Tra la Val d’Enza e Salem

Le storie succedono a chi le sa raccontare” H. James

Gli episodi che, secondo i giornali, sarebbero accaduti in Val d’Enza, nella campagna emiliana, mi hanno fatto tornare in mente la storia delle streghe di Salem. Una storia che sicuramente abbiamo conosciuto grazie al cinema e alla letteratura che l’hanno rielaborata e raccontata in diversi modi. Una storia tuttora affascinante per l’immaginazione ma anche per un altro significato: si tratta della più antica testimonianza minorile documentata e da lì sono iniziate le domande e le ricerche sull’attendibilità delle dichiarazioni dei bambini. I dati storici li ho scoperti quando ho iniziato a occuparmi di psicologia giuridica, di affidabilità della testimonianza, di procedure di colloquio con i minori nei casi penali. E quanto sta accadendo ai nostri giorni rende quella storia attuale per gli sviluppi e le conclusioni.

Basandoci sui dati storici conservati nei registri americani sappiamo che nel 1692 si è svolto a Salem, un villaggio nel Massachusetts, un processo per stregoneria. In America non si era mai diffusa, come in Europa, la caccia alle streghe ma esisteva comunque la credenza dell’esistenza di streghe e diavoli tra gli abitanti di quella regione del nord-est americano significativa per la sua storia coloniale. E, anche se in Europa la fase cruenta della caccia alle streghe alla fine del XVII secolo era andata scemando, a Salem si è verificata quella che è stata poi considerata dalla storia come una isteria collettiva e che ha visto accusare il più alto numero di persone mai visto in quella parte del ‘nuovo mondo’. 

Tutto era partito dai racconti di un gruppo di bambine e adolescenti tra i cinque e i sedici anni. Riferivano cose strane che alcuni abitanti del villaggio facevano: uomini che volavano sui manici di scopa, insetti che depositavano nelle pance di alcuni abitanti unghie ricurve e fibbie; visioni di animali parlanti e altri sintomi, come strisciare per terra e infilarsi dentro i buchi, di cui loro stesse soffrivano dopo gli atti di stregoneria. A seguito di queste dichiarazioni anche altri abitanti del villaggio cominciarono ad avere gli stessi sintomi e fioccarono accuse verso alcune persone. Di queste, al processo, ne vennero condannate a morte diciannove e un’altra dozzina è scampata all’esecuzione per aver ammesso la partecipazione agli atti. Numerosissimi gli arresti. Anni dopo le accusatrici hanno ritrattato le dichiarazioni. Una di loro, Ann Putnam che all’epoca aveva 13 anni, si è pubblicamente scusata quattordici anni dopo per la morte delle persone denunciate. A distanza di tempo ha ammesso di avere motivi di credere che le persone condannate fossero innocenti e di essere stata ingannata da Satana di cui è stata strumento in maniera ignorante e inconsapevole.

Cosa ha indotto quindi a quelle denunce?

Gli studiosi che si sono interessati del caso hanno avanzato delle ipotesi.

La prima sicuramente riguarda la cultura dell’epoca che, come ho già scritto, riteneva che esistessero streghe e diavoli e se alcuni comportamenti erano strani, come le ragazze che strisciavano e facevano cose bizzarre, o era dovuto alla possessione del demonio o la colpa veniva attribuita ad altri per salvarsi. Senza dimenticare la suggestione per gli estenuanti interrogatori.

Negli anni settanta e ottanta del secolo scorso Caporael 1976 e Matossian 1982, hanno scoperto come in quell’epoca nel villaggio si fosse diffusa una malattia causata dall’ingestione dell’ergotina, un fungo che cresce nella segale. La segale era un alimento di cui facevano uso gli abitanti della zona e le condizioni climatiche di quell’anno avevano favorito lo sviluppo del fungo. Il sintomi sono formicolii, ritenzione urinaria, allucinazioni e facile suggestionabilità. I bambini sono particolarmente sensibili all’ergotismo. A Salem avevano attribuito questi sintomi alla stregoneria.

Alla base di questi comportamenti, secondo un altro studioso, sono invece l’esibizionismo e la paura: se in un primo momento con le loro dichiarazioni le ragazze avevano attirato una grande attenzione in seguito non sapevano più come cavarsela se non ricorrendo alle accuse verso altri.

Sta di fatto che questo processo ha lasciato molti dubbi sulla credibilità della testimonianza infantile e sulla capacità dei giudici di riuscire a comprendere cosa è falso e cosa è vero nelle loro dichiarazioni. E da allora i tribunali hanno sempre guardato con sospetto alle dichiarazioni di bambini, soprattutto in America e Inghilterra. È stato nel XX secolo che la ricerca ha cominciato a interessarsi dell’attendibilità della testimonianza dei bambini, con accelerazioni e cadute. Poi con l’aumento dell’interesse verso le problematiche sociali e i diritti dei minori c’è stato un aumento di studi.

Sono studi molto interessanti sulla memoria e i ricordi (come ad esempio che la memoria non consiste in una riproduzione ma il ricordo è una ricostruzione che dipende da una serie di processi); sugli aspetti linguistici della testimonianza (tra gli aspetti cognitivi e la comunicazione logica e analogica); sulla suggestionabilità; sull’esame di realtà. Insomma il percorso di studi che nei decenni si è affinato ha mostrato quanto sia complicato accertare la competenze del bambino testimone e l’affidabilità dei ricordi. Sia a livello psicologico che giuridico il discorso si è sviluppato mettendo a punto procedimenti che siano rispettosi il più possibile del bambino e della presunta ‘verità’ delle sue affermazioni. Perché spesso sono affermazioni gravi e se non si posseggono gli strumenti per capire quanto di reale e quanto di ricostruito c’è in quello che dice cadiamo nell’errore.

Per questo penso che quanto è realmente successo in Val d’Enza vada valutato negli ambiti appositi perché il circo mediatico dei giornali ha raccontato cose incredibili che testimoniano l’incompetenza in materia. Come ad esempio l’elettroshock che poi sono diventati elettrodi e che in realtà si tratta di una terapia validata e riconosciuta, l’EMDR, per l’intervento sul trauma. 

Negli anni ho ascoltato molte testimonianze di bambini e adolescenti. Ho ascoltato cose dette e poi cambiate. L’ambiente è sempre più che una cornice, è la trama della tela e il colore del ricordo si rapprende in modi diversi a seconda del tipo di tela usata. Quindi lascerei  fare a tribunali e specialisti del settore per individuare dove stia la realtà. O almeno la strada per arrivarci.

9 Comments

  1. Sicuramente conosci il bel romanzo storico di Sebastiano Vassalli, La Chimera, ricostruzione scrupolosa e molto documentata della vita e della morte per rogo (1610) di una “strega” nel novarese. La nascita del pregiudizio al tempo della Controriforma. Ciao, Gina.

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    1. Su quella che è stata raccontata come la stregoneria europea ho scritto la mia tesi di laurea. Perché quel percorso storico ha portato alla nascita della medicina come la conosciamo oggi e ha relegato le donne a un ruolo secondario e misconosciuto nella gestione del corpo e di tutto il processo di diagnosi e cura. Vassalli ha scritto un bel libro e il tuo ricordarmelo mi fa venire voglia di rileggerlo. Ciao

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  2. Che i giornalisti enfatizzino lo scandalo raccogliendo qualsiasi lembo di informazione spesso infondato o equivoco, si sa: è il loro mestiere. Che sia bene attendere il risultato delle indagini della magistratura prima di sparare scemenze è sacrosanto. Naturalmente sarebbe auspicabile che lo sdegno nei confronti dei “processi” giornalistici non affiorasse soltanto quando a essere sotto tiro sono le amministrazioni di sinistra e i loro addentellati, ma in ogni caso, come, giusto per citare il primo che mi viene in mente, nel caso della morte di Iman Fadil. All’epoca, fra gli altri, il giornalista di una stimata testata nazionale ipotizzò che Berlusconi avesse chiesto un favore al suo amico Putin.
    Detto questo, a me – che, per inciso, vivo nella Val d’Enza – lo strapotere delle assistenti sociali ha sempre fatto una discreta paura.
    (Tu da’ alla gente il potere di decidere della vita altrui e poi vedi dove vai a finire).

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    1. La vicenda della Val d’Enza non dovrebbe riguardare le parti politiche. Non si tratta di destra o sinistra ma di valutare un sistema che interviene in ambiti delicati della salute e della vita familiare. Quindi lasciando da parte la politica, che può solo offuscare pensieri e alterare valutazioni, confesso che faccio molta fatica a credere che tutte le accuse siano vere! Certo che se ci sono responsabilità individuali vanno cercate ma la rete di servizi è così ampia che una sorta di ‘cosca’ di malaffare la ritengo improbabile. Perché la decisione ultima, oltretutto, è dei tribunali e non di operatori di servizi. La procura svolgerà le sue indagini ma molte accuse che ho letto le ho trovate ridicole se non fosse tragica la situazione. Sinceramente non so cosa ci stia sotto a queste denunce ma, ripeto, conoscendo là quantità di dati da apportare per una decisione e l’ampia rete di servizi coinvolti, dubito!
      Il potere di decidere della vita altrui è sempre pericoloso e per questo deve essere gestito da più persone e da condizioni chiare. È vero che, spesso nei comuni, la tendenza dei servizi sociali è quella di fare la morale è di ritenere che delle persone ‘si meritino’ o ‘non si meritino’ l’aiuto da dare. Questo punto è per me inaccettabile.

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  3. Ciao e grazie della risposta.
    Purtroppo non è possibile lasciare da parte la politica nei fatti politici – e l’amministrazione di una rete di comuni è un fatto politico. Che il fatto sia politico lo si vede bene dal rilievo abbastanza spropositato dato alla cosa e dall’uso che ne stanno facendo le più improponibili formazioni sovraniste. Un bel danno alla sinistra – che già sta messa male.
    Sulle cose ridicole che hai letto: anch’io ne ho lette di ridicole, ma anche di meno ridicole, e via via affiorano le tragiche. Staremo a vedere. Che la cosa si sgonfi completamente mi pare improbabile, c’è stato negli ultimi anni, nella zona in questione e solo in quella, un aumento esponenziale degli affidi (questo è un fatto) e un grosso giro di soldi tutto da chiarire.
    Un principio della pedagogia reggiana e delle sue famose scuole dell’infanzia è che i bambini non sono dei genitori ma della comunità. Il che può anche essere sostenibile – con le dovute cautele però.
    L’idea che mi sono fatta io è che la responsabile dei servizi avesse preso il principio un po’ troppo alla lettera. 🙂

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    1. Certamente tu che sei del luogo puoi conoscere meglio certe dinamiche in gioco. E sulla questione politica penso che abbia ragione per lo sguardo che hai dato sulla potenza mediatica in corso. Vero è anche che quando si parla di sanità e sociale e modelli da attuare si parla di politica. Ma resto del parere che le prese di posizione dicotomiche non ci aiuteranno.
      Dici che il principio che vige in loco è che i bambini siano della comunità e mi sembra un principio valido se serve ad aiutare le famiglie e la genitorialità con interventi di sostegno. Ma allontanare senza motivo mi sembra veramente grossa! Spero non sia stato così.
      Scusa del ritardo nel risponderti ma questo è un bruttissimo periodo per me per gravi problemi di salute in famiglia che mi prendono la mente e il corpo. Mi aiuta però ‘parlare’ di cose che rientrano tra i miei interessi reali quando riesco a trovare lo spazio mentale e fisico per cui ti ringrazio per le tue osservazioni.

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  4. Gina, apprezzo sempre di più l’ equilibrio con cui affronti tematiche sociali che indurrebbero al manicheismo. La vicenda in questione è, come tante, avvolta nei fumi della ” comunicazione”, denunce urlate, non importa se basate su grossolane bugie, l’ importante è sollevare fumi purulenti. Non entro nel merito di queste dinamiche e di questi protocolli. Ho letto che qui, come in altri contesti, vige anche il malaffare ( nel mio piccolo ho potuto indirettamente per caso osservare le dinamiche di una casa famiglia, poi chiusa, dopo troppo tempo…).
    e ho presente un film di Loach di molti anni fa sull’ azione dell’ assistenza sociale in Inghilterra.
    Certo, è materia delicata che va affrontata con cura e attenzione: ma dove si trovano, oggi, queste qualità?
    Quanto al resto, cara Gina, ti sono vicina, conoscendo bene queste situazioni. Che poi possono anche passare, come ti auguro con tutto il cuore.

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    1. Ti ringrazio Renza, veramente! Aver a che fare con questioni umane, sociali o sanitarie che siano, dovrebbe aiutare le persone che ci lavorano a coltivare dubbi perché non ci sono mai scelte che risolvono i problemi ma scelte che hanno un impatto meno devastante di altre. Così sul tema degli affidi. Sono dolorosi e faticosi sempre e mai risolutivi del tutto. Ma vederci del malaffare… non ci riesco! Qui mi riferisco agli affidi familiari perché le famiglie che si prendono un bambino con esperienze traumatiche vanno sempre incontro a difficoltà nel gestirlo. Perché hanno aspettative salvifiche, ideali che non si conciliano con la realtà del bambino, ecc. E per il bambino? È doloroso doppiamente assistere al suo desiderio e bisogno di famiglia e l’impossibilità di soddisfarlo perché quella di origine non è in grado di rispondere come necessario e quella affidataria, per quanto positiva e capace, fa sempre venite in mente la favola del brutto anatroccolo. La retta regionale? Non arricchisce nessuna famiglia ed è sufficiente al mantenimento del bimbo, almeno da noi. Diverse sono le rette per le comunità e case famiglia. Lì il discorso cambia ma cambiano anche gli interventi richiesti e le motivazioni dell’inserimento. Educative o terapeutiche devono garantire una multiprofessionalità (dall’educatore, allo psicologo al neuropsichiatra) che costa. Ma qui alzo le mani, non saprei quantificare i guadagni. Certamente ritengo alcune rette molto onerose.

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