Rione Serra Venerdì

“L’antica vergogna d’Italia, il dente cariato o ben che andasse il girone dell’inferno, era stato proclamato sito dell’Unesco” nel 1993: Matera, che in questo 2019 è capitale europea della cultura. Niente di meglio per cominciare l’anno, quindi, di un libro che la racconta e che ci porta in giro tra i Sassi e la Storia.

Sottotitolo: Imma Tataranni e le trappole del passato. Le trappole non sono altro che vecchi conti rimasti in sospeso. E ce ne sono tanti di conti che non tornano in questo romanzo, non solo personali ma anche lasciati indietro dalla Storia, ’dimenticati’ dalla ricostruzione ufficiale. Mariolina Venezia mette insieme passato e presente e ci porta a scoprire pagine che non abbiamo studiato nei libri di scuola, cancellate perché troppo scomode da ricordare. Imma Tataranni è come un Virgilio che ci conduce tra i gironi della sua terra, Matera e i Sassi, e la trama un’occasione per ritirare fuori la Storia non ufficiale della Basilicata.

La trama

Tutto inizia con il ritrovamento del cadavere di una donna che non è sconosciuta a Imma: si tratta di una sua ex compagna di liceo, “single incallita, vabbè zitella”. È stata strangolata nel suo appartamento a rione Serra Venerdì. Imma indaga in quanto PM della Procura di Matera e si chiede, come tutte le ex compagne, come mai una donna che ha sempre condotto una vita sottotraccia abbia fatto quella fine. Imma la ricorda Stella Pisicchio, che “al liceo sedeva in una delle ultime file. Con la treccia sulle spalle, la gonna al ginocchio, e l’aria di voler scomparire. Per mesi non aveva fiatato, e arrossiva fino alle orecchie non appena uno le rivolgeva la parola”. Era “una delle ventidue figlie della borghesia materana con cui aveva spartito per sbaglio le ore più significative dell’adolescenza. Pisicchio. La più timida, la più inoffensiva. L’unica, oltre a lei, a fare scena muta quando si parlava di ragazzi. L’unica per la quale aveva provato una certa solidarietà […] più un sodalizio fra due escluse, in realtà. La timida e la secchiona”. 

E si impunta, Imma, su questa indagine che la porta a scoprire ingombranti fatti del passato, volutamente dimenticati. 

Imma

Imma è una protagonista non  facile da amare e in cui identificarsi. Stravagante, non basta a definirla. Neppure eccessiva. A me fa venire in mente uno schiacciasassi che procede senza fermarsi. Mi piace tra le pagine di un libro e mi fa ridere con il suo sarcasmo, a volte feroce, ma non saprei dire se mi piacerebbe così tanto incontrare nella vita reale questo tipo di donna. 

Riderei anch’io, di lei, come fanno le sue ex compagne di scuola? Per i tacchi e gli zatteroni fuori misura; per le scollature che sottolineano la portata della quinta di reggiseno; per l’assenza di gusto come quando le era scappata la mano nel vestirsi. Aveva la chioma di un rosso acceso, frutto di una tintura casalinga di cui aveva calcolato male le dosi, una blusa zebrata dalla scollatura piuttosto profonda e un paio di pantacollant tigrati. Oltre a un paio di scarpe di vernice azzurra”.

O proverei antipatia e apprensione incontrandola nei panni di PM? Per il suo piglio abituale e perché non risparmia nessuno; brava a farsi terra bruciata intorno: “certi giorni non si sopportava nemmeno da sola e dava chiari segni di insofferenza, si sfotteva, si trattava con sufficienza e alla fine si mandava a quel paese […] Erano momenti critici per tutta la Procura. Più si arrabbiava con se stessa, più gli altri ne pagavano il prezzo […] Vaffanculo, si diceva, e il resto dell’umanità tremava. Grugniti, silenzi, ordini impartiti unicamente per rompere le scatole. Pentimenti, la cosa peggiore. Fallo, non farlo, rifallo. Che hai fatto?”  Quella che ne fa le spese più di tutti è Diana, cancelliera in Procura ed ex compagna di banco “che già non si sopportavano ai tempi del liceo”.

Certo Imma non è proprio una donna da copertina. Una personaggia che mette i suoi lati in ombra tutti bene in evidenza.

Però. È anche la dimostrazione di come fanno le donne, di come riescono a conciliare casa e lavoro. Come si potrebbe descrivere diversamente l’abilità multitasking di cui danno prova? 

Così vediamo Imma che concilia le indagini con “il pezzo di filetto, le patate, lo scatolo di detersivo comprati all’ultima ora”; si fa accorciare i pantaloni dalla sarta che, finché le prende le misure “con le labbra strette sugli spilli”,  l’aggiorna sul vicinato. Che tra lampascioni da pulire, cena da predisporre, figlia, marito, suoceri e cognati, sottoposti eccetera pensa alle sue indagini. E quando non ha voglia di cucinare va a comprare mortadella e ricotta proprio a Sierra Venerdì (guarda caso!) in un negozietto da dove può “tener d’occhio la situazione e magari imbattersi in una certa persona”.

E chi se non lei conduce le indagini sotto ceretta? «La buty farm era un osservatorio privilegiato» pensa, e non perde di vista la causa neppure quando l’assatanata le martoriava le carni e, fra uno strappo e l’altro, s’informa dei rapporti tra la vittima e le estetiste e parrucchiere. Esilarante!

Che poi, “sotto sotto il rimorso lo sentiva, di aver lasciato il frigo vuoto”. Anche lei si trova a fare i conti con “ il più dimesso, ma proprio per questo il più rognoso dei divini spiriti, acqua cheta che logora i ponti, lamentoso e senza scrupoli, pronto a qualsiasi vaccata pur di farti sentire in colpa: l’angelo del focolare”.  

Le parti più divertenti sono quelle delle ex compagne di scuola verso le quali lo sguardo è privo di qualsiasi nostalgia. E a Matera è facile ritrovarsi  perché è una città piccola. Così Imma scava informazioni dal passato tra vecchie compagne che si stanno ancora tra i piedi. Al funerale della povera Stella “mentre il sacerdote parlava di fiori recisi, alberi senza frutto e pecorelle smarrite, infervorandosi solo solo, le ex ragazze della A, la rinomata sezione femminile del liceo classico, chiacchieravano come se fossero in classe a fine ora”. Un cicaleccio, con qualche risatina nel ricordo del passato, voci abbassate quando si parla di sesso, “pace all’anima sua”! E lei origlia e assorbe informazioni.

Oppure al tè dalla Carmela Guarini (che Mariolina Venezia, prestando tutta la sua ironia a Imma, descrive in modo spassoso e pungente). Lì incontra le “antiche compagne della A” che danno il peggio di sé, riassorbite dalle beghe di un tempo “ricreando alleanze, tradimenti e colpi bassi, ferendosi con le parole e uccidendosi con i silenzi”. Una riedizione dei rapporti del passato. E a lei, alla Tataranni “non un dettaglio, non una sfumatura dell’animo dei suoi simili scivolava addosso. Ben che andasse provava un leggero fastidio, un disagio, una punta di irritazione, che poteva trasformarsi in profondo disappunto, rottura di scatole o tormento di budella”.

Sierra Venerdì

Tutto si svolge a Matera e dintorni, un piccolo mondo, basti pensare che in tutta la Basilicata “siamo 580mila abitanti. Meno che nella città di Torino, o di Genova. Quelli che contano sono tutti amici e parenti”.

Sierra Venerdì è un quartiere di Matera. “Era stato costruito negli anni Cinquanta, quando avevano deciso di svuotare i Sassi con la legge De Gasperi. Successivamente si era meritato l’appellativo di rione Apache, perché dentro ci erano finiti gli ultimi degli ultimi, quelli che abitavano nelle grotte e non avevano mai visto un bagno né conoscevano l’acqua corrente. Nacque lì la leggenda delle famiglie che coltivavano il prezzemolo nella vasca, che poi, che se ne dovevano fare di tutto quel prezzemolo se l’era sempre chiesta. In seguito i rioni avevano fornito ottimo materiale agli studi sociologici, quanto a tasso di disoccupazione e devianza giovanile. Sui ballatoi le porte erano rimaste aperte per decenni, in ricordo dei vecchi tempi quando si stava tutti insieme nei vicinati, e solo recentemente l’usanza stava scomparendo, spazzata via dai ladri e ancor più dalla privacy. Più d’uno, in genere seconde o terze generazioni, stava ristrutturando le case popolari facendone villette con aspirazioni piccolo borghesi”.

I Sassi

“I Sassi di Matera, primo sito dell’Italia meridionale, furono iscritti nella lista dei patrimoni dell’umanità nel 1993. Rappresentano un ecosistema capace i perpetrare fin dai tempi del Paleolitico un insediamento urbano in armonioso rapporto con l’ambiente naturale. Per nove millenni costituirono un esempio di ottimizzazione delle risorse attraverso un raffinato sistema di camminamenti, canalizzazioni e cisterne. A ridosso del torrente Gravina si succedono grotte naturali, architetture ipogee, recinti trincerati, masserie, chiese e palazzi. Coesistono villaggi del neolitico, cittadelle rupestri, fortificazioni svevonormanne, espansioni rinascimentali e barocche… […] Lo sapete che nei Sassi ci sono 155 chiese rupestri, tutte di tufo? Fra cui eremi, cenobi, cripte, lauree e basiliche”.

Con Imma assistiamo al giorno di ricorrenza in cui “l’antica vergogna d’Italia, il dente cariato o ben che andasse il girone dell’inferno, era stato proclamato sito dell’Unesco”. Così vediamo (o immaginiamo) “l’alveare o a seconda dei gusti il presepe di case e casette, grotte palazzi e monasteri dove nel corso dei secoli erano venute a rifugiarsi lontane genti anatoliche il cui ricordo restava impigliato negli affreschi rupestri e nelle facce bizantine di certi passanti. Il mondo alla rovescia dove i morti, seppelliti sui tetti, guardavano i vivi dall’alto in basso e le chiese di conficcavano nella terra come formicai. Il cono capovolto dove un tempo, quando gli abitanti accendevano i lumini, sembrava di avere il cielo stellato sotto i piedi. Il regno del contrario, insomma. I Sassi di Matera. […] Arrivati giù, in piazza san Pietro Barisano, se uno alzava gli occhi Matera appariva all’improvviso, dispiegandosi sull’altopiano come una partitura musicale, coi suoi pieni e i suoi vuoti, gli archi i terrazzi le finestre e le scale”.

Una brutta pagina di Storia

Inoltre c’è in ballo una pagina importante della storia dell’Unità d’Italia. Pagina manomessa nei testi scolastici dai quali gli studenti erano costretti a “imparare stupidaggini”. E dopo che “le avevano fatto una testa tanta, a scuola, con le guerre d’indipendenza, Camillo Benso di Cavour, l’Unità dello stato Italiano dove avevano avuto la fortuna di nascere” Imma scopre (e noi con lei) immagini di barbarie fissate in antiche lastre fotografiche.

In una foto “tre giovani con barba e baffi stavano seduti, poggiati a un muretto manco fossero amici che riposano all’ombra dopo una giornata di lavoro. Peccato per quel fiore all’altezza del petto, la corolla ricamata sulla camicia da un proiettile. Una foto di gruppo ritraeva certi bei ragazzoni con la divisa dell’esercito sabaudo, vivi stavolta, uno accanto all’altro come una squadra di calciatori. Fra le mani, tutti fieri, non reggevano un pallone, e nemmeno un trofeo di caccia, ma la testa di un giovanotto della loro età”. 

Altre foto sono le prove di una carneficina: “Su una si vedeva una donna nuda trafitta da una baionetta. In un’altra un ufficiale sabaudo reggeva per i piedi un feto che sembrava un coniglio scuoiato”. E ancora: “ un bambino di una decina di anni, o meglio la sua testa infissa a un palo”.

Di cosa si tratta?

In seguito all’Unità d’Italia ci sono stati più morti che in tutte le guerre del Risorgimento messe insieme”.

Dopo l’Unità d’Italia, al Sud scoppiarono dei moti popolari”. I libri di storia dicevano e non dicevano e “i meridionali venivano dipinti come selvaggi a cui finalmente qualcuno si degnava di portare civiltà e benessere… Una di queste rivolte si verificò il 7 agosto 1861. I briganti occuparono Pontelandolfo, un paese in provincia di Benevento. Uccisero gli ufficiali che lo presidiavano e issarono bandiera borbonica. Qualche giorno dopo, un luogotenente delle Guardie Nazionali in ricognizione venne catturato con i quaranta soldati e i quattro carabinieri che lo accompagnavano. Un gruppo di contadini armati li portò a Casalduni e lì vennero uccisi tutti, tranne un sergente che riuscì a fuggire […] Quando il sergente raccontò l’accaduto, il generale Cialdini ordinò di distruggere i due paesi. E sopprimere tutti gli abitanti meno i figli, le donne e gli infermi. Così disse. […] A Pontelandolfo li sorpresero nel sonno e incendiarono il paese. Un militare scrisse che mentre si spandeva l’odore della carne umana arrostita, i bersaglieri del colonnello Pier Eleonoro Negri si ingozzavano di pollastri e capponi, bevevano il vino e sgraffignavano i pochi oggetti di valore: fedi di matrimonio, catenine di battesimo… Le stesse cose che fecero i nazisti a Marzabotto e a Sant’Anna di Stazzema, cent’anni dopo. Solo che questo era l’esercito italiano. Istituito per proteggere i suoi cittadini […] Non si sa quanti furono i morti fra i civili, perché l’archivio comunale andò a fuoco. Certe stime parlano di 100, altre di 400, altre di un migliaio”. 

In quelle zone, si era avuta una forte resistenza all’esercito sabaudo, che proprio lì si era macchiato di tante nefandezze. Molti brigati erano nativi di Aliano, di Calvello, di Abriola, e tutti  i paesi del circondario. Briganti, poi! Così li avevano chiamati dopo […] All’inizio erano solo contadini o pastori che cercavano di sfamare le famiglie. Bastava non pagare le decime, provare a imboscare un po’ del raccolto, rispondere a un sopruso, per doversi dare alla macchia. Così si erano formate le bande, in parte organizzate dalla reazione borbonica. Ma i familiari restavano nei paesi. Era normale che dessero assistenza e ospitalità ai loro figli, ai loro fratelli. La reazione dell’esercito piemontese il più delle volte era esemplare” E a Sant’Onofrio sono “successe le stesse cose che a Pontelandolfo e Casalduni […] E mica solo lì! Anche a Lagopesole, a Venosa, a Gaeta”.

A quell’epoca di borghi ne scomparve più d’uno “anche a causa dell’emigrazione che dopo l’Unità spopolò le province meridionali. I vinti scappavano, in parole povere […] A partire dal 1870, quando le ribellioni finirono nel sangue, iniziò un’emorragia di poveracci. Due anni di leva obbligatoria, tasse da rapina, i poli industriali smantellati… che dovevano fare? […] la storia ufficiale non si spreca sull’argomento. E non fa connessioni. Partivano per l’America, del Nord o del Sud. Certi paesini venivano cancellati, se ne perdeva pure il ricordo. Se non nei racconti degli anziani”.

«I vecchi conti non tornano mai», mormorò Imma. 

Mariolina Venezia

Rione Serra Venerdì

Imma Tataranni e le trappole del passato

Einaudi, 2018

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