Donne in politica (1)

“L’uomo è per natura un animale politico” Aristotele

E la donna?

Una storia da raccontare è quella della presenza delle donne nella politica. Non mi riferisco a figure singole, alle donne eccezionali che hanno conquistato un posto nella memoria storica per qualche azione o pensiero in rottura con lo schema dominante. Intendo una presenza più numerosa. Intendo la partecipazione di tante donne e non solo di qualcuna. 

Nel mio piccolo lavoro di documentazione sulle donne amministratrici ho gettato uno sguardo anche ad un contesto più ampio, al nostro sistema politico nazionale e al parlamento. Se nei comuni la rappresentanza femminile è aumentata dalla promulgazione della legge 512/2012 (qui) è perché ci sono state azioni precedenti; ci sono state soprattutto donne, ma anche uomini, che si sono impegnate per cercare di raggiungere una ‘ancora sofferta’ parità di genere nei luoghi della politica. C’è stata una cultura che è andata cambiando e ci sono state, soprattutto, lotte. Ed è da queste, dalle lotte di massa, dalle proteste che hanno coinvolto gran parte dei giovani, delle donne e degli uomini, portando nelle piazze un vento di rinnovamento, che ho iniziato a raccogliere dati. Dagli anni 70 quindi, quando si è andato a costruire quel modello di società sul quale ancora stiamo impostando valori e comportamenti. Perché è da lì che ha iniziato a diffondersi un certo pensiero sulla politica al femminile che prosegue tutt’oggi; perché è negli anni Settanta che le donne, in numero superiore rispetto al passato, si sono messe in gioco in quasi tutte le lotte sociali, dalla casa, alla scuola, alla salute, al lavoro, uscendo dalla dimensione privata per assumere un ruolo politico. Li ricordo quegli anni, ero giovane ma ho avuto la fortuna di immergermi in una dimensione irripetibile. Però si tende a dimenticare e, invece, vale la pena tornare a rivedere quello che è stato per comprendere verso quale direzione stiamo procedendo.

L’argomento non è breve e quindi ho pensato di scriverlo in due momenti: il primo riguarda il novecento che abbiamo appena lasciato alle spalle ma che continua ad essere presente nel nostro modo di intendere vari ambiti della vita, soprattutto quello della politica; l’altro, in una successiva puntata, considera il nuovo secolo che stiamo vivendo.

Per la prima parte ho trovato ricche e preziose informazioni in un libro in particolare: IL Unknown.jpegNOVECENTO DELLE ITALIANE, Una storia ancora da raccontare, pubblicato da Editori Riuniti nel 2001. Si tratta di “un manuale di consultazione ma anche un’occasione per riflettere sulla storia del nostro paese, sullo stato delle leggi che riguardano le donne, sul peso delle abitudini e del costume, sul protagonismo femminile e sull’immagine che ne hanno riflesso i media” (IX Introduzione). Il testo ripercorre anno per anno i fatti salienti della politica in generale da un lato e, nello specifico, quella che riguarda le donne. Le autrici fanno parte del gruppo Controparola, che dal 1992 analizza l’immagine femminile diffusa dai mass media e ne denuncia la manipolazione. Ci guidano in un viaggio attraverso il secolo breve, una rilettura della storia che parte dal 1900 e anno per anno la ripercorre fino al 1999. Per seguire la mia traccia di pensiero ho spulciato tra gli ultimi trent’anni estrapolando i dati che mi sembravano maggiormente utili a riflettere su come sono andate le cose per quanto riguarda la partecipazione femminile nella politica e che peso hanno avuto le donne in alcune scelte.

Anni 70

Gli anni 70 sono ricchi di tante cose, belle per quanto riguarda il pensiero delle donne. Perché è dalle donne che comincia a emergere la riflessione sulle contraddizioni del modo di fare politica con il gruppo di appartenenza. Dalle donne della sinistra extraparlamentare per la precisione: spesso il pensiero femminista è in contraddizione con le idee e le scelte di un partito e le donne, di conseguenza, si trovano a svolgere quella che viene chiamata la “doppia militanza”. Solo in seguito questa consapevolezza si estende anche alle iscritte e militanti nel Pci, che sappiamo essere stato a lungo ostile al femminismo: ricordiamo che solo a fine decennio, nel 1979, Berlinguer arriva ad affermare che “la rivoluzione sociale e quella per la liberazione della donna devono procedere di pari passo e sostenersi l’una con l’altra”.

Se guardiamo ai numeri la presenza delle donne in politica è ancora esigua in questi anni: nel 1975 alle elezioni comunali su 149.000 consiglieri le donne sono poco più di 3000, il 2,5%; alle elezioni politiche del 1976 le donne elette sono 64, il 6,7% contro il 3% delle elezioni precedenti; la maggior parte, 41 donne, sono elette nelle liste del Pci e formano il più grande gruppo femminile mai visto in parlamento: molte sono più giovani rispetto all’età media dei parlamentari e portano nelle istituzioni un soffio di femminismo. E questo farà la differenza!

Nel 1976, per la prima volta in Italia una donna, Tina Anselmi, della sinistra democristiana, diventa ministro, per la recisione ministra del Lavoro e della Previdenza sociale (capirà ben presto che ai vertici del sistema le donne non sono previste: per esempio viene esclusa da un importante pranzo al Quirinale dove Andreotti e gli altri ministri devono incontrare il vicepresidente americano Mondale, perché la formula di rito degli inviti, quando ci sono discussioni politiche, è “strettamente riservato agli uomini”). È Tina Anselmi a volere fortemente la legge per la parità tra uomo e donna in materia di lavoro. Nel 1977 la legge, che afferma l’illegittimità di qualsiasi discriminazione nelle assunzioni e annulla alcune differenze stabilite per legge, come la differenza di età pensionabile per uomini e donne, è approvata con il voto delle comuniste, dalle socialiste e dalle democristiane, anche se ufficialmente la DC continua a mettere in primo piano il ruolo della donna nella famiglia. È una delle tante conquiste legislative del periodo, a cui si arriva grazie a una politica trasversale fra comuniste e cattoliche. Ma è determinante anche la pressione del movimento. “Nei partiti, a cominciare dalla DC, gli uomini avevano una gran paura dell’ondata femminista che premeva” ha ricordato Tina Anselmi. Per effetto della legge a due anni di distanza, nel 1979, si è visto un aumento delle donne nelle liste di collocamento e dell’occupazione femminile. 

È nel 1978 che, finalmente, il movimento delle donne riesce a far portare in parlamento la discussione e l’approvazione della tanto attesa legge n. 194 sull’interruzione volontaria della gravidanza. Divisioni e contrasti non mancano nella galassia femminista ma, infine, la legge viene votata dai partiti laici e dal Pci.

Nel 1979 una donna diventa per la prima volta presidente della Camera. Nilde Iotti era stata parlamentare europea e dal 68 vicepresidente del gruppo parlamentare comunista alla Camera (ma, nonostante la sua notevole carriera politica, l’Espresso la chiama “la migliora” in quanto per molti italiani era soprattutto la compagna di Togliatti “il Migliore”). Verrà rieletta anche nelle due successive legislatore e il 27 marzo 1987, per la prima volta, un presidente della Repubblica assegna a una donna (lei) l’incarico esplorativo per formare il governo.  

Anni 80

La presenza delle donne in parlamento diventa costante dal 1983, col governo Fanfani V ed è negli anni 80 che si dà attuazione ad alcuni comitati a rinforzo della parità uomo-donna.

Nel 1983 il ministro del lavoro Gianni De Michelis istituisce il Comitato nazionale per l’attuazione dei principi di parità tra lavoratori e lavoratrici.

Nel 1984 si istituisce a giugno, all’interno della Presidenza del Consiglio dei ministri, la Commissione nazionale per le pari opportunità che si propone di realizzare la parità tra uomo e donna, in tutti i campi, istituzionali e sociali. È composta di 23 persone e la presidente è Elena Marinucci. La Commissione diventerà un punto importante per i diritti delle donne. Fra le prime iniziative, la campagna “Vota donna” per una rappresentanza politica femminile meno disuguale. La Commissione, di cui fa parte anche la top manager Marisa Bellisario, denuncia il maschilismo dei libri di testo per le scuole e punta il dito contro il sessismo nella pubblicità.

Nel 1985 su richiesta della Commissione nazionale per le pari opportunità, viene pubblicato il Codice donna, redatto dal gruppo di lavoro ‘Donna e diritto’. Il volume di duemila pagine raccoglie norme e leggi nazionali sulle donne: dalla Costituzione repubblicana alla legge sul divorzio (approvata nel 1970), dalla 1044 che istituisce gli asili nido (del 1971) alle norme sulla cittadinanza.

È una donna, il ministro della Pubblica Istruzione Franca Falcucci, a siglare il 16 gennaio 1986 l’accordo col Presidente della Cei (Conferenza episcopale italiana) cardinal Ugo Poletti, sull’insegnamento della religione nelle scuole. Si rende così effettiva la legge approvata dal Parlamento per cui l’ora di religione nelle scuole sarà facoltativa per gli studenti. 

COME le donne fanno politica

Se la presenza femminile è risicata nei luoghi della politica istituzionale è invece numerosa in altri contesti a dimostrare che non sono le donne a non volersi dedicare alla politica ma che i contesti della politica sono escludenti per le donne. Le energie e l’impegno delle donne rifluisce in altri movimenti quando si allontana dalle manifestazioni di piazza: quello ecologista, pacifista, nel volontariato. La partecipazione  attiva delle donne alle lotte sociali degli anni Ottanta è dovuta, secondo la sociologa Laura Balbo, anche al peggioramento delle condizioni economiche. L’inflazione altissima provoca l’aumento di tutti i prezzi, i servizi pubblici sono inadeguati, solo il 25% delle donne svolge un lavoro regolare, mentre il lavoro nero, sottopagato, riguarda in tutta Italia 4 milioni e mezzo di donne.

Nel 1986 le donne sono, infatti, numerose fra i militanti di Legambiente, l’associazione in prima fila nella sensibilizzazione ai problemi ecologici e nella battaglia contro l’introduzione del nucleare in Italia. A Legambiente si formano molte politiche destinate a occupare posti importanti: fra loro Giovanna Melandri, che sarà ministro dei Beni Culturali, e Grazia Francescato, che diventerà segretaria del Wwf e poi portavoce dei Verdi. Per molti aspetti la sensibilità femminile coincide con le problematiche ecologiche. In tutto il mondo infatti le donne sono largamente presenti nelle formazioni ambientaliste, spesso con funzioni di rilievo. L’Italia non fa eccezione. Nel 1987 il gruppo parlamentare dei Verdi è costituito di uomini e donne in numero pari, e si dà un direttivo tutto al femminile.

Le quote

Nel 1987 anche in Italia si cominciano ad applicare le ‘quote’ riservate alle donne per realizzare quell’uguaglianza sostanziale tra i sessi sancita dalla Costituzione. Un anno prima, in Germania, i Verdi avevano deciso l’alternanza di presenza femminile e maschile nelle liste elettorali. Livia Turco, una funzionaria comunista di soli 30 anni che da pochi mesi era stata chiamata da Alessandro Natta a far parte della segreteria del Pci, e che era responsabile delle donne, reclama l’inserimento nelle liste elettorali di un maggior numero di candidate e ottiene di metterne in lista ben 183, un vero record. Ne sono elette 53, quasi il 30% della rappresentanza del Pci. È una quota che non sarà mai più neanche lontanamente raggiunta. Fra le nuove elette alcune sono collegate al movimento delle donne, come la direttrice di Noi donne, Mariella Gramaglia e come Carol Tarantelli, moglie di Ezio, l’economista ucciso dalle Br, che si occupa della Casa delle donne maltrattate di Roma. 

Carta delle donne e tempi di vita

A novembre Livia Turco e altre dirigenti comuniste pubblicano la ‘Carta delle donne’, una specie di manifesto programmatico centrato sullo slogan di sicuro effetto ‘Dalle donne la forza delle donne’.  Il documento, che viene diffuso in tutta Italia e riapre un dialogo tra donne del Pci e femministe, ha qualche richiamo al sofisticato pensiero della differenza. Ma poi affronta con molta concretezza temi della vita di tutti i giorni, a cominciare dal lavoro. E affronta il problema dei ‘tempi di vita’, auspicando che anche i lavori domestici vengano equamente divisi tra uomini e donne e che tutti i cosiddetti tempi sociali (orari dei negozi, degli uffici, dei servizi) siano riorganizzati in modo da consentirne l’utilizzo anche alle donne occupate a tempo pieno. Molte amministrazioni locali prenderanno iniziative in questo senso. Nel 2000 i ‘tempi di vita’ entreranno in una legge dello stato: Legge 8 marzo 2000, n. 53 “Disposizioni per il sostegno della maternità e della paternità, per il diritto alla cura e alla formazione e per il coordinamento dei tempi delle città”.

Il Comitato per le pari opportunità nasce nel 1989 al ministero della Pubblica istruzione. Missione: far crescere la cultura della parità maschio-femmina nella definizione degli obiettivi e dei programmi scolastici.

Intanto al Parlamento europeo, nato dal voto del 18 giugno, succede che: le donne italiane sono 9 su 81 eurodeputati. Una distanza abissale con i paesi del centro e nord Europa: in Norvegia, tanto per dire, il governo è composto per metà di donne e le europarlamentari sfiorano il 40%.

Anni 90

Negli anni 90 il volontariato registra un’alta partecipazione di giovani di ambo i sessi (ma in prevalenza ragazze), spinti dal desiderio di essere utili, di vivere con pienezza la propria fede o l’impegno civile

Nel 1991 si assegna un ruolo importante alla consigliera di parità, che opera a livello regionale e provinciale.

Succede che, senza una politica specifica che riequilibri la presenza di genere, le donne vadano sotto e nel 1992 diminuiscono nel Parlamento insediato per l’XI legislatura: 82 su 955. Per cui si inizia a discutere di quote, nel 1993,  e a fare i primi passi verso la parità. Con il passaggio al sistema elettorale maggioritario, notoriamente sfavorevole ai candidati più deboli come le donne, occorrono strumenti per riequilibrare la rappresentanza. Se ne preoccupano Tina Anselmi, presidente della Commissione pari opportunità, e la diessina Livia Turco. Riescono a far approvare alcuni correttivi sia per i Consigli Comunali sia per la Camera dei deputati, prevedendo candidature maschili e femminili in quote obbligate. Ma non tutti, e neanche tutte, sono d’accordo. “Le donne non sono panda” commenta Ombretta Fumagalli Carulli, criticando le politiche di protezione del genere femminile. Emma Bonino giudica la legge solo un contentino. E anche in diversi ambiti femministi le ‘quote’ vengono considerate uno strumento non solo inadeguato ma sbagliato.

Un effetto della legge sulle quote diventa evidente alle elezioni politiche del 1994: c’è un aumento della rappresentanza femminile: il 13%, la percentuale più alta mai raggiunta in Italia.

Però. Nel 1995 la Corte costituzionale dichiara l’illegittimità costituzionale della legge del ’93 sul riequilibrio della rappresentanza. Da un giorno all’altro nei Comuni e in Parlamento i candidati tornano a essere non più uomini e donne ma creature neutre. In particolare la Corte sostiene che riservare un terzo delle candidature alle donne vuol dire discriminare i candidati di sesso maschile!

E così succede che senza la legge sul riequilibrio della rappresentanza, bocciata dalla Corte costituzionale, alle elezioni di aprile 1996 le donne arretrano molto. E gli uomini la fanno da padroni nella preparazione delle liste e nell’assegnazione dei collegi più sicuri. L’anniversario dei 50 anni di voto alle donne vede una rappresentanza femminile ai minimi storici. “Questa volta il Parlamento è maschio” commenta desolata una parlamentare.

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Poi in maggio entrano nel governo Prodi tre ministre: Rosy Bindi alla Sanità, Livia Turco agli affari sociali, Anna Finocchiaro alle Pari opportunità, nuovo ministero appena creato che, anche se è un ministero senza portafoglio, diventa un punto di riferimento per le politiche delle donne.

1997. Senza la legge c’è una caduta anche alle amministrative parziali di primavera: le consigliere comunali passano dal 14% al 5%. Le sindache sono solo 70. Nel 98 le donne sindaco cadranno al 6,3% e nessuna sarà eletta nelle grandi città.

1998. Il Cnel, Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, fornisce per la prima volta una mappa ampia del potere femminile: in Parlamento siede solo il 10% di donne e va anche peggio tra i dirigenti delle aziende e nella direzione dei giornali.

1998. Il governo D’Alema viene definito rosa per il numero di presenze femminili mai raggiunto in Italia. Sei ministri sono donne:

  • Ministra degli Interni, Rosa Russo Jervolino
  • Ministra della Sanità, Rosy Bindi
  • Ministra dei Beni culturali, spettacoli e sport, Giovanna Melandri
  • Ministra per la Solidarietà sociale, Livia Turco
  • Ministra per gli Affari regionali, Katia Belillo
  • Ministra per le Pari opportunità, Laura Balbo (sociologa a cui si devono i primi studio sulla ‘doppia presenza’).

Le sottosegretarie sono dieci.

Non c’è conclusione. La storia continua. Però un pensiero lo posso fare dopo aver visto messi in fila tanti dati: la proposta e l’approvazione di leggi, che ancora oggi rappresentano un caposaldo dei diritti, sono il frutto di una partecipazione che ha fatto la differenza.

14 Comments

  1. Un bel post, Gina, scritto in un momento in cui è giusto ricordare che le conquiste politiche, che troppo in fretta oggi molte donne giovani danno per acquisite definitivamente, hanno richiesto passione, partecipazione e sacrifici, e soprattutto unità di intenti. Sulle divisioni e sugli scontri si lascia spazio ai vecchi pregiudizi, al maschilismo, che ci temo ci riporti indietro a situazioni che non si vorrebbero più vedere. Grazie! 🤗

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    1. Il pensiero che mi vien da fare è che allora si aveva un sogno, degli obiettivi chiari. Anche se sui metodi non si era sempre d’accordo non c’erano dubbi su quello che le donne avevano necessità di conquistare. Oggi si ha la memoria corta e, come dici tu, si rischia di dare per acquisite cose che invece sono sempre in bilico. Guai a non tenerle ben monitorate! Vedo però che in questi ultimi anni l’attenzione si è riaccesa.
      Grazie delle osservazioni 🤗

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    1. Certo, noi donne abbiamo capacità al pari degli uomini ma non pari opportunità. Non ancora, anche se siamo nel terzo millennio. Non è questione di tempo ma di cultura e la nostra – pur essendo quella occidentale avanzata per il genere rispetto ad altri posti del mondo – non ha ancora trovato un riequilibrio per tante cose: dal tempo, al lavoro, ai salari, ecc. ecc. Serve monitorare la situazione perchè le leggi del secolo scorso sono conquiste, ma non per sempre!
      Grazie per le tue considerazioni

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  2. Bellissimo post- necessario , direi quasi, soprattutto oggi, in cui il regresso culturale in materia è palpabile, tangibile ed ha, come sappiamo, conseguenze devastanti che non sto qui a rievocare.
    Una battuta che Lilli Gruber, dal suo Otto e mezzo , ripete spesso è che in questo governo “<em c'è troppo testosterone“: vale a dire la presenza femminile, pur consistente di individualità certamente valide, è di fatto, se mi passi il termine, neutralizzata proprio nella sua specificità di contraltare e contrappeso a scelte ed atteggiamenti muscolari ed esibizionisti. E quando questi stessi atteggiamenti vengono approvati e osannati da un pubblico femminile appare chiaro quanto terreno si sia perduto e come appaia impresa ardua recuperarlo.
    Un saluto e grazie ancora per questa opportunità di ripensare all’esperienza politica femminile nel nostro paese , certo connotata da luci ed ombre, ma che certamente si rivela argomento di ispirazione e di riflessione per tutte – tutti- noi.

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    1. Grazie del tuo intervento e delle riflessioni che porti. Scusa se ti rispondo tardi ma sono stata lontana dal blog per un po’.
      In questo periodo sto pensando a come si sta evolvendo il comportamento politico delle donne e questi dati che cerco di mettere insieme mi aiutano a chiarire il passato. Il presente si mostra variegato e le donne hanno trovato le piazze, più che le aule del parlamento, per manifestare ed esprimere il loro pensiero/dissenso/proposta. Si muovono su temi e argomenti. Alle donne che eleggiamo chiediamo di raccogliere questi segnali. Buona domenica a te 🙂

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  3. Ti rinnovo i miei complimenti! Ogni tuo post è realmente interessante, con ampi spazi per riflessioni profonde e serie.
    Mi mancano tanto uomini del calibro del grande Berlinguer
    “La rivoluzione sociale e quella per la liberazione delle donne devono procedere di pari passo e sostenersi l’una con l’altra”
    Sono parole che hai riportato su questo tuo interessantissimo scritto.
    parole che vorrei sentire di nuovo da qualche nostro politico
    Un caro saluto e un augurio di una felice domenica
    Adriana

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