Il mago

La Ballata dell’Ombra

In ogni romanzo della saga di Earthsea ci sono argomenti che risaltano dall’intreccio della trama, proprio come punti in rilievo su un tessuto, e ci sono personaggi, uomini e donne, che impersonano questi temi e li traducono nelle motivazioni, nelle scelte, nelle lotte e negli errori. Se il motivo principale che accompagna ogni avventura è il rapporto dell’uomo con l’Ombra, dalla lotta per non far prevalere l’oscurità, in tutte le sue forme, al confronto e alla integrazione degli aspetti sconosciuti e sgraditi di sé, non mancano altri stimoli di completamento nella conoscenza di se stessi.

Il primo libro, Il mago, già nel titolo svela l’eroe della storia, una storia tutta al maschile che racconta il percorso di un adolescente che paga duramente gli errori che compie ma scopre anche aspetti importanti di sé. È un libro che si legge facilmente perché è scritto in modo lineare e chiaro e potrebbe essere veramente un racconto per adolescenti mentre gli adulti potrebbero trovarlo un po’ troppo semplice e didattico, diversamente dai romanzi che seguono in cui le ombre della mente e i traumi nella vita renderanno sempre più complicata e cupa la vicenda.

Tutto inizia a Gont, un’isola famosa per i maghi, costituita da un’unica grande montagna che eleva la sua vetta un miglio sopra il tempestoso Mare di Nord-Est. Lì vive un bambino che si chiama Duny e fa il guardiano di capre. Ha un dono particolare e gli basta poco per richiamare e radunare gli animali. Tutti gli animali, anche gli uccelli dal cielo, tanto che viene soprannominato Sparviere. È dotato di un potere che ancora non sa di avere. Ed è un vecchio mago taciturno di nome Ogion che riconosce nel piccolo capraio un talento particolare per la magia e gli offre i primi insegnamenti.

A questo punto della trama mi fermo e faccio una zumata per tirar fuori dalla naftalina una questione che diamo per scontata: serve sempre l’aiuto di qualcuno, un bravo insegnante o un adulto capace, per riconoscere le abilità innate di bambini e adolescenti, per sostenerle e portarle alla luce. Non consideriamo abbastanza l’importanza di riconoscere le specifiche abilità prima di farle diventare conoscenza con l’educazione, lo studio e l’allenamento. E questo è il secondo motivo che acquista rilievo nel racconto: ogni capacità innata da sola non basta, servono preparazione e studio per farla emergere e farla diventare una competenza. Per non sprecarla. Per non rovinarla perché è cosa pericolosa tenere nell’oscurità la mente di chi possiede delle qualità. Si rischia di danneggiarne il potenziale positivo e farne cattivo uso. 

Gli studiosi del romanzo sono maghi ma noi possiamo benissimo mettere al loro posto il politico, il religioso, l’insegnante, l’intellettuale, un leader carismatico, persone che hanno capacità di parola e di pensiero e influiscono sul mondo circostante. Si tratta di abilità che per essere governate (prima di governare) necessitano di apprendimento. E l’apprendimento, di qualsiasi disciplina, sappiamo che è una via lunga, faticosa e spesso noiosa. A volte sembra anche di perdere tempo, di studiare o esercitarsi in cose che non si capisce bene a cosa possano servire. 

Se mi metto nei panni di Sparviere, e torno ai miei anni di scuola, penso a quanto sia stata importante la fiducia negli insegnanti, perché solamente la fiducia permette ai giovani di affidarsi a loro senza precipitare il giudizio che porta a rifiutare ciò che è ancora sconosciuto ritenendolo inutile. Ricordo, nell’infanzia, la mia maestra e l’aiuto datomi per far emergere le mie qualità e ricordo poi, da adulta, il mio analista che mi ha guidato a riconoscere i punti di forza e le debolezze della mia personalità. Loro sono stati un riferimento sulla strada della maturazione.

Mi identifico anche con Ogion quando risponde allo scetticismo del suo giovane allievo dicendogli: «Perché non hai scoperto che cosa ti sto insegnando»! Come, a suo tempo, diceva il mio supervisore e come penso, a volte, quando mi trovo a introdurre giovani tirocinanti nella professione e all’inizio non affido loro nessun compito specifico se non quello di guardare e ascoltare per potersi fare un’idea prima di mettere mano alla complessità umana. Così è la pazienza la prima qualità a venire messa alla prova e come dice ancora Ogion: «Aspetta. Essere uomini [e donne] significa essere pazienti. E la padronanza del potere esige nove volte pazienza». Quando si è giovani si scalpita e si vorrebbe imparare tutto e subito e intervenire per sanare, rimediare, fare e non si capisce l’importanza di astenersi da azioni che possono risultare intrusive più che risolutive. Ci si chiede perché studiare tanto per ottenere il potere della conoscenza e della competenza se poi si diventa troppo saggi per usarlo? Ma la conoscenza aiuta a capire che ciò che ci conferisce il potere […] impone anche i limiti di tale potere: dobbiamo imparare il limite del nostro sapere, dobbiamo imparare che non possiamo avere il controllo su tutto ma solo su quello che ci è vicino e che dipende da noi; capire che qualsiasi sapere non si può usare sempre e comunque, che bisogna imparare la pazienza e la capacità di ‘sostare’.  

Ecco quindi i passi verso la conoscenza: la fiducia, lo studio, la pazienza e il limite.

Ora torno al romanzo quando Ogion manda Ged all’isola di Roke per completare il suo apprendimento. A Roke c’è una scuola dove vengono mandati i ragazzi più promettenti da tutte le Isole Interne del Terramare, per imparare le più alte Arti Magiche. Lì divengono esperti dei più vari tipi di stregoneria, imparano nomi, rune, formule e incantesimi, ciò che si dovrebbe e ciò che non si dovrebbe fare, e perché. E lì, dopo una lunga pratica, e se la mano, la mente e lo spirito vanno di pari passo, possono essere nominati Maghi e ricevere il bastone del potere. I veri maghi si formano soltanto a Roke. Roke è un altro angolo magnifico di questo mondo dell’Arcipelago. Ci sono nove Maghi che insegnano nella Scuola che ha a capo l’Arcimago, uomo potente che non deve rendere conto a nessuno di ciò che fa. È lui il Custode di Roke e della sua tradizione perché a Roke ogni cosa veniva fatta esattamente allo stesso modo da secoli. Come non pensare al potere religioso? Un mondo tutto maschile che va oltre il potere temporale, che conserva il segreto del sapere e lo trasmette solo tra uomini: solo loro hanno la possibilità di accedere alla conoscenza del Potere della Parola.

Vediamo cosa insegnano alcuni dei Maestri di Roke per capire meglio che tipo di potere sia quello che viene appreso. Il Maestro dei Canti insegna le gesta degli eroi e i poemi della saggezza; il Maestro dei Venti insegna l’arte di dominare il clima, arti intricate e complesse; il Maestro Erborista insegna le caratteristiche e le proprietà delle cose che crescono; poi c’è il Maestro delle Mani per i giochi di prestigio e illusione e le arti minori del Cambiamento: nominando gli oggetti questi assumono la sembianza pronunciata per un breve momento di illusione che inganna i sensi di chi osserva. Ma non trasforma la cosa in sé e per mutare le cose bisogna mutare il vero nome: questo significa cambiare il mondo, che è l’arte del Maestro delle Metamorfosi che avverte: «non devi cambiare una sola cosa, nemmeno una pietruzza o un granello di sabbia, se prima non sei cosciente di quali possano essere il bene e il male che deriveranno da questo atto. Il mondo è in condizione di equilibrio… [il cambiamento, la trasformazione] può essere rovinoso. Dev’essere subordinato alla conoscenza, e servire la necessità. Chi accende una candela, proietta inevitabilmente un’ombra». Ma è il Maestro dei Nomi a rivelarci il vero potere della magia, poiché in questo consisteva la magia, nel conoscere il vero nome di ogni cosa.

Nel romanzo conoscere i nomi delle cose, degli animali e delle persone dà il potere di controllarli. Perché  la magia che ci racconta Ursula Le Guin basa tutto il suo potere sulle parole. È la parola che permette la magia, ed è splendida questa metafora delle parole che sono il vero potere, perché ci dice che la strada per la conoscenza è il linguaggio: la parola dà significato alle cose del mondo, dà forma al pensiero e permette di misurare e definire ciò che ci circonda.  

Cominciamo con i nomi delle persone. Sono nomi che cambiano, nel romanzo, con il passaggio dall’infanzia alla giovinezza e all’età adulta. Diventano altri nomi e accompagnano le trasformazioni della crescita. Custodiscono l’identità. Se il nome d’infanzia del nostro eroe è Duny, quando vengono alla luce le sue peculiari abilità diventa Sparviere, ma è nel passaggio all’età virile che acquista il nome che lo accompagnerà per il resto della vita e che corrisponde al vero se stesso e sarà Ged. Un nome va custodito perché è la rappresentazione dell’identità e corrisponde all’Io più vero. Uno dei primi insegnamenti che ho ricevuto per l’esercizio della psicoterapia è proprio il valore dei nomi e l’importanza di usarli. Pronunciare il nome delle persone permette di individuarle e riconoscerle, di avvicinarsi a loro e creare quella confidenza che crea legame. Succede nella vita quotidiana anche se ne sottovalutiamo l’importanza: pensiamo alla vicinanza che crea pronunciare il nome di battesimo di una persona e pensiamo alla differenza di percezione e vissuto nel rivolgersi a lei con il cognome o con il titolo accademico o professionale.

Ho già scritto che il viaggio di Ged tra le isole dell’arcipelago è un viaggio di maturazione e scoperta di sé. Parte da un errore dettato dall’orgoglio del sapere che rende sicuri di sé prima di avere acquisito l’importanza del limite. Il nostro giovane mago apprendista si lascia prendere la mano da sentimenti con i quali sarebbe sempre bene fare i conti, orgoglio e suscettibilità, e compie un passo falso. Insomma succede un disastro perché vuole mostrarsi più forte e capace di altri e risveglia un’Ombra, un nemico sconosciuto che altera l’equilibrio della vita e che bisogna combattere. Tutto il primo libro è quindi la ricerca dell’Ombra e l’avventura è scoprire la natura di quell’Ombra, la sua essenza, ciò che è. Così Ged supera Ultimaterra e i confini conosciuti, va dove c’è solo acqua, va fino ai bordi del mondo e poi oltre le cose note, oltre la sicurezza. Ed è lì, in quello spaesamento, sprofondato nel mare dell’incertezza dove luci e tenebre s’incontrano e si fondono, che capisce che quell’Ombra temuta non è altro che quel suo nero Io. Intuisce la verità e cioè che l’Ombra non è altro che una sua creatura: è l’ombra della sua arroganza e ignoranza che proietta davanti a sé e insegue in giro per il mondo. Solo quando, dopo averla riconosciuta come parte di sé, la integra nella sua personalità riesce a diventare un uomo che, conoscendo il proprio vero io, non poteva essere dominato o posseduto da altri che da se stesso.

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Come ho già scritto in precedenza (qui) Ursula Le Guin fa riferimento anche alla psicologia junghiana nell’invenzione delle sue storie e così ho pensato di riportare, per il concetto di Ombra ciò che è scritto nel Dizionario di Psicologia di Umberto Galimberti (UTET 1992):

Concetto junghiano che indica “l’altro lato” della personalità, il lato oscuro, inferiore, indifferenziato che si contrappone all’Io cosciente. “Ognuno di noi è seguito da un’ombra e, meno questa è incorporata nella vita cosciente dell’individuo, tanto più è nera e densa. […] Se le tendenze dell’ombra, che vengono rimosse, non rappresentassero altro che il male, non esisterebbe alcun problema. Ma l’ombra rappresenta solo qualcosa di inferiore, primitivo, inadatto e goffo e non è male in senso assoluto. Essa comprende fra l’altro delle qualità inferiori, infantili e primitive, che in un certo senso renderebbero l’esistenza umana più vivace e bella; ma urtano contro regole consacrate dalla tradizione” (1938-1940).

Il percorso di Ged nella comprensione e nell’integrazione dell’ombra corrisponde ai processi dinamici connessi all’ombra studiati da Mario Trevi, psicoanalista junghiano tra i più autorevoli:
la proiezione dell’ombra spiega le antipatie che proviamo verso ciò che nell’altro richiama quanto è umbratile nella nostra personalità;
l’analisi di queste proiezioni avviene tramite la ricognizione;
la scissione dovuta al rifiuto delle parti in ombra genera una vita autonoma dell’ombra che non ha rapporto con il resto della personalità (come nel Dr. Jekill e Mr. Hyde di R.L.Stevenson);
quando investiamo l’energia psichica nelle parti buie della personalità chiamiamo questo identificazione con l’ombra;
quando accettiamo la parte negativa della personalità e le riconosciamo dignità di campo energetico operiamo un processo di integrazione dell’ombra e le energie diventano disponibili al servizio dell’Io. Quest’ultimo passaggio è essenziale al processo di individuazione.

5 Comments

  1. Rieccomi! La digressione autobiografica nella parte centrale del post è quella che mi è piaciuta di più. Sarà perché anch’io nel mio blog racconto spesso degli aneddoti personali, o addirittura delle vere e proprie esperienze che mi hanno segnato nel profondo.

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    1. Sai wwayne, penso che abbiamo tanti tanti modi per rivelare qualcosa di noi stessi, alcuni più espliciti e altri più mascherati. Ma in ogni scelta proponiamo qualcosa che ci rappresenta. C’è chi ama di più raccontare episodi della propria vita e chi invece li sottrae allo sguardo altrui. Ecco, penso di appartenere a questa seconda categoria di persone. Per stare sulla saga che propongo, ad esempio, sono stata colpita particolarmente perché rispecchia nei temi un momento particolare della mia vita che ha a che fare con il confine tra vita e morte. Ma si tratta di qualcosa che non riguarda solo me e quindi uso la metafora letteraria come una sorta di rielaborazione. Grazie per le tue osservazioni

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      1. Grazie a te per la risposta! Colgo l’occasione per dirti che ho appena pubblicato un nuovo post… spero che ti piaccia! 🙂

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