I venti di Earthsea

Il mondo è vasto e strano, Hara, ma non è più vasto e strano della nostra mente

Un vero e proprio finale d’opera con tutti i personaggi, vecchi e nuovi, che salgono sul palcoscenico, che si muovono insieme e uniscono le loro voci in un coro, senza però mai confonderle. Un libro diverso dai precedenti perché non c’è un eroe o un’eroina in particolare ma tutti si ritrovano a comporre la scena e, soprattutto, cambia l’impostazione: la separazione di ruoli tra uomini e donne non è più così netta, le opportunità di spostarsi e agire sono per entrambi i generi. Anzi, lo sbilanciamento è qui decisamente verso il femminile tanto da poter dire: la speranza è donna. The Other Wind è uscito nel 2001, undici anni dopo L’isola del drago, e riflette il sentire di nuove generazioni che non è più quello di un tempo e, pur non avendo ancora raggiunto quella parità di genere necessaria a rendere il mondo più equilibrato, le giovani donne non si tirano indietro di fronte alle sfide del mondo.

Un accenno alla trama

La puntata precedente si è chiusa con Ged e Tenar che si erano ritrovati e, come in una bella favola, li abbiamo immaginati vivere insieme felici e contenti… più o meno. E invece no. La storia prosegue e riserva delle sorprese perché sappiamo che c’è sempre un seguito nella vita che non ci porta, spesso, dove desidereremmo. Ci ritroviamo, quindi, nell’isola di Gont dove Ged-Falco ha continuato a vivere nella sua casa sull’orlo della scogliera, dopo aver esaurito il suo potere di Arcimago. Sono passati quindici anni, è diventato vecchio e, dopo essere stato grande tra i grandi, vive in povertà e in solitudine

Arriva da lui un giovane visitatore, con un volto che riflette una profonda tristezza. È giunto a Gont con una nave dalle bianche vele e ha camminato su fino al Grande Precipizio per andare a cercare questo vecchio testimone del passato. Il giovane si chiama Alder è figlio di una strega e viene da Taon, l’isola degli arpisti, che si trova nel cuore antico di Terramare.

Alder è un riparatore. Sa ricongiungere. Sa ricreare l’integrità delle cose. Con lui Ursula Le Guin introduce l’uomo del nuovo secolo, e lo immagina capace di una diversa e maggiore sensibilità, che non possiede e non punta al potere maschile tradizionale, che non usa solo lo strumento della razionalità ma che sa ascoltare e riconoscere i sentimenti profondi dell’animo, che si confronta con il femminile in una posizione di equilibrio e la riconosce come una componente irrinunciabile della persona; che non si sente completo senza l’anima, l’inconscio lato femminile dell’uomo come l’ha intesa Jung.

La nuova avventura comincia, dunque, con lui che non riesce a dormire per paura dei sogni. Ogni volta che chiude gli occhi vede il muro sulla collina, quello che separa la terra dei vivi dalle terre aride dei morti, e sente le voci che lo chiamano. Il sonno è diventato un tormento: lo cerca, come un rifugio dal dolore per la morte della giovane moglie molto amata, ma quando chiude gli occhi sente l’angoscia dei miseri morti che lo riempie di paura. Ha cercato di curare questa sua malattia ed è già stato a Roke dove ha parlato con i maghi (il sapere tradizionale) ma con scarsi risultati.

Alder è prigioniero di un sogno maligno che ci porta in un viaggio spirituale, un viaggio che si compie con l’anima e non con il corpo, che rimane addormentato. È un viaggio sul confine tra il sogno e la realtà. Ursula Le Guin riprende temi che già abbiamo visto nei precedenti libri, questioni mai risolte e che rimarranno tali perché non c’è una risposta unica a chi cerca le parti mancanti o nascoste di sé. 

Alder è l’uomo che si sente monco della parte femminile (fantasia, sogno e immaginazione) e vive nella ricerca di integrazione. Ma non sa che strada prendere: teme i sogni ma se ne sente attratto e non può farne a meno. La metafora dell’amore per la moglie e il richiamo di lei è molto bella e racconta come i sentimenti abbiano il potere di superare i limiti della realtà.

«Mia moglie mi ha chiamato, e il mio cuore è corso da lei» dice Alder, «forse mia moglie e io non eravamo capaci di separarci, solo di essere uniti». Racconta come il legame tra due persone che si amano sia più forte della divisione tra la vita e la morte: è quella passione che viene celebrata dai poeti, è quell’amore che sfugge agli anni e che nelle canzoni diventa imperituro. Il vero innamorato dice: ‘il mio amore non morirà mai’, rivendica l’eternità. Ed è proprio attraverso quel vincolo amoroso che si scorge, anche se di sfuggita, l’eternità. Perchè, tra le cose umane, il legame tra veri amanti è quello che più si avvicina a durare per sempre.

La morte spezza il legame dell’anima con il corpo, e il corpo muore. Torna alla terra. Ma lo spirito?” si chiede Alder, deve andare in un luogo tenebroso, nella polvere e nell’oscurità? E deve rimanere là? Per quanto tempo? È il bisogno di risposte che spinge gli uomini alla ricerca.

Ursula Le Guin ha costruito a questo punto un’immagine bellissima per dirci quanto sia importante il contatto e il calore della vita, quanto sia profondamente vero che ‘nessun uomo è un’isola’ e da soli si rischia di andare alla deriva. Perché ciò che riesce a tenere lontani quegli incubi da Alder non è un incantesimo o una magia, non è il potere forte, ma il semplice tocco di una mano viva. Ed è così che Ged regala un gattino a Alder, un gattino che gli dorme sul petto o sulla spalla e la sua presenza viva lo tiene lontano dai sogni che lo turbano. La vicinanza di un animale di notte allevia il suo turbamento e quella creatura calda continua a tenerlo lontano dal muro di pietra e dalle voci che lo chiamano dal lato opposto

È vero, in questi romanzi si parla tanto di morte e vita, di confini che si confondono tra sogno e realtà; ci sono interrogativi su dove si va dopo la morte e su cosa sia vita. Ma, in tutto ciò, non manca l’ironia e una sottile e benevola presa in giro sui poteri della magia, i poteri che gli uomini credono di avere. Se la magia, il potere degli uomini, negli altri romanzi è protagonista qui viene messa sottilmente in discussione: la magia non risolve tutto e si può anche vivere senza, come Ged. Passaggio dei tempi in cui la crisi del potere maschile è assodata ormai e bisogna che gli uomini cerchino altri modi di essere.

Queste donne che sono draghi, questi draghi che sono donne

Arriviamo al femminile che domina, qui, la scena. Oltre a Tenar e Tehanu ci sono due new entry, ad arricchire il panorama: Seserakh e Orm Irian.

Prima di tutto, vediamo dove sono finite Tenar e Theanu. Hanno lasciato Ged sul Grande Precipizio perché chiamate dal re che ha bisogno di loro per nuove minacce all’orizzonte: l’arrivo di una principessa dal regno di Karg e i draghi che si fanno sempre più minacciosi sul fronte occidentale. Non è più quindi l’uomo mago a partire per salvare il mondo ma sono le donne ad avere le chiavi per risolvere i problemi. I tempi sembrano cambiati anche a Terramare e i venti che ci hanno portato nel nuovo secolo hanno ‘portato’ qualcosa di diverso anche per le donne.

Il panorama si allarga con Seserakh, la figlia del re di Karg, mandata come un pacco, una merce, uno strumento per acquisire legami di potere. La principessa si presenta interamente velata, come usavano a quanto pareva le donne di buona famiglia a Hur-at-Hur. Cresciuta tra donne nella fortezza di un signore della guerra, aveva visto solo uomini che erano parenti stretti. Ha dovuto attraversare il mare sconosciuto, lei che era abituata a deserto e rocce, per recarsi tra gente che le avevano insegnato essere sanguinari e privi di Dio. Senza conoscere nessuna parola della loro lingua. E lei avrebbe dovuto sposarne uno!

Con Seserakh fanno la loro comparsa ‘le altre’, le donne velate dell’oriente, che rappresentano per l’occidente l’emblema della sudditanza femminile. Ursula Le Guin le ha introdotte nella nuova storia e attraverso Tenar usa uno sguardo di comprensione perché Tenar è la donna che sa cosa vuol dire avere solo il potere di controllare cose banali, sa cosa significa crescere nella morsa di una tradizione ferrea. Anche lei, come sacerdotessa, aveva un potere più rituale e simbolico che reale ma aveva assunto davvero il controllo del proprio destino quando aveva rotto con le odiose usanze della propria educazione e aveva conquistato la libertà. Vuole quindi aiutare la principessa che ha avuto la sfortuna di nascere in un’isola arretrata e indossare il feyag. Vuole occuparsi di lei come si è occupata di sua figlia Theanu. Le vede come due ragazze spaventate che non sanno come impossessarsi del proprio potere, che non conoscono ancora ciò che possono. Tenar è la figura della madre che sostiene l’individuazione delle figlie nella vita; la madre partecipe dei bisogni di autonomia e non complice dell’educazione all’insegna della tradizione; la madre che non intende proseguire quel lascito di sudditanza femminile che la storia ci ha mostrato.

Ma le vere novità sono Theanu e Irian. Sono loro a rappresentare la nuova donna capace di riscoprire la potenza che possiede, una potenza che ha radici antiche, intrecciate con la nascita della vita sulla terra.

Tehanu, che il drago Kalessim ha chiamato ‘figlia’, è la bambina bruciata che porta sul viso i segni della violenza degli uomini. La ritroviamo giovane donna alla corte del re dove ha accompagnato Tenar. È vestita modestamente, silenziosa, con il viso chinato e una splendida massa di  folti capelli neri nasconde la devastazione del viso. Così il lato sinistro del volto è liscio, di un colorito roseo ramato, con un occhio scuro che brilla sotto l’arco del sopracciglio. Il lato destro era stato devastato, ed è tutto increspato, pieno di cicatrici, senz’occhio. La mano destra sembra la zampa ricurva di un corvo. Con quella deturpazione, pare che abbia due facce. Quel volto, per metà orribile per metà bellissimo, è la storia di soprusi e possibilità di riscatto delle donne. Riscatto e rinascita che Ursula Le Guin incarna in Tehanu e in Orm Irian, sua ‘sorella’. Entrambe appartengono a una stirpe di draghi. E i draghi rappresentano la forza dell’inconscio e trasformano la potenzialità in manifestazione.

Irian, la donna-drago, è potente. È la prima donna ad essere entrata nella scuola di maghi a Roke, ad avere sfidato il potere maschile sul suo terreno. La sua storia è raccontata in un altro libro che si intitola Le leggende di Terramare (2001). La ragazza, travestita da maschio, voleva studiare l’arte magica e il custode l’aveva lasciata entrare anche se non si era fatto trarre in inganno. Ma il Maestro delle Evocazioni non la voleva nella scuola così il Maestro dei Modelli l’aveva portata con sé nel Boschetto Immanente*, dandole un posto dove stare e con altri maestri l’aveva protetta. Finche lei non ha sfidato Thorion, che voleva mandarla via, sul Poggio di Roke. Lui ha usato il suo nome per combatterla: «Irian» la chiamò. Ma lei disse «Non sono solo Irian» e mentre parlava cambiò. Divenne… assunse la forma di un drago. Toccò Thorion, e il suo corpo crollò nella polvere”. Dopodichè è volata via e non si sapeva se ciò che si vedeva fosse una donna che ardeva come fuoco o una bestia alata. Ma sulla cima la si vide chiaramente, un drago simile a una fiamma rossa e d’oro. E lei alzò le ali e volò verso ovest. A raggiungere la sua gente. 

Quando la incontriamo, chiamata da Tehanu, è un enorme creatura che lascia il posto a una giovane, alta e robusta, scura di carnagione e di capelli. Aveva un volto forte, aperto, un largo sorriso; andava scalza per libera scelta, era trascurata nel vestire, lasciava che il vento le arruffasse i capelli; complessivamente, sembrava soltanto una contadina bella, focosa, intelligente, incolta, finché non ci si accorgeva dei suoi occhi. erano color ambra, con una sfumatura grigia”. Una donna libera dalle convenzioni. Parlare con lei è come mettersi a proprio agio con un vulcano dice un marinaio al re. Difficile sostenerne lo sguardo.

Ma che belle queste immagini di donne nuove! Pur portando sul corpo i segni di un passato che ha voluto opprimerle, riescono a trovare la forza naturale insita nell’essere donna, liberate finalmente dal mandato che le vuole testimoni passive o ancelle dedite a tramandare una tradizione maschile.

E rintracciamo in loro altre figure femminili che nel cinema hanno conquistato un ruolo nuovo. Non so chi abbia preso da chi ma sicuramente Ursula Le Guin ha mostrato un modo non usuale di rappresentare il femminile. 

Nelle ultime puntate di Star Wars, ad esempio, vediamo Rey che si arrampica fino alla cima di una montagna, un’isola lontana e solitaria, per cercare Luke Skywalker che vi si era ritirato in isolamento. Come fa Alder che va da Ged sul Grande Precipizio .

Tehanu, la bambina col volto devastato dal fuoco ricorda ne Il Trono di Spade la piccola principessa Shireen Baratheon che viene bruciata; ma anche il Mastino con la mezza faccia bruciata dal fratello La Montagna quando erano piccoli. E la principessa dei draghi Daenerys Targaryen, l’unica che sappia parlare la lingua dei draghi.

Ancora, nel film Il signore degli anelli la principessa Éowyn quando vince il Re Stregone rispondendogli «Non sono un uomo!» ricorda Irian nella lotta con Thorion sul Poggio di Roke.

O l’immagine del trono del regno, in fondo a una lunga sala, senza drappi né cuscini, simbolo nudo di potere come il Trono di Spade.

Immagini che si sono consolidate nella nostra mente e sono diventate dei modelli che dicono il passaggio dei tempi; sono entrate a far parte di una mitologia moderna che rovescia i ruoli che sono sempre stati attribuiti alle donne. Immagini che Ursula Le Guin ha contribuito a creare.

Tutte queste donne, tornando al nostro romanzo, creano un microcosmo e quando gli uomini le vedono tutte insieme, unite in gruppo le temono: “Non le temevano come individui, ne avevano paura quando queste parlavano insieme, lavoravano insieme, prendevano la parola in favore delle altre… allora gli uomini vedevano complotti, intrighi, coercizioni, trappole che venivano teste. Avevano ragione, naturalmente. era probabile che le donne, in quanto tali, prendessero le parti della generazione futura, non di quella attuale, tessevano i legami che gli uomini vedevano come catene, i vincoli che gli uomini vedevano come schiavitù”. Come dire, l’importanza di esser unite, di fare gruppo.

I draghi 

”Queste donne che sono draghi, questi draghi che sono donne”: i draghi hanno molto in comune con il genere femminile perchè sono il sacro simbolo della morte e della rinascita. Creature fantastiche e meravigliose, non appartengono, in realtà, a nessun genere o, meglio, li incarnano entrambi ma è un fatto che nel romanzo sono donne quelle che diventano drago, sono donne a trasformarsi, ad avere le ali per volare e a conoscere la lingua della Creazione.

C’è una storia, naturalmente.

Molto tempo fa gli esseri umani e i draghi erano un unico popolo, parlavano un’unica lingua. Ma cercavano cose diverse, così decisero di separarsi… di prendere strade diverse. Quell’accordo era chiamato il Verdurnan […] Gli esseri umano andarono a est, i draghi a ovest. Gli uomini rinunciarono alla loro conoscenza della Lingua della Creazione, ricevendo in cambio l’abilità e la destrezza manuale, e il possesso di tutto ciò che l’arte manuale può creare. I draghi abbandonarono tutte queste cose. Ma tennero il Vecchio Idioma – E le loro ali. I draghi avevano scelto la selvatichezza e la libertà, e gli uomini avevano scelto la ricchezza e il potere. Una scelta, una separazione

Come quella tra la ragione e il sentimento. Come quella tra maschile e femminile. Un dualismo che segna il nostro mondo occidentale. 

Il problema nasce quando gli uomini, non soddisfatti delle cose ottenute, della ricchezza e del potere, della terra e del mare, vogliono anche la libertà, il vento dei draghi; timorosi della morte vogliono essere padroni della vita, possederla. Perché gli antichi avevano capito che il regno dei draghi non era solo corporeo. che i draghi potevano volare… fuori dal tempo, forse… E invidiando tale libertà, gli uomini cercavano il sé incorporeo, immortale. Costruirono un muro invalicabile eper delimitare il luogo dove i morti potevano stare. Ma l’avidità spegne il sole e questo posto si rivelò tenebroso e arido e i morti premevano ai confini del muro per oltrepassarlo. Per unirsi di nuovo alla terra. E così tutti gli uomini avevano paura di addormentarsi perché dormire equivaleva a trovarsi troppo vicini a quel muro. Ed era terrificante.

Per riparare il mondo bisogna demolire quel muro. Che messaggio potente ci ha lasciato Ursula Le Guin, a noi che a forza di muri stiamo soffocando il mondo! Con le nostre categorie, con le nazioni, con le esclusioni.

In sintesi ho capito che se gli uomini con la loro ambizione di potere sulla vita hanno sconvolto gli equilibri del mondo intervengono, qui, le donne a salvarlo; è la donna-drago, che riunisce il mondo materiale e spirituale, che rappresenta il principio femminile a contatto con la vita e con la morte che sa dare una risposta diversa. Trovo affascinante la simbologia contenuta in questo libro ma bisogna concludere e lo faccio con un pensiero di Tehanu che trovo bellissimo:

Penso che quando morirò potrò restituire il soffio che mi ha dato la vita. Potrò restituire al mondo tutto quello che non ho fatto. Tutto quello che avrei potuto essere e non sono riuscita a realizzare. Tutte le scelte che non ho compiuto. Tutte le cose che ho perso e consumato e sprecato. Potrò restituire tutto quanto al mondo. Alle vite che non sono ancora state vissute. Quello sarà il dono che farò al mondo, per ringraziarlo di avermi dato la vita che ho vissuto, l’amore che ho conosciuto, il respiro che ho respirato”.

ψ

*Il Boschetto immanente

Arnold Böcklin, Il Bosco Sacro, 1882

*A Roke, l’isola dei maghi c’è l’altro posto che mi sono scelta da questo romanzo come luogo del cuore, da visualizzare nei momenti in cui ho necessità di trovare un angolo fuori dal mondo, di immergermi in uno spazio che mi restituisca a me stessa: il Boschetto Immanente, il luogo sacro e centrale, il cuore della pace. Immagine che ricorda Temenos, il boschetto sacro di Jung, un luogo che protegge e dove è possibile incontrare il proprio inconscio, senza certezze e senza regole stabilite. È il luogo del mistero, dove la verità intesa come aletheia si può svelare.

Sembra un bosco qualsiasi, la prima volta che lo si vede. Non è molto grande. I campi arrivano fino ai margini del bosco a nord e a est, e ci sono colline a sud e a ovest… Non sembra nulla di eccezionale. Però attira l’attenzione. E a volte, dall’alto del poggio di Roke, si può vedere che quel bosco è una foresta, che si estende a perdita d’occhio. Si cerca di scorgere dove termini, ma senza riuscirci. È una distesa ininterrotta che continua verso ovest… E quando lo si percorre, sembra ancora un bosco comune, anche se gli alberi sono per lo più di un genere che cresce solo là. Alti, con il tronco marrone, ricordano in parte le querce, e in parte i castagni… […] Le loro foglie non ingialliscono tutte in autunno, ma un po’ in ogni stagione, così il fogliame è sempre verde con una sfumatura dorata. Perfino nelle giornate fosche, quegli alberi sembrano riflettere un poco di sole. E di notte, sotto di essi non c’è mai completamente buio. C’è una specie di scintillio nelle foglie, simile al chiarore della luna o delle stelle. Crescono anche salici, là, e queste e abeti e altre piante; ma via via che ci si addentra, si incontrano solo gli alberi del bosco. Le loro radici scendono più in profondità dell’isola stessa. Alcuni sono alberi enormi, altri snelli, ma non se ne vedono molti caduti, nè si vedono molti arboscelli. Vivono a lungo, per tantissimo tempo […] Si può continuare a camminare alla loro ombra, alla loro luce, senza che essi finiscano mai”.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...