Veleno

Avevo sentito parlare, un paio di anni fa, della serie podcast sui ‘diavoli della bassa modenese’: negli anni ottanta alcuni bambini erano stati allontanati da genitori accusati di abusi sessuali e rituali satanici. Non avevo comunque provato interesse all’ascolto perché le inchieste scandalistiche su fatti di cronaca non mi appassionano e mi suscitano diffidenza. Quindi l’avevo ignorato.

Ora, con le ‘rivelazioni clamorose’ su Bibbiano viene fatto ripetutamente riferimento a quell’inchiesta sia per vicinanza territoriale sia perché alcuni professionisti coinvolti sono gli stessi di allora. Si è così venuta a creare una sorta di allerta popolare e politica su presunti interessi economici ad allontanare bambini dalle loro famiglie naturali.

Coincidenza vuole che nei primi mesi di quest’anno il podcast sia diventato un libro. Autore Pablo Trincia, l’inviato de Le Iene. E, con mia sorpresa, la casa editrice è Einaudi. Addirittura! Sorpresa perché ancora la considero una casa editrice attenta alle scelte editoriali anche se dagli anni 80 ha privilegiato i best seller e negli anni 90 è entrata a far parte del gruppo editoriale Mondadori. Ma, mi ricorda mia figlia, la scelta di pubblicare libri che fanno cassa garantisce all’Einaudi la possibilità di mantenere l’unica linea di testi di poesia. Comunque ritengo che l’edizione sia una buona garanzia di lancio per molti lettori e ho visto che alcune mie conoscenze, che so culturalmente preparate e di non facile suggestionabilità, dopo l’eco suscitata sui social dal caso degli affidi di Bibbiano hanno letto il libro di Trincia e lo hanno apprezzato. E per la seconda volta mi sono sentita sorpresa.

Dico subito che io non avevo nessuna intenzione di leggerlo questo libro, per lo stesso motivo per cui non avevo voluto ascoltare i podcast, e cioè perché ritengo che vicende umane e personali così delicate non debbano essere trattate come fenomeni da social o buttati in pasto all’odio seriale da persone che di mestiere usano gli scandali per produrre audience. Ma poi mi sono detta che era meglio lasciare da parte i preconcetti per riuscire a capire quali argomenti attraevano così tanto le persone, anche quelle che pensavo dotate degli strumenti culturali per non farsi attrarre da un giornalismo aggressivo.

In libreria, quindi, mi sono decisa ad acquistarlo nonostante la reazione di rigetto quando ho visto la copertina. Come colore dominante il nero, con il titolo in rosso e, in una sorta di penombra, la foto sfocata di bambini che si danno la mano in un girotondo. Che di per sé è gioco semplice e innocente ma che qui richiama qualcosa di oscuro, come un’immagine da incubo. Già questa presentazione indirizza l’aspettativa dei lettori verso qualcosa di pauroso e terribile. Quasi un horror. Confermato dal titolone: Veleno, che pure orienta verso qualcosa di malefico. Per attrarre ancora di più l’interesse della gente il sottotitolo recita: una storia vera. Tutto genuino, tutto il male che l’uomo riesce a fare! Leggetemi, ve lo racconto io cosa è successo vent’anni fa in quei posti, sembra dirci l’autore.

È Trincia stesso a spiegare, nelle prime pagine del libro, la motivazione a intraprendere questa inchiesta: un giornalista che cerca di ritrovare la sua umanità, alla ricerca di qualcosa che sciolga il ghiaccio che si era formato attorno al suo cuore e di cui si era reso conto per l’indifferenza provata di fronte a un bambino di otto mesi morto per Ebola in Liberia nel 2014.

Mi sono chiesto chi e cosa fossi diventato.
Dovevo ricominciare da qualche parte. Innamorarmi di una storia che ridesse un senso alle cose. Mi ci sarei immerso e mi sarei lasciato trasportare dalla corrente“.

È incappato nel caso dei pedofili della Bassa Modenese ed vi ha trovato una storia che gli ha messo i brividi! In estrema sintesi: tra il 1997 e il 1998 nei paesi di Massa Finalese e Mirandola sono stati allontanati dai genitori sedici bambini per abusi sessuali.

Trincia, come fanno i cani da fiuto, si è messo subito sulle tracce e, siccome trovare la documentazione sanitaria e giudiziaria è complicato, ha iniziato a chiedere in giro andando a parlare con le uniche persone rintracciabili: i genitori naturali. Si è identificato con loro e in base al suo personale, e comprensibile, sentimento paterno si è chiesto: potrebbe succedere anche a me? Ed ha così assunto da subito una posizione colpevolista verso chi ha deciso l’allontanamento. I diritti dei genitori naturali, prima di tutto!

Si può dire che una notizia ha incrociato una sua paura o interrogativo e lo ha spinto a cercare delle risposte? Non le ha cercate però interrogandosi su questioni che riguardano i diritti dei minori, quali: ma è proprio vero che i bambini si possono portare via dalle loro famiglie con facilità? lo stato può decidere sul mio modo di essere genitore? accetto che la tutela di un bambino che si trova in situazione di grave rischio vada a ledere i miei diritti di genitore? l’interesse del minore è superiore a quello dell’adulto che lo ha generato? Ha cercato nel modo che conosce e cioè andando a indagare la vita di altri, interrogandoli per trarne delle conclusioni. Almeno è questo che ho trovato nel libro. Più che risposte ha espresso opinioni; giudizi, in realtà, su cosa è giusto e cosa è sbagliato, su verità e giustizia, usando categorie rigide laddove questioni umane così complicate non possono essere mai facilmente definibili.

Lo so, lo so che per come scrivo mostro scarsa empatia per l’autore e poca propensione verso il suo modo di raccontare ma, proseguendo nella lettura della sua indagine, ho provato una forte reazione di rigetto verso chi, come lui, si arroga competenze che non ha e si investe nel ruolo del giustiziere. Soprattutto perché considera una sola parte della questione e non l’insieme. Prende un punto di vista, quello più facilmente abbordabile di chi è disposto a raccontare, tralasciando gli altri perché impossibili da avere. Infatti chi opera nell’ambito della sanità, della giustizia e del sociale non può violare la privacy delle persone e non può esprimere nessuna opinione sui casi di cui si è occupato.

Come dicevo, Trincia ha assunto sin dall’inizio la posizione del diritto dei genitori naturali. Sono loro infatti i primi a raccontargli quello che è successo ed è dalle loro testimonianze e dai documenti conservati da una vicina di casa e da un prete (don Ettore Rovatti che aveva interpretato gli avvenimenti come una lotta tra Stato e Chiesa in cui la famiglia veniva distrutta) che trae le informazioni alle quali cerca di dare sistemazione cronologica.

Non ho intenzione di entrare nei dettagli delle storie perché non ritengo completi i dati che l’autore ha riassunto e interpretato ma mi sento di esprimere perplessità e irritazione per le parole che ha usato, tese a sconfermare l’operato dei servizi sociali, sanitari e giudiziari su fatti successi vent’anni prima e quindi praticamente impossibili da verificare dopo tanto tempo! Certo ci sono le videoregistrazioni delle audizioni protette, i verbali e le perizie mediche e psicologiche in base alle quali riassume le testimonianze dei bambini, i segni fisici di abuso rilevati. Ma poi li contesta e li rigetta, con un tono che si fa ironico e sarcastico in alcuni passaggi. Prende alla lettera alcune dichiarazioni dei bambini e si chiede come possano essere state ritenute veritiere da professionisti e giudici. Senza considerare che in realtà sono state vagliate e considerate e non tutto è stato ritenuto accettabile visto che nei tre gradi di giudizio sono stati confermati gli abusi sui bambini, le vittime reali, ma non sono state ritenute sufficienti le prove per gli abusi rituali che emergevano dalle loro testimonianze.

Perché la vicenda, oltremodo grave, è che erano emersi non solo abusi singoli ma di gruppo, compiuti da una serie di persone collegate tra loro, tra cui un prete: don Giorgio Giavoni.

Sicuramente si è trattato di un percorso giudiziario tortuoso, pieno di sensi unici, privo di certezze, con domande rimaste aperte. Ma non mi convince assolutamente la contestazione del giornalista rivolta verso ogni azione della magistratura e degli operatori sanitari e sociali implicati.

Chiedendosi come possano essere stati fatti quelli che ritiene errori così clamorosi, attribuisce al clima sociale del tempo un’attenzione esagerata verso l’abuso sessuale, riportando fatti di cronaca successi in USA e altri che si sono rivelati non veritieri. Un clima da caccia alle streghe, insomma, le cui vittime principali sono state i genitori a cui i figli sono stati tolti. Contesta gli abusi accertati come tali per incompetenza e inesperienza di chi se ne è occupato. Contesta il lavoro dei servizi in base ai dati giornalistici raccolti e a una sua personale e improvvisata ricerca su cosa siano i ‘falsi ricordi’ e sulla teoria del trauma che riassume da profano in modo semplicistico; si addentra nei principi della psicologia; accenna alla Carta di Noto, al Cismai, riportando frammenti a sostegno dei suoi giudizi. Si permette di commentare le videoregistrazioni delle audizioni e lo fa nel modo di chi ignora palesemente tutto del settore!

Ma è veramente troppo quando scrive che è andato a cercare quei bambini, ormai persone adulte, per rivelare loro la verità di quello che era successo! Mi chiedo da dove derivi una tale sicurezza che porta a interferire nella vita di altri! A me sembra un modo di agire poco riguardoso. Perché un conto è valutare dati ufficiali, articoli, perizie e verbali, un conto è andare a rovistare nella vita, nei sentimenti, nei ricordi di persone che sono state vittime di un dramma che ha sconvolto loro la vita. Sbattendogli in faccia una verità parallela.

Questo giornalismo aggressivo che va a scovare i drammi privati e li racconta in forma accattivante e suggestiva mi fa pensare alle storie ‘pettinate’ di Alessandro Robecchi: “nel gergo della Grande Fabbrica della Merda, ‹pettinare› vuol dire adattare la storia al suo ‹specifico televisivo›. Abbellire il brutto, drammatizzare il banale, eccitare l’ordinario“. La Tv dello scandalo e dello spettacolo, in conclusione, riadattata nella forma moderna del podcast, nobilitata da una forma editoriale, e che si ammanta di un sentimento di giustizia che non ho capito in quale direziona vada.

Infine aggiungo che non ho espresso opinioni in merito al caso in sé, che non conosco, ma sul modo di trattarlo e divulgarlo.

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