Margherita Sarfatti

A circa un secolo di distanza, con il distacco necessario per affrontare con oggettività la nostra storia, proponiamo oggi un’indagine critica sulla vita, intensa e controversa, di una figura culturale politica eccezionale, indubbiamente tra le più significative del secolo scorso. L’arte e la storia d’Italia sono indissolubilmente legate alla figura di Margherita Sarfatti. Oggi è il tempo di occuparcene” *

#ConosciMargherita è la formula con la quale il Mart di Rovereto invita a visitare la mostra intitolata proprio con il suo nome: “Margherita Sarfatti. Il Novecento Italiano nel mondo. Per la verità sono ben due le mostre che si svolgono in contemporanea perché anche a Milano se ne tiene una: “Margherita Sarfatti: Segni, colori e luci a Milano”. Al centro delle due esposizioni c’è sempre lei, accompagnata dalle opere d’arte che si intrecciano con la sua vita e il suo lavoro.

A Milano, al Museo del Novecento, è raccontata l’attività di Margherita Sarfatti dopo il suo trasferimento in questa città, nel 1902. Il periodo milanese coincide con la nascita del movimento artistico Novecento, di cui fu ideatrice. 

Al Mart di Rovereto conosciamo il lavoro di diffusione dell’arte italiana in Europa di cui Margherita è stata promotrice dal 1926 al 1932 organizzando mostre di Novecento Italiano. Gli archivi del Mart conservano il Fondo Margherita Sarfatti acquistato dagli eredi, con oltre tremila documenti, e inoltre possiedono capolavori dell’arte italiana di quel periodo.

Con queste esposizioni prosegue quel percorso che porta a ‘riesumare’ l’arte italiana dell’epoca fascista che, dopo la fase di negazione e di biasimo per l’intreccio con la politica, per la vergogna della dittatura, era stata ‘dimenticata’: le opere di quel periodo e gli artisti che le hanno create sono stati tirati fuori dall’ombra che era calata su di loro portando a riscoprire capolavori. Accanto a questi troviamo sempre un nome che si ripete, quello di Margherita Sarfatti che, pur non avendo creato nessuna opera, dell’arte si è occupata con incontestabile successo. E se proviamo a immaginare un affresco del Novecento italiano vediamo che un posto di rilievo lo occupa lei, scrittrice e storica dell’arte, che se ne sta a testa alta in mezzo alle tante personalità di quel periodo.

XVII Biennale di Venezia, 1930: da sinistra A. Wildt, E. Oppo, F. Casorati, M. Sarfatti, U. Ojetti, A. Maraini, A. Cataldi

Finora, a dir la verità, la sua presenza è sempre rimasta un po’ defilata nelle mostre che ho visitato (qui e qui mostre recenti). Sempre citata come promotrice, ideatrice, critica d’arte, ma non in primo piano. Ora, invece, abbiamo l’occasione di farci un’idea della personalità di questa donna e di ciò che ha rappresentato e sembra giunto il momento per lei di tornare in splendida forma, con ben due mostre in contemporanea!

Sarebbe troppo lungo raccontare la sua vita, che fa pensare a una favola fino a quando non viene ‘sporcata’ dalla storia; lungo ricordare le tante cose che ha fatto ed elencare tutto ciò che ha scritto, per cui mi soffermo solo su alcuni passaggi illustrati da foto o da opere di cui si è circondata, quelle che si possono vedere a Rovereto. È l’arte che le ha viaggiato sempre accanto ed è l’arte che ha reso la sua vita preziosa, nonostante guardiamo con sospetto al suo successo che è intrecciato con la nascita e l’affermarsi del fascismo non solo per coincidenza di tempo ma anche per l’adesione e il pieno coinvolgimento alla sua politica e ideologia.  

Di nome fa Margherita Grassini quando nasce a Venezia nel 1880, figlia quartogenita di una coppia di origine ebraica. La famiglia è ricca – basti pensare che dalle Fondamenta della Misericordia, nel Ghetto Vecchio, si trasferisce a vivere a Palazzo Bembo sul Canal Grande – e colta, tanto che i precettori di Margherita sono storici e letterati di prestigio, uno dei quali, Antonio Fradeletto, è il fondatore della Biennale di Venezia, della quale lei inizia a scrivere articoli e recensioni sin da giovanissima. Le basi ci sono tutte per creare una donna di cultura e con un avvenire splendido. A tredici anni Margherita scrive e parla correttamente inglese, francese e tedesco. E, insomma, tutto quello che riguarda la cultura e l’arte di quel tempo lei ha la possibilità di conoscerlo; il salotto dei genitori è frequentato da personalità di spicco anche nel campo della politica e dell’economia. Con le letture di Marx, Engels e Kropotkin sviluppa interesse per i temi sociali, che condivide poi con quello che diventa suo marito, l’avvocato Cesare Sarfatti, più vecchio di lei di quattordici anni e attivo nel partito socialista veneziano. 

Nel 1902 inizia il periodo milanese perché, dopo la nascita di due figli, la coppia si trasferisce a vivere a Milano, città aperta e moderna che offre maggiori possibilità per le ambizioni politiche e culturali di entrambi. Qui coltivano i rapporti con le maggiori personalità maschili e femminili dell’epoca, tra cui la coppia di Filippo Turati e Anna Kuliscioff, oltre a Ersilia Majno, presidente della Lega femminile milanese e altri.

Sul rapporto tra Margherita e Anna Kuliscioff ho trovato di particolare interesse ciò che scrive Rachele Ferrario nella biografia della Sarfatti (Margherita Sarfatti. La regina dell’arte nell’Italia fascista, Mondadori 2015). Anna Kuliscioff non ha certo bisogno di presentazioni, il suo salotto è il più famoso d’Italia e la giovane Margherita cerca un confronto con lei. Entrambe ebree, colte e ricche ma profondamente diverse negli stili di vita e nel pensiero: la prima una rivoluzionaria e la seconda una borghese fatta e finita. La Kuliscioff non apprezza i ricchi gioielli che Margherita continua a portare con disinvoltura pur professando idee socialiste. Ma anche sul femminismo le loro idee divergono: la Kuliscioff frequenta da vicino le operaie dei quartieri poveri di Milano e pensa che le donne possano lavorare, guadagnare ed emanciparsi mentre la Sarfatti, individualista, ritiene che sia una questione di persone e non di genere e per essere libere ed emancipate, per realizzare quello che si desidera, servano educazione e cultura. Anche con le altre donne della sinistra milanese il confronto non è pacifico.

Fin qui possiamo pensare a una giovane donna ambiziosa e di talento che riesce a vivere le sue passioni culturali e sociali senza rinunciare a figli e famiglia: nel 1909 la troviamo con tre figli, un marito che acquista sempre maggior successo professionale e politico, una rete di relazioni, l’attività di giornalista, viaggi. E politica. Dal 1912 inizia a frequentare Benito Mussolini, nominato direttore dell’Avanti!, giornale al quale collabora, e la loro relazione si fa più stretta. Poi c’è la guerra, le muore il figlio e qualche anno dopo anche il marito. Sono anni di successi in campo artistico e giornalistico. Appoggia il futurismo, pur non condividendone gli esiti più astratti, ma orienta la sua ricerca verso un altro ideale artistico. Dal 1920 organizza mostre di artisti che dal 1922 si riuniscono alla Galleria Pesaro: sono Anselmo Bucci, Leonardo Dudreville, Achille Funi, Gian Emilio Malerba, Piero Marussig, Ubaldo Oppi e Mario Sironi. “Quasi tutti i migliori, insomma, del manipolo di avanguardia, il quale, qui a Milano, prepara con vigile amore, e indefessa fatica le sorti avvenire dell’arte italiana” scrive Margherita che li sostiene nella costituzione di un gruppo che chiama Novecento Italiano diventandone il critico di riferimento. Novecento Italiano attraversa alterne vicende tra defezioni e disgregazioni ma mantiene, pur nelle diversità di stile degli artisti, lo sguardo rivolto alla classicità nell’impianto compositivo, nelle linee ferme, nel rigore e nella compostezza delle forme.

Autoritratti

Sono anche gli anni in cui si occupa di promuovere la figura di Mussolini all’estero, come incaricata del servizio stampa, e scrive in inglese la biografia The life of Benito Mussolini che l’anno dopo esce in edizione italiana con il titolo Dux. Diventa una persona importante nell’azione di propaganda del duce e infaticabile nel promuovere l’arte italiana in patria e all’estero sotto il segno del Novecento italiano. Il fascismo è la sua casa e l’arte il suo ambito d’azione. Arte e ideologia sono in rapporto stretto per Margherita: l’arte è veicolo di contenuti sociali e morali e il fascismo è superiore alla democrazia , nella sua visione politica, ed emanazione del socialismo “il governo per il popolo ma non del popolo”.

Poi, a un certo punto, il vento cambia direzione. Il favore del duce viene meno e con la rottura sentimentale entra in crisi anche la complicità politica e intellettuale. Lei diventa una donna scomoda e ingombrante per la gerarchia fascista, misogina e ottusa, e riceve critiche e umiliazioni. Aumentano le polemiche contro il Novecento e Mussolini prende pubblicamente le distanze dal suo programma di diffusione nazionale. Viene messa da parte, anche se lei prosegue la sua attività di giornalista e promotrice dell’arte moderna e del fascismo. Ma nel 1938, con la promulgazione delle leggi razziali, è costretta a lasciare l’Italia, anche se nel 1928 si era convertita al cattolicesimo. Dalla Svizzera passa a Parigi e si stabilisce a Montevideo dove trascorre gli anni della seconda guerra mondiale continuando a scrivere per la stampa locale anche se sempre attenta a non intervenire su argomenti politici.

Rientra in Italia nel 1947 e molte persone che la frequentavano negli anni venti e trenta la evitano. Tranne Carrà e Sironi, alcuni scrittori e poeti tra cui Bontempelli, Comisso e Palazzeschi. Scrive occasionalmente e pubblica.

Muore nel 1961.


Mario Sironi, Ritratto di Margherita Sarfatti, 1916-17

Sironi è stato uno degli artisti di Novecento considerato dalla Scarfatti il “più ricco e complesso – il più moderno di questi novecentisti”.


Adolfo Wildt, Margherita Sarfatti, 1930

Wildt è uno scultore legato a Margherita Sarfatti da stima e affetto. Margherita lo definisce “il primo maestro dell’arte del marmo che abbia oggi l’Italia”. Lui le dedica questo ritratto e lei lo ringrazia scrivendogli “Sono molto commossa dalla sua delicata, pensosa e forte interpretazione di me. Come mi ci ritrovo, come mi ha capita bene, amico e artista impareggiabile”.


Adolfo Wildt, La Vergine, 1924

Fa parte della collezione di Margherita che lo ritiene un perfetto esempio della “precisione del segno” e ne apprezza l’accento purista.


Achille Funi, La terra, 1921

Questo dipinto è emblematico del Novecento Italiano nella ricerca di nuovi valori plastici e nella ricoperta della classicità: qui il richiamo è una tela di Tiziano e la ragazza che regge il cesto di frutta è la sorella di Funi. Margherita aveva recensito il quadro alla Biennale di Venezia evidenziando caratteristiche come la “saldezza senza grippi, studio dell’antico per assimilazione senza imitazione, costruzione senza enfasi e retorica”.

Giorgio Morandi, Natura morta, 1929


Mario Tozzi, Madonna col bambino, 1926

Tozzi è un pittore italiano che trasferito in Francia diventa promotore dell’arte italiana e tiene rapporti stretti con i pittori del gruppo della Sarfatti. Questo dipinto è presentato alla prima mostra del Novecento Italiano nel 1926. Tozzi ritrae la moglie e la figlia e un critico definisce questa una “rappresentazione troppo umanizzata e modernizzata”. Tozzi interpreta perfettamente lo stile del Novecento trasfigurando in una dimensione senza tempo le scene di vita quotidiana: “Amo la pittura statica, i corpo immobili e silenziosi. Amo la statuaria greca, e l’impressione di nobiltà imponente e di serenità che ne emana”.


Felice Casorati, Alberi, 1926

Casorati è una presenza costante nelle mostre del Novecento all’estero.

Massimo Campigli, Donne a passeggio, 1929

L’influenza dell’arte etrusca in Campigli è evidente nei colori delle terre stesi come in un affresco, nelle figure femminili stilizzate, a clessidra, sdoppiate, decorate con arabeschi preziosi. I soggetti femminili sono preferiti nelle opere di Campigli, cresciuto in una famiglia di sole donne “Se mi ripeto, è perché la donna che dipingo è una sola, composta da tutto quel che sin dall’infanzia ho desiderato e temuto”.

◊ ◊ ◊

È passato quasi un secolo dalla nascita di Novecento […] Cosa rimane dal punto di vista artistico? Cosa ci ha lasciato di positivo la missione di Margherita Sarfatti? Cosa, del suo tentativo di colonialismo artistico che corse parallelo a un colonialismo ideologico e politico? Sono rimaste le opere, i capolavori, i segni tangibili e visibili di quella volontà di costruire l’arte moderna italiana sulle basi della classicità, dell’ordine, del rigore, della sintesi […] In un certo senso la missione culturale di Margherita Sarfatti è stata portata a compimento: la melanconia, la tensione, l’armonia e la bellezza sono ciò che resta e che ha proiettato le opere d’arte del Novecento Italiano, con le sue stesse parole, “dal moderno all’eterno” **

*   Ilaria Vescovi, Presidente del Mart
** Daniela Ferrari, curatrice della mostra al Mart

5 Comments

  1. Molto interessanti queste mostre. Chissà che non riesca a vedere almeno MIlano. Sarebbe un buon “invio”: ho da un po’ in attesa il libro di Rachele Ferrario, “Margherita Sarfatti”, che ho motivo di credere molto buono. Serve il momento giusto per leggerlo.

    Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...