Donne in politica (2)

“L’accesso delle donne alla politica e la loro permanenza nelle istituzioni rappresentative e di governo appaiono ancora obiettivi mobili, mete difficili da raggiungere” 

La frase è stata scritta nel 2001 (Introduzione di Elena Doni a Il secolo delle donne, Editori Laterza) ed è valida tutt’oggi. Se nell’ultimo decennio del Novecento il sistema delle quote ha acceso il dibattito politico è pur vero che una soluzione non l’abbiamo ancora trovata. Il problema di una presenza delle donne in politica resta aperto e si ripropone a ogni nuova proposta di legge elettorale. E a ogni nuova elezione sembra di stare sull’altalena con un su e un giù per la lotta interna ai partiti sulla composizione delle liste (una lotta latente ma tenace in cui gli uomini mantengono posizioni di primo piano). Nonostante non si metta più in dubbio che “nessuno sviluppo democratico, nessun progresso sostanziale si produce nella vita di un popolo se esso non sia accompagnato da una piena emancipazione femminile” (Teresa Mattei) sembra che, nella realtà, a questo enunciato non si riesca a dare piena attuazione.

Per capire come stanno andando le cose nel nuovo secolo non ho libri di riferimento. Ho spulciato quindi tra siti istituzionali, di indagine statistica e articoli di giornali. Il documento di analisi principale è quello dell’Ufficio Valutazione Impatto del Senato della Repubblica con dati aggiornati al 7 marzo 2018. “Parità vo cercando” è il titolo del dossier. Redatto all’inizio della XVIII legislatura, ricostruisce l’andamento della presenza femminile nelle istituzioni e al governo che, come vediamo nel grafico qui sotto, ha un’impennata dal 2006. Essendo le spiegazioni un po’ tecniche ho trovato utile inserire commenti di giornaliste per chiarire alcuni passaggi critici.

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Riprendo dalla prima parte (qui) che termina con la bocciatura della Corte Costituzionale delle normative del 1993-1995 sul riequilibrio della rappresentanza e il conseguente calo drastico del numero di donne elette. Scrive Marilisa D’Amico (fondatrice di Vox e Ordinario di diritto costituzionale presso l’Università degli Studi di Milano): “La Corte costituzionale di soli uomini trova l’appiglio per bocciare nel 1995 tutte le norme contenute nei sistemi elettorali che garantivano o promuovevano la presenza femminile in Parlamento e nelle altre assemblee elettive. La Corte sbaglia interpretazione nella decisione n. 422 del 1995, ma per anni questa scelta pesa come un macigno sulla possibilità di promuovere nei fatti la presenza femminile nelle assemblee elettive e in genere nelle istituzioni” (qui).

Art. 51 della Costituzione

Per superare l’impasse e riuscire ad ampliare la presenza delle donne negli organismi rappresentativi elettivi si apre una fase di dibattito e di revisione che introduce nel 2001-2003 le ‘pari opportunità’ in Costituzione. Il primo risultato, nel 2001, è l’approvazione della legge costituzionale n. 3 cui si deve l’attuale formulazione dell’articolo 117, settimo comma, della Costituzione, secondo cui le leggi regionali “promuovono la parità di accesso tra donne e uomini alle cariche elettive”. Il dibattito culmina con l’approvazione della legge costituzionale n. 1 del 2003, modificativa dell’articolo 51 della Costituzione. Il primo comma di quell’articolo: “Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge” è stato così integrato con il periodo: “A tal fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini”. Questo è il dettato dell’attuale, destinato ad incidere sulla successiva giurisprudenza costituzionale. “L’art. 51 della Costituzione è il più tecnico fra tutti, ed è quello che si preoccupa di garantire parità di accesso fra uomini e donne agli uffici pubblici e alle cariche elettive. Si occupa, cioè, della presenza femminile nella sfera pubblica, naturalmente con un linguaggio e una prospettiva che oggi sembrano angusti, ma che per l’epoca rappresentavano un vero punto di arrivo” scrive ancora D’Amico.

Parlamento europeo

Nel 2004 con la legge n. 90 arrivano le quote per il Parlamento europeo: si prevede la promozione della partecipazione femminile mediante la previsione di una quota di genere nelle candidature, pari nella sua misura massima a due terzi dei candidati della lista. Essendo misure temporanee, quelle di promozione della partecipazione femminile applicate nelle elezioni europee del 2004 e del 2009, interviene nel 2014, in occasione delle elezioni europee, la legge n. 65 che prevede:

a) una soglia di candidature di genere nella lista, pari alla metà della lista (pena la riduzione della lista mediante cancellazione dei nominativi di un genere eccedente la soglia, e se ciò non basti, ricusazione della lista)

b) l’alternanza di genere nelle candidature per i primi due nominativi della lista (pena la modificazione nell’ordine delle candidature)

c) la doppia preferenza di genere, cioè l’espressione, sulle tre preferenze consentite, di almeno una preferenza indirizzata a genere diverso (pena l’annullamento della seconda e della terza preferenza).

Il grafico tratto da cise.luiss.it mostra la rappresentanza femminile nelle delegazione italiana al parlamento europeo (1979-2014, % su eletti):donne-2014-1.jpg

Donne al governo

Torniamo al parlamento italiano.

IMG_0662.jpg

Fonte: Ufficio Impatto Senato (ho aggiunto al grafico i numeri del governo Conte presi dal sito del governo)

Vediamo dal grafico che il maggior numero di donne al governo si è registrato a partire dal 2006, coi governi Prodi II, Berlusconi IV, Letta I, Renzi I e Gentiloni Silveri I (anche se delle 8 ministre – la metà esatta su 16 titolari di dicasteri – presenti all’avvio del governo Renzi, tre hanno presentato le dimissioni e sono state sostituite da uomini).

Un ulteriore passaggio verso il riequilibrio della rappresentanza di genere è nel 2012 con l’approvazione della legge n. 512 che ha l’obiettivo di promuovere il riequilibrio nei Consigli e nelle Giunte degli enti locali e nei Consigli regionali (vedi qui).

Nel 2015 viene approvata la legge n. 52, il cosiddetto ItalicumTale legge – valevole solo per la Camera dei deputati – introduce, a pena di inammissibilità, un obbligo di rappresentanza paritaria dei due sessi nel complesso delle candidature circoscrizionali (quindi a livello regionale, secondo quella disciplina) di ciascuna lista. Prevede inoltre, nella successione interna delle singole liste nei collegi, che i candidati siano collocati secondo un ordine alternato di genere e stabilisce, a pena di inammissibilità della lista, che nel numero complessivo dei capilista nei collegi di ogni circoscrizione non possa esservi più del 60 per cento di candidati dello stesso sesso. Infine, introduce la cosiddetta doppia preferenza di genere: in caso di espressione della seconda preferenza, l’elettore deve scegliere un candidato di sesso diverso rispetto al primo, a pena di nullità della seconda preferenza. Anche l’Italicum è colpito, in alcune sue altre previsioni, da declaratoria di incostituzionalità.

Successivamente per i Consigli regionali è approvata la legge n. 20 del 2016.

Arriviamo al 2017 con la nuova legge elettorale n. 165/2017, il Rosatellum. Il tema della rappresentanza di genere riemerge in primo piano nel corso del dibattito sulla riforma elettorale ed ha come punto d’approdo le disposizioni su:

  • l’alternanza di genere nella sequenza della lista: nella successione interna delle liste per i collegi plurinominali, i candidati devono essere collocati secondo un ordine alternato di genere;
  • la quota di genere nelle candidature uninominali: nel complesso delle candidature presentate da ogni lista o coalizione di liste a livello nazionale (regionale per il Senato), nessuno dei due generi può essere rappresentato nei collegi uninominali in misura superiore al 60 per cento;
  • la quota di genere nella posizione di capolista per i collegi plurinominali: nel complesso delle liste nei collegi plurinominali presentate da ciascuna lista a livello nazionale (regionale per il Senato), nessuno dei due generi può essere rappresentato nella posizione di capolista in misura superiore al 60 per cento.

Sembrerebbero disposizioni precise per garantire una maggiore parità di genere, vero?

Eppure…

… la presenza delle donne nel nostro parlamento oggi si aggira intorno al 35%, secondo le proiezioni di Openpolis. Ancora non siamo arrivate alla soglia del 40%, nonostante sia quella prevista nelle liste. Il motivo lo spiega bene Linda Laura Sabbatini in un articolo  pubblicato su La Stampa il 19.3.2018.

“Sono i 5 Stelle, non a caso, a presentare la percentuale più alta di donne in Parlamento e sono loro gli unici a superare la soglia del 40 per cento sia alla Camera che al Senato. Più basse e anche di molto le percentuali degli altri partiti. E allora dobbiamo interrogarci sul perché. La legge garantiva il 40 per cento al sesso meno rappresentato nelle candidature e non nel risultato per i capolista nel proporzionale e per l’uninominale su base regionale. Sono scattate però due contromosse che hanno penalizzato le donne e non hanno permesso il raggiungimento della famosa soglia.  La prima è stata il mettere il capolista donna dove c’era più probabilità di insuccesso, la seconda quella di scegliere come capolista donne in più liste in collegi con maggiori possibilità di vittoria, in sostanza le pluricandidature a garanzia degli uomini. Questo secondo meccanismo non è stato utilizzato dal Movimento 5 Stelle e ciò ha permesso loro di raggiungere il 40%. È stato utilizzato invece da altri partiti e il nostro giornale lo ha ampiamente documentato, anche a partire dalla protesta delle donne del Pd dell’Emilia Romagna, parlando di donne-flipper. Fatta la legge trovato l’inganno. Aveva ragione l’instancabile e inascoltata Rosanna Oliva di “Aspettare Stanca” quando sottolineava la necessità, a fronte della pluricandidatura, di far scattare la sostituzione della donna con un’altra donna e ovviamente anche per l’uomo. Ma così non è stato […] Certo è che per la prima volta la presenza delle donne del centro sinistra è così bassa: anche inferiore al 20 per cento del totale delle donne elette. E non soltanto perché il partito è stato sconfitto. Sono le donne ad aver pagato di più la sconfitta per la scelta adottata sulle pluricandidature”.

Ma…

… nonostante il parlamento attuale sin più rosa, più giovane ed eterogeneo la percentuale di donne nel Consiglio dei ministri si conferma sotto al 30%. “Il governo Conte con 5 donne su 18 (27,78%) rispecchia in pieno questo trend, confermando tra le altre cose il dato del precedente governo Gentiloni. Negli ultimi 6 IMG_0661esecutivi solo quello guidato da Matteo Renzi nel 2014 (con il 50% di donne ministro all’insediamento), e quello con Letta premier nel 2013 (il 33,33%) hanno fatto segnare una percentuale fuori dalla media. Punto più basso negli ultimi anni è stato raggiunto dal governo tecnico Monti (16,67% di donne)” (Openpolis). Il governo del cambiamento non mostra… tanto cambiamento per quanto riguarda la parità di genere! Nonostante il numero di incarichi sia aumentato (45 persone incaricate) soltanto 6 sono donne: 1 viceministra e 5 sottosegretarie. Tra i ministri  invece ci sono 5 donne su 18. Si conferma un governo maschio!

Si tratta, quindi, di un percorso a ostacoli verso un obiettivo che ancora non siamo riuscite a completare. E che richiede un’attenzione specifica, come tutte quelle conquiste del Novecento che acquisite non sono.

 

 

6 thoughts on “Donne in politica (2)

  1. Di certo c’è ancora chi ritiene l’uomo superiore alla donna. Queste persone si adoperano ovviamente per precludere alcune posizioni all’altro sesso.
    Io ritengo che siamo diversi. Non migliori o peggiori. Semplicemente diversi. Per questo a mio avviso il criterio da adottare dovrebbe essere del merito più che della parità di genere. Mi interessa poco se la squadra di governo è composta da uomini o da donne, quello che mi preme è che le persone che ne fanno parte abbiano le competenze necessarie a ricoprirne il ruolo.
    Focalizzando la nostra attenzione sulla parità di genere arriverà poi chi chiederà la parità anche per altri criteri: dovremo allora comporre le liste elettorali in base a genere, etnia, religione e gusti sessuali dimenticandoci che per governare non sono quelle le caratteristiche di una persona che veramente contano. Paradossalmente arriveremmo a determinare i nostri governanti in base a criteri sessisti e razzisti più che meritocratici.
    Inoltre, facendone esclusivamente una questione di genere, non si tiene conto delle scelte che le singole persone fanno. Le facoltà di informatica, ad esempio, sono frequentate più da maschi che da femmine, così come architettura o infermieristica contano una presenza più femminile. Chiaramente le università non discriminano fra generi diversi, quindi questo “squilibrio” è portato dalla libera scelta dei ragazzi. Del resto il movimento femminista è nato proprio per questo: ogni donna deve essere libera di poter scegliere il proprio destino. Questa libertà porta inevitabilmente a differenze nella composizione del gruppi sociali.

    P.S.
    A volte il nemico si annida in casa: alle elezioni del 4 marzo Laura Boldrini si è candidata in 12 collegi diversi precludendo così la possibilità ad altre 11 donne di essere elette.

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    • Ciao Emanuele e grazie dell’intervento. Apri molte questioni, tutte interessanti per me, ma non so se riusciamo ad avere un confronto su tutte. Mi solleciti delle argomentazioni che suddivido per chiarezza in alcuni punti.
      – Uomo e donna sono diversi, non c’è dubbio e proprio per la differenza è opportuno che ci sia una pari rappresentanza, in politica e in tutti gli ambiti, per dare equilibrio alle scelte.
      – Il merito come criterio principale di selezione dici? Apri un grande interrogativo su cosa si intende per merito (ho l’allergia verso la parola meritocrazia!). In ogni caso merito e rappresentanza di genere non sono in contrapposizione o in alternanza; possono starci entrambi nella selezione.
      – Non metterei la rappresentanza di genere alla pari di altre categorie come la religione, l’etnia e i gusti sessuali perché è primaria e le comprende tutte. Il mondo, volenti o nolenti, è diviso in due sessi e con questi due bisogna fare i conti; per quante possano essere le varianti e le diverse inclinazioni.
      – Sulla questione della formazione e delle scelte scolastiche ti rinvio a un post che ho scritto su una ricerca che mostra come le scelte fatte dai ragazzi e dalle ragazze non sono libere scelte ma condizionate dalla cultura in cui si è immersi: https://zapgina.wordpress.com/2017/02/04/intelligenza-e-stereotipi-di-genere-nei-bambini-e-nelle-bambine/
      – In merito alle considerazioni sul fatto che non sempre le donne sono in politica diverse dagli uomini ma che a volte sono anche portatrici di valori maschili ho scritto qui:
      https://zapgina.wordpress.com/2018/10/25/donne-amministratrici/
      Ti dirò che ciò che mi interessa è che ci siano uomini e donne capaci di comprendere e farsi portavoce della rappresentanza di genere ma se non ci sono le donne è difficile che gli uomini capiscano questo e se ne facciano carico. Manca ancora una cultura su questi argomenti anche da parte delle donne, sono d’accordo. E condivido, infine, la critica che fai al sistema delle donne-flipper nelle ultime elezioni politiche. Direi che i partiti hanno dato prova del peggio e molte donne si sono prestate pensando a chissà quale bene superiore.

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      • Grazie per la risposta. Bello dialogare!

        – Che la pari rappresentanza porti necessariamente ad un equilibrio di scelte è un assunto che non mi sento di condividere in quanto il contributo di una donna può essere più di qualità di quello di un uomo e viceversa e ciò prescinde dal genere. Ecco perché per me maschio o femmina fa poca differenza.
        Però è vero il criterio generale che sotto intendi per cui il contributo di entrambe i sessi dovrebbe portare ad un arricchimento e al miglioramento della comunità.
        – Brava! Dipende da cosa si intende per merito. Spesso le incomprensioni sorgono perché utilizziamo la stessa parola ma le attribuiamo significati affini e non identici. Quindi: cosa intendi tu per merito?
        Merito e rappresentanza di genere non sono in contrapposizione. Vero. A volte possono pestarsi i piedi: ipotizziamo (semplicisticamente) che debbano essere eletti 100 maschi e 100 femmine e che le prime due donne escluse (la 101esima e la 102esima) siano più preparate e produttive del 99esimo e del 100esimo uomo. A questo punto quale criterio conta di più? La rappresentanza di genere o le capacità? Tu cosa ne pensi? (Se questo esempio non lo ritieni calzante avrei piacere di conoscerne i motivi perché può essere che abbia male interpretato il tuo pensiero)
        – Riguardo a religione, etnia e gusti sessuali. Leggendo il tuo post ho pensato a questa obiezione: se consideriamo il sesso come criterio di scelta paritaria allora, ad esempio, anche le comunità religiose potrebbero esigere una pari rappresentanza. Quindi non si dovrebbe più scegliere solo in base al sesso ma anche alla religione. Ogni persona potrebbe reclamare una pari rappresentanza in base a criteri che possono riguardare anche altre caratteristiche oltre al sesso. La mia è una provocazione: perché pari rappresentanza fra maschi e femmine e non per religione, etnia e gusti sessuali?
        A mio avviso servono dei criteri che prescindano dalle differenze che ci separano perché il rischio è che il dibattito si sposti su tali differenze più che sulle qualità e sulla preparazione necessarie a guidare un paese.
        – Che le scelte dei giovani (e non solo) siano fortemente condizionate dalla cultura in cui si è immersi penso sia una verità incontrovertibile. Un esempio: se in occidente ad un funerale vediamo una persona che ride e scherza il primo pensiero è “Non ha proprio rispetto per i morti!”. Per altre culture invece è il contrario: ai funerali bisogna essere felici e festeggiare. Quanto del nostro comportamento dipende dalla cultura e quanto dalle emozioni che proviamo in quel momento?
        Per me quella culturale è una distorsione inevitabile perché se anche cambiasse la cultura, cambierebbero inesorabilmente anche i condizionamenti.

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      • Viviamo in un mondo in cui le donne sono state relegate in ruoli definiti dalla capacità riproduttiva e di cura – come la storia ci mostra – e in cui la possibilità di scelta e di potere decisionale pubblico é stata/é maschile. Le cose sono andate cambiando nel corso del secolo scorso e in questo, ma non sto qui a ricordare tutti i motivi. Quello che voglio dire è: le donne partono con secoli di svantaggio per quanto riguarda la scena pubblica e ora stiamo (con fatica) cercando di pareggiare la presenza nei luoghi decisionali; cercando di garantire una rappresentanza dei due sessi perché, ti ricordo, le donne sono “l’altra metà del cielo” (e questo esclude qualsiasi riferimento a religione, razza, status, ecc.). Che in una metà e nell’altra metà ci siano persone che spesso non sono all’altezza del ruolo e del compito è un rischio reale: se corro il rischio per un uomo lo devo correre anche per una donna. Senza dimenticare che capacità e competenze ci sono negli uomini e nelle donne (e qui ricordo anche che le donne si laureano prima degli uomini e con punteggi migliori – ma poi nel mondo del lavoro guadagnano meno e hanno ruoli meno importanti).
        Il mio pensiero è in sintesi che devono esserci, in uno stato equo e ‘moderno’, parità di condizioni. Raggiunte quelle io posso decidere di essere rappresentata da chi voglio, uomo o donna che sia. Ma raggiungiamo questo obiettivo, intanto. Un obiettivo politico e sociale.

        Ora ti dico il mio pensiero privato.
        Quando vado a votare scelgo di essere rappresentata da chi, uomo o donna, si fa portavoce di valori e programmi che condivido. Tra questi c’è sempre il modo di intendere il rapporto tra i sessi. Ho la fortuna (?) di avere a che fare con uomini che sono portatori di un pensiero che rispetta la differenza e la rappresentanza, che non si pongono in modo di avere diritti acquisiti, a tutti i costi e che con le donne non assumono atteggiamenti paternalistici e di superiorità. E conosco donne con le quali, invece, condivido molto poco. Conosco uomini che si fanno portavoce di istanze di parità e conosco donne che invece no. Capisco che possa sembrare un discorso complicato ma io dò il mio voto personale a chi combatte le battaglie in cui credo, uomo o donna che sia, senza perdere di vista il valore di avere, sempre, una rappresentanza garantita di entrambi i sessi.

        Sulla meritocrazia magari ci confronteremo in un altro post e in un altro momento.

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      • Ecco il punto. Se voto prescindendo dal sesso come faccio ad avere una rappresentanza garantita? L’unico modo è imporlo per legge; allora i partiti dovrebbero candidare in base al sesso; ciò renderebbe sostanzialmente ininfluente il criterio di scelta utilizzato dal cittadino nell’urna. Quindi la domanda da porsi è: qual è il metodo di selezione che rende l’elettore più libero?

        Di certo hai ragione sul fatto che ci sono ancora diversi pregiudizi e che le donne spesso sono prese meno in considerazione. È un problema culturale. E questa battaglia la combatto insieme a te.
        Ci sono anche pregiudizi sull’età: ho 30 anni e a volte trovo persone che mi dicono “tu sei ancora troppo giovane per capire” che io interpreto come “non ho altri argomenti validi per sostenere la mia posizione e quindi ti attacco sul personale”.

        Utilizzo i tuoi stessi criteri quando voto, tenendo anche in considerazione la credibilità delle persone e basandomi sulle promesse già fatte e su come e quante di queste sono state realizzate o disattese…..E non so proprio cosa votare ahahah (Rido per non piangere!)

        Grazie per la piacevole conversazione.

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  2. Pingback: La lingua non è neutra – Pensieri lib(e)ri

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