Earthsea, Ursula Le Guin, l’Ombra e la ricerca di equilibrio

Spesso appaiono inspiegabili le ragioni per cui si sceglie un libro da leggere. Qualche volta succede – non importa se sin dalle prime pagine oppure solamente alla fine, quando tutti i pezzi rientrano in un’immagine definita – di provare un sentimento di partecipazione, quasi un appagamento, che porta a pensare come quella scelta sia giunta a proposito, come se una sorta di antenne invisibili avessero guidato verso quelle storie e quei pensieri.

Ecco, questo è capitato addentrandomi nelle avventure di Terramare o Earthsea, la nota saga fantasy di Ursula Le Guin. Convinta di volermi immergere in un mondo fantastico, alla ricerca di avventure che mi portassero fuori da questa realtà, ho desiderato solo evadere. E con questa motivazione cosciente mi sono detta “Ma sì, vediamo dove mi porta Ursula!”. Anche se sapevo, in verità, che lei non mi avrebbe offerto una lettura propriamente semplice, non mi avrebbe introdotto in un mondo privo di complicazioni, facile e basta! 

Infatti ho trovato ben altro, sin dal primo libro. Ho trovato parole e immagini che costruiscono un significato che non si ferma al racconto di un’avventura ma risponde alla ricerca sui tanti temi inerenti la vita e la morte, il potere, la parola, l’identità, la differenza tra uomini e donne. In questo senso la saga non si può ritenere solo una lettura per adolescenti, o perlomeno non solo per adolescenti, come viene comunemente catalogata. I primi tre romanzi si possono definire di formazione, ma assumono ben altre forme, non facilmente definibili, che mischiano religione, filosofia, antropologia, psicologia nella ricerca di risposte alle molte domande che accompagnano l’umanità sin dalla notte dei tempi. Semplicisticamente si potrebbe dire che Ursula Le Guin ha voluto narrare la classica lotta tra il bene e il male ma lo ha fatto riconoscendo che la vera sfida è con se stessi e il nemico non è fuori di noi: se il male vince è perché qualcosa della nostra mente, della nostra storia, della nostra anima lo riflette. E quello che affascina nella lettura è proprio il fatto che tutto viene riportato a una lotta personale, a un confronto con le proprie paure e i propri demoni.

Così ti accorgi che puoi far diventare quel luogo fantastico che è l’arcipelago di Terramare una mappa dell’anima dove cercare i posti che aiutano a star bene e quelli che minacciano la serenità. Io ho preso quegli aspetti che, come una calamita, hanno attratto la mia attenzione perché in qualche modo mi rispecchiano e ho costruito la mia mappa; e ne ho tralasciati altri, sicuramente importanti ma scarsamente significativi per me. In fin dei conti non è questo che si fa con ogni libro che leggiamo e con ogni storia che ascoltiamo? A volte non capiamo perché piacciono tanto ad altre persone e, inversamente, ci sono libri che aprono un mondo davanti ai nostri occhi ma lasciano al buio quelli di altri. Che poi, sappiamo anche, tutto questo dipende dal momento che stiamo vivendo, dalle strade che stiamo attraversando. Così succede che un libro, al quale non davi valore qualche anno prima, letto in un diverso periodo suscita l’interesse, acquista fascino e aiuta a scoprire angoli inesplorati della mente. 

La mia esplorazione ha confini precisi, quelli dei cinque libri della saga:

Il mago di Earthsea o Il mago (A Wizard of Earthsea) (1968)
Le tombe di Atuan (The Tombs of Atuan) (1971)
La spiaggia più lontana o Il signore dei draghi (The Farthest Shore) (1972)
L’isola del drago (Tehanu) (1990)
I venti di Earthsea o I venti di Terramare (The Other Wind) (2001)
(C’è anche un sesto libro Leggende di Terremare che racconta le origini della storia ma trovo che siano sufficienti i primi cinque).

Le storie narrate da Il mago e Le Tombe di Atuan sono temporalmente vicine e i due protagonisti principali, Ged e Tenar, sono entrambi giovani; i temi sono quelli dell’importanza di apprendere, dell’inesperienza che può far precipitare nell’errore ma anche della forza della ribellione nella giovinezza. Li ritroviamo venticinque anni dopo, nel terzo e nel quarto libro, ormai adulti dopo molte scelte fatte, riflessivi e capaci di maggior ponderatezza. Sono affiancati da nuovi giovani, Arren e Tehanu, che li aiutano a completare un percorso. È il ciclo della vita che prosegue e si rinnova. Il quinto libro si capisce subito che è un po’ diverso dagli altri. Sono passati altri quindici anni e ritroviamo, in un romanzo corale,  tutti i protagonisti che conosciamo più qualcun altro che aiuta a mettere i pezzi a posto e a dare un senso compiuto a quanto è avvenuto nelle storie precedenti, ricostruendone i significati.

Una delle prime curiosità del libro è il mondo fisico in cui si svolgono le avventure: l’Arcipelago di Terramare è un mondo di mare e di isole, tra le novanta e le cento, diverse una dall’altra, ognuna con le sue caratteristiche, dove Ursula Le Guin ha mescolato e confuso i caratteri di nord e sud, di oriente e occidente della nostra Terra. La descrizione di alcune isole è precisa e dettagliata, di altre meno; alcune saranno importanti per le vicende che vi si svolgono e ad altre, invece, non ci avvicineremo mai. 

Quello dell’Arcipelago è un mondo tutto umano, non vi sono creature fiabesche come elfi o gnomi , ma uomini e donne che vivono secondo le consuetudini che conosciamo nella separazione tra ricchi e poveri, tra chi ha il potere di decidere e chi invece solo quello di subire, e in una suddivisione dei sessi piuttosto tradizionale. Il colore della pelle di quasi tutti è scura, con variazioni tra il bruno ramato e un lucente nero-bruno, mentre i bianchi sono gli abitanti delle terre di Kargard, a est, biondi guerrieri aggressivi e conquistatori: dice molto questa attribuzione di ‘caratteri’ a livello di significato!

Particolare de I Nove Dragoni di Chen Rong, considerato il più bel dipinto di draghi di tutti i tempi. Dinastia Song del Sud, 1244, Cina (da Il libro dei simboli – Riflessioni sulle immagini archetipe, Taschen 2011)

Le uniche figure straordinarie sono i draghi che possono parlare o divorarti, dipende se conosci o meno le parole, la lingua, se sai usare il linguaggio che permette di sapere le molte cose che loro conoscono. I draghi che Ursula Le Guin introduce nella storia hanno una funzione essenziale ai fini del racconto. Se andiamo a leggere cosa rappresentano nel significato dei simboli vediamo che sono figure mitiche, sono il simbolo alchemico della conoscenza del segreto della rigenerazione: la parola greca drakon significa ‘essere vivo’ e rappresenta la tendenza dell’inconscio a favorire il rinnovamento. I draghi incarnano l’occhio dell’inconscio e custodiscono il segreto del Sé. Se impari a conoscerne il linguaggio, dell’inconscio, non ne vieni divorato!

I maghi, uomini di Potere, sono collegati ai draghi dalla forza delle parole, dall’importanza di usarle in modo corretto perché la magia funziona tramite l’Antico Idioma, ovvero il linguaggio dei draghi e soltanto conoscendo il vero nome delle cose e delle persone i maghi possono averne il controllo.

Tutto nel mondo di Earthsea ha un significato simbolico, e ciò che viene messa in scena, alla fine, non è altro che l’insondabilità dell’animo umano e per trovare la direzione giusta da seguire bisogna conoscere le forze che lo presiedono altrimenti si rischia di venirne inghiottiti.

Nella costruzione di queste storie si rintracciano i riflessi degli anni in cui sono state scritte, i profondi cambiamenti che hanno attraversato il pensiero, la cultura, la società tutta dagli anni sessanta del novecento; ritroviamo valori che sono tuttora attuali come il femminismo e la differenza di genere, il razzismo e il pacifismo; filosofie di vita e di pensiero di una autrice che è arricchente conoscere.

Ursula  Kroeber è nata nel 1929 in California, quartultima figlia di una famiglia di una certa agiatezza e cultura: il padre era antropologo e la madre psicologa e scrittrice (altrove ho letto filosofa oppure antropologa). Ursula ha attraversato quindi gli anni della grande depressione, il secondo conflitto mondiale e la rivoluzione culturale. Ha preso poi il nome del marito Charles Le Guin, uno storico francese conosciuto nel 1953 e sposato subito dopo, ed è diventata Ursula K. Le Guin: con questo nome è nota come scrittrice di fantascienza, una delle poche donne protagoniste del genere. Ha scritto numerosi libri e ha vinto, tra i massimi riconoscimenti della letteratura fantastica, cinque premi Hugo e sei premi Nebula. È morta nel 2018 all’età di 89 anni.

La fantascienza e il fantasy sono strumenti che lei ha utilizzato per descrivere il mondo, in quanto liberi da costrizioni ed etichette che imprigionano la realtà; sono anche strumenti educativi, spazi di scrittura e di immaginazione, con metafore che permettono l’esercizio del pensiero per capire meglio se stessi. In questi generi, di cui è stata maestra, Ursula Le Guin si è misurata con il dubbio e con la parte in ombra di se stessa. E invita anche noi lettori a farlo, in modo da non dimenticare che esiste questa componente ineliminabile della nostra vita e della nostra personalità. Il confronto con l’ombra, con l’oscurità è l’elemento principale del ciclo di Earthsea, in cui rintracciamo l’influenza della filosofia taoista e della psicologia di Carl Gustav Jung. Del taoismo, presente in ogni opera della scrittrice, conosco veramente molto poco che vada oltre alla ricerca di equilibrio tra Yin e Yang, ma nella psicologia junghiana ho invece avuto modo di addentrarmi abbastanza per riconoscerne i molti segni presenti in questi romanzi. Soprattutto quelli dell’uomo e della sua ombra che non sempre si trovano in equilibrio tra loro. 

In un suo libro di saggi Il linguaggio della notte, pubblicato in Italia nel 1986 da Editori Riuniti, Ursula Le Guin ha scritto in merito al significato dell’ombra:

L’uomo è tutto ciò che è civilizzato, istruito, cortese, idealista, onesto. L’ombra è tutto ciò che viene eliminato nel processo che fa diventare adulti, onesti e civilizzati. L’ombra è l’egoismo frustrato dell’uomo, i desideri che non può ammettere, le parole di imprecazione che non ha pronunciato, gli assassinii che non ha commesso. L’ombra è il lato oscuro della sua anima, ciò che non si ammette, l’inammissibile”.

Il concetto di Ombra nella psicologia analitica di Jung è uno dei più affascinanti e ci dice che nessun essere umano è senza ombra, e che solamente accettandola si può trovare la via dell’inconscio. L’Ombra è tutto ciò che rifiutiamo di vedere di noi stessi, quello che non ci piace, che troviamo antipatico; è tutto quello che è stato represso, le inclinazioni che non abbiamo voluto conoscere; è “l’altro lato” della personalità, quello oscuro, inferiore, indifferenziato che si contrappone all’Io cosciente. Possiamo proiettarlo fuori di noi, rifiutarlo o scinderlo dandogli la consistenza del male, oppure accettarlo e riconoscergli dignità integrandolo al servizio dell’Io. E questo è il passaggio superiore che permette il processo di identificazione.

Dopodiché preferisco tradurre il linguaggio più tecnico con quello letterario che Ursula Le Guin ha costruito per rendere comprensibili questi concetti e ci sono immagini, nel quarto libro della saga, che rendono l’idea di come la luce e il buio, il bene e il male coesistano e siano complementari, il problema è riuscire a mantenere l’equilibrio tra loro:

Per vedere la luce di una candela bisogna portarla in una stanza buia
e
“Deve esserci il buio per vedere le stelle”.

Ursula ci guida in questa stanza buia, quasi un viaggio nell’inconscio…

4 thoughts on “Earthsea, Ursula Le Guin, l’Ombra e la ricerca di equilibrio

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