Mai devi domandarmi

“L’unica cosa che amavo al mondo era scrivere, sul divano di casa mia, tutto quello che mi passava per la testa”

Quest’estate, terminata la lettura de La Corsara, sono andata a riprendere i libri di Natalia Ginzburg che non toccavo da anni e, tra tutti, ne ho scelto uno dal titolo vagamente poetico e misterioso: Mai devi domandarmi. È la frase che Lohengrin, nell’opera omonima, dice a Elsa imponendole di non chiedergli mai, mai! il nome, un imperativo che già in se stesso contiene la disubbidienza, un comando che verrà disatteso, portatore di catastrofe. Cedere alla curiosità e al rischio o alla quiete e alla soggezione? si chiede la Ginzburg nell’articolo da cui il libro prende il titolo. 

Questo e gli altri scritti sono occasione per parlare di se stessa, dei pensieri che l’attraversano ascoltando una musica, assistendo a un’opera o a una commedia, leggendo un libro o un giornale, guardando i nipoti crescere. Riflessioni sul tempo che le appartiene e che rimbalzano dalla pagine in forma di conversazione o come semplici divagazioni. Per la maggior parte si tratta di articoli prodotti tra il 1965 e 1970. Vecchi, quindi, se si cerca l’attualità ma, tra i tanti pensieri sparsi, ne ho trovato alcuni che non mi sembrano per niente superati, non hanno età e possiamo considerarli una filosofia della vita. Ci aiutano a riflettere, al di là del tempo che separa dalla sua scrittura.

La vecchiaia, la fine dello stupore e i compiti di un adulto

La vecchiaia inizia così: “Ora noi stiamo diventando quello che non abbiamo mai desiderato diventare, e cioè dei vecchi”. Vecchi! pensare che quando ha scritto questo articolo, nel 1968, Natalia aveva 52 anni! Si potrebbe partire da qui per ragionare sul fatto che la vecchiaia non è sempre la stessa nella storia del mondo; oggi non diremmo che si è vecchi a cinquant’anni. Ma, al di là di tutte le idee che possiamo avere, c’è un significato della vecchiaia che Ginzburg, nel suo dipanare, ci rivela e cioè che diventare vecchi significa non meravigliarsi più di nulla, è la fine dello stupore. E mentre invecchiamo lentamente, conservando dentro di noi l’abitudine a crederci giovani, il mondo intorno cambia a velocità incredibile e ci sfugge, ci sembra indecifrabile. E scordiamoci di diventare più saggi o più sereni con la vecchiaia! Neppure questa è vera, delle tante cose consolatorie che si dicono. Un articolo triste se non che, nel finale, c’è una scintilla, una vivacità che ci fa rialzare la testa: “E una cosa ancora ci stupisce, noi che siamo ormai sempre più raramente colpiti da meraviglia: guardare come i nostri figli riescano ad abitare e decifrare il presente, e noi eccoci qua sempre assorti a sillabare ancora le parole limpide e chiare che incantavano la nostra giovinezza”. 

A fare da contraltare al non ottimismo di Ginzburg aggiungo una nota, scritta da Domenico Scarpa in postfazione, che dà una diversa sfumatura e aggiunge un altro significato al processo dell’adultità e dell’invecchiamento: “I compiti di un adulto: custodire la parte migliore della giovinezza – cioè l’entusiasmo e la capacità di sopportare i colpi – condividendo tutto questo con i propri figli, e insegnandoglielo”.

Sulla crisi del romanzo e sul potere dei romanzi veri

Cent’anni di solitudine” di Gabriel García Marquez diventa l’occasione per parlare della ‘crisi del romanzo’ che, ciclicamente, torna come tema del giorno e Natalia scrive che “se il romanzo muore è perché noi abbiamo cessato di amarlo […] Si è infusa intorno a noi l’idea  che esso è prossimo a estinguersi […] Si è diffusa l’idea che sia una colpa abbandonarsi ai romanzi, che il romanzo è evasione e consolazione, e necessario è non evadere e non consolarsi, ma stare fermamente inchiodati nel mezzo della realtà. Siamo oppressi da un senso di colpa nei confronti della realtà”. E poi, verso la fine dell’articolo, scrive una cosa bellissimai romanzi veri hanno il prodigio di restituirci l’amore alla vita e la sensazione concreta di quello che dalla vita vogliamo. I romanzi veri hanno il potere di spazzare via da noi la viltà, il torpore e la sottomissione alle idee collettive, ai contagi e agli incubi che respiriamo nell’aria. I romanzi veri hanno il potere di portarci di colpo nel cuore del vero”.

Le storie per l’infanzia e la morte della fantasia

Ne “La congiura delle galline” parla delle storie per l’infanzia che, nei tempi moderni, sono edulcorate da  tristezze e da eroismi per preservare i bambini da ogni sorta di dolore. Oggi è ancora più vero che nel ’69, quando è uscito l’articolo ne La Stampa. Natalia ricorda Tommaso Catani, di cui non è rimasta traccia, che scriveva per Salani romanzi di gatti, cani, galline, volpi dove succedeva di tutto e senza lieto fine per forza. Le sue storie erano strazianti senza essere mai crudeli e non erano crudeli perché il mondo in cui si svolgeva tutto era quello della vita, della natura e della campagna. A quel tempo non c’era ancora l’idea di scrivere con prudenza per non rattristare i bambini, idea ragionevole ma che fa perdere qualcosa.

Noi, da bambini, abbiamo versato sui libri fiumi di lacrime, ci siamo abbeverati di tristezze. Gli eroi della nostra infanzia erano perseguitati, calpestati, vittime di un destino feroce, di matrigne perverse. Erano però degli eroi. Oggi, nei libri destinati all’infanzia, non ci sono eroi. Ci sono i forti, i trionfatori, gli imbattibili, ma gli eroi, quelli che sopportavano le sventure versando pianti ma senza piegarsi, quelli non ci sono. Mi si dirà che non servono, che l’infanzia oggi può farne a meno, che oggi si va nella luna e non occorrono, nei libri per i bambini, né la fantasia né gli eroi. È però vero che si stabiliva, con quegli eroi che incontravamo nei libri, un rapporto singolare, fantastico e solitario, un’abitudine a pensare e amare in solitudine lagrime e il coraggio. Un simile rapporto è scomparso e il suo spazio è vuoto. […]  Noi oggi nei confronti dei bambini abbiamo scoperto l’attenzione, la responsabilità, il rischio, il timore delle conseguenze; e tutto questo l’abbiamo pagato con la morte della fantasia. Abbiamo riflettuto a quello che, con i bambini, non dobbiamo fare; però non abbiamo ancora scoperto quello che invece dovremmo dargli, come dovremmo indirizzarci a loro, le parole da usare; e non abbiamo da offrirgli che i nostri mondi deserti”.

Sui tempi moderni e la falsa concezione dell’utile e dell'inutile

Una feroce critica ai tempi moderni è in “Vita collettiva, scritta nel 70. “Se devo dire la verità, il mio tempo non mi ispira che odio e noia”: così inizia la Ginzburg e seguiamo il suo sguardo severo e preoccupato, precursore di quanto ai nostri giorni si è rivelato reale. Possiamo essere d’accordo o meno con le sue osservazioni ma ci danno riscontro di come le cose che oggi sono diventate sistema avevano preso forma in quegli anni.

Come la facilità di propagazione delle idee e delle informazioni che, sopratutto oggi nella realtà virtuale, hanno perso il senso di attendibilità e di veridicità: La nostra presente società umana è stranamente soggetta ai contagi, le idee vere e le idee false si diffondono e si confondono sopra di noi come le nuvole, mescolandosi a incubi e spettri collettivi per cui non sappiamo più distinguere il falso dal vero”. 

O il significato di cosa è utile e cosa no all’umanità. “Penso che essenzialmente quello che detesto nel mio tempo, è proprio una falsa concezione dell’utile e dell’inutile. Utile viene oggi decretata la scienza, la tecnica, la sociologia, la psicanalisi, la liberazione dai tabù del sesso. Tutto questo è reputato utile, e circondato di venerazione. Il resto è disprezzato come inutile. Nel resto però c’è un mondo di cose. Esse vanno evidentemente chiamate inutili, non portando con sé per i destini dell’umanità nessun vantaggio sensibile. […] Fra esse c’è il giudizio morale individuale, la responsabilità individuale, il comportamento morale individuale. Fra esse c’è l’attesa della morte. Tutto quello che costituisce la vita dell’individuo. Fra esse c’è il pensiero solitario, la fantasia e la memoria, i rimpianti per le età perdute, la malinconia. tutto quello che forma la vita della poesia”.

Tra le cose considerate inutili ci sono anche la solitudine e la fatica. Il pensiero solitario viene bandito e ci si difende con ogni mezzo dalla solitudine, ci si raduna in gruppo per fare qualsiasi cosa. Questo evitamento della solitudine corre in parallelo con l’evitamento della fatica e del sacrificio che, riflette Natalia, sono propri dell’età dell’adolescenza che è “l’età in cui ci si sveglia ai piaceri della vita adulta, e in cui la fatica degli adulti ci è risparmiata. Essa è anche l’età in cui le colpe ci vengono perdonate. Così, il mondo di oggi appare come il regno degli adolescenti, qualunque sia l’età che hanno toccata”.

Un riflesso del desiderio di non-fatica, non-travaglio e non-dolore la Ginzburg lo vede nelle creazioni artistiche moderne, nell’arte e nella poesia dove la rapidità sostituisce lo sforzo e e un manico di scopa e “quadri fatti di un semplice strato di colore, non hanno richiesto nulla di più d’una veloce ricerca in cucina o d’una rapida pennellata simile a quella di chi vernicia una stanza”. Osservazione che non è certamente di apprezzamento!

Vizi dell'umanità moderna: il successo, la moda e altro ancora

Ci sono personaggi che Natalia descrive con tratti brevi e incisivi, maestra nel cogliere aspetti della loro personalità che le offrono l’occasione per scrivere di vizi e virtù dell’umanità moderna.

Paolo Poli è uno di questi ed è, per Natalia, la dimostrazione che si può rimanere immuni dal successo che involgarisce. Lui è “senza alcun legame né con lo snobismo, né con la pubblicità, né con la moda […] E spero che una cosa tossica, aberrante e pericolosa come la moda non riesca a giocare con la sua persona […] A pensarci bene, il segreto del fascino di Paolo Poli è proprio nella maniera nobile, civile e intelligente con cui tocca, esamina ed esprime la volgarità rimanendone pienamente immune”.Aggiunge che il successo non è negativo in sé ma rappresenta l’occasione per lasciar emergere qualcosa che c’era già: quando uno viene deturpato e involgarito dal successo, è perché i germi della volgarità erano in lui preesistenti, e si potevano scorgere nel suo spirito anche quando era solo e oscuro.

La libertà di pensiero di Natalia Ginzburg, le sue opinioni per niente elusive, la sua capacità di dire pane al pane e vino al vino, senza la paura di dispiacere e priva del desiderio di compiacere qualcuno, l’ha esposta anche a dure critiche e contestazioni. Come quando ha scritto del libro Cuore: Trovo che non è per niente un bel libro. È abile e falso. È furbissimo, e illustra con efficacia retorica un mondo che, in verità, nella sua sostanza, non è mai esistito se non nei libri”.

O di Charlie Chaplin e Buster Keaton: il primo diventato in vecchiaia ricco e furbo, con un “miserevole e squallido ottimismo di ottuagenario a cui tutto è andato così bene” mentre sull’altro, pure un grande attore, è infuriata la vecchiaia “devastando il suo corpo, il suo viso arido, nudo e indifeso. Egli è però rimasto se stesso, sigillato nel suo silenzio, fedele alla sua sconfinata disperazione che non poteva avere parole essendo la parola umana così inadeguata e miserevole, fedele per sempre alla sua sconfinata libertà di non sillabare mai una sola parola”. 

Pensieri sull'amicizia

Il ricordo di una frase sentita, nel periodo dell’infanzia, da Mario Soldati: “Gli amici non si scelgono”, porta a riflessioni sull’amicizia in L’attore.

“Credo che, per quanto riguarda gli amici dell’infanzia e della giovinezza, non si scelgano affatto ma ci vengono buttati ai piedi dalla nostra sorte. Gli amici dell’età adulta, in qualche modo si scelgono. È vero però che nelle nostre scelte, giocano sempre tre elementi essenziali: in parte scegliamo noi stessi, in parte veniamo scelti, e in parte il caso sceglie per noi. D’altronde l’atto della nostra scelta non ha grande valore. Scegliendo i nostri amici, noi ubbidiamo a un criterio di valutazione assai rozzo, superficiale e confuso. Quello che conta non è l’atto della nostra scelta, ma i vincoli che sorgono in noi dall’affetto e che sono sempre ciechi, imperiosi e senza spiegazione. L’affetto non sceglie nulla, o meglio la sua scelta è così rapida che siamo subito immemori di averla compiuta”. 

Memorie d'infanzia

Tutti gli scritti contengono qualcosa di autobiografico ma sono due i racconti di memorie: Baffi bianchi e Luna pallidassi che sono anche quelli più lunghi.

Nel primo torna all’infanzia, a quella casa e famiglia di Lessico famigliare, al padre temuto e alla solitudine che l’ha accompagnata.

“La mia solitudine, e la mia ignoranza, mi sembrava formassero nella mia persona una cosa sola: una cosa pesantissima, qualcosa fra una colpa e una disgrazia, che mi trascinavo dietro dappertutto, un carico che non mi era mai possibile abbandonare”.

Povera Natalia! Povera ragazzina, ho pensato leggendo queste sue memorie che, a differenza del romanzo, trasudano più tristezza che ironia. Lei, ultimogenita, femmina, quasi dimenticata come può succedere nelle famiglie numerose; non abituata ai coetanei, né a costruire legami amicali, perdente nel confronto con le altre, goffa e mai in linea con le aspettative; contenta solo di starsene nel suo bozzolo casalingo, viene ‘mandata’ a scuola quando è già grande e, impreparata al mondo esterno, incappa in una situazione potenzialmente molesta. È nel momento di bisogno che si accorge di non avere nessuno a cui confidare il suo turbamento, né la madre con la quale il rapporto è diventato “sbadato e povero”, né la sorella così diversa da lei: “Sbarrai gli occhi sulla mia solitudine: non avevo una persona al mondo a cui mi sarebbe stato semplice parlare dei baffi bianchi”. 

Per Natalia il signore dai baffi bianchi, che l’avvicina con intenti ambigui, diventa “un simbolo di tutte le cose che mi erano ignote e mi ispiravano orrore. Lui era tutto: era la matematica, che non capivo, e che mia madre, sempre inadeguata, continuava a chiamare «l’aritmetica»; era il Minimo Comun Denominatore e il Massimo Comune Multiplo; era la mia vita fuori di casa, nella nebbia, lontano da mia madre; era la mia solitudine, la mia inettitudine ad avere amici, la mia fatica sui compiti, il mio dispiacere di crescere, la malinconia che m’assaliva quando veniva buio nella città, quando guardavo dalla finestra le strade sconsolate e notturne”.

Da lì, da quei momenti di sconforto, matura la consapevolezza che “la malinconia mi avrebbe seguito dovunque. Essa era sempre là, immobile, sconfinata, incomprensibile, inesplicabile, come un cielo altissimo, nero, incombente e deserto”.

Quando in Luna pallidassi, quasi un seguito di Baffi bianchi, Natalia racconta la fatica da adolescente a stare con i coetanei e a costruire legami, essendo abituata nell’infanzia a ritmi solitari, ci si accorge del valore che hanno esperienze come la scuola e le amicizie quando si è piccoli, un aiuto a fare esercizio di vita.


Sono, infine, riflessioni ad alta voce di una donna che ha coltivato la consapevolezza e con la scrittura ci ha fatto conoscere luoghi dell’anima che non sempre siamo capaci di vedere.

“Pensai che è molto difficile essere capiti. Essere capiti vuol dire essere presi e accettai per quello che siamo. Il pericolo più triste che noi corriamo con le persone, non è tanto che non vedano o non amino le nostre qualità, ma che invece suppongano che le nostre qualità reali abbiano proliferato in noi numerose altre qualità che sono in noi assolutamente inesistenti”.

Natalia Ginzburg

Mai devi domandarmi

Einaudi 2014

6 thoughts on “Mai devi domandarmi

  1. Grazie, Gina, per questa bella recensione. Di questa raccolta di scritti conoscevo solo il titolo molto suggestivo ( dopo la lettura della Corsara avevo riletto la narrativa della Ginzburg), ma ora vengo stimolata proprio da te a dedicarmi ai suoi saggi. Quanto di attuale c’ è ancora nelle sue riflessioni! Grazie davvero e buon anno nuovo, malgrado tutto e malgrado tutti. Un caro saluto.

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    • Rileggendoli mi sono meravigliata di come ci fossero anticipazioni così esatte di alcuni modi di oggi di vivere. Si tende a pensare che in questo nostro mondo sia tutto una novità e invece ci rendiamo conto che tutto viene da lontano.
      Trovo poi Luna pallidassi un bellissimo racconto sulla fatica di costruire relazioni negli anni dell’adolescenza. LA Ginzburg riusciva a farti toccare con mano le sensazioni.

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  2. Mi era sfuggito questo bellissimo post sulla grande Natalia. Ti ringrazio, solo ora, di aver riportato alla nostra memoria i pensieri e le riflessioni di questa grandissima donna e scrittrice dei quali tutti sentiamo profondamente la necessità. Un abbraccio!

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