Il Quarto Stato e il Primo Maggio

Buon Primo Maggio

Il Quarto Stato e la festa dei lavoratori del Primo Maggio sono nati nello stesso periodo, nello stesso clima sociale e trasmettono lo stesso significato. Per questo e soprattutto per la pregnanza di simboli contenuti nel dipinto li ritroviamo sempre insieme: non c’è un 1 maggio senza che venga proposta l’immagine del quadro nei social e nei mass media.

Sono vecchi, entrambi, perché originano più di un secolo fa ma noi continuiamo a trovarli vivi e li abbiamo cari perché nutrono il nostro spirito e la nostra idealità, rappresentano ancora un orizzonte a cui guardare. Anche se molte cose sono cambiate nel giro di cento anni, molti diritti sono stati acquisiti e poi persi in questo nuovo secolo nel quale siamo entrati. E noi, come lavoratori e lavoratrici, stiamo viaggiando in Italia a due velocità: chi mantiene i diritti conquistati nel Novecento e chi, invece, li ha persi in questo secolo. Un divario ben visibile, sotto gli occhi di tutti e tutte noi. Eppure… non sappiamo come gestirlo e la tendenza è quella che vede un mercato del lavoro in discesa in materia di tutele. Ma non ho le competenze per addentrami in una discussione sui problemi del lavoro oggi e preferisco stare nell’ambito in cui mi sento più a mio agio per raccontare il dipinto che ci riporta a una potente idealità.

Ricordiamo la storia del 1 maggio, innanzitutto.

L’idea di una grande manifestazione è stata lanciata a Parigi il 20 luglio 1889, durante il primo congresso della Seconda Internazionale, per chiedere la riduzione del lavoro a 8 ore giornaliere, in un’epoca in cui se ne lavoravano anche il doppio. Come giornata è stata scelta quella del primo maggio per ricordare quanto avvenuto tre anni prima a Chicago, quando vennero uccise undici persone durante lo sciopero generale, indetto in tutti gli Stati Uniti, per chiedere migliori condizioni di lavoro. Quell’episodio è passato alla storia come il massacro di Haymarket. Era il 1 maggio 1886. In Italia la Festa del lavoro e dei lavoratori divenne ufficialmente festa nazionale dal 1947.

In arte.

L’arte è da sempre fedele interprete del suo tempo, e l’interferenza con società, media e politica è continua e inevitabile. Nel passato come ora. In quella fine dell’800, nel periodo delle avanguardie storiche, anche l’arte divenne rivoluzionaria e prese come oggetto di studio e sperimentazione il rapporto tra il singolo e la struttura sociale, l’individuo e la massa. Le teorie filosofiche e psicologiche del periodo avevano reso centrale l’individuo, la persona, come soggetto che si costituisce tramite le pratiche sociali e la comunicazione. La tensione fra la formazione dell’Io e la socialità era diventata motivo di discussioni e analisi in tutti i campi. Artisti come Giuseppe Pelizza da Volpedo (e altri come Boccioni) avevano compreso che le persone vengono concepite a seconda dell’ambiente e della famiglia in cui vivono, cambiano quindi a seconda dell’appartenenza sociale. Ed è tutto questo che ritroviamo ne Il Quarto Stato, una delle opere più riprese nei media, in arte e nel cinema nel Novecento.

Giuseppe Polizza da Volpedo, Il Quarto Stato, 1898-1902 Olio su tela

Il Quarto Stato è un dipinto-manifesto che raffigura avvenimenti sociali e politici.

L’autore è nato a Volpedo, nel sud del Piemonte, una cittadina al confine con la Pianura Padana, un posto di risaie dove andavano a lavorare contadini e contadine dalle altre regioni, un posto in cui l’industrializzazione spingeva alla rotazione delle colture. Giuseppe Pelizza, tornato dopo gli studi artistici a Milano, si era impegnato nell’organizzazione di corsi di alfabetizzazione per il popolo, nella cooperazione sociale e in studi delle teorie scientifiche e rivoluzionarie. Un comunista, insomma.

G. Polizza da Volpedo, Fiumana, 1895-96
Olio su tela

L’opera in cui ha cercato di riprodurre la situazione dei lavoratori e le proteste contro i padroni, a fine anni 90, è Fiumana, in cui ha illustrato il confluire di una folla davanti alle case dei possidenti in una protesta spontanea. Una vicenda locale. Ma in quest’opera il singolo si dissolve in una massa che appare indistinta e la tela non ha corrisposto pienamente alle intenzione del suo autore. Polizza ha abbandonato questa versione e iniziato quella che diventerà Il Quarto Stato. In questa, dipinta tra il 1898 e il 1902, Polizza ha realizzato ritratti individuali in studio prima di inserirli nel quadro e ognuna delle persone delle prime file che vediamo avanzare verso di noi hanno un nome e un’identità. Per la figura femminile in primo piano ha posato la moglie del pittore, Teresa Bidone. Così nelle altre figure sono riconoscibili abitanti del paese. Un ritratto di gruppo, praticamente, soprattutto uomini, a rappresentare i diversi componenti di una classe sociale di lavoratori. In primo piano, oltre alla donna, ci sono un uomo tranquillo che tiene la giacca sulla spalla e un altro più anziano, il saggio. I gesti dei vari personaggi della prima prima fila, così come la suddivisione in gruppi da tre, sono stati presi in prestito dall’ultima cena di Leonardo. Li vediamo avanzare compatti, ma anche ben distinti, e passare dall’oscurità, nel fondo della tela, alla luce in primo piano. La tecnica divisionista, che Pelizza ha condiviso con l’amico e collega Morbelli, ha rallentato la conclusione del quadro che non era ancora pronto per l’Esposizione Universale del 900.

Il Quarto Stato è un’opera politica e mostra la costituzione organizzativa di una classe sociale che si è confrontata, alla nascita del nuovo secolo, con il terzo stato borghese che era emerso dalla rivoluzione francese. Noi, spettatori dell’opera, siamo presi dentro le proteste e le rivendicazioni di questi lavoratori nei confronti dei possidenti agricoli. È storia. Ed è arte. Pelizza ha trasformato una protesta locale in un manifesto politico e sociale che ha ancora una grande forza sul nostro immaginario. Anche se nella realtà le cose sono mutate.

Qualche accenno alla travagliata storia del dipinto, che non ha avuto grande successo quando è stato esposto a Torino, nel 1902, e alla Quadriennale di Roma, nel 1904. Praticamente ignorato. Rifiutato nel 1906 all’esposizione organizzata per il traforo del Sempione. L’anno dopo Pelizza si è ucciso con un colpo di pistola, chi scrive per la delusione artistica, chi per la morte di uno dei tre figli e della moglie, oltre a quella del padre. Ma le ragioni di un suicidio sono complicate da leggere e lasciano spazio a tante interpretazioni. Possiamo solo fare delle ipotesi in base ai dati della vita. Poi, tornando all’opera, nel 1920-1922 il consiglio comunale di Milano ha acquistato il quadro che ora si trova al Museo 900. Quando lo incontriamo restiamo incantate davanti a queste figure a grandezza naturale che ti vengono incontro.

4 Comments

  1. E’ vero, Gina. L’ opera lì dove è collocata incanta : quelle figure richiamano pensieri ed emozioni non sopite. Hai fatto bene a scrivere questo post, ricordando l’ origine della festa e quel quadro. Il 1 maggio, come molte feste civili e repubblicane, può essere considerato retorico e falso, in tempi in cui il lavoro latita , sta cambiando fisionomia, sta regredendo tragicamente. Ma proprio per questo, io credo, va conservata l’ idea di un giorno ad esso dedicato: per non perdere memoria di ciò che è stato, di ciò che dovrebbe essere e del fatto che è un principio costituzionale. Ciao !

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