La lingua non è neutra

Oggi la parità di diritti passa per il riconoscimento – anche attraverso l’uso della lingua – della differenza di genere” *

Non basta cambiare le leggi perché si modifichino i rapporti di potere – lo abbiamo visto anche nella altalenante presenza delle donne in politica (qui, qui e qui) – ma è necessario spingere a un cambiamento nel modo di pensare ed esprimersi. E quale strumento migliore della lingua per agire in questo senso? La lingua è il mezzo che maggiormente si presta per raggiungere qualche risultato perché si usa quotidianamente e ci riguarda tutti e tutte. La lingua è il luogo del confronto e del vivere, perché appartiene a ogni essere umano.

Julia Kristeva – linguista, semiologia, psicanalista – ha scritto:

“Capivo che trasformare la lingua equivale a trasformare gli uomini. Che non si può cambiare una società, domandare più solidarietà se la mentalità non viene cambiata […]. La trasformazione che la scrittura opera nel testo della lingua modifica la mentalità, modifica i corpi e i sessi e, a partire da lì, questa esperienza assolutamente intima si ripercuote sulla società stessa”.

Noi ci riveliamo nella lingua che usiamo. Attraverso la parola diamo concretezza al pensiero anche se questo non avviene sempre in modo consapevole. Nella lingua sono contenute opinioni, modi di vedere e con la lingua trasmettiamo la visione del mondo e il senso della vita, trasmettiamo cultura. Anche subcultura perché le parole e la lingua che usiamo rivelano i pregiudizi. Trasmettiamo il pensiero e gli stereotipi sulla marginalità sociale della donna.  Per fare un esempio: di una donna che amministra facendo rispettare il suo ruolo si dice che è una donna con le palle. È il massimo che si può dire a una donna che sa svolgere il proprio compito? Di un uomo capace di prendersi cura dei figli e di occuparsi anche di tante altre cose non si dice: sei un uomo con le tette (come fa notare il bambino in una vignetta che sta girando sui social in questo periodo!). Si tratta di un esempio semplice per dire quanto la lingua non sia solo orientata dal pensiero ma lo orienti a sua volta, sviluppando idee e liberando sentimenti. 

Nel vivere quotidiano tendiamo a non avere molta cura della lingua, la usiamo senza pensarci, come uno strumento utile a ottenere ciò che serve. Uno strumento ‘invisibile’, il cui valore e significato non viene preso in seria considerazione. Non quanto le immagini, per esempio. La nostra è un’epoca di immagini e ci siamo abituati al fatto che ciò che non si vede non esiste. Basiamo molto/tutto sulla visività, e lo sguardo è il senso più addestrato. Quello che vediamo diventa verità oggettiva. Ma non ci rendiamo conto di un altro fatto, meno evidente perché non visualizzato, che passa sottotraccia ma è più penetrante nell’impatto con la nostra mente, e cioè che ciò che non si dice non esiste. E se le donne non le nominiamo e le appiattiamo in una forma maschile non daremo mai evidenza della loro presenza. Perché il maschile non è neutro. Il maschile designa gli uomini nella nostra lingua che comprende – ebbene sì! – entrambi i generi. E se un genere lo inglobiamo in un altro lo cancelliamo! Il bello è che non si tratta di coniare parole nuove, di inventare espressioni inconsuete o bizzarre, ma di rispettare scelte grammaticali e lessicali già esistenti. La lingua italiana prevede che vi sia una declinazione al maschile e al femminile, anche se vi sono parole che non usiamo al femminile perché manca l’abitudine a farlo, soprattutto quando si tratta di professioni che nel tempo passato sono state esercitate quasi esclusivamente dagli uomini. E a chi contesta che certe parole al femminile non suonano bene o non sono nella consuetudine di un popolo, ricordiamo l’insegnamento di Tullio Di Mauro: la lingua non è solo un fatto cognitivo ma anche comunitario e i segni delle lingue, le parole, non sono fissi e dati una volta per sempre ma determinati dall’uso.

ll sessismo nella lingua italiana

 Non è un caso che la questione del genere nella lingua sia diventata di pubblica discussione alla fine degli anni 80. Precisamente nel 1987 quando la Commissione pari opportunità della presidenza del Consiglio ha pubblicato un libricino dal titolo: Il sessismo nella lingua italiana (qui un estratto ). Ricordiamo che in quell’anno sono state applicate le ‘quote’ in Italia e, per la prima volta, il parlamento è diventato più ‘rosa’ con una presenza femminile superiore a quello che era stata fino allora. L’autrice è Alma Sabatini (1922 – 1988) che, attraverso lo studio del linguaggio della stampa, degli annunci delle offerte di lavoro e dei documenti della pubblica amministrazione, ha dimostrato come la lingua italiana – e questo vale tuttora – sia intrisa di forme sessiste e di pregiudizi nei confronti delle donne. La lingua non è neutra, ha un ruolo fondamentale nella costruzione sociale, ha scritto la Sabatini, e ha raccomandato l’uso di pretora, sindaca, prefetta, architetta, avvocata. L’italiano non è come l’inglese, si declina il genere: se, ad esempio, si dice ‘la busta viene inviata’ perché una giornalista è chiamata ancora oggi ‘il nostro inviato speciale’? Leggendo i giornali del tempo vediamo come la questione sia stata trattata per lo più con ironia, come c’era da aspettarsi, e come il frutto di un’ideologia forzata, estrema.

Ministra

È passata una decina di anni e nel 1996 il noto linguista Gian Carlo Oli ha dichiarato che il termine ‘ministra’ ormai aveva pieno diritto di cittadinanza nella lingua italiana. Anche questo non è avvenuto per caso perché, ricordiamo, che nel governo Prodi del 1996 sono state nominate tre ministre: Rosy Bindi alla Sanità, Livia Turco agli affari sociali, Anna Finocchiaro alle Pari opportunità. Le ministre sono diventate una realtà a tutti gli effetti e si è posto il problema di come chiamarle!

La questione delle parole modificate o create ex novo, a causa dei cambiamenti della condizione femminile, ha continuato a far discutere e a schierare l’opinione pubblica. La maggior parte degli uomini, e le burocrazie amministrative, hanno continuato a definire le donne titolari di cariche con la denominazione maschile, come IL presidente e IL deputato, o al massimo ingentilire come LA SIGNORA ministro. Una delle parole che ha generato maggiori resistenze e anche derisioni è stata la declinazione femminile di MINISTRA: ricordiamo come i giornali si sono sbizzarriti con la ministra riscaldata! Inoltre si è continuato ad aggiungere la desinenza -essa come: avvocatessa, presidentessa, vigilessa. Voler continuare a far derivare il femminile dal maschile aggiungendo la desinenza -essa sottolinea, in modo magari inconsapevole, il venire dopo e quindi il minor valore nei ruoli esercitati dalle donne.

Direttive europee

Il ritardo dell’Italia in merito alla necessità di usare un linguaggio non discriminatorio è stato rimarcato dalla Direttiva 23 maggio 2007 Misure per attuare parità e pari opportunità tra uomini e donne nelle amministrazioni pubbliche, emanata per attuare la Direttiva 2006/54/CE del Parlamento e del Consiglio europeo (qui):

[le amministrazioni pubbliche devono] utilizzare in tutti i documenti di lavoro (relazioni, circolari, decreti, regolamenti, ecc.) un linguaggio non discriminatorio come, ad esempio, usare il più possibile sostantivi o nomi collettivi che includano persone dei due generi (es. persone anziché uomini, lavoratori e lavoratrici anziché lavoratori)

A questa sono seguite altre direttive e raccomandazioni ma senza seguito ufficiale a livello di governo.

Continua…

C’è, a questo punto, un salto nei miei dati e non so se dipenda dalla ricerca approssimativa o da un ventennio trascorso in stato quasi obnubilato da un’idea del femminile ‘ancellare’, in cui la discussione si è concentrata su nipoti egiziane e sul significato di bunga bunga. Sta di fatto che ho ritrovato un certo numero di pubblicazioni e iniziative sul corretto uso della lingua nel rispetto del genere dal 2011.

Ricordo per primo, in ordine di tempo, l’intervento di Giorgio Napolitano, allora Presidente della Repubblica, al CSM il 24 novembre 2011. Il governo era guidato da Mario Monti e c’erano 3 ministre: Paola Severino (Giustizia), Anna Maria Cancellieri (Interno) e Elsa Fornero (Lavoro, politiche sociali e pari opportunità). Leggendo il testo dell’intervento Napolitano ha auspicato il “confronto costruttivo” tra amministrazione della giustizia e magistratura, un confronto che “il ministro non mancherà di promuovere”. A questo punto si è fermato e si è rivolto con un sorriso rivolto a Paola Severino: “Anzi, mi correggo. Che la ministra non mancherà di promuovere”. La questione della presenza femminile al governo sembra essere stata recepita correttamente!

Linee guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo

L’anno dopo, nel 2012, si è riparlato di linguaggio di genere con la pubblicazione delle “Linee guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo” (qui) di Cecilia Robustelli* – docente presso le Università di Modena e Reggio Emilia -, un progetto in collaborazione con l’Accademia della Crusca realizzato con il finanziamento della Regione Toscana, L-R. 16/09 Cittadinanza di Genere. L’obiettivo era quello di trovare strategie comunicative chiare per fare in modo che nel linguaggio delle istituzioni fosse riconosciuto e valorizzato il genere. Documento poco diffuso e inapplicato!

Accademia della Crusca

Nel 2013, a seguito di una serie di questione poste sull’uso corretto del femminile, è uscito il seguente COMUNICATO STAMPA dell’ACCADEMIA DELLA CRUSCA:

Firenze, 5 dicembre 2013

La Crusca risponde: il ministro o la ministra?

La Presidente dell’Accademia della Crusca, Nicoletta Maraschio, lieta dell’accoglienza positiva riservata dal pubblico e dalla stampa al recente volume La Crusca risponde (a cura di M. Biffi e R. Setti, Le Lettere – Accademia della Crusca, 2013), per evitare alcuni possibili equivoci nelle sintesi che si vanno diffondendo in rete, tiene a ribadire l’opportunità di usare il genere grammaticale femminile per indicare ruoli istituzionali (la ministra, la presidente, l’assessora, la senatrice, la deputata ecc.) e professioni alle quali l’accesso è normale per le donne solo da qualche decennio (chirurga, avvocata o avvocatessa, architetta, magistrata ecc.) così come del resto è avvenuto per mestieri e professioni tradizionali (infermiera, maestra, operaia, attrice ecc.).

La posizione dell’Accademia è documentata da iniziative diverse: il Progetto genere e linguaggio svolto in collaborazione col Comune di Firenze; la Guida agli atti amministrativi, pubblicata dalla Crusca e dall’Istituto di Teoria e Tecnica dell’Informazione Giuridica del Consiglio Nazionale delle Ricerche ITTIG-CNR (http://www.ittig.cnr.it/Ricerca/Testi/GuidaAttiAmministrativi.pdf); il Tema del mese a cura di Cecilia Robustelli, pubblicato nel marzo 2013 sul sito dell’Accademia(http://www.accademiadellacrusca.it/it/tema-del- mese/infermiera-s-ingegnera) e varie interviste rilasciate da accademici.

Donne, grammatica e media

Nel 2014 Gi.U.Li.A giornaliste – giornaliste unite libere autonome – pubblica Donne, grammatica e media – Suggerimenti per l’uso dell’italiano – di Cecilia Robustelli

Il testo chiarisce molti dubbi su come scrivere e contiene proposte operative per risolvere le varie difficoltà che, uomini e donne, abbiamo nel rispettare il genere nell’uso della lingua. Si tratta di un lavoro culturale che incide nel pensiero.

“È necessario riconoscere che l’ingresso delle forme femminili in linguaggi – quello istituzionale, della politica, dell’economia, ecc. – che hanno sempre avuto protagonisti maschili provoca un terremoto morfosintattico che fa traballare le sicurezze linguistiche di chiunque e, a maggior ragione, di chi opera nella comunicazione pubblica. È comprensibile che in questi casi si preferisca appoggiarsi su abitudini linguistiche consolidate anziché azzardarsi a introdurre usi che sembrano ancora non condivisi. Del resto i dubbi grammaticali che assalgono chi decide di innovare, e di usare le “nuove” forme femminili, non sono oziosi ma anzi rivelano il possesso di una coscienza linguistica molto sveglia.

Anche chi conosce bene la grammatica italiana ha tutto il diritto di porsi tutta una serie di domande: per esempio, le nuove forme femminili sono corrette? Si può dire ministra? E ingegnera? Esiste il femminile di questore? È meglio avvocata o avvocatessa?

E ancora: forse è preferibile combinare tradizione e innovazione, come nella perifrasi «donna+termine di genere maschile», es. donna sindaco, donna ingegnere, ecc.?”.

Donne dei nostri giorni…

Una donna che ha dato un segnale forte e chiaro sul genere grammaticale femminile è stata la Presidente Laura Boldrini: è bastata una sua decisione e sul sito ufficiale del Parlamento il titolo «il presidente» è stato cambiato in «la presidente». Se vogliamo, possiamo! Ma ricordiamo anche l’ondata violenta sui social per le sue posizioni risolute e la derisione e delegittimazione nei suoi confronti. Evidentemente l’uso del linguaggio non è cosa da poco e tocca aspetti più profondi di quanto si voglia far credere!

Ma la preferenza per il genere maschile è dura da combattere, come mostrano altre figure istituzionali di rilievo. Ad esempio Giulia Bongiorno intervistata poche settimane fa, il 3 novembre, nella rubrica settimanale L’intervista che Maria Latella tiene su SkyTg24: la giornalista ha salutato la Bongiorno dicendo: “Benvenuta alla ministra della pubblica amministrazione” e la Bongiorno l’ha subito interrotta: “No, no sono ministro…Ho combattuto per essere chiamata avvocato nella professione… Credo che i ruoli non vadano al maschile o al femminile. Quindi ministro”. 

Ma ricordiamo, anche se è passato un po’ di tempo, un’altra ministra: Maria Elena Boschi che, intervistata a Le invasioni barbariche il 13 marzo 2014, ha affermato le stesse posizioni della Bongiorno: «Ministra o ministro?» ha chiesto Daria Bignardi, «Ministro, preferisco ministro» ha risposto Marie Elena Boschi.

Dietro ogni parola c’è un mondo

Concludo con un’intervista, pubblicata su Gi.U.Li.A giornaliste nel 2014, che riassume in modo chiaro il significato di queste campagne sull’uso della lingua. Chi parla è Sergio Lepri, classe 1919, storico ex direttore dell’Ansa (per quasi 40 anni dal 1961 al 1990) e fervente oppositore delle tante discriminazioni che affliggono la lingua italiana.

“Dire «ministra» al posto di «ministro» non è un semplice fatto di correttezza formale. È un fatto sostanziale. È questione di cultura sociale e politica. Non significa solo far sapere – o non far sapere – al lettore che il ministro è una donna, ma che una donna ha funzione di ministro. Dietro ogni parola c’è un mondo, c’è tutta una cultura. Per non parlare delle colleghe che dirigono i giornali e che si fanno chiamare tutte «direttore».

[…]

Insomma tutto il mondo culturale la pensa come lei e come me. E allora perché tante resistenze a una razionale soluzione del problema? Il principio androcentrico che ha regolato da secoli il linguaggio e il maschilismo possono spiegare il passato. Il presente lo spiega soprattuto l’ignoranza; anche l’ignoranza di molte donne. Un’ignoranza che si manifesta in molte forme diverse e appare nel giornalismo di oggi ampiamente diffusa.

[…]

La prima ministra italiana è stata Tina Anselmi nel 1976. Prima di lei non c’erano ministre. A quel punto credo di essermi posto il problema. E di averlo risolto nel modo più naturale: con il femminile, così come avveniva per altre professioni”.

5 thoughts on “La lingua non è neutra

  1. Complimenti per la ottima trattazione di un tema che avrebbe bisogno di essere maggiormente all’attenzione. E’ un tema che aiuta anche molte di noi nella necessaria attenzione, nell’individuaizone di resistenze e pregiudizi che neppure sappiamo di avere.
    Spero non ti dispiaccia se condivido nella pagina fb.

    Piace a 1 persona

  2. L’articolo è molto interessante, anche se non lo approvo del tutto, per via di alcuni termini trasformati al femminile quasi cacofonici, se non a volte ridicoli. Non sono ad esempio d’accordo sul fatto di togliere il suffisso –essa a sostantivi femminili che l’hanno sempre avuto e che fanno ormai parte del nostro vocabolario, mi pare veramente un’esagerazione, anche perché sono termini che non vanno a svilire l’immagine della donna o il ruolo che la stessa ricopre, anzi…. Ad esempio, ho sempre usato (e utilizzo ancora) il termine “poetessa” in modo assolutamente non sessista o riduttivo, ma con “consapevole” e profondo rispetto per la donna baciata dalla musa ispiratrice, e chissà quanti lo utilizzano con intenzioni simili alla mia. Del resto suona meglio, foneticamente parlando, dire o scrivere “la poetessa” che non “la poeta”. Anzi, il suono pronunciato della parola dà addirittura un senso di pregevolezza, di importanza… Stessa cosa per “la dottoressa” che non “la dottora”, per la professoressa che non la professora, e via dicendo, di esempi se ne potrebbero fare tanti altri. Sarei invece d’accordo sul fatto di mettere l’articolo femminile a quei termini che, fino ad oggi, sono stati di appannaggio esclusivamente maschile, come ad esempio il ministro/la ministra, il dirigente/la dirigente, il notaio/la notaia ecc.

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  3. Siamo noi donne tra le prime a essere restie a utilizzare il termine femminile di parole entrate nell’abitudine come maschili. Se le usassimo probabilmente ci avremmo fatto l’orecchio e avremmo preparato anche gli uomini a considerarle, senza ritenerle cacofoniche o ridicole.
    Per quanto riguarda il suffisso -essa non si dice di toglierlo laddove è diventato d’uso comune ma dobbiamo essere consapevoli del significato che ha, cioè quello di venire dopo del femminile, un’aggiunta a una parola maschile. E allora perché non usarlo questo femminile vista la sua esistenza? Hai presente “avvocata nostra” del Salve Regina? Per me risulta decisamente più semplice e fruibile di avvocatessa (come ho sentito dire anche in questi giorni).
    Anch’io ho fatto un percorso un po’ altalenante su questa questione della lingua: quando ero giovane mi sembrava proprio sminuente la definizione al femminile della mia professione. Vuoi mettere quanto suona più importante al maschile, mi dicevo! Ma poi mi sono accorta che no, non deve essere così e non dovevo sentirmi un gradino più in basso se mi chiamavano con la declinazione femminile.
    Ora, ti dirò, pensando a dottora che mi fa piacere quando qualcuno mi chiama così e non dottoressa. Lo apprezzo, è più semplice da dire, non toglie niente ma anzi dà valore al mio essere donna che svolge una professione.
    Credo che ci sia una questione di ‘significato’ oltre che di ‘gusto’ da tenere in considerazione.
    Grazie Alessandra delle tue osservazioni e del tuo contributo

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