Su DDL Pillon, famiglie, figli e separazione

“Le famiglie non sono semplicemente istituzioni passive, destinatarie delle azioni del potere politico, bensì a loro volta protagoniste del processo storico”  P. Ginsborg

Disegno di Legge 735

Norme in materia di affido condiviso, mantenimento diretto e garanzia di bigenitorialità

Titolo breve: Affido minori 

Questo è il titolo che troviamo sul sito del Senato della Repubblica. Sui media lo conosciamo come DDL Pillon, dal nome del primo firmatario.

Introduzione

Voglio dire anch’io qualcosa sul DDL Pillon, su famiglia, separazione e figli. Occuparmi di famiglie divise, conflitti, tribunali, affidamenti dei figli, violenze e abusi fa parte del mio lavoro ma ritengo che sia necessaria, oltre l’ambito professionale, un’attenzione impegnata anche a livello politico e sociale. Perché parlare di FAMIGLIA significa parlare di SOCIETÀ. E mettere le mani sulla famiglia – come succede con le leggi sulla separazione, divorzio, affidamento dei figli – significa mettere le mani sull’assetto sociale. La famiglia è un microsistema in cui si sviluppano relazioni tra le diverse generazioni e questo la rende un formidabile canale di trasmissione di valori, culture e credenze. È attraverso la famiglia che il macrosistema, quello normativo e delle leggi del mercato, diffonde le politiche sociali in maniera capillare. Pensiamo solamente al sistema normativo: le leggi sull’infanzia, sui diritti dell’infanzia, le convenzioni, il diritto di famiglia, la legge sull’affidamento dei figli incidono sulla struttura della famiglia e la cambiano. Finora tra questi due livelli, professionale e politico, non ho trovato posizioni inconciliabili, riuscendo a integrare la visione valoriale della società con l’attività clinica. Ma con il DDL Pillon ho avuto reazioni che mi hanno fatta sentire un tantino scissa e sono passata alla velocità della luce dal pensare finalmente (se ne parla) alla diffidenza (verso chi ne parla). 

Mi spiego meglio.

Da molto tempo penso che sarebbe necessario aprire un confronto su una materia come quella delle separazioni e dell’affidamento dei figli non solo in ambiti specialistici ma anche a livello politico e sociale, perché si sono formati nodi sempre più intricati e contraddizioni che… fa male toccare! ma  che non si può continuare a eludere. Quindi ben venga, ho pensato, l’occasione di parlarne! Quando vedo, però, che chi presenta la proposta di legge è un senatore leghista, organizzatore del Family day, sostenitore di Salvini e in combutta con gente schierata a favore della – semplifico – ‘famiglia tradizionale’, contro una serie di diritti, non posso evitare di sentire campanelli d’allarme. 

E poi la rabbia: ma deve arrivare Simone Pillon ad aprire un dibattito su quello che succede?

Criticità nella situazione attuale

Sono passati più di dieci anni da quando si è intervenuti in materia di diritto di famiglia. Il nostro diritto di famiglia in caso di separazione, divorzio e affidamento dei figli è regolato dalla legge 54 del 2006, quella che ha portato la novità dell’affido condiviso. Mi ricordo che si è discusso molto su cosa vuol dire affido condiviso, ottimo principio e bello sulla carta ma, ammettiamolo, difficile da realizzare, soprattutto in un contesto come quello italiano che della famiglia mantiene una visione tradizionale e che fatica ad accettare alternative. Poi la quotidianità e la routine hanno preso il sopravvento e tutti a seguire le nuove disposizioni.

Quello che ho visto nel corso del tempo, lavorando nei servizi socio-sanitari che si occupano di famiglia, è un aumento di richieste del tribunale di intervenire nelle separazioni conflittuali per valutazioni, sostegno alla genitorialità, cura. Psicologi, psicoterapeute, neuropsichiatre, psichiatri, assistenti sociali, educatrici hanno un’agenda sempre più impegnata da casi separativi. E tra questi casi le situazioni sono le più varie, ognuna con il suo carico di dolore trasformato in rabbia e di figli coinvolti in conflitti tra adulti. E quando una disfunzione nelle relazioni tra adulti incrina il diritto del figlio ad avere accesso a entrambi i genitori interviene la legge e la costrizione della regola. Gli interventi sulla famiglia vengono così a collocarsi tra due poli: diritto e relazione. Per aiutare le famiglie divise a superare il momento di crisi e per ridurre i danni le azioni devono integrarsi: il diritto, la legge, la norma, l’ordine imposto devono inserirsi negli interventi di cura della relazione, di sostegno e di aiuto. Il diritto, quando l’acuirsi delle conflittualità rende inefficace ogni intervento, diventa il principio regolatore delle relazioni intra ed extra familiari: “Quando la legge ha veramente forza di legge e cioè si impone effettivamente senza che ci sia più una possibile scappatoia, può cominciare ad operarsi in alcuni soggetti il lavoro psichico di maturazione che permetterà loro, progressivamente, di integrare il carattere obbligatorio della decisione del giudice” (J.L.Renchon,  1977). 

Non è stato possibile impedire, in questi anni, che si venisse a creare un grave problema sociale perché, oltre la profonda sofferenza di donne, uomini e soprattutto bambini e bambine, il processo separativo si trascina per lungo tempo, a volte per anni, senza trovare soluzioni accettabili e capita che il procedimento stesso diventi occasione per proseguire il conflitto. Ricordiamoci che ogni legame che si spezza non è solo una faccenda privata perché produce danno sociale ed economico e per l’OMS la separazione e il divorzio sono tra le prime cause di disagio, danno e malattie. Senza contare che le famiglie separate sono economicamente più povere. E i padri, meno capaci delle madri a costruire e mantenere relazioni, si sono trovati relegati in un angolo nell’esercizio del ruolo genitoriale. 

Il DDL Pillon e la famiglia

Ora arriva Pillon con l’intenzione di mettere equilibrio in una situazione che vede i padri in difficoltà. Dobbiamo fare uno sforzo di obiettività per comprendere che la sua proposta di legge parte da lì, da un sacrosanto principio di parità tra i genitori.

Però…

… le modalità con cui intende risolvere i problemi, prima ancora di considerare i contenuti, sono così rigide che ricordano Salomone quando, per concludere la diatriba delle due madri, ha proposto di tagliare a metà il bambino con la spada. E, ora, per affrontare i disequilibri attuali si rischia di ‘sacrificare’ i figli. Inoltre la proposta è fatta in modo da dividere, favorendo prese di posizione e contrapposizioni che non aiutano a comprendere la reale complessità del problema. Quando ci posizioniamo in difesa o in attacco di un argomento fatichiamo a coglierne i diversi livelli, non riusciamo a fare un efficace processo di analisi e rielaborazione per capirne i meccanismi, i vuoti e le possibili soluzione; siamo impegnati soprattutto a ribattere colpo su colpo. Con la proposta di PIllon è successo proprio questo ed è sufficiente leggere articoli e dichiarazioni per constatare come si sia venuta a creare una contrapposizione tra uomini e donne, tra padri e madri. Logica che risulta perdente per tutti, prima di tutto per i figli che vi si trovano invischiati.

Il DDL tocca tanti temi che inidicano quale visione di famiglia intende proporre. Qui ne riprendo solo alcuni, inerenti al mio ambito e alla mia esperienza.

Un primo punto da sottolineare è che il disegno di legge riguarda tutte le coppie, anche quelle che hanno scelto la separazione consensuale, anche quelle che tengono il conflitto sotto controllo e riescono ad affrontare le varie questioni sui figli senza deflagrare. E questo significa entrare direttamente nella sfera privata delle persone.

Mediazione familiare

ART. 7 punto 2: I genitori di prole minorenni che vogliano separarsi devono -a pena di improcedibilità- iniziare un percorso di mediazione familiare…”. 

Tutte le coppie con figli che si separano devono, quindi, sottoporsi a una mediazione familiare.

Riprendo la dichiarazione del CISMAI (Coordinamento Italiano Servizi Maltrattamento all’Infanzia) e della Comunità Scientifica che, pur consapevoli dell’utilità della mediazione familiare in alcune situazioni, riconoscono la sua totale inapplicabilità nei casi di alta conflittualità tra le parti e nei casi di violenza domestica (come da art. 48 punto 1 della Convenzione di Instanbul del 2011, ratificata dall’Italia nel 2013, che ne vieta l’utilizzo nei casi di violenza).

Perché la mediazione familiare è inapplicabile per come la propone Pillon? La mediazione ha l’obiettivo di favorire la gestione costruttiva dei conflitti e non deve essere coatta ma segue il principio della volontarietà. Si tratta di un intervento breve per riorganizzare le relazioni familiari in vista della separazione o durante la separazione. È bene sapere che non tutte le coppie sono adatte alla mediazione familiare e, oltre alla volontarietà, ci sono altri criteri da rispettare: 

  • non si può fare mediazione familiare quando ci sono cause penali o limitazioni della patria potestà; 
  • in caso di psicopatologie si valuta per vedere se è possibile; 
  • in un contesto caratterizzato dalla violenza non è possibile alcuna mediazione familiare e questo è un vero e proprio vincolo.

In ultimo le regole prevedono la neutralità e l’autonomia dal contesto giudiziario: l’operatore non rivela niente ed è l’utente che riporta direttamente al giudice.

Bigenitorialità

Pillon si basa sul principio della bigenitorialità come motivazione per il suo DDL.

L’ART. 11 dice: “Indipendentemente dai rapporti intercorrenti tra i due genitori, il figlio minore, nel proprio esclusivo interesse morale e materiale, ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con il padre e con la madre, di ricevere cura, educazione, istruzione e assistenza morale da entrambe le figure genitoriali, con paritetica assunzione di responsabilità e di impegni e con pari opportunità”

Sul principio della bigenitorialità, di cui Pillon vuole maggior garanzia, si basa il diritto del bambino, prima di quello dell’adulto, di mantenere un rapporto stabile con entrambi i genitori, anche quando sono separati o divorziati. È dalla Convenzione sui Diritti del Bambino di New York, del 20 novembre 1989, che si è diffuso il concetto che un bambino ha diritto ad avere un rapporto continuativo con entrambi i genitori, anche se i genitori si separano. Così, man mano che questo principio prendeva piede, il concetto di bigenitorialità è stato esteso anche alla famiglia separata.

Al punto 2: …diritto del figlio di trascorrere con i genitori tempi paritetici o equipollenti… in ragione della metà del proprio tempo, compresi i pernottamenti

L’articolo sembra dare una valore concreto alla bigenitorialità, la traduce in azioni come la divisione a metà del tempo materiale che ogni genitore trascorre con il figlio. Propone la divisione a metà del figlio, anche con la doppia residenza, come fosse un bene materiale. Come può lo Stato, garante della protezione dei minori, teorizzare un principio che lede il diritto di stabilità, di continuità e protezione dalla lacerazione che la separazione familiare comporta? Nessuno ha spiegato a Pillon&co che non è sufficiente trascorrere metà tempo con i figli per garantire loro una crescita adeguata, ma è necessaria una forma di collaborazione genitoriale o cogenitorialità?

Inoltre l’affido alternato già esiste, solo che non ha avuto molta fortuna nel nostro paese. E poi, diciamolo, non è sempre possibile! Ricordo una ragazzina che raggiunta l’età dei 15 anni, sentendosi lacerata, ha chiesto di avere un domicilio prevalente perché, dopo tanti anni, non ce la faceva più a vivere con la valigia: una settimana dal padre e una dalla madre, ogni volta portandosi dietro il suo pezzetto di mondo. Un caso, il suo, piuttosto tranquillo in quanto aveva buoni rapporti con entrambi i genitori. Ma erano i genitori a non avere un buon rapporto tra loro e a voler dividere il suo tempo in maniera esattamente paritaria. E non è vero, come ho sentito affermare dal pediatra Vezzetti, consigliere e sostenitore del Pillon che il passaggio da una casa all’altra non crea grossi problemi. Provi lui a trasferire vestiti, libri e altro ogni tot di tempo! Questi adulti che pretendono che i figli e le figlie affrontino continui cambiamenti non si rendono conto appieno delle difficoltà. Consideriamo piuttosto la possibilità che siano i genitori a spostarsi ogni tanto nella casa che viene assegnata al figlio che rimane così nella sua tana, tra le sue cose, alimentando il senso di stabilità e sicurezza (che a parole riteniamo così importante) e gli adulti misurano le difficoltà che invece ora gli propongono!

Però ogni situazione è diversa dall’altra e come si fa a stabilire una regola che vada bene per tutti? Se, ad esempio, il padre abita a Verona e la madre a Bergamo, o in Sicilia, o a Roma: come si fa proporre il trasferimento del figlio per metà mese? e la scuola? e le amicizie? È vero che l’essere umano, è molto adattabile ma la società odierna non lo è così tanto e mette dei limiti. E il bambino sotto i tre anni che ha assoluto bisogno di costanza e stabilità? È vero che esiste un diritto dei genitori ma non sulla pelle dei figli!

L’obiettivo della bigenitorialità perfetta, come ho sentito chiamarla, mi pare un’utopia come la genitorialità perfetta. Già Winnicott – famoso pediatra e psicoanalista – ha parlato di una madre ‘sufficientemente buona’ intendendo che anche le madri sbagliano e sono soggette all’imperfezione (dalla quale scaturisce la ricchezza di personalità e relazioni della nostra umanità). Non esiste un genitore perfetto ed è ancor più difficile raggiungere la perfezione nella bigenitorialità. Sarebbe bello ma ognuno è genitore nel modo che conosce e che ha appreso dall’esperienza nella propria famiglia, nell’ambiente in cui è cresciuto. Ha a che fare con la relazione. E il significato della relazione con il padre e con la madre, con tutte le sfumature e le varianti significative, non può essere trasformato a tutti i costi in uno strumento giuridico. La particolare relazione, diversa in ogni situazione familiare non può diventare un’unica relazione cinquanta-cinquanta del tempo.

Piano genitoriale e coordinatore

Sempre sul tema della genitorialità ci sono due novità nel DDL: il piano genitoriale e il coordinatore genitoriale.

  •  La proposta prevede che in sede di separazione si predisponga un piano genitoriale dove ogni aspetto della vita quotidiana viene contemplato e regolamentato: luoghi abitualmente frequentati dai figli; scuola e percorso educativo del minore; attività extra-scolastiche, sportive, culturali e formative; frequentazioni parentali e amicali del minore; vacanze. Ora queste decisioni sono lasciate alla responsabilità dei genitori tranne quando la conflittualità impedisce il dialogo: può succedere che ci siano periodi in cui i genitori separati non sono in grado di avere presente il benessere del figlio, sopraffatti da battaglie emotive e legali, e che il giudice dia mandato per una regolamentazione di varie questioni. Ma questo può essere utile nei casi più gravi e per un periodo di tempo: l’obiettivo è sempre quello di rendere ai genitori la piena responsabilità della gestione della prole. Il fatto di applicare a tutti un piano genitoriale così declinato praticamente esautora la famiglia della gestione anche quotidiana dei figli e la sommerge di regole imposte. Ci troveremo quindi di fronte a genitori delegittimati nel loro ruolo che verrà sostituito da norme di legge.  Mi fa pensare alla lunga mano dello stato che si incunea nei rapporti intimi. 
  • Il coordinatore genitoriale è una figura nuova in Italia. Origina dagli Usa, negli anni 90, con il compito di tutelare i figli minori che potrebbero subire gravi danni psicologici dall’essere sottoposti ai costanti scontri dei genitori separati. Suo compito è ridurre o meglio eliminare la conflittualità e vigilare che il piano genitoriale venga realizzato. Si tratta di una figura diversa dal mediatore familiare: questo non assume alcuna autorità di decisione al posto dei genitori e si attiva nella fase iniziale in cui bisogna fare accordi mentre il coordinatore segue la coppia genitoriale nella fase di esecuzione del programma e ha un ruolo attivo di assistenza, controllo, organizzazione. 

PAS – Sindroma da alienazione genitoriale

Il Cismai pone l’attenzione sull’Art. 17 che “fa riferimento alle situazioni in cui il figlio manifesta il rifiuto di vedere un genitore, e prevede in ogni caso sanzioni all’altro genitore. Pur sapendo che situazioni di manipolazione dei minori da parte di un genitore esistono, appare altamente lesivo dei diritti del minore supporre che il suo rifiuto di incontrare un genitore sia comunque da imputare al condizionamento dell’altro, non considerando invece il diritto del minore di rifiutarsi di mantenere un rapporto con un genitore che sia in vario modo inadeguato sul piano genitoriale o che lo abbia esposto a situazioni di violenza domestica. Il tema dell’alienazione parentale è scientificamente controverso ed ogni specifica situazione va valutata attentamente da professionisti esperti. Il rifiuto di un bambino di frequentare il proprio genitore ha sempre delle ragioni psicologiche e relazionali che richiedono attenzione e competenza clinica per essere correttamente decodificate. Le situazioni sono spesso complesse e non si risolvono con letture semplificate,  ma il figlio ha diritto a che vengano capiti i motivi del suo rifiuto ed eventualmente curate le relazioni disfunzionali alla base di questo”.

Con Pillon il tema della PAS insomma torna con forza. La questione della validità scientifica di questa sindrome è controversa e dibattuta da tempo in tribunale, tra gli avocati, i CTU e i professionisti della salute mentale. Uno dei principali argomenti a suo sfavore è il fatto di non essere compresa nel DSM (manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali), neppure nell’ultima edizione, il DSM-5 pubblicato nel maggio 2013 negli USA, in Italia nel 2014. Il suo ideatore è stato lo psichiatra statunitense Richard Gardner (1931-2003) che ha chiamato così il disturbo relazionale che nelle separazioni particolarmente conflittuali comporta l’interruzione dei rapporti dei figli con uno dei genitori, solitamente il padre. L’ostilità e il rifiuto del bambino sono perlopiù immotivati e la diagnosi si basa sul comportamento. Gardner è stato un autore molto criticato sia perché il suo è un approccio descrittivo sia per le soluzioni che propone e che comportano l’allontanamento del figlio dal genitore alienante. Ci sono detrattori e sostenitori anche tra gli studiosi che si occupano di separazione e di patologie relazionali. La PAS è specifica nell’ambito giuridico perché si sviluppa nel contesto della separazione e del divorzio. 

Per concludere direi che questo ddl è un documento esagerato e le formule che propone non sono attuabili. Qui si sta giocando con le parole ma sappiamo che è necessario confrontarsi ogni volta con le situazioni singole per rispettare i bisogni di tutti. Anche se in maniera imperfetta. In ogni separazione c’è sempre qualcuno che perde di più e nessuna legge lo può impedire. La sofferenza dei genitori e dei figli è ineliminabile e ognuna delle parti si difende a modo suo. Affidare questo dolore a dispositivi legislativi non ha dato buon esito finora, ha contrapposto le parti e segnato confini. Bisogna cercare altre strade per costruire un patto di alleanza senza contrapposizione tra padri e madri in modo che possano aiutare il bambino a superare il lutto della morte della famiglia dell’infanzia e a mantenere vivi i legami esistenti.




5 thoughts on “Su DDL Pillon, famiglie, figli e separazione

  1. Bellissimo post che fornisce a tutti un’informazione utile e adeguata alla serietà dell’argomento. Avevo firmsato contro la proposta Pillon qualche tempo fa e ora sono ancora più convinta di aver avuto ragione. Grazie, Gina

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