Le tombe di Atuan

Da solo, nessuno conquista la libertà

Ursula Le Guin cambia registro in questa seconda puntata della serie. Non più viaggi alla scoperta di se stessi e dei propri lati oscuri, non più isole da visitare e acque da navigare fino alla fine del mondo conosciuto. Il protagonista, qui, non è un maschile libero di scegliere della propria vita. L’autrice ci catapulta in un fantasy distopico in cui condensa tutte le culture misogine che rendono le donne asservite al potere maschile, divino o terreno che sia. Traduce, in sostanza, la storia del mondo, mescolando diversi usi e costumi ma senza modificare l’unico aspetto che accomuna tutte le culture: la differenza di educazione tra uomini e donne, il diverso valore dato al maschile e al femminile. 

Ma non per questo si può definire un romanzo femminista! Ursula Le Guin traduce i temi in immagini ma rimane dentro uno schema di pensiero consueto e non propriamente rivoluzionario. Il libro è uscito nel 1971 e tiene conto degli aspetti di realtà di un femminile che ha iniziato da poco tempo a emergere in una visione meno tradizionale. L’innovazione, se vogliamo chiamarla così, è quella di dedicare tutta la seconda parte della saga fantasy al processo di ‘costruzione’ di una donna, alla sua educazione alla sudditanza, all’adesione al pensiero del potere maschile, costruendo una storia ricca di simboli nel suo evolversi. Basti pensare alla sensazione di claustrofobia così tangibile nel corso della vicenda che si svolge tutta in uno spazio ristretto e chiuso: metafora dell’ambiente di vita delle donne nella storia.

Immaginatevi quindi una piccola isola nel nord-est dell’Arcipelago che si chiama Atuan e fa parte del regno di Kargard abitato da gente dalla pelle bianca, guerrieri aggressivi e conquistatori. Atuan è un luogo sacro e ha la particolarità di ospitare delle Tombe, le tombe di coloro che regnavano prima che nascesse il mondo degli uomini, coloro che non avevano nome. Un luogo antichissimo quindiun tempio degli oscuri Poteri, tutti al maschile naturalmente. Il Posto è isolato in mezzo a un deserto e circondato da mura con soldati di guardia all’esterno che non possono entrare e donne chiuse all’interno che non possono uscire, custodite da eunuchi. Le donne sono Sacerdotesse dell’Oscurità, serve degli Dei dell’Ombra.

Ne conosciamo una in particolare. Il suo nome era Tenar da piccola, quando correva per la gioia di correre, libera e felice. Ma per la reincarnazione, sulla quale non mi dilungo perché non me ne intendo, viene portata alle tombe per diventare Sacerdotessa, all’età di cinque anni. Viene istruita e a sei anni viene consacrata agli Oscuri che inghiottono la sua anima. 

Usa proprio questa parola, Ursula Le Guin: ‘inghiottire’ che significa far sparire, risucchiare e infatti il rito è quello di un sacrificio che celebra la morte della vita precedente per dedicare la vita agli Innominabili, Dei dell’Ombra e dei Poteri Oscuri. Un Potere maschile da custodire e preservare. Nei secoli dei secoli.

«È stata inghiottita» recitano durante la cerimonia, e la bambina, vestita completamente di nero, cammina tra le sacerdotesse in una nera processione nella giornata della Rinascita della Prima Sacerdotessa. E da quel momento non si chiama più Tenar ma solo Arha, che significa Colei che è Stata Inghiottita, Colei che è Nata Senza Nome.

Ursula Le Guin non ha certamente scelto a caso l’età di cinque anni: rappresenta il passaggio a una vita sociale, all’apprendimento, alla formazione e all’allenamento di quello che sarà il ruolo in età adulta; a cinque anni la differenza tra maschi e femmine è già evidente e le strade si separano sempre di più nella costruzione dell’identità.

Arha, come tutte le altre bambine e novizie e sacerdotesse, deve condurre una vita che era stata vissuta esattamente allo stesso modo fin dall’inizio del mondo, nella tradizione che conserva i poteri e li rende immutabili. Quelli maschili. Mentre alle donne assegna ruoli di secondo piano.

Le ragazze imparavano a filare e tessere la lana delle loro greggi, a seminare e raccogliere e a preparare il cibo di cui si nutrivano. La lana da filare, il tessuto nero da tessere, i campi da coltivare, i riti da celebrare. I Nove Canti dovevano essere intonati ogni sera, le porte dovevano essere benedette, le Pietre nutrite con sangue di capra due volte l’anno, le danze al buio nei periodi di Luna Nera, danzate davanti al Trono Vuoto. Così passano gli anni. E Arha comincia a chiedersi se tutti gli anni della sua vita sarebbero stati identici. A volte la noia cresceva così forte in lei che le sembrava terrore.

Torniamo adesso alla scuola di Roke (qui), dove i maschi apprendono ben altro: il sapere, il Potere della parola; hanno la possibilità di andare per il mondo. Mentre ad Atuan le bambine imparano i lavori manuali e poi da adulte continueranno la stessa vita di servitù, in giorni sempre uguali. Una bella metafora della differenza tra maschile e femminile nel nostro mondo, non trovate? Anche se schematizzata è efficace a trasmettere il concetto!

Tra tutte quelle donne, bambine con le faccine pallide e novizie instancabili e sacerdotesse severe, anche se tutto è stabilito e sembra scorrere in modo lineare ci sono, in realtà, segreti grovigli di gelosie, miserie, piccole ambizioni e passioni sprecate. Così ci sono le sacerdotesse anziane che bramano il Potere, anche se è solo il Potere in quel luogo chiuso, e tramano per averlo. Da questo punto di vista non c’è una gran differenza tra uomini e donne nella lotta per il Potere e la malvagità non ha sesso.

Arha è ubbidiente, impara le regole, si identifica con il ruolo che deve assumere. Ma con il passare del tempo pensa che quella vita è tutta una gran noia! E quando Penthe, una novizia come lei ma capace di ridere e vivere la spensieratezza dell’età, le dice con leggerezza che, in fin dei conti, questi Re, questi Imperatori sono solo uomini che si tagliano le unghie dei piedi come qualsiasi altro uomo e quindi perché dover essere consacrata a loro? Arha pensa che c’era qualcosa nelle parole di Penthe… qualcosa con cui lei non si trova d’accordo, qualcosa che le suona del tutto nuovo, che la spaventa. Non si era mai resa conto fino in fondo di quanto diverse fossero le persone, di quanto diversa fosse la visione della vita di ciascuno.

L’imprevisto che porta un cambiamento di rotta non avviene però per una consapevolezza o per una ribellione personale ma arriva dal mondo esterno ed è portato da un maschile attivo e dinamico: un giovane mago è riuscito a introdursi nel labirinto sotterraneo per riprendersi la metà dell’anello spezzato di Erreth-Akbe, il talismano della pace, in modo da ricomporlo e riportare la pace nel mondo perché nessun re può regnare davvero bene se non lo fa sotto quel segno.

Ed è così che Arha e Ged si incontrano nel labirinto, un luogo misterioso e oscuro, una trappola sotto il tempio, dove tutto è fermo, non ci sono stagioni, non c’è vento; un luogo chiuso, come una tomba. 

Alla fine Arha decide di aiutare il giovane mago invece di lasciarlo morire. Alla fine è il coraggio di lei la scintilla a liberarsi, quella sua ribellione sotterranea, quel suo correre libera nel vento da bambina. E prende la mano che lui le offre e insieme riescono a sconfiggere i Poteri dell’Ombra. In che modo? Per uscire dal labirinto, una trappola nell’oscurità, Arha porta un grosso gomitolo di filo sottile e lo srotola man mano lasciandolo cadere dietro di sé, per riavvolgerlo poi sulla via del ritorno. Come non pensare ad Arianna che aiuta Teseo ad uscire dal labirinto del Minotauro? 

Tenar, come Arianna, guida il giovane mago fuori dal labirinto mortale. Possono uscire dal buio e dalle tenebre solo insieme perché da solo, nessuno conquista la libertà. E uscire dal labirinto e riconquistare la luce e la libertà è come la ricerca di se stessi e delle cose che valgono. Come la fiducia che è davvero una gran cosa. È importante. Anche se ciascuno di noi è debole, la fiducia che nutriamo l’uno nell’altra ci rende forti, più forti delle Potenze dell’Oscurità.

La fuga dei due, la ribellione alle regole che reggono un sistema, provoca un terremoto. Anche interiore perché lei deve scegliere tra due identità: essere Arha o essere Tenar? Non può essere entrambe. Alla fine decide di abbandonare lo schema vecchio: «Ho riavuto il mio nome. Io sono Tenar!». E a quel punto torna il pensiero che negli anni aveva sepolto e piange per aver perso la sua infanzia, tutti quegli anni sprecati come schiava di un male oscuro e inutile. Tenar piange disperata, perché ormai è libera. Ha cominciato a imparare il peso della libertà. La libertà è un carico pesante, un grande e strano fardello che lo spirito deve sostenere. Non è facile. Non si tratta di un dono ricevuto, ma di una scelta fatta consapevolmente, e la scelta può essere molto difficile. 

Ursula Le Guin ha riscritto con questa storia la conclusione del mito di Arianna che non viene più abbandonata al suo destino dall’eroe che si è servito di lei, ma insieme con lui va verso un mondo in cui vivere un cambiamento. Insieme quindi per essere più forti; insieme, il maschile e il femminile nel rispetto reciproco, sono una possibilità. Ma a rendere possibile questa conclusione è anche la decisione di una donna di cambiare alcuni aspetti della sua identità, liberandosi da un giogo di cultura che pesa come un macigno.

Più avanti negli anni, ne L’Isola del drago, Tenar dirà a Ged:

Chi di noi ha salvato l’altro dal labirinto, Ged? 

2 Comments

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...