri occupati dallo sci. É vero anche che in Alto Adige ho trascorso molte altre vacanze, con il piacere di percorrere sentieri di montagna, raggiungere masi e alpeggi e, tutto questo, senza interrogarmi oltre le nozioni generali sulla storia di quelle montagne e valli. Il mio, quindi, è stato uno sguardo un po’ opaco, che ha lasciato cadere tante domande, oppure un pensiero non pensato che non ha trovato una forma precisa. 

Lo sguardo di Marco Balzano al campanile nel lago quando si è recato a Curon Venosta, nell’estate del 2014, è stato invece tutt’altro che banale, ha acceso l’immaginazione del narratore e lo ha spinto oltre le semplici informazioni, alla ricerca di documenti e di testimoni di quella vicenda che ha sepolto un paese in una tomba d’acqua e ha scritto un romanzo che dà un’anima alla storia del campanile e lo rende qualcosa di più che una tra le tante curiosità del mondo. Ha dato parole anche al sentimento di una popolazione attraversata da diverse identità, ricostruito le vicissitudini di una terra i cui confini sono stati decisi in base ai trattati e, nella storia di un paese, ha riassunto la storia dell’Alto Adige, una regione che è “l’unico luogo in Europa in cui si sono susseguiti senza soluzione di continuità fascismo e nazismo”. Il sentimento che prende durante la lettura è di commozione per la bellezza della scrittura e un profondo senso di ingiustizia per quanto è accaduto. 

Balzano dà vita a due personaggi principali, Trina ed Erich, e attraverso la loro vicenda _resto-qui-1517855252.jpgprivata, matrimonio figli perdite, racconta una vicenda collettiva. Lascio la prima alla lettura personale limitandomi a quelle informazioni di cornice e riprendo la seconda che è, a mio parere, la parte migliore del libro. Trina è l’Io narrante e la sua sembra una lunga lettera alla figlia, il racconto di una vita a qualcuno che non c’è e i cui contorni sono delineati dall’assenza. Il nome della destinataria non lo conosciamo fino a un terzo del libro, quando compare in modo quasi casuale e naturale insieme. Ma è dalla bocca del padre che lo sentiamo pronunciare per la prima volta, non dalla madre che pure dà parole ai fatti. Lei, Trina, è una ragazza che diventa donna in un periodo tragico della storia, quello del fascismo, della guerra e del nazismo, e tutta la sua vita ne viene condizionata. Diventa maestra nel momento in cui il fascismo comincia a dettare legge e Mussolini stravolge la scuola e rende obbligatorio l’italiano come lingua. In ogni regione, anche in Val Venosta, zona di confine con la Svizzera e l’Austria, abitata da gente di montagna che parla tedesco, di religione cristiana; anche a Curon, luogo di malghe e pascoli, “un paese ai margini del tempo”.

Il lungo racconto comincia nella primavera del ’23. “L’anno prima c’era stata la marcia su Bolzano, con i fascisti che avevano messo a ferro e fuoco la città. Hanno incendiato gli edifici pubblici, pestato gente, cacciato con la forza il borgomastro, e come al solito i carabinieri sono rimasti a guardare. Senza le loro braccia conserte e quelle del re il fascismo non ci sarebbe stato”. Mussolini rinomina strade, montagne, fiumi, insegne di negozi; anche sulle lapidi dei cimiteri i nomi vengono italianizzati; proibisce l’insegnamento del tedesco a scuola e rende obbligatorio l’italiano a bambini che parlano solo nella lingua del posto.

“I fascisti occupavano non solo le scuole, ma i municipi, le poste, i tribunali. Gli impiegati tirolesi venivano licenziati in tronco e gli italiani appendevano negli uffici cartelli con scritto «Vietato parlare tedesco» e «Mussolini ha sempre ragione»”. I tirolesi non vengono assunti per nessun lavoro nonostante, negli anni, si espandano le zone industriali con il trasferimento della Lancia, le Acciaierie, la Magnesio per le quali continuano ad arrivare coloni italiani mandati dal duce. E così la popolazione cambia.

Dal primo momento è stato noi contro loro. La lingua di uno contro quella dell’altro. La prepotenza del potere improvviso e chi rivendica radici di secoli”. Anche a Trina, pur avendo studiato la lingua italiana, non viene data la possibilità di insegnare. Se non in scuole clandestine, organizzate dai sacerdoti in cantine e soffitte, rischiando gravi conseguenze: multe, arresti e confino. L’italiano diventa così la lingua dell’odio e quella regione “un punto incerto dell’Europa dove tutti si guardano di traverso. Invece l’italiano e il tedesco erano muri che continuavano ad alzarsi. Le lingue erano diventate marchi di razza. I dittatori le avevano trasformate in armi e dichiarazioni di guerra”.

Arriviamo al ’38, quando Hitler annette l’Austria risvegliando speranze di liberazione: “diamogli un po’ di tempo e verrà a liberare anche noi” e l’idea che “la Germania avrebbe salvato il mondo […] Sperare in Hitler era la ribellione più vera […]”.

“Sonnecchiammo così, nolenti e repressi, fino all’estate del ‘39, quando i tedeschi di Hitler vennero ad annunciare che, se lo volevamo, potevamo entrare nel Reich e lasciare l’Italia. La chiamarono la «grande opzione»”. La ‘grande opzione’ non convince però tutti, soprattutto quelli che, come Erich, pensano che Il nazismo era la vergogna più grande e presto o tardi il mondo se ne sarebbe accorto”.

La guerra scoppia nel ’39 e “tutti quelli che avevano deciso di partire per la Germania alla fine restarono qui. La paura dell’ignoto, le bugie della propaganda, la furia di Hitler li tennero a Curon”. Con l’inizio di questa guerra si ripresenta il ricordo di quella precedente quando “abbiamo inghiottito il rospo di aver combattuto con gli austriaci per ritrovarci italiani. Siamo riusciti  a fare tutto questo perché eravamo convinti che fosse l’ultima guerra. La guerra per eliminare le guerre. Così la notizia di un secondo conflitto, con la Germania alla riscossa che presto avrebbe invaso il mondo, sul momento ci lasciò attoniti, ma ci illudemmo che le montagne sarebbero ancora state pareti di solitudine, che questa Italia di cui dovevamo sentirci parte sarebbe rimasta neutrale fino alla fine”.

Tutti credevano che le cose sarebbero andate come nel ‘15, che sul Carso italiani e austriaci si ammazzavano ma qui a Curon si continuava a raccogliere il fieno, a tagliare l’erba e a metterla ad asciugare sui muri, a portare in malga le mucche, a riempire secchi di latte e farci il burro, a sgozzare il maiale e mangiare per giorni salsicce e salami”. E per un po’ la guerra rimane nei “rumori degli aerei che arrivavano da dietro il cielo”. Poi gli uomini e i ragazzi cominciano a partire, arruolati nell’esercito italiano, e i telegrammi ad arrivare, le donne a piangere e vestirsi di nero perché “ne morirono tanti nell’Europa dell’Est. Altri in Russia, sulle rive del Don”.

Con l’armistizio, l’8 settembre ’43, arrivano i soldati del führer, la gente scende in strada esultante e li accoglie come liberatori.  Diventammo la regione meridionale del Reich. La zona di operazioni delle Prealpi”. E succede tutto all’incontrario: gli impiegati italiani vengono cacciati e la lingua italiana proibita. I tedeschi prendono il controllo totale del territorio e arruolarono gli uomini. E prendono di mira quelli che nel ’39 non avevano accolto la «grande opzione» decidendo di restare a Curon e di non partire per la Germania: avevano mostrato di non avere fiducia cieca in Hitler fin dall’inizio!

E sentivo che i fascisti erano bastardi perché volevano annegarci, ci avevano trascinato in guerra e avevano portato via Barbara. E i nazisti erano bastardi uguale perché ci avevano messi gli uni contro gli altri e volevano i nostri uomini solo per farne carne da cannone”.

Un fazzoletto di terra passata di mano in mano, di potere in potere. Gente che aveva combattuto con gli austriaci nella prima guerra mondiale contro l’Italia si trova a combattere, nella seconda guerra mondiale, tra le file italiane sotto il regime fascista e poi, con l’Armistizio, a doversi offrire volontaria nell’esercito tedesco per non incorrere nelle epurazioni dei nazisti. Oppure fuggire sulle montagne verso la Svizzera, come Erich e Trina:  poi mi prese la mano e andammo”. Disertori che si danno alla clandestinità sul cocuzzolo della montagna, verso la frontiera svizzera, ad aspettare che un tedesco o un italiano li scopra e li spari. Nella vita da rifugiati, nascosti nei masi di alta montagna o nei fienili abbandonati, sempre al freddo, non ci sono neppure i nomi a identificarli, a rafforzare quel legame creato nel bisogno: sono semplicemente la donna grassa, il vecchio, il padre, i figli, il prete. Le rappresaglie dei tedeschi, alla fine del ’44, si intensificano – masi bruciati, disertori deportati, familiari imprigionati – anche in alta montagna è una caccia spietata.

“ – Quassù non siamo fuori dalla guerra, – dicevo a Erich la sera davanti al fuoco. – Questa pistola è la guerra. Lui annuiva. – Però non siamo diventati loro complici”.

Finché anche questa guerra finisce. “Anche noi, come tutti, eravamo stremati dalla guerra e nello stesso tempo pieni di voglia di rinascere. Nelle giornate in cui ci sentivamo più forti ci piaceva immaginarci a casa ad ascoltare la pioggia che picchia sul tetto e noi al caldo a raccontarci storie davanti alla stufa di maiolica. Senza più affanni”.

Ma gli affetti non si possono riparare e la divisione creata dal nazismo tra la stessa gente rimane una frattura insanabile perché c’è chi ancora rimpiange il fürher e aiuta i gerarchi nazisti a procurarsi i passaporti falsi per emigrare in Sudamerica. Dopo una guerra che ha diviso non solo con le idee ma anche con la morte si torna a parlare solo di niente! È “una piaga che non si rimargina” e il perdono a volte non sembra possibile neppure tra padri e figli.

E sarà la diga più grande d’Europa

Arrivo alla storia della diga che fa parte della storia più generale e rappresenta l’episodio finale di una serie di ingiustizie e sopraffazioni. 

La diga era stata annunciata per la prima volta nel 1911. Imprenditori della Montecatini volevano espropriare Resia e Curon e sfruttare la corrente del fiume per produrre energia. Industriali e politici italiani dicevano che l’Alto Adige era una miniera d’oro bianco e sempre più spesso mandavano ingegneri a ispezionare le valli e a sondare il corso dei fiumi”. Ma il progetto non parte fino all’avvento del fascismo, con l’idea di Mussolini di costruire poli industriali a Merano e Bolzano. Nella primavera del 1940 viene annunciato, con dei fogli scritti in italiano appesi ai muri del municipio – in silenzio e senza altro avvertimento tra gente che conosce solo il tedesco –  la costruzione della diga: “I fascisti e la Montecatini sanno che c’è il rischio di una guerra, che noi maschi presto partiremo a combattere, che qui nessuno capisce l’italiano, che siamo solo dei contadini! È il momento migliore per approfittarne”.  Ma i lavori restano fermi fino alla fine della guerra quando cominciano ad arrivare uomini a migliaia, dal sud e dal centro Italia, come orde di barbari, presi per fame e trattati come schiavi: nessuna sicurezza sul lavoro e  accampati in baracche che durante la guerra erano usate nei campi di prigionia. Il lavoro della diga è lungo e il sistema è complesso, riguarda molti paesi della valle. Dietro al progetto ci sono anche imprenditori di Zurigo che danno soldi alla Montecatini. E la popolazione non è informata con chiarezza e subito non capisce quello che sta succedendo, in una negazione dell’evidenza che ben descrive uno dei responsabili dell’opera.

L’uomo col cappello scosse le spalle e annuì con compassione. La conosceva bene la gente, lui che da tutta la vita girava il mondo. Era uguale ovunque, assetata solo di tranquillità. Contenta di non vedere. È stato così che aveva già sgombrato altri paesi, sventrato quartieri, abbattuto case per far passare binari e autostrade, gettato colate di cemento sulle campagne, fatto costruire fabbriche lungo il corso dei fiumi. E il suo lavoro non andava mai in crisi perché cresceva dove c’era la fiducia inerte nel destino, la fede assolutoria in Dio, l’incuria degli uomini assetati solo di tranquillità. Tutto questo gli permetteva di starsene a fumare il sigaro nella sua baracca mentre i cafoni reclutati in qualche città lontana arrivavano sui treni della fame a sgobbare come schiavi sotto la pioggia, a morire di silicosi nelle gallerie sotterranee. Aveva sempre avuto gioco facile, nella sua lunga carriera, a distruggere le piazze vecchie di secoli, le case passate di padre in figlio, i muri che ascoltavano i segreti di marito e moglie”.

Alla popolazione non viene mai detta la verità e dapprincipio sembra che il livello dell’acqua si alzi solo di cinque metri, poi di dieci. E allora non sommerge il paese, si pensa! Infine dicono che arriva a 15, poi 21 metri: “più sù del paese”. Solo a quel punto si forma un comitato d’azione per la difesa della valle, si fanno presidi, proteste, preghiere, veglie. Vengono scritte lettere al vescovo, al governo italiano, ai giornali. Arriva in visita il vescovo e il ministro Antonio Segni. Una delegazione si reca a Roma dal papa Pio XII. Ma… I sindaci dei paesi attorno non appoggiano l’opposizione al progetto, la deviazione del fiume fa comodo al loro territorio e in fin dei conti “il progresso vale più di un mucchietto di case” !

Così cominciano le espropriazioni dei masi, e c’è chi se ne va in un altro paese e chi rimane nelle baracche messe a disposizione. Rassegnazione. Le case vengono distrutte dal tritolo “finché è rimasta solo la torre del campanile, che la Sovrintendenza da Roma aveva dato ordine di risparmiare. L’acqua ci ha messo quasi un anno a ricoprire tutto. È salita lentamente, incessantemente, fino a metà della torre, che da allora svetta come il busto di un naufrago sull’acqua increspata”.

È finito tutto sott’acqua: paesi, masi, stalle, campi, falegnamerie, chiesa, botteghe. Tutto sommerso in una tomba d’acqua. Tranne quel campanile a memoria di quanto è stato.

 

Marco Balzano

Resto qui

Einaudi 2018

12 Comments

    1. Leggere la storia di questo territorio, i passaggi subiti e la violenza del fascismo, modifica il mio modo di guardare alla fredda gentilezza dei suoi abitanti che ho sempre percepito durante ogni mia visita

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      1. E’ così. Se non lo hai letto, è interessante, a questo proposito, anche il libro di Lilli Gruber “Eredità. Storia della mia famiglia”. L’ho recensito, parecchio tempo fa. Si comprendono molte cose che, forse, solo oggi, nella distanza, possono essere accolte. Io ricordo, ero ragazzina, gli anni degli attentati in Sud Tirolo, ed era difficile capire. Nonostante tutto, la nostra società era ancora impregnata di fascismo negato ma resistente, che stava nella cultura, con il bisogno di credere che non occorresse ricordare nulla. Era rassicurante credere ai cattivi – succede ancora.

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      2. Sono andata a leggermi la tua recensione del libro della Gruber. E no, non l’ho letto. Non so per quale sorta di miopia o snobismo ho evitato i libri di Lilli Gruber, che pure ritengo una brava giornalista. Ma è forse l’essere una giornalista che mi ha tenuta lontana dalla scrittrice. Comunque dopo aver letto ‘Resto qui’ ho pensato proprio alla Gruber. Sono stata a Mantova, al Festival della letteratura, e mi sarebbe piaciuto ascoltarla parlare della trilogia che ha scritto sull’Alto Adige, ma non c’erano più biglietti. In ogni caso la tua recensione mi ha convinto a leggerla.

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  1. Una lettura senza dubbio importante, visto che ci riporta alla memoria fatti e vicende quasi dimenticate, ma tutt’ora dimostrative degli aspetti più torbidi della natura umana, che quando è pilotata da deliri di superiorità o da interessi economici mascherati da progresso riesce solo a fare dei danni. Mi è piaciuta molto anche la parte introduttiva del post (quella in cui parli del modo di osservare le cose), che stimola a riflettere tanto quanto la storia ricostruita nel libro. E chissà quanto lavoro di scavo e ricerca sotto il romanzo, chissà quanti documenti riesumati, scartabellati, analizzati. Del lago di Resia e del campanile ho un ricordo che risale all’infanzia, ormai lontano nel tempo… mi piacerebbe oggi rivisitare la Val Venosta.

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    1. Sicuramente un libro documentato. Ho pensato, leggendolo, che avrebbe meritato lo Strega. Poi ho riflettuto e mi sono accorta di alcuni ‘vuoti’ che riguardano i personaggi del romanzo. Intendo che secondo me non sono costruiti con profondità e sembrano incompleti. Solo un personaggio mi sembra delineato meglio: Ma’, una figura minore ma ho il dubbio che possa avere attratto la mia attenzione per il mio interesse dei rapporti madre figlia. Mi ripeto ma considero la parte migliore del romanzo quella storica.

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  2. Grazie, Gina per la bella recensione che segnala un libro a cui non avrei dato attenzione. Giusto riportare e ricordare i fatti dell’ Alto Adige, le vicende che l’ hanno segnato. Ho tuttavia qualche difficoltà a rapportare a quel passato doloroso e tragico la situazione attuale di questa regione. Ad accettare quella sorta di freddezza- quando va bene- e di quella non rara forte avversione per gli italiani che lì vanno a sostenere l’ economia. Il fascismo è stato orrendo- ma non solo lì- ma il dopoguerra, con De Gasperi, ha sanato le ingiustizie subite dai sudtirolesi. Oggi, la regione è ricca anche grazie ai riconoscimenti politici ed economici da parte dell’ Italia e davvero si fa fatica a comprendere tutto il pacchetto divisivo ( di cui Alexander Langer a suo tempo segnalò le stoltezze), le etnie separate; i posti pubblici riservati, la difficoltà dei matrimoni “ misti”. Fino ad alcuni anni fa, la percentuale di questi matrimoni era inferiore a quella tra bianchi e neri negli USA!
    Ho letto il libro della Gruber, ma, in verità, mi è sembrata un’ operazione molto commerciale. Dividere la storia della propria famiglia in diversi volumi ( non trattandosi degli Hohenstaufen…) ha dato l’ impressione di un calcolo non propriamente storico. Senza contare le molte pagine dedicate al suo matrimonio ( sic!) e una scrittura troppo giornalistica.
    Si ricorda di meno che le sofferenze operate dal fascismo coinvolgono anche la Venezia Giulia, Trieste e Gorizia e altri luoghi. Tra l’ altro, il rogo dei libri in lingua slovena, ad opera del fascismo per italianizzare quelle terre, risale al 1922, come ci ricorda ancora Pahor. Anche qui violente azioni di italianizzazione, divieti di parlare lo sloveno, fuga di coloro che parlavano quei dialetti , prigionie, morti, licenziamenti e vite distrutte..
    Sto leggendo un bel libro, edito da una piccola e benemerita casa Editrice di Bologna, Qudu, intitolato Un’ anima un pensiero di Marja Makarovic e Marta Kosuta. Raccoglie le testimonianze di quel periodo tragico di 13 persone, vissute a Servola, che ora è un quartiere di Trieste. Sono pezzi di vita dolorosissimi. Scusa se mi sono troppo dilungata, ma credo che sia il caso di non dimenticare i risarcimenti dovuti e ottenuti dagli altoatesini, che non giustificano ora l’ acrimonia verso l’ Italia, , assai diffusa.

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    1. Capisco benissimo la visione che proponi della situazione dell’Alto Adige e anche di quanto costa all’Italia mantenere pacifici gli spiriti separatisti che tuttora ci sono. Risarcimento e pacificazione hanno reso quella regione una delle più ricche d’Italia e tutti i servizi pubblici che offre sono di ottimo livello. Io lo vedo nel servizio sanitario: come personale e strutture il Veneto, che pure ha servizi validi, viaggia alla metà della velocità dell’Alto Adige.
      La storia passata credo sia comunque da conoscere soprattutto per le ingiustizie che molte popolazioni hanno subito. E sono d’accordo con te nel considerare tra queste la popolazioni del Friuli e dell’Istria. In alcune zone di confine come Gorizia le ferite sono ancora aperte e le rabbie accese (anche il Friuli è una regione a statuto speciale). Non si tratta certo di fare confronti ma di riconoscere la specificità di ogni storia dolorosa. E quella di molti esuli istriani è stata una delle pagine più dolorose vissute non solo durante il fascismo ma anche dopo la guerra. Grazie delle tue osservazioni. Ciao

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