Ancora un giorno

Il mondo contempla il grande spettacolo di lotta e di morte che, oltretutto, non riesce assolutamente a immaginare, poiché il volto della guerra non è comunicabile. Nè con la penna, né a voce, né con la macchina da presa. La guerra è una realtà solo per chi sta conficcato tra le sue sporche, disgustose, sanguinolente interiora. Per gli altri è solo una pagina di un libro, un’immagine sullo schermo

Un libro e un film raccontano una delle guerre del secolo scorso: la guerra d’Angola. Il titolo è lo stesso, Ancora un giorno, dalla frase di un combattente (Nelson si fermò, raddrizzò le spalle e disse: «Ancora un giorno di vita»). Il narratore è Ryszard Kapuściński (1932-2007), reporter polacco che ha scritto numerosi e imperdibili testi-reportage.

Il libro, scritto nel 1976, è uscito in Italia nella prima edizione Universale Economica Feltrinelli del 2010. Un resoconto da reporter, una storia da scrittore, un diario, una memoria? non è possibile catalogarlo in un unico genere. Come tutti gli altri libri che Kapuściński ha scritto, del resto. 

Il film, del 2018, è del genere animazione-biografico. Diretto da Raúl de la Fuente, Damian Nenow e distribuito da Wonder Pictures è uscito al cinema il 24 aprile 2019. Un lungometraggio della durata di 80 minuti che fonde animazione, con disegni bellissimi e poetici, e interviste a chi è sopravvissuto a quelle vicende. Protagonista e al contempo voce narrante è Kapuściński stesso.

Film e libro non sono del tutto sovrapponibili. Il secondo contiene molti più dettagli che nello scorrere delle scene scivolano via con facilità. Ma è anche vero che le immagini riescono a trasmettere emozioni più forti. Entrambi lasciano, alla fine, uno strascico di tristezza. E confušao*. Qui ho mescolato immagini del film e brani del libro per restituire un po’ della tragedia, della bellezza struggente e dei sentimenti, a noi forse poco usuali, di quel mondo angolano intriso di ‘portoghesità’ che Kapuscinski ha saputo raccontarci.

Luanda, città chiusa

Kapuściński, Ricardo nel film, ha raccontato i tre mesi trascorsi in Angola in attesa del giorno dell’Indipendenza: 11 novembre 1975. Inviato dal giornale polacco per cui lavorava si trovava a Luanda, una città portuale nel nord dell’Angola che, dopo sanguinosi scontri con l’FNLA (Fronte Nazionale di Liberazione dell’Angola) era passata sotto il controllo dell’MPLA (Movimento per la Liberazione dell’Angola). Nel bel mezzo di una guerra civile che, dietro le quinte, vedeva schierate le potenze mondiali che avevano interessi in quest’area di influenza: FNLA e UNITA (Unione Nazionale per l’Indipendenza Totale dell’Angola) erano appoggiate dalle potenze occidentali e dal Sudafrica, URSS e Cuba a sostegno dell’MPLA.

Luanda, in quei ultimi mesi del 1975, era una città assediata che si stava svuotando.

Nel quartiere europeo l’Hotel Tivoli, dove alloggiava il giornalista, era pieno di angolani bianchi e portoghesi in attesa di andarsene. Rifugiati lì con i bagagli e con quello che rimaneva aspettavano di cambiare i soldi e imbarcarsi. “La gente sudava di caldo e di paura. C’era un’aria da apocalisse, da attesa di giudizio universale”, attesa di una rivolta, dei neri che venivano a sgozzarli con i loro coltelli.

Ogni sera passava un aereo che lasciava cadere volantini ad annunciare l’arrivo delle truppe di Holden Roberto (FLNA) a liberarli dall’MPLA, mentre in città spadroneggiavano squadracce del PIDE, la polizia segreta politica portoghese, che agivano impunemente per “vendicarsi di tutto: della Rivoluzione dei garofani, della perdita dell’Angola, delle carriere spezzate“.

Invece, fuori di lì, nei quartieri africani e al fronte – ma dov’era il fronte? nessuno sapeva esattamente dove fosse – c’era l’MPLA.

A Luanda in quei mesi “tutti avevano fretta, tutti partivano! Ognuno cercava di prendere il primo aereo per l’Europa, per l’America, per qualsiasi parte del mondo. A Luanda convergevano i portoghesi di tutta l’Angola. Dai più remoti angoli del paese giungevano carovane di macchine cariche di gente e bagagli.

E chi potevano maledire per la loro sorte? “Salazar era morto, Caetano era fuggito in Brasile, a Lisbona il governo cambiava in continuazione. La vera colpevole era la rivoluzione: prima c’era la pace. Ora che il governo aveva promesso ai neri la libertà, quelli avevano cominciato a picchiarsi tra loro, a incendiare e uccidere. I neri sono incapaci di governarsi. Il nero non sa fare altro che ubriacarsi e dormire”.

Anni e anni di lavoro e di fatica spesi in quel paese e buttati al vento, persi! una vita da ricostruire altrove. Eppure “non volevano più saperne dell’Angola. Ne  avevano abbastanza di quel paese che doveva essere la loro terra promessa e che invece non aveva portato che disincanto e umiliazione. Dicevano addio alle loro case africane con un misto di rabbia e di disperazione, di dolore e di impotenza, ben sapendo che partivano per sempre. A questo punto si accontentavano di salvare la pelle e portarsi dietro i loro averi”.

Kapuściński ci racconta come la città sia andata morendo, o meglio si sia spostata al porto dentro casse chiuse, casse che mostravano la differenza tra ricchi e poveri: grandi, enormi e ben rifinite quelle dei ricchi; piccole, dimesse e fatte di assi recuperate, di legno imbarcato, quelle dei poveri. Il lusso e la miseria si erano trasferite tali e quali dalla città alle navi in attesa di salpare dal porto. 

Andavano chi a Lisbona, chi a Rio de Janeiro, chi a Cape Town. Gli abitanti “se n’erano andati dall’Angola, in fretta e furia, fuggendo dall’incalzare della guerra, convinti che in quel paese la vita fosse finita e che non ci sarebbero rimasti che i cimiteri” e lasciavano “i muri, i tetti, l’asfalto delle strade e le panchine in ferro del lungomare”. Lasciavano lo scheletro di una città, come “un palcoscenico vuoto dopo la fine dello spettacolo”.

A ottobre chiusero le botteghe, i caffè e i ristoranti. Mancava l’acqua. Anche i poliziotti partirono. E poi se ne andarono i vigili del fuoco. E venne la volta degli spazzini. Senza medici, senza ospedali e farmacie aperte. Poi partirono i fornai, i postini, gli artigiani.

Rimasero i cani, a girare in branco per le strade in cerca di cibo. E non cani qualunque ma cani di tutte le razze pregiate, abbandonati dai proprietari.

«Ci hanno portato via tutto», disse un soldato angolano sulla spiaggia, «Però, adesso, abbiamo una casa. I padroni siamo noi».

Scene dal fronte

Questa guerra noi non la volevamo […] Il nostro è un paese in guerra da cinquecento anni, fin da quando arrivarono i portoghesi. Avevano bisogno di schiavi da esportare in Brasile, nei Caraibi o, comunque, al di là dell’oceano. Di tutta l’Africa, l’Angola è il paese che ha fornito più schiavi al continente americano. Per questo lo chiamano la madre nera del Nuovo Mondo. […] Le guerre per procacciarsi gli schiavi sono durate oltre trecento anni. I nostri capi tribù facevano buoni affari: le tribù più forti attaccavano quelle più deboli, prendevano i prigionieri e li portavano al mercato […] Di generazione in generazione, le tribù hanno vissuto nell’odio e nella paura reciproca […] Tutti i nostri nemici sfruttano l’ignoranza del popolo e pagano grosse cifre per rinfocolare le guerre tra le tribù […] Abbiamo cento tribù da trasformare in un’unica nazione […].

Negli ultimi duecento anni i portoghesi non hanno mai smesso di organizzare spedizioni armate per conquistare tutta l’Angola. Non c’è mai stato un attimo di pace. Abbiamo fatto quindici anni di guerriglia. Nessun altro paese africano è stato in guerra così a lungo, nessuno è stato così devastato. Già noi partigiani non siamo mai stati molto numerosi; poi alcuni sono morti, altri sono passati al quartier generale o nelle truppe governative. Di quelli della prim’ora, al fronte non restano che quattro gatti sparpagliati per tutto il paese. Non abbiamo uomini.

Le truppe che ho qui sono composte di ragazzi presi dalla strada e portati direttamente al fronte […] Questa guerra ce l’hanno imposta perché siamo un paese ricco, abitato da cinque milioni di persone di poveracci e analfabeti, incapaci di usare un mortaio da 86 millimetri senza rinculo. Quelli sono convinti che bastino venti carri armati per continuare a tenersi il petrolio e i diamanti e ricacciarci al nostro posto. Non ci hanno dato il tempo di fare nulla: abbiamo truppe inesperte, che devono imparare a fare la guerra. A me questi ragazzi fanno pena perché, in realtà, dovrebbero imparare a leggere e scrivere, a costruire città e a curare la gente. E invece devono imparare a uccidere, a fare in modo che dalla nostra parte si spari sempre meno alla cieca e da quell’altra parte ci siano sempre più morti. Che alternativa ci resta, per uscire da questa guerra che non abbiamo voluto?».

Tra le file dell’MPLA erano centinaia gli angolani bianchi, cioè nati in Angola da genitori provenienti dal Portogallo, a combattere al fronte. «Portano tutti la barba, che qui è un marchio di identità. Un bianco con la barba è uno di qui: nessuno gli chiede i documenti, nessuno lo ferma per chiarimenti. I neri lo chiamano ‘camarada’ e lo trattano con rispetto: se un bianco ha la barba, significa che è qualcuno, un comandante di reparto o anche di più».

Kapuścinski dopo aver visto Luanda svuotarsi dei portoghesi e delle loro ricchezze era riuscito a ottenere un lasciapassare per il fronte meridionale. Anche se era pericoloso andare, anche se a rischio della vita. Perché, ha scritto: «Non sono mai stato capace di parlare di gente con la quale non ho condiviso almeno una parte di quello che essa stava vivendo».

Si combatteva in tutta l’Angola, dal nord al sud, e il paese era diviso tra MPLA, FNLA, UNITA. 

Un mondo disabitato nel quale ci si spostava di blocco in blocco. E quando si incontravano posti di blocco non si sapeva con quale formazione si aveva a che fare perché “ricordiamo che in questa guerra le truppe in lotta sono vestite (o non vestite) nello stesso modo e che vaste zone del paese sono una terra di nessuno invasa alternativamente ora dagli uni ora dagli altri, amici o nemici, che vi piazzano a turno i propri posti di blocco. Ecco perché, all’inizio, non si sa mai chi siano gli uomini che ci vengono incontro né quello che ci faranno”. E così si pronuncia la parola che dà vita o morte: “Camarada” o “Irmão” (fratello).

Kapuścinski raggiunse Benguela “una sonnolenta e spopolata città”, con zone residenziali e quartieri di un lusso indescrivibile, abbandonati e vuoti, vicine ai quartieri africani situati nel deserto “impastati alla meglio con argilla e sterco, tenuti insieme con pezzi di lamiera e di compensato, brulicanti, afosi e miserandi. Benché i due mondi – quello del confort e quello della miseria – stiano a stretto contatto e nessuno sorvegli i ricchi quartieri europei, i neri delle capanne non si azzardano a toccarli”.

Da lì, insieme con una troupe televisiva arrivata da Lisbona, decise di proseguire verso il fronte meridionale dove “quella pazza, assurda guerra di cui non si capiva un accidente” era più accesa.

A scortarli: Carlotta.

Carlotta arrivò con il mitra a tracolla. Benché infagottata in una tuta mimetica per lei troppo grande, si capiva che era ben fatta […] Malgrado i suoi vent’anni, Carlotta era già una leggenda […] Le donne soldato sono brave, molto più brave dei maschi che, al fronte, si comportano talvolta in modo isterico e spesso irresponsabile. La nostra ragazza era una mulatta affascinante e bellissima o, almeno, così allora ci parve. Quando, tempo dopo, sviluppai le foto che le avevo scattato, mi resi conto che in realtà non era poi così bella […] Siamo sempre noi a creare la bellezza di una donna e, quella volta, creammo la bellezza di Carlotta”.

Nel viaggio verso sud tra “villaggi bruciati, cittadine deserte, piantagioni di ananas e di tabacco abbandonate”, cadaveri lasciati sull’asfalto, Ricardo ha scattato delle foto che ci mostrano Carlotta immutata nel tempo: “Le chiesi di sorridere. Stava appoggiata alla ringhiera del ponte, contro lo sfondo di un campo o forse di un prato”.

Fai in modo che non ci dimentichino”, gli dice lei nel film.

Arrivati a Balombo, “una cittadina nella foresta che passa in continuazione di mano in mano” e ormai distrutta, hanno trovato a presidiarla un centinaio di giovani soldati dell’MPLA, ragazzi e ragazze sui sedici, diciotto anni. E Carlotta, improvvisamente, decise di rimanere e non ripartire. Ma, nella notte, il nemico aveva attaccato e si era ripreso la città. Li raggiunse la notizia che Carlotta non c’era più.

Carlotta che non aveva neppure vent’anni e dopo la guerra voleva diventare infermiera. Carlotta che, agli occhi del mondo, rimane per sempre sorridente con il suo mitra in mano come nella foto. Carlotta era morta ed è, tra le tante persone che Kapuścinski ci ha fatto conoscere di “quella pazza, assurda guerra di cui non si capiva un accidente”, quella che ci suscita maggior partecipazione e commozione.

Kapuścinski ha proseguito il viaggio ed è arrivato a Lubango, trecentocinquanta chilometri più giù. Da lì, ficcato in un camion che è partito all’istante, si è diretto verso non sapeva dove, verso un fronte meridionale che “tra tutti il più debole, negletto, disorganizzato e peggio armato, era rigorosamente off limits”.

Verso Pereira d’Eça, cittadina di frontiera in mano all’MPLA, in un territorio in mano al nemico. Così come in mano al nemico era la strada da percorrere su un camion scassato per arrivarci. Quattrocento chilometri di strada e di possibili imboscate una “liscia fascia d’asfalto in mezzo alla rossa terra friabile. Da una parte e dall’altra, sempre le stesse sbiadite e riarse cortine di macchia, lo stesso cielo di un biancore accecante, lo stesso vuoto di un mondo abbandonato e di cui non un movimento, non una voce tradivano la presenza”.

“Un’insegna semidistrutta all’ingresso della cittadina” stava a indicare che erano arrivati a Pereira d’Eça, presidiata dal reparto del comandante Farrusco “un reparto votato alla morte […] Sul fronte meridionale è l’unico reparto esistente tra Lubango e la frontiera (450 chilometri) e tra l’Atlantico e lo Zambia (1200 chilometri) […] Intorno, per decine e per centinaia di chilometri si stende la macchia sterile, senz’acqua, senza punti di riferimento: un implacabile, rapace viluppo di milioni di rami spinosi intrecciati tra loro fino a formare una muraglia, un mondo ostile impossibile da sopraffare e da penetrare”.

Farrusco, un tipo tarchiato e barbuto, era un comandante bianco, figlio di un povero contadino del Portogallo. Aveva combattuto, ai tempi del colonialismo, nei reparti dei commandos portoghesi, rimanendo poi in Angola. Ma quando combatteva nel commando a un certo punto aveva pensato che forse stava dalla parte sbagliata. E così, all’inizio di questa guerra era passato dall’altra parte. Dalla parte degli angolani per insegnare a quei soldati giovanissimi e inesperti dell’MPLA a combattere. Con loro era riuscito a prendere Lubango e poi Pereira d’Eça. Dove era rimasto in attesa dell’esercito sudafricano che sarebbe venuto a occupare l’Angola e scacciare l’MPLA.

Il fronte in Angola non era, come in Europa, una linea netta e distinta di trincee e reticolati, o un fiume o una strada, che si poteva disegnare su una carta. Era ovunque e da nessuna parte. L’Angola è un paese troppo grande, selvaggio e disorganizzato, con troppa poca gente e con zone desertiche senza acqua. E quindi il fronte era mobile e si spostava; ogni reparto era un fronte potenziale. Ogni volta che un reparto dell’MPLA si scontrava con un reparto nemico, quello diventava il fronte.

È una guerra di imboscate. Su ogni strada, in ogni posto può esservi un fronte […] Questa guerra è un vero casino, non ci si capisce un accidente”.

Telegrammi

Rientrato a Luanda, nella sua stanza all’hotel Tivoli, Kapuściński non aveva ancora intenzione di andarsene dall’Angola nonostante la situazione fosse diventata invivibile in città per la mancanza d’acqua e l’imminente battaglia. “Sapevo solo che volevo restare lì fino alla fine, indipendentemente da quando fosse arrivata e da quale sarebbe stata”.
Tutto il mondo aveva lo sguardo puntato all’Angola e lui, dalla telescrivente, trasmetteva le informazioni a Varsavia.


Era il 18 ottobre 1975 e l’esercito del Sudafrica era pronto a entrare in Angola; le truppe degli Afrikaners, gente brava a combattere, erano probabilmente già entrate dalla Namibia e il fronte meridionale era sguarnito e non avrebbe resistito. L’operazione, preparata nella sede del comando di Pretoria, si chiamava Orange. Lo scopo era di occupare Luanda fino al 10 novembre 1975, giorno in cui era stabilito che le ultime unità portoghesi avrebbero lasciato l’Angola e il giorno dopo si sarebbe proclamata l’indipendenza. L’operazione ha visto coinvolti anglo-afrikaners-portoghesi.
In questa invasione con carri armati, elicottero, armi pesanti, Farrusco è stato ferito gravemente a un polmone. Sapremo, dall’intervista del film, che è sopravvissuto.
Se non ci fossero state le truppe inviate da Cuba in aiuto all’MPLA, le cose sarebbero andate diversamente per gli angolani.

L’ultima parte del libro diventa un diario giornaliero dove è scritta l’incertezza e la confusione di quelle ore in attesa dell’11 novembre. Non si capiva se i portoghesi avrebbero attaccato gli angolani, se il presidente Neto fosse stato arrestato, se l’MPLA avrebbe proclamato l’indipendenza prima del previsto. La stampa straniera non aveva informazioni. Una situazione di panico e Confušao*.

* “Confušao è la parola chiave, la parola sintesi, la parola quintessenziale. In Angola ha un senso particolare e praticamente intraducibile. Semplificando, confušao significa confusione, casino, stato di anarchia e disordine. Confušao è una situazione creata dagli uomini, che però ne hanno perso il controllo e il comando, diventando a loro volta vittime della confušao. Nella parola confušao è insito un certo fatalismo. Uno vuole fare qualcosa e tutto gli si disfa tra le mani; vuole dare vita a qualcosa, ma un forza lo paralizza; vuole creare qualcosa ma produce solo confušao: tutto gli è avverso e, pur mettendoci tutta la migliore volontà, continuerà ogni volta a cadere nella confušao. La confušao può anche impadronirsi dei pensieri, al che la gente dirà che una certa persona ha la confušao in testa. Può insinuarsi nel cuore […] La confušao è uno stato di totale disorientamento. La gente caduta in confušao non riesce a spiegare che cosa accada intorno a lei o dentro di lei, e nemmeno che cosa abbia provocato quel particolare caso di confušao […] Con confušao intendiamo anche un nostro personale stato di perplessità e impotenza […] Dallo stato di confušao si esce sfiniti ma, in un certo senso, soddisfatti di essere riusciti a sopravvivere. E si comincia a raccogliere le forze per la prossima confušao“.

In questa confušao era arrivato il momento di salpare per la guarnigione portoghese e la notte stessa, l’11 novembre 1975 è nata finalmente la Repubblica Popolare dell’Angola, una democrazia popolare il cui primo presidente eletto è stato Agostinho Neto.

La storia dell’Angola è stata imperniata sul problema degli schiavi per quasi quattrocento anni. L’esportazione degli schiavi, un selvaggio saccheggio di essere umani, è stato il motivo principale della presenza portoghese.
Dagli schiavi angolani discendono popolazioni del Brasile, di Cuba e della Repubblica Domenicana (e il primo paese a riconoscere la Repubblica Popolare dell’Angola è stato il Brasile e la maggior parte degli aiuti è venuta da Cuba).
Il Portogallo ha sempre considerato l’Angola una colonia penale dove mandare i peggiori elementi. A Lisbona l’Angola era chiamata il país dos degradados (la terra dei deportati e senza speranza).
La lotta per la liberazione è iniziata dopo la seconda guerra mondiale nel 1948 per opera di una triade di poeti: Viriato da Cruz, Agostinho Neto e Mario de Andrade.
Nel ’56 è nata l’MPLA (Movimento Popular para a Libertação de Angola) guidato da Agostinho Neto, un medico e poeta di 34 anni. La lotta armata è iniziata nel ’61 per liberare i patrioti angolani rinchiusi in carcere. Le forze in lotta contro l’MPLA erano l’FNLA e l’UNITA (quest’ultima finanziata da coloni portoghesi con l’obiettivo di staccare l’Angola dal Portogallo e creare uno stato di coloni bianchi).
Dopo la Rivoluzione in Portogallo del 25 aprile 1974 e la caduta di Salazar è stato creato in Angola un governo provvisorio di coalizione tra Portogallo, MPLA, FLNA e UNITA in transizione verso l’indipendenza prevista l’11 novembre 1975. Ma tra le forze angolane è stata guerra civile, anche con l’intervento del Sudafrica che intendeva impadronirsi dell’Angola e delle sue ricchezze naturali. Fino alla creazione della Repubblica Popolare dell’Angola l’11 novembre 1975, una democrazia popolare il cui primo presidente eletto è stato Agostinho Neto.
La guerra è però continuata fino al 2000, senza i cubani e senza i sudafricani, ma tra angolani per i ricchi giacimenti di petrolio, miniere di diamanti e ha provocato un milione di morti.

2 Comments

  1. Grazie per l’articolo, non conoscevo né il libro né il film. Un passato davvero pesante, quello dell’Angola… anni per liberarsi dalla colonizzazione portoghese, poi altri decenni in balia di una sanguinosa guerra civile, sostanzialmente una lotta di potere tra due fazioni liberali, con però lo zampino straniero che, opportunisticamente, premeva da una parte e dall’altra. Come sempre, l’avidità umana non conosce limiti ed è fonte di smisurate sofferenze.

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    1. La storia e la guerra dell’Angola l’abbiamo dimenticata e pochi la ricordano. Scordata come altre guerre che, invece, raccontano quanto della nostra storia attuale ha radici in quello che chiamiamo colonialismo.
      Devo ringraziare mia figlia per l’attenzione a queste vicende. Se non fosse stata lei con la sua passione per il Portogallo e con i suoi studi sulla decolonizzazione e i suoi effetti a farmi conoscere questa parte della storia del mondo ne saprei ben poco.
      Grazie Alessandra delle tue osservazioni

      Piace a 1 persona

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